La mente Pensa e Sente

Gli antichi greci sono i primi che in Occidente si pongono domande sul funzionamento della mente umana, arrivando a dichiarare che in essa risiede sia l’intelligenza che l’amore.

Aristotele, nell’Etica nicomachea, sostiene infatti che il pensare e il sentire sono entrambi espressione del funzionamento mentale, perché non esiste un individuo che sappia solo pensare, ragionare o riflettere, senza un contemporaneo coinvolgimento emotivo o sentimentale. In effetti, nei nostri pensieri e nelle nostre azioni possiamo rintracciare la predominanza della ragione oppure dell’emozione, ma non è possibile che le due cose siano totalmente indipendenti l’una dall’altra. Vi saranno situazioni in cui abbiamo la sensazione di essere persone molto razionali ed altre in cui crediamo di essere più emotivi, ma si tratta di percentuali, perché le due componenti esistono assieme nella nostra mente e “lavorano” in stretta interdipendenza fra loro.

Proprio partendo da questa antica constatazione, filosofi come Nietszche, Freud, Jung e Russell evidenziano ampiamente il ruolo dell’emozione, e in secondo luogo dell’amore, per raggiungere un grado maggiore di conoscenza. Oggi, ciò che per molti secoli è stato un ambito di riflessione filosofica è diventato oggetto delle neuroscienze, le quali, convalidando una serie di risultati di laboratorio, evidenziano chiaramente il ruolo svolto dagli affetti, dalle emozioni e dai sentimenti nella formulazione di qualsiasi ragionamento e comportamento umani.

La branca delle neuroscienze che cerca di comprendere il funzionamento di questa importante relazione è il cognitivismo. Esso considera la mente umana come il luogo in cui avviene la mediazione fra gli stimoli esterni ambientali e i comportamenti che si mettono in atto per rispondere ad essi. Tale branca si avvale del contributo di molte discipline, come la psicologia, la filosofia, la medicina, la linguistica, la cibernetica, l’antropologia, la musica, l’informatica, e così via.

Uno fra i più importanti cognitivisti dell’era contemporanea è senza dubbio Howard Gardner che nel 1983 scrive Frames of Mind, teorizzando la presenza nell’Uomo di un’ampia gamma di intelligenze, collocandole all’interno di due macro contenitori mentali: l’intelligenza interpersonale e l’intelligenza intrapersonale.

 

Quando si utilizza il primo tipo di intelligenza si sviluppano gli aspetti sociali e relazionali della vita, mentre con il secondo tipo ci si concentra, senza fraintendimenti e menzogne, sulla parte più interna di se stessi, ossia il mondo interiore, dove abitano i propri sentimenti e le emozioni.

Queste due intelligenze coesistono in tutti noi, anche se in percentuali diverse. Un individuo con una spiccata tendenza a comprendere gli altri, le motivazioni e i desideri altrui, riuscendo ad interagire in modo cooperativo con tutti, avrà un’alta percentuale di intelligenza interpersonale. Un individuo che invece è in grado di valutare accuratamente se stesso, costruendosi un modello veritiero di quello che crede di essere, della propria identità (indipendentemente dalla valutazione degli altri), avrà una percentuale più alta di intelligenza intrapersonale. Entrambe le intelligenze sono fondamentali per stare al mondo e tutti noi le utilizziamo preferendo, a seconda dei casi, l’una o l’altra modalità.

Ciò che comunque accomuna entrambe le intelligenze è la presenza dei sentimenti e delle emozioni, in grado di generare particolari stati mentali, tanto da condizionare il comportamento razionale dell’individuo.

Peter Salovey e John Mayor, nell’opera Imagination, Cognition and Personalità del 1990, proprio riferendosi ai due tipi di intelligenze teorizzate da Gardner, coniano il termine di intelligenza emotiva. Essa viene definita come una specie di intelligenza sociale grazie alla quale si controllano le emozioni e i sentimenti propri e altrui, con lo scopo di utilizzarli per dirigere il proprio pensiero e le azioni quotidiane.

Tale convincimento trova un ulteriore sostegno scientifico e neurobiologico in Antonio Damasio, i cui studi confermano il rapporto esistente fra alcune aree del cervello, che potremmo chiamare “il cuore del cervello”, come l’amigdala, ed altre che potremmo chiamare “la testa del cervello”, come i lobi prefrontali della neocorteccia.

 

L’Amigdala e alcune funzioni del cervello

 

I lavori clinici di Damasio, condotti su pazienti con lesioni del circuito che collega i lobi prefrontali della corteccia all’amigdala, confermano l’esistenza di questo stretto legame. In effetti, nonostante la presenza di una intelligenza evidente, molti aspetti della vita diquesti pazienti sono tutt’altro che positivi. Infatti, dimostrano forti scompensi di tipo emotivo che sarebbero inspiegabili in persone che riteniamo normalmente intelligenti. Questi risultati evidenziano dunque che quando il legame tra neocorteccia e amigdala è compromesso diminuiscono, fino a scomparire, quasi tutte quelle reazioni emozionali tipiche di una persona definibile normale.

Si pensi per esempio alla descrizione poetica di un tramonto che suscita forti emozioni in coloro che ne ascoltano i versi. Quando è compromesso il legame neocorteccia-amigdala, l’ascolto di tali versi equivale all’ascolto dei nomi di un elenco telefonico. La nostra vita perde ogni forma di suggestione affettiva quando si interrompe questo legame. Ecco perché Antonio Damasio oltre a ritenere che il funzionamento della mente umana non si riduce all’attività del solo pensiero razionale, è convinto che ogni primate umano terricolo (l’Homo Sapiens sapiens) necessita del concorso dei sentimenti e delle emozioni, grazie ai quali si migliora la qualità della vita.

 

Il legame tra il pensare ed il sentire ha una sua storia, nel senso che si è venuto formando nella nostra specie con il passare dei millenni.

Lo sviluppo dell’encefalo (letteralmente dentro la testa), a partire dai primi ominidi sino alla complessità attuale, va di pari passo con l’espletamento di nuove funzioni mentali, le quali comprendono, come abbiamo appena visto, sia il pensare che il sentire. Anche se non possiamo addentrarci qui in una trattazione specifica su questa evoluzione, è utile però presentare in sintesi alcune delle conquiste fondamentali e più importanti di questo processo evolutivo.

Il bulbo rachidiano, che è la parte più antica dell’encefalo umano, adempie ad una serie di attività vitali inconsce, perché presiede alla vita impulsiva, istintiva e a quella cosiddetta dei riflessi. Durante l’evoluzione, alcune delle cellule più esterne di questo primigenio sistema si separano e lentamente danno vita ad aree specializzate per funzione. In sostanza, le aree cerebrali di cui siamo dotati, sebbene agiscano in perfetta sintonia fra loro, svolgono compiti precisi e differenziati.

Grazie a questa specializzazione, il nostro cervello sviluppa gli strumenti adatti alla sopravvivenza, e risponde agli stimoli ambientali.

Lentamente nel tempo, queste aree cominciano ad unirsi, avvolgendo il bulbo rachidiano – la parte primigenia – come un mantello, andando a costituire la base iniziale di quello che oggi si chiama sistema limbico. Con l’avvento di questo sistema il nostro cervello acquista una maggiore complessità di funzioni mentali, come la creazione della memoria, l’abbandono di comportamenti riflessi antropologicamente antichi, l’esecuzione di comportamenti più personalizzati e più appropriati alle diverse situazioni esistenziali.

La complessità di questo sistema è decisamente straordinaria e meravigliosa, e suscita ancora oggi l’ammirazione della scienza che cerca di capirne i segreti più reconditi. In esso distinguiamo tre fondamentali strutture: la corteccia limbica, l’ippocampo e l’amigdala. Quest’ultima assolve il compito di attribuire emozioni ai diversi eventi vissuti, di registrare le esperienze vitali sotto forma di sensibilità, come pure quello di stabilire una relazione empatica con l’ambiente circostante.

Il Sistema limbico

Ci rendiamo subito conto che la formazione di questo sistema costituisce per lo sviluppo della nostra specie qualcosa di molto importante, perché la nostra vita, così come la sperimentiamo tutti, sarebbe del tutto diversa senza il suo ausilio. In effetti, è proprio grazie a questo sistema che le intelligenze interpersonali e intrapersonali di Howard Gardner entrano in comunicazione tra loro.

 

Per essere ancora più precisi, possiamo dire che la tonalità, il colore di un evento esistenziale, come la capacità di provare la pelle d’oca quando vediamo un quadro, oppure quando ascoltiamo la canzone del nostro primo amore (anche dopo molti anni), è frutto del funzionamento dell’amigdala.

Per esempio, mentre l’ippocampo e la corteccia registrano i dati essenziali del giorno in cui ci siamo sposati, l’amigdala gestisce i ricordi di una celebrazione religiosa e della festa seguente, dei volti degli amici presenti al pranzo, per renderli più o meno importanti sul piano emozionale. Proprio grazie al suo intervento, questi ricordi acquistano quella particolare tensione emozionale in grado di rendere vibrante ed intimo il significato del matrimonio.

Ecco perché nella costruzione del significato che ogni persona attribuisce ad un evento, come il matrimonio del nostro esempio, il cervello utilizza sia la dimensione razionale che quella emotiva, che si rivelano fortemente interconnesse fra loro. La conoscenza che noi abbiamo del nostro matrimonio, quello che di quel giorno siamo in grado di descrivere, è caricata di senso emotivo ed affettivo proprio grazie all’azione dell’amigdala, in virtù della quale quel giorno diventerà per noi indimenticabile.

Sono molti gli studi che dimostrano questa singolare funzione dell’amigdala. Pazienti con lesioni significative in questa parte del cervello non riescono a rapportarsi emotivamente al contesto nel quale vivono. In loro è venuto meno l’atteggiamento sintonico con le altre persone e non riescono a provare emozioni relazionandosi con altri, anche se riescono comunque a mantenere un minimo adattamento al contesto emozionale. Vi sono altri dati che dimostrano come la mancata funzionalità dell’amigdala induce nelle madri umane la perdita dei caratteri affettivi previsti dal loro ruolo biologico.

In sostanza, tutti i casi studiati evidenziano come il mancato funzionamento dell’amigdala comporti la perdita di comportamenti affettivi verso gli altri, una riduzione delle capacità sintoniche con il resto del mondo e la conseguente attivazione di comportamenti quasi robotizzati.

 

L’evoluzione del cervello umano non si ferma al sistema limbico, ma si completa con lo sviluppo della neocorteccia, grazie alla quale si aggiungono, alle pulsioni e alle emozioni, la capacità linguistica, il pensiero astratto, la comprensione delle relazioni e la coscienza di se stessi. Si tratta di una conquista davvero importante per il genere umano, poiché determina lo sviluppo di tutte quelle caratteristiche che rendono la nostra specie decisamente originale rispetto agli altri mammiferi.

Dal punto di vista anatomico, la corteccia cerebrale è un rivestimento che avvolge l’intero cervello, costituita da sei strati di neuroni. Essa favorisce l’interazione fra le diverse parti del cervello, rendendone il funzionamento ancora più complesso, proprio perché ogni sua azione diviene in questo modo il risultato finale di una costante interazione fra le parti.

Con la corteccia appare anche una nuova e importante funzione: l’interpretazione razionale della vita, grazie alla quale ogni attività emotiva umana diventa sempre più raffinata. In effetti, la neocorteccia, che è appunto responsabile delle funzioni intellettive superiori, combinata con l’amigdala, amplia la dimensione emozionale umana, rendendola molto meno rudimentale rispetto al passato. In concreto, i lobi frontali e prefrontali della corteccia, assolvono, fra gli altri compiti, anche quello di memorizzare le emozioni che provengono dall’amigdala, regolandole e moderandole. Ora, le emozioni, dapprima governate solo dal sistema limbico, si inseriscono all’interno di parametri di comportamento mediati dalla corteccia.

Si prenda per esempio la pulsione alla aggressività, una caratteristica presente nella nostra specie fin dai primordi. Prima dell’avvento della neocorteccia, ogni pulsione aggressiva sarebbe stata permessa e favorita anche nei confronti di persone appartenenti allo stesso gruppo sociale. Ora, con l’avvento dell’interpretazione razionale della vita, l’Uomo impara a controllare la propria aggressività, esprimendola secondo stili comportamentali ammessi socialmente, come in questo caso potrebbe essere lo sport agonistico.

In sostanza, i lobi frontali e prefrontali della corteccia cerebrale forniscono le risposte adatte all’ambiente nel quale viviamo e programmano i piani d’azione più idonei per raggiungere un obiettivo.

 

Cosa accade nel nostro cervello quando ci spaventiamo o proviamo paura verso una situazione?

Immaginiamo ora di essere stati invitati a casa di un nostro amico. La porta è aperta e dopo aver suonato il campanello e averlo chiamato ripetutamente decidiamo di entrare perché non viene nessuno ad accoglierci. Tutto intorno a noi è buio e non sappiamo dove sia l’interruttore della luce. La casa sembra essere deserta, anche se siamo sicuri che il nostro amico doveva essere in casa, proprio come eravamo rimasti d’accordo al telefono. L’unico rumore che riecheggia è quello dei nostri passi e cominciamo a provare un po’ di paura. All’improvviso, in lontananza scorgiamo una sagoma umana, ma non osiamo aprire bocca per chiedere chi sia e ci sembra comunque che non sia quella del nostro amico. Non sappiamo cosa possa accaderci, ma di certo non stiamo tranquilli.

Cosa accade nel nostro cervello in questa situazione?

Innanzi tutto, il sistema visivo invia le sue informazioni al talamo (area appartenente al sistema limbico), che le traduce in stimoli adatti ad essere recepiti dalle zone cerebrali limitrofe. L’amigdala elabora, con straordinaria velocità, tutti i segnali ricevuti. Senza perdere tempo avvia la reazione adeguata e fondamentale, la più efficace di fronte a questo tipo di evento, e interpretando la situazione come pericolosa, genera inquietudine.

Dopodichè, essa innesca ulteriori reazioni a catena attivando una serie di sistemi – l’ipotalamo (anch’esso appartenente al limbico), il sistema motorio, quello ormonale, i neurotrasmettitori – tutti impegnanti a produrre una precisa reazione somatica.

Ipofisi, Ipotalamo e Talamo che fanno parte del Sistema limbico

 

Di fronte all’allarme dato, la mente reagisce cercando di adattare il corpo al confronto con il pericolo: la pelle si accappona, i muscoli si tendono e il volto cambia espressione, il cuore aumenta i battiti per irrorare i muscoli con una maggiore quantità di sangue e prepararsi alla lotta, oppure alla fuga.

Nello stesso tempo, se la situazione non ha completamente messo fuori uso ogni forma di razionalità, il lobo frontale della corteccia cerebrale esamina la scena secondo schemi cognitivi. Si attiva cioè per una valutazione reale dei fatti e cerca quale azione intraprendere rispetto ad un ventaglio di scelte possibili: salutare, mostrarsi sicuro di sé, dominare lo stress della situazione, oppure non rispondere con atteggiamenti provocatori, cercare una via di fuga, e così via.

Questa serie di scelte, che sono le possibili risposte razionali alla situazione, devono però essere presentate all’amigdala, altrimenti verrebbe meno la loro efficacia. Così essa avvia una nuova serie di reazioni emotive, questa volta più sintoniche con le scelte proposte dalla corteccia, e comincia a trasmettere informazioni al sistema ormonale, motorio, istintivo, equilibrando l’iniziale risposta di pura inquietudine.

In questo continuo feedback fra amigdala e corteccia si sviluppano i nostri adattamenti al mondo e si fanno strada i diversi atteggiamenti mentali che dimostrano il definitivo superamento del determinismo dell’emozionalità primitiva.

Ciò che è però importante sottolineare è l’armonia che si stabilisce fra queste due parti del cervello, una inferiore, l’amigdala, e l’altra superiore, i lobi frontale e prefrontale. In effetti, senza questa relazione non potremmo avere un comportamento equilibrato.

Per poter pensare con chiarezza e prendere le decisioni conseguenti ai nostri pensieri è dunque importante che questo circuito funzioni bene, cioè senza interruzioni. La sola “ragione”, ossia il funzionamento isolato dei lobi frontali e prefrontali, non porterebbe a nessuna conquista esistenziale, perché saremmo “freddi” e non potremmo trarre profitti dai quei coinvolgimenti emotivi che sono legati alle situazioni quotidiane.

 

Ecco perché la mente umana nel suo conoscere il mondo pensa e sente contemporaneamente.

Questo modello di funzionamento mentale caratterizza la vita mentale di ogni individuo, a qualsiasi cultura appartenga, rendendo ciascuno di noi sempre intelligente, perché attraverso tale funzionamento si sta al mondo, con le proprie abilità mentali, intervenendo sulla realtà e reagendo ad essa. Ogni attività mentale è frutto della relazione fra la corteccia e l’amigdala, e la nostra capacità di affrontare la realtà dipende dall’importanza che noi stessi attribuiamo a questa relazione.

Nel periodo della nostra formazione trascorsa fra i banchi di scuola ci hanno spesso fatto credere che la razionalità, il ragionare freddamente, ci avrebbe condotto a sicure vittorie. Ci siamo così dimenticati di questa relazione, della sua importanza nella valutazione di noi stessi e delle cose che ci accadono e del compito che essa svolge all’interno di una educazione generale a pensare e sentire assieme.

Solo in questi ultimi anni, seguendo le conquiste delle neuroscienze, si assiste a frequenti dichiarazioni che vogliono introdurre un nuovo concetto di insegnamento, con l’intento di far fronte alla formazione integrale dell’essere umano. Con questo testo si intende dare un piccolo contributo al dibattito attuale.

 

Il concetto stesso di intelligenza è, alla luce di quanto detto, molto più ampio rispetto al passato, quando lo si associava esclusivamente alla presenza di specifiche abilità e competenze. Oggi si intende per intelligenza il funzionamento generale della mente, grazie al quale si compiono scelte adeguatamente adattative, che consentono un approccio al mondo in grado di ottimizzare tutte le proprie potenzialità. Ecco perché tutti gli uomini sono intelligenti (anche se a gradi diversi): perché ognuno di noi sa districarsi nell’arte del vivere.

Eppure quante volte abbiamo sentito dire: “Era una persona davvero intelligente a scuola. Prendeva sempre il massimo dei voti, e non si capisce come mai abbia avuto così sfortuna nella vita”; “Non apriva un libro nemmeno a morire, era sempre distratto e sembrava fosse fra le nuvole tuttala giornata. Eppure, una volta che ha iniziato a lavorare ha fatto una carriera tale da far credere di aver frequentatol’Università”.

Queste frasi suonano “fatte”, eppure nascondono una verità antropologicamente evidente e cioè che lavita diogni essere umano è il frutto di una costante e continua evoluzione personale, dove si è chiamati ad agire secondo un proprio specifico pensare e sentire. La capacità di costruire un ponte tra il nostro pensare/sentire e quello altrui determina il nostro grado di intelligenza. Infatti essa si manifesta appunto quando ci si percepisce inseriti in una realtà nella quale abitano anche gli altri, con le loro potenzialità e i loro limiti.

La nostra vita non è mai solitaria in assoluto, a meno che si scelga l’eremitaggio. Ognuno di noi vive assieme agli altri e quando ci sentiamo soli non lo siamo mai veramente, perché in realtà non siamo mai soli, ma crediamo di esserlo. E questo convincimento è il risultato di una mente che pensa e sente contemporaneamente, confondendo la ragione con l’emozione.

Essere intelligenti significa dunque percepire le proprie e altrui emozioni, discernendole dai propri e altrui sentimenti, per sviluppare una serie di abilità intellettive e sentimentali assieme, perché il compito essenziale della mente è di amare mentre conosce e di conoscere mentre ama.

 

In una società edonista come la nostra, durante un periodo storico in cui l’individualismo sembra essere l’unica cifra per la valutazione generale della persona, la ricerca di formule variegate che ci garantiscano una qualsiasi redenzione contro un malessere sempre più collettivo è diventata un imperativo culturale e globale.

Certamente il cammino evolutivo della nostra specie è una costante ricerca di felicità e ogni individuo, in normali condizioni di salute, si adopera quotidianamente verso il conseguimento di questa meta. Ma questo cammino resta pur sempre un mistero, perché i nostri comportamenti hanno a che fare con una serie quasi infinita di variabili mentali interne e situazioni esterne. Ecco perché comprendere come la mente funziona rappresenta forse l’obiettivo primario della scienza contemporanea, soprattutto in riferimento a quell’aspetto del funzionamento mentale che chiamiamo pensiero.

Sigmund Freud è il primo ad intuire il mistero che si cela dietro al pensiero umano, anche se le conquiste più interessanti dal punto di vista antropologico su questo tema le dobbiamo al suo discepolo Karl Gustav Jung.

Freud teorizza agli inizi del Novecento la struttura tripartita della mente: l’es, il principio del piacere; l’io, il principio di realtà e il super io, il principio del dovere essere. Queste parti della struttura psichica umana interagiscono costantemente fra di loro determinando i comportamenti quotidiani. L’es persegue il soddisfacimento del desiderio di piacere, indirizzando il comportamento umano verso la gratificazione di tutto ciò che procuri appagamento, soddisfazione e ricompensa; l’io indirizza le azioni verso tutte quelle forme di adattamento all’ambiente, permettendo alla mente di sopportare lo stress e l’attesa necessari per il raggiungimento degli scopi; il super io indica alla mente ciò che è permesso e ciò che non è permesso fare all’interno di una vita in comune con gli altri. Sigmund Freud definisce queste caratteristiche della mente istanze, intendendo indicare con questo termine l’esercizio di una funzione mentale. Per lo psichiatra tedesco, l’istanza più recondita e non governabile è l’es, sede dell’inconscio, mentre l’io e il super io sono sede della parte cosciente della mente. Secondo la teoria psicoanalitica di Freud, la nostra vita è governata dal funzionamento di queste tre istanze mentali, che rappresentano anche la chiave di lettura per comprendere i comportanti umani.

 

Carl Gustav Jung, medico svizzero e allievo di Freud, supera la visione individuale del suo maestro, avanzando l’ipotesi dell’inconscio collettivo, che contempla la presenza di un sostrato spirituale comune a tutta l’umanità. Esso è costantemente operativo e mantiene in vita tutti i miti del passato, le immagini primordiali cariche di emozionalità, come tutti gli affanni e le inquietudini del genere umano. L’inconscio collettivo è composto da archetipi, ossia modelli di comportamento e di sostanza cui tutta l’umanità si riferisce. Per esempio, sono archetipi l’idea della madre, il viaggio, la casa, l’amore, il sé, l’ombra, il tempo, lo spazio, la delusione, l’attaccamento, la separazione, il lutto, e così via. Questi archetipi si incarnano nelle esperienze di tutti gli esseri umani, presenti, passati e futuri e sono espressione dell’inconscio collettivo, perché ogni essere umano sperimenta, per esempio, la relazione affettiva con la propria madre, con entrambi i genitori oppure con coloro che ne fanno le veci. Allo stesso modo, tutti noi sperimentiamo le separazioni, gli allontanamenti da coloro che amiamo, sia quando si presentano sotto forma di morte che quando si presentano come migrazioni.

Per esempio, l’archetipo della casa, ben rappresentato dall’idea del focolare domestico, è presente in tutti popoli della terra, perché disegna un vissuto umano che accomuna tutti quanti. Sia sotto forma di caverna, oppure di palafitta,di capanna, oppure di appartamento, la casa è un luogo sacro per ogni individuo, perché in essa si realizzano gli affetti più importanti della vita.

In un certo senso, questi archetipi sono però un poco misteriosi, perché secondo Jung sono innati e dunque inspiegabilmente presenti in tutti noi. Eppure, ogni tentativo di comprendere il funzionamento della mente umana e delle azioni che ne modulano la condotta, deve necessariamente tenere conto di questa zona di mistero antropologico che caratterizza la nostra specie. È proprio questa zona ad essere fonte di grandezza e miserie umane, di emozioni, sogni e timori, non sempre gestibili con facilità e che collegano l’oggi di ciascuno di noi al passato più remoto della nostra umanità.

Tutto ciò che si riferisce alle emozioni e agli affetti è anteriore alla ragione. Ogni tentativo checerchi diattribuire alla ragione un primato sulla parte più antica del nostro cervello, il sistema limbico, è in realtà arrogante velleità, perché non è possibile eludere il ruolo antropologico svolto da questa primigenia parte di cervello.

È come se fossimo in presenza di un paradosso, in nome del quale queste forze sotterranee, le emozioni e gli affetti, ci governano e, senza sapere esattamente come, invadono costantemente la nostra coscienza, la nostra attenzione e la nostra ragione. E spesso abbiamo la sensazione di essere attraversati da forze oscure e misteriose che si traducono in stati d’animo, umori e fantasie così forti che difficilmente possiamo rintracciare in comportamenti che definiremmo razionali.

È così complesso e talvolta difficile controllare queste correnti emozionali e affettive che ci risulta più agevole abbandonarci ad esse, e in questo non siamo poi così diversi dall’uomo delle caverne. Fortunatamente, con il passare dei millenni, la nostra specie ha lentamente elaborato la volontà, che si presenta particolarmente utile proprio in riferimento alla relazione amigdala/corteccia di cui stiamo parlando.

 

La volontà umana trova la sua massima espressione nella vita sociale, perché nella relazione con gli altri esseri umani nascono le regole sociali e quelle religiose. Fra i documenti più antichi che la storia dell’umanità ci ha tramandato, troviamo infatti la testimonianza di come la volontà abbia gradualmente stabilito la formazione di norme di interesse collettivo, proprio per dominare le emozioni più distruttive. A partire dal Codice di Hammurabi, passando per la filosofia buddista, incontrando la Bibbia, sino alla Dichiarazione dei diritti umani, prosegue il tentativo umano di regolamentare l’espressione primigenia emozionale e affettiva, proprio in nome dellavita digruppo. Questa necessità evolutiva coinvolge però ognuno di noi nella propria singolarità, perché essa dà ordine alla nostra vita.

Osservando i nostri comportamenti quotidiani, sembra di trovarci di fronte ad una umanità ancora lontana dall’aver compreso che le funzioni basilari della mente umana si riducono tutte ad una mente che ama mentre conosce e conosce mentre ama. Molti dei comportamenti umani attuali dimostrano il protagonismo biologico dell’amigdala, come se non riuscisse a comunicare conla ragione. Inrealtà, ogni forma di conoscenza prevede l’intervento costante delle emozioni e degli affetti, anzi questi prendono forma all’interno della ragione, durante il funzionamento della mente nella sua interezza.

Ci è capitato quasi certamente di avere le gambe che ci tremano, lo stomaco che va sottosopra, la voce che si rompe in singhiozzi, le lacrime che non si contengono, una sensazione di gelo che ci paralizza, oppure sentire la necessità di fare veri e propri salti di gioia. È davvero ampio l’elenco di immagini con il quale possiamo descrivere gli effetti delle nostre emozioni. La nostra voce, con la sua intensità e modulazione, i gesti e il corpo mettono in evidenza la forza del condizionamento emozionale. Eppure, per poter condurre una vita sociale, in gruppo, assieme a tutti gli altri, è necessario in qualche modo raggiungere un certo grado di controllo della nostra sostanza emozionale più profonda. Il fatto è che quasi sempre si confonde questo controllo con l’idea che le emozioni non debbano essere espresse, mentre controllare può anche voler dire canalizzare, indirizzare ed esprimere secondo criteri sociali e culturali accettabili la parte più profonda di noi stessi.

La nostra vita è una realtà decisamente complessa, indipendentemente da dove ci troviamo a viverla, al nord oppure al sud del mondo, ad Est oppure ad Ovest. Nulla di questo meraviglioso mondo ci viene proposto gratuitamente. Tutto ha un costo e un relativo beneficio. Costa la serenità interiore, come la sensazione di equilibrio che si prova alcune volte quando crediamo di essere in pace con noi stessi, come se avessimo effettivamente fatto, in quella situazione, tutto quello che potevamo fare.

La nostra specie necessita di molti anni di educazione per rendere operativo quel terreno di ricchezze interiori di cui è dotata ma che, se non è volontariamente e deliberatamente coltivato, appare solo come un lontano riflesso di ciò che è degnamente desiderabile.

Abraham Maslow, fondatore della cosiddetta psicologia umanista, nel trattare quelli che sono i bisogni delle persone disegna la sua famosa piramide, nella quale si evidenziano tutti i gradini evolutivi personali e culturali delle necessità umane.

 

La piramide dei bisogni di Maslow

 

La realizzazione di questa piramide dipende dalla capacità di mantenersi sempre in contatto con la parte interiore di se stessi e dall’opportunità che l’ambiente esterno agevoli questo contatto. Senza entrambe le condizioni, è decisamente difficile sentirci realizzati nella vita e, come ci ricorda Jung, possiamo invece diventare vittime della nostra anima, quella parte nascosta della nostra mente che non riesce ad esprimersi.

Siamo ancora lontani dal raggiungere questi obiettivi, perché, in linea generale, il modello di funzionamento umano, e la quota di realizzazione personale alla quale ognuno può pervenire, sono decisamente lontani da livelli accettabili. Sono molte le potenzialità individuali che si assopiscono di fronte ad emozioni negative che incoraggiano invece il mantenimento di una grigia vita vissuta nella mediocrità. Si assiste spesso a manifestazioni personali in cui tutto il proprio patrimonio energetico si sottomette ai capricciosi dettami della frustrazione, dell’ira che si nasconde dietro l’indignazione, oppure dietro ai sentimenti di colpa che oscurano la visione di un futuro possibile, delle paure che ostacolano i propri passi e dell’odio che avvelena i rapporti umani.

 

Le circostanze di vitasono però molto più fantasiose e ricche della nostra immaginazione, permettendoci di reagire in modo a volte non preventivato. Vi sono momenti in cui la ragione prende decisamente il sopravvento rispetto al flusso gratificante delle emozioni, e ci fa percorrere strade che, alla luce di un giusto discernimento, si rivelano migliori rispetto alla fatica che richiede il percorrerle.

D’altro canto, vi sono momenti in cui, invece, abbiamo avuto la sensazione di affidarci ad una specie di intuito che ci indicava quale via avremmo dovuto percorrere, senza una precisa e razionale convinzione circa quello che avremmo trovato in seguito.

In entrambi questi casi, i risultati possono essere tanto positivi quanto negativi, perché le condizioni che intervengono e che spesso non dipendono da noi possono agevolare od ostacolare il raggiungimento della meta. Certo, quello che in effetti accade nella maggioranza dei casi, è una vita che trascorre mescolando la ragione con il sentire, in una amalgama spesso inconscia e costantemente operativa.

I grandi progressi dell’umanità e della scienza devono tutto alla ragione, che sa orientare opportunamente ogni essere umano verso la scoperta di ciò che appare a prima vista insondabile. Ma questo è possibile solo se si accende anche il motore emozionale, legato a sua volta ad episodi della vita quotidiana che appaiono a prima vista poco importanti. Può bastare l’ascolto di una melodia, la vista di un quadro oppure di un poster, incrociare lo sguardo ironico di un passante per strada perché dentro di noi accada qualche cosa di inaspettato, improvvisamente nuovo.

Recentemente, preso dai pensieri della vita quotidiana e dalle metodiche per le prossime lezioni che avrei dovuto fare ai miei studenti, di fronte ad un sorriso di una signora seduta accanto a me, in attesa dell’imbarco del volo per Bari, mi sono ritrovato a considerare la bellezza di quel gesto. Un imprevisto e semplice cambiamento della sua espressione aveva procurato una serie di sentimenti positivi verso la mia fatica, tanto da illuminare la mia attesa aeroportuale con uno stimolante e generale benessere. Sembra un episodio da romanzo rosa, eppure è possibile che una situazione cosi apparentemente irrilevante conduca ad un cambiamento sostanziale dello stato generale mentale che si sta vivendo. È sufficiente il profumo di un capo appena lavato a darci la netta sensazione di igiene e ci predisponga al porre attenzione su come adeguatamente stenderlo perché si asciughi. È così che una sensazione di freschezza, che ci procura una leggera emozione di libertà, induce la mente a ragionare sull’atto seguente, ossia su come stendere il capo ad asciugare bene, affinché mantenga il profumo.

Bastano piccole cose, con il loro valore, come direbbe la mia amicaVanessa Seffer, perché un’intera giornata di lavoro si predisponga ad essere ben organizzata, come a farci capire che un atto emotivamente rilevante prolunghi il suo effetto ben oltre l’istante in cui si manifesta. Eh sì! Le emozioni, anche se durano relativamente poco, perché sono una alterazione di un equilibrio dinamico fra interno ed esterno di se stessi, hanno conseguenze che durano nel tempo. A volte, alcune cose, alcuni eventi, non sono sufficientemente percepiti e compresi come fondamentali per la formulazione di un pensiero. Eppure, il piacere e il bisogno di sentire che qualche cosa di positivo, dentro e fuori di noi, esista è spesso in grado di annullare ogni ambascia e solitudine.

 

Le emozioni principali sono otto, suddivise in quattro coppie:

  • La rabbia e la paura.
  • La tristezza e la gioia.
  • La sorpresa e l’attesa.
  • Il disgusto e l’accettazione.

Da queste emozioni, definite anche primarie, emergono quelle cosiddette secondarie, come: l’allegria, la vergogna, l’ansia, la speranza, il perdono, la nostalgia, l’offesa, e cosi via. Tutte assieme riempiono la nostra vita e ne condizionano diversi aspetti, come la scelta del partner, le amicizie cui ci leghiamo, la scelta della professione.

Tutto questo avviene perché siamo dotati sin dalla nascita di uno specifico programma emozionale, geneticamente stabilito, che si attiva in tutte le situazioni quotidiane e che favorisce l’adozione di specifici comportamenti in base all’ambiente in cui si vive.

Il passato che crediamo di lasciare dietro di noi, come se non avesse più a che fare con la nostra vita per il solo fatto che “è stato”, assieme all’educazione ricevuta e gli obiettivi che abbiamo raggiunto, costituiscono la base di quello che oggi siamo. Ma oltre a questo, in modo assai più impercettibile, inconscio, siamo il risultato di qualcosa che pur manifestandosi in tutte le nostre azioni e pensieri più razionali sembra essere lontano dalla nostra mente: il cuore, i sentimenti e le emozioni.

I significati più profondi delle nostre azioni, dei nostri progettidi vita, dei desideri e dei bisogni che esprimiamo continuamente, non sono il mero frutto di considerazioni razionali, asettiche e lontane dalle emozioni che la vita propone e spesso impone. La qualità della nostra partecipazione agli eventi della vita dipende tanto dalla dimensione prettamente logica del pensare quanto da quella emotiva, secondo una dinamica che è molto più confusa di quello che si crede. Anzi, direi che la mente ama in ogni sua manifestazione, senza creare la divisione che spesso la scienza vorrebbe fra ciò che si pensa e ciò che si sente.

Nella vita degli artisti, nelle persone cui il destino sembra aver riservato un ruolo speciale di guida per l’intera umanità, la fusione fra il cuore che sente e la mente che pensa è talmente evidente da apparire qualcosa di assolutamente originale. Eppure non è così, perché ogni persona si trova nelle condizioni di vivere con una mente che ama continuamente, anche quando crede di ragionare oggettivamente. Tutto quello che accade nella nostra mente è nello stesso tempo razionale ed emozionale, e tendo a credere che la sfera emozionale giochi un ruolo ancora più vincolante di quella razionale nella formazione dei pensieri. È come se il cuore avesse occhi con i quali vedere la vita e la mente avesse le mani per creare ciò che anticipatamente vedono gli occhi.

Non è sufficiente imporci un programma da seguire per essere certi di poterlo seguire. Non basta l’esercizio di atti di volontà per essere sicuri che raggiungeremo lo scopo prefissato. Vi è in ognuno di noi una voce interiore che guida la mente nel suo esercizio razionale, come se ogni persona fosse guidata nel proprio agire da una serie di imperativi creativi e ineffabili, senza dei quali non si sentirebbe di essere viva.

Cominciare a considerare la nostra mente come il risultato di questo funzionamento misto, ragione e cuore, significa comprendere che le nostre azioni non sono solo il risultato di calcoli di convenienza o meno di qualcosa, oppure il frutto di energie che devono misurarsi con situazioni indipendenti da noi.

Protagora ci dice che la misura di tutte le cose del mondo è l’uomo, di tutte le cose che sono come di quelle che non sono, e ciò significa che l’essere umano, pensando con il cuore e sentendo con la ragione, stabilisce la relazione d’amore con quello che conosce.

Alessandro Bertirotti

Author: Alessandro Bertirotti

Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Firenze, all'interno della quale è docente di Antropologia Culturale e della Mente. È stato docente presso i Corsi di formazione per l'Assessorato alla Sanità della Regione Toscana e nel 2009 ha partecipato come relatore al Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell'etica nell'umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l'Inserimento Lavorativo e l'emancipazione dei Diversamente Abili) con sede a Milano. Fa parte di Comitato Scientifico ed è direttore dell'area Antropologica Umanistica e Culturale del Centro Studi Internazionale Arkegos. Svolge inoltre attività di ricerca in Biomusicologia presso i Laboratori di Antropologia dell'Università degli Studi di Firenze. E' membro dell'International Institute for the Study of Man di Firenze, dell'A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropologiche), della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze ed è ideologo del Movimento Uomo Nuovo di Napoli. Dal 2009, partecipa continuativamente a format televisivi, come Antropologo della mente, presso le emittenti SKY e locali. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, curatore delle rubriche Biomusicologia e Psicologia e Musica, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line www.neuroscienze.net.

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1 Comment

  1. Articolo senz’altro molto bello. Condivido a pieno il fatto di ascoltare,valutare e potenziare l'”intelligenza emotiva” fin da piccoli.E’ un ottimo proposito e si avvicina sicuramente a quella che dovrebbe essere la “naturalità” dell’uomo, oggi troppo spesso soppressa da regole e schemi

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