Cervello Umano e Cervello Animale – parte II

Cervello Umano e Cervello Animale – parte II

ELOGIO DEL CUCCIOLO KIMI

Sull’ intelligenza e sul processo di apprendimento degli animali in generale, e del cane in particolare, importanza fondamentale assume la scoperta di Pavlov della “reazione condizionata”, cioè dei riflessi psichici. Con questa scoperta, consistente nell’apprendimento di un’associazione da parte del cane tra il suono di una campanella e la comparsa del cibo, aspettandosi il cibo ogni volta che sentiva la campanella, Pavlov diede la spinta allo sviluppo della moderna teoria dell’apprendimento e al movimento behavioristico in psicologia. Egli è perciò considerato lo studioso che dopo Freud ha maggiormente influenzato la psicologia contemporanea.
Gli esperimenti successivi di Tinkelpaugh mostrano che il cervello del primate si è evoluto per fissare “aspettative”. Molti scienziati poi hanno cercato di “decodificare” cosa dicono e cosa provano gli animali quando comunicano. Fin dai tempi di Darwin sappiamo che gli animali provano emozioni. Il cane che abbaia, il gatto che fa le fusa, o una scimmia che urla esprimono emozioni.
Il problema è sapere tuttavia se le nostre interpretazioni riflettono veramente le esperienze soggettive dell’animale. La paura ad esempio è uno stato emotivo che provano molti animali, forse a causa del ruolo “adattativo” nell’evitare i predatori e i rivali (Hagan).
Diversamente dagli esseri umani e dalle scimmie, i topi non possiedono un’espressione del viso tipica della paura. Rispondono immobilizzandosi. Nel processo di addomesticamento, gli animali devono perdere sia la paura degli uomini sia la propria tendenza a essere aggressivi. Osservando gli animali addomesticati come i cani, i gatti e molti animali che vivono nelle fattorie, è emersa una generale riduzione dell’aggressività.

I cani sono creature giocose e nel corso dell’evoluzione hanno utilizzato gesti ludici che guidano il gioco, compresi gli inviti a giocare e il segnale che l’intenzione è amichevole e non aggressiva.
La fiorente ricerca sulla lettura della mente negli animali presenta in proposito un quadro sempre più simile ai comportamenti dei bambini. Esistono analogie sorprendenti nel modo in cui gli animali elaborano come i bambini le azioni e le emozioni.
Cani e uccelli e le specie più vicine come le scimmie mostrano un’attenzione condivisa, una lettura degli scopi e delle intenzioni, nonché dell’uso della vista per tracciare inferenze sulla conoscenza.

L’INTELLIGENZA DEL CANE

Sono stati riscontrati comportamenti intelligenti negli animali, anche se non possono essere assimilati a quelli dell’uomo.
Nelle sue ricerche sui cani, Stanley Coren collega i comportamenti intelligenti dei cani alla lunga convivenza con l’uomo, cioè ad una forma di adattamento funzionale del cane all’uomo.
Si riconosce che forme di ragionamento elementare sono presenti in altri esseri viventi non umani e che forme di comunicazione sono ugualmente presenti in altri esseri viventi non umani. Da ricerche effettuate e da osservazioni empiriche si hanno riscontri precisi su comportamenti, circa intelligenti, diffusi un po’ dovunque nel mondo animale. Questi comportamenti presuppongono una qualche forma di attività da parte di un organo cerebrale che nell’uomo assume il nome di mente.
Oggi, la concezione di molti autori è orientata sulle simmetrie esistenti tra gli esseri viventi più che sulle asimmetrie. Tutti i processi di vita vengono, infatti, assunti come il risultato dell’evoluzione. La quale ha interessato tutti gli esseri del mondo, una linea di continuità che lega e attraversa tutti gli esseri viventi.
Riconoscere tuttavia comportamenti tipicamente “umani” nel mondo animale non deve significare misconoscere ciò che costituisce lo specifico dell’essere dell’uomo. La differenza tra gli esseri del mondo animale è determinata dalla presenza nell’uomo della capacità di pensare e parlare. Capacità che è all’origine del passaggio dell’uomo dall’animalità all’umanità. Una condizione assente nel mondo animale non umano o, se presente, del tutto diversa quanto a modalità di espressione e di apprendimento.
Esistono poi anche notevoli differenze comportamentali e intellettive tra le diverse razze di cani. Alcuni reperti ossei inoltre rinvenuti negli Usa indicano che la convivenza tra umani e cani risale a circa 11 mila anni orsono.
Sussistono diversi livelli di intelligenza nei cani. Coren suddivide l’intelligenza canina in tre categorie: quella istintiva, che il cane possiede dalla nascita; quella di adattamento, che dipende dalla capacità di imparare dall’ambiente e quella di ubbidienza, che è l’equivalente dell’apprendimento scolastico. Esiste anche un altro livello di intelligenza nei cani: la loro abilità a farsi capire e a capirci.
Che cosa si intende per intelligenza?
Invero, c’è una sterminata letteratura in materia di intelligenza. In questa sede, diciamo che per intelligenza noi intendiamo la facoltà di comprendere prontamente, ovvero l’atto di capire, distinguere e risolvere problemi.
Il primo a porsi il problema sull’intelligenza dei cani fu Aristotele, il quale sosteneva che essi differiscono dall’uomo solo nel grado di possesso delle doti mentali, ammettendone così l’intelligenza. Il filosofo greco descrisse fra l’altro il comportamento alimentare delle api e il comportamento riproduttivo dei cefalopodi.

Darwin ha sostenuto che “i sensi e le intuizioni, le varie emozioni e facoltà delle quali l’uomo va fiero, come amore, memoria, attenzione, curiosità, imitazione, ragione eccetera possono essere riscontrate in una fase incipiente e talora persino sviluppata negli animali inferiori”.
Secondo alcuni ricercatori, l’intelligenza del cane non è altro che un insieme di abilità mentali primarie ciascuna delle quali viene considerata come una facoltà a se stante.
Lo psicologo Howard Gardner, a sua volta, distingue sette intelligenze di cui alcune sono possedute anche dal cane.
L’intelligenza spaziale, che consiste nella capacità di avere presente l’organizzazione di quanto ci circonda, come ad esempio, il luogo in cui si trovano gli oggetti o la distanza fra due punti. Il cane sa localizzare oggetti, evitare luoghi pericolosi, trovare la via più breve verso la cuccia, aprire un chiavistello, rammentare dove si trova il suo giocattolo o il guinzaglio.
L’intelligenza corporeo-cinestetica. Corrisponde alla capacità di muovere il corpo in risposta alle varie situazioni: scrivere, fare sport, cacciare o per quanto riguarda il
cane, entrare nei cespugli, salire sulle scale a pioli, partecipare a gare di agilità, ecc.
L’intelligenza interpersonale: svolge determinati compiti o ruoli, come per esempio quello di capobranco. Essa si rivela anche quando il cane inizia a socializzare con altri o tenta di comunicare i propri bisogni.
L’intelligenza linguistica. Quando si chiama il cane o gli si dà determinati ordini ci accorgiamo che il nostro cucciolo possiede proprio tale capacità linguistica. Il cane poi riconosce il linguaggio del corpo anche in relazione alle emozioni e alle diverse situazioni sociali. Di fronte a un individuo arrabbiato, si mette quieto o addirittura se ne va.
Le ricerche hanno dimostrato inoltre che le capacità mentali dei cani equivalgono a quelle di un bambino di 2-2,5 anni. I più intelligenti sono considerati i Border Collie, al secondo posto c’è il barboncino e solo al terzo posto il pastore tedesco. Il Doberman occupa la quinta posizione, mentre al Labrador viene assegnato il settimo posto.
I cani possono imparare 165 parole, sono capaci di cantare e di imbrogliare deliberatamente i loro simili e gli umani.
Essi si interessano a quello che pensano gli uomini, sono capaci di osservare un individuo, prestando attenzione a dove sta guardando (Hare). I cani infine hanno senza dubbio capacità sociali migliori di altri animali e sono in grado di capire gli sguardi meglio degli scimpanzé.
“Non saranno Einstein, ma- scrive Stanley Coren- sono di sicuro molto più del previsto simile a noi”. Vale a questo punto anche l’aforisma: “Più conosco gli uomini, più amo i cani” (M.de Savignè).

Dai tempi della domesticazione, il cane ha servito l’uomo, mettendogli al servizio le sue innumerevoli doti fisiche, psichiche e soprattutto la fedeltà, che rimane un po’ il tratto caratteristico di questa specie.
Il più antico caso di domesticazione degli animali che si conosca risale a oltre 10 mila anni fa, quando resti umani e di cane compaiono per la prima volta nello stesso luogo di sepoltura. La domesticazione presenta una serie di caratteristiche come tendenza ad avere orecchie più flosce, il pelo ondulato o riccio e la coda più corta dei loro simili selvatici. Un’altra sua rilevante conseguenza è la diminuzione delle dimensioni del cervello.

Tutte le questioni esaminate nel presente lavoro confermano dunque che nella ricostruzione del cammino percorso negli ultimi anni le neuroscienze ci forniscono risposte chiare e convincenti, comunque scientificamente verificabili.
Così, sappiamo che ogni animale, come ogni essere umano, ha una sua personalità. Una scoperta sensazionale è che non solo gli animali presentano tratti individuali nel comportamento, ma le variabili caratteriali nel tempo possono mutare. Si assume inoltre che le caratteristiche di personalità- l’individualità- sono modellate e rimodellate da fattori poligenici, dallo sviluppo e dall’esperienza e costituiscono altresì una condizione essenziale per la sopravvivenza di ciascuna specie (Aamodt e Wang).

LEGAME DI COPPIA

Riguardo all’amore e al sesso negli animali, gli studiosi parlano di “legame di coppia”, non di amore. Una ricerca tuttavia ha scoperto che l’arvicola della prateria, un piccolo roditore, rimane con lo stesso compagno tutta la vita. Un fatto inconsueto, poiché solo il 3-5 per cento dei mammiferi è monogamo. Entrambi i genitori si occupano della prole e quando un’arvicola rimane sola, di solito rifiuta di prendere un altro compagno.
Il legame di coppia è controllato da due neurotrasmettitori, l’ossitocina e la vasopressina, e si forma anche per mezzo dell’apprendimento condizionato, come ad esempio l’odore del partner. Esistono poi evidenze che mostrano come gli stessi circuiti neurali coinvolti nella creazione del rapporto di coppia siano alla base anche dell’attaccamento delle madri ai figli. Per il legame tra madre e figlio è, infatti, necessaria l’ossitocina.
Le scoperte in questo campo rivelano che oltre all’ossitocina anche i circuiti cerebrali della gratificazione sono elementi importanti sia per il legame di coppia sia nell’innamoramento. Secondo gli studi di Insel sembra che anche le pecore abbiano bisogno di ossitocina per formare l’attaccamento fra madre e prole, mentre i topi no. Fra gli scimpanzé, i legami di coppia sono sconosciuti probabilmente perché le regioni del loro cervello contengono meno recettori per l’ossitocina.
Nel 1992 William Jankowiak studiò 168 diverse culture etnografiche e non trovò nessuna che non conoscesse “l’amore romantico”. Queste ricerche confermano in sostanza quanto sostenuto da William Janes, e cioè che l’amore sia un istinto evoluto per selezione naturale e faccia parte del patrimonio della nostra specie proprio come “il possesso di quattro arti e di una mano con cinque dita”. I dati della ricerca poi provano che sebbene la poligamia sia ammessa nella maggior parte delle società, a prevalere siano le relazioni monogame, e nel fatto che gli esseri umani praticano “cure parentali”.
Nella ricerca delle differenze sessuali le più studiate sono quelle che hanno a che fare con la formazione della coppia. Sono emerse molte somiglianze. Entrambi i sessi desideravano partner intelligenti, onesti, degni di fiducia e cooperativi. Ma sono emerse anche alcune differenze. Le donne preferivano uomini più vecchi di loro, ambiziosi e con uno status alto. Agli uomini piacevano donne belle, giovani e fedeli. Questi studi provano che le somiglianze e le differenze fra i sessi siano universali (Buss). In una indagine sui fattori che determinano il comportamento sessuale negli esseri umani e negli animali, lo psicologo Diamond ha rilevato che i ruoli sessuali non sono il frutto di esperienze precoci, come sostenuto dal suo collega Money, ma innati. “Il più grande organo sessuale si trova- sostiene Diamond- in mezzo alle orecchie e non fra le gambe”. Nello storico e dibattuto confitto eredità-ambiente, la nostra concezione è per il superamento di entrambe le posizioni. Noi sosteniamo che l’identità sessuale è determinata sia da influenze ambientali e socio-culturali che da una base innata, istintiva, genetica.
Il comportamento sessuale è controllato dall’ipotalamo, un’area del cervello importante anche per altre funzioni fondamentali come mangiare, bere e regolare la temperatura corporea. Sembra inoltre che l’attivazione del comportamento sessuale in età adulta dipenda dal testosterone, l’ormone associato alla libido sia nei maschi che nelle femmine, nonché da tutta una serie di modelli comportamentali e di rapporti sociali.
Una ricerca effettuata da scienziati olandesi ha studiato l’attività del cervello durante l’orgasmo con i metodi di neuro imaging. Si è scoperto che in entrambi i sessi durante l’orgasmo si attivava il sistema di gratificazione del cervello e aumentava l’attività nel cervelletto, che di recente è stato collegato “all’eccitazione emotiva e alla sorpresa sensoriale” (Aamodt e Wang).

PET THERAPY. IL CANE COME REGOLATORE EMOTIVO E TERAPEUTA

Oggetto di amore e di coccole, il cane da sempre si è dimostrato un prezioso collaboratore dell’uomo. Il cane da pastore, il cane guida per non vedenti, il cane poliziotto, il cane da caccia: tutti questi comportamenti forniscono un grande contributo di sostegno e di aiuto, carico di valori e di significati morali. Si realizza in sostanza una straordinaria relazione di fiducia, di comunicazione e di scambio.
In questo senso, è riduttiva l’idea che il cane sia semplicemente “condizionato” secondo lo schema stimolo-risposta (S-R). E’ stato, infatti, dimostrato che il cane- ma così anche altri animali domestici- è in grado di rispondere ai gesti e, come abbiamo già detto, allo sguardo dell’uomo.
Dobbiamo perciò guardare al cane non secondo una prospettiva meccanicistica, ma- afferma Alva Noe- come a un “essere pensante”, cioè a un essere dotato di “mentalità” (almeno) primitiva, in grado di modellare sentimenti e pensieri.
Più recentemente infine ha preso forma assieme ad altri animali quel tipo di aiuto indirizzato ad anziani, malati, disabili e bambini, che la scienza ha denominato “pet therapy”, la terapia attraverso il contatto con il cane. Che trasmette, come abbiamo già in precedenza sostenuto, emozioni, stimola il sorriso, invita al gioco. Soprattutto, il cane dà affetto, induce sedazione neuromotoria, calma, tranquillità interiore. Tutti fattori che hanno effetti benefici sia sul piano biologico che su quello mentale, potendo così contrastare stati di ansia, irrequietezza, depressioni, stress e i molteplici malesseri indotti dalla vita quotidiana. E’ stato accertato che soggetti con problemi psichiatrici spesso sperimentano un sollievo sintomatico dopo aver preso un cucciolo. Molti psicoterapeuti impiegano i cani per aiutare i loro pazienti ad ottenere forme di rilassamento e sedazione.
Il cane così viene ad assumere il valore sbalorditivo di “regolatore psico-emotivo”, nonché la stupefacente funzione di un perfetto terapeuta. In pratica, cosa succede nel nostro cervello? Succede che vengono attivati centri neurali, i quali possono produrre un accrescimento dei livelli di dopamina, serotonina, ossitocina ed endorfine. Queste sostanze creano un senso di benessere e di euforia. Il loro impatto psico-emotivo sull’essere umano e sul cane, da un lato comporta l’inibizione dell’attivazione dell’amigdala, un’area chiave dei circuiti dell’ansia e della paura. Dall’altro, ci fa sentire calmi, sicuri e felici. E meno ansiosi e in allerta.
Si determina una condizione emozionale, che modella le nostre esperienze di legame e il nostro vissuto esistenziale, promuovendo un profondo senso di sicurezza e contribuendo a generare stati psicologici e mentali positivi.
Ricerche di laboratorio hanno portato alla scoperta che negli animali il sistema degli oppioidi modula il richiamo di dolore, il processo di attaccamento di madre e figlio, il gioco, il “grooming”, il comportamento di affiliazione e l’eccitazione sessuale (Vanderschuren et al.). Quando i primati si avvicinano per fare amicizia, “grooming” o per gioco, i livelli delle endorfine aumentano (Keverne).
Le sensazioni di tristezza, disagio e ansia avvertite dalle madri quando sono separate dal proprio neonato sono provocate in gran parte dal rapido crollo del livello delle endorfine innescate dalla separazione. La quale produce anche nel neonato una diminuzione del livello delle endorfine, uno stato di ansia e un’esperienza di sofferenza e malessere. I cuccioli separati dalla madre strillano o emettono richiami di sofferenza o di disagio, accrescendo la reattività comportamentale allo stress. Il quale viene accertato attraverso la valutazione del livello di cortisolo. Da adulti, questi animali presentano chiari sintomi di disturbi comportamentali.
Non vi è niente capace inoltre di attirare l’interesse de bambino come un cucciolo di cane amichevole. Come affettuoso animale domestico, il cane ha il grande dono di influire sui nostri stati mentali soggettivi, sulle nostre emozioni e sulla nostra salute fisica.

L’amore, l’affetto, non è prendere il latte dal seno materno: è qualcosa di innato.

Come improvvisi raggi di sole riescono a squarciare il buio di un cielo piovoso, così la presenza di un cane riesce a illuminare le tenebre dell’anima e la sofferenza di tanti esseri umani verso condizioni più umane e umanizzate, ammantate da raggi di serenità, di gioia e di felicità.
Questa è la grande, incommensurabile essenza affettiva, emozionale e “curativa” che il nostro cucciolo riesce ad esprimere. Un dono fenomenale elargito dalla Providenza all’umanità.
Se sapessero (rectius: avessero la capacità), ci piace ribadire il concetto, in minima parte “imitare” e apprendere dall’indole meravigliosa di inesauribile amore, di affetto e di lealtà che il nostro cane sa sempre e in ogni occasione sprigionare, gli esseri umani vivrebbero bene, vivrebbero meglio, vivrebbero più a lungo. E in pace con se stessi e con gli altri…
E lo chiami “cane”? E lo chiami “homo sapiens sapiens”? “Ma mi facci il piacere”! direbbe il grande Totò.

CONCLUSIONI

Nel XVII secolo Cartesio, iniziatore del razionalismo moderno, stabilì che solo l’uomo è un essere razionale, ponendo come principio del sapere il “cogito ergo sum”, cioè la certezza del proprio pensiero e della propria esistenza. Decretò poi un netto dualismo tra pensiero -“res cogitans”- e materia- “res extensa”. Gli animali, per il filosofo francese, non agiscono “per conoscenza, ma soltanto per la disposizione dei loro organi”.
Dopo Cartesio, diversi autori cominciarono a riconoscere al cervello animale capacità di ragione e pensiero. Lo psicologo George Romanes elogiò l’intelligenza degli animali da compagnia, portando come esempio cani capaci di togliere il chiavistello a una porta e gatti che parevano capire i propri padroni. Egli riteneva che l’unica spiegazione del loro comportamento fosse una scelta “consapevole”. Approfondendo la materia, si spinse oltre, fino a sostenere che ogni specie animale avesse una mente simile a quella umana, solo “congelata” a uno stadio equivalente a una particolare età dell’infanzia. Secondo Romanes uno scimpanzé aveva la mente di un preadolescente e un cane era l’equivalente mentale di un bambino più piccolo. Queste idee risentono della mancanza di ricerche approfondite e di dati sperimentali, i quali non ci permettono di esprimere valutazioni attendibili sul mondo degli animali.

In psicologia il “mentalismo” viene smantellato e si afferma una nuova concezione, il comportamentismo (behaviorismo). La quale ritiene il comportamento esteriore dell’individuo il solo possibile oggetto di studio scientifico, escludendo ogni ricorso a eventi interni inosservabili.
Il behaviorismo, che ha dominato, soprattutto negli Stati Uniti, la scena della psicologia sperimentale per quasi tutta la metà del secolo scorso, ha cercato disperatamente di comprendere il comportamento umano e quello animale senza utilizzare in nessuna occasione il concetto di mente. Ma proponendosi di sviluppare i principi del positivismo e della ricerca scientifica sulla base degli studi del condizionamento degli animali che il fisiologo Pavlov effettuò nel suo laboratorio. Le ricerche sugli animali vengono poi estese dallo psicologo Watson all’uomo e la ricerca di obiettività lo portò a trascurare quello che avviene a livello della coscienza. Il comportamento animale- afferma lo psicologo Edward Thorndike- è inconscio, automatico e riflesso. Gli animali non pensano, non riflettono e non ragionano. Essi rispondono (R) semplicemente allo stimolo (S) che ha dato luogo a una determinata azione. La teoria del behaviorismo, soprattutto con Skinner, applicherà gli stessi concetti anche agli esseri umani.
Secondo i comportamentisti, la mente è una “scatola nera” nella quale non vale “la pena mettere il naso” (Boncinelli). La conclusione è che il comportamento è dovuto al condizionamento.

Ci sono invece autori che ritengono che le basi teoriche del comportamentismo siano sbagliate e che non sia possibile comprendere i meccanismi del cervello e della mente senza mettere il naso dentro la scatola nera. Secondo questi autori, la mente esiste, ha suoi contenuti e proprietà, e il primo scopo della ricerca neuro scientifica è quello di sviscerare il complesso di tali elementi.
E’ una linea di pensiero che come reazione al comportamentismo, che domina fino agli inizi degli anni ’60, comincia a imporsi intorno agli anni ’70, dando origine a quella scuola di pensiero che è stata chiamata “cognitivismo”, e che apre un nuovo capitolo nello studio sul cervello e la mente, quello delle neuroscienze cognitive.
Per “Scienze cognitive” intendiamo quegli studi sulle funzioni del cervello e della mente che non si esauriscono nello studio fisiologico del cervello, ma anzi propugnano la necessità di considerare la mente come entità da esaminare in maniera autonoma.
In pratica, il cognitivismo sostiene a) l’idea che la scienza del cervello non può ignorare l’architettura interna dei processi cognitivi; b) l’identità tra eventi mentali ed eventi cerebrali. La psicologia quindi è riducibile alla neurobiologia.

Un notevole contributo al cambiamento di prospettive in materia è fornito dallo studio sulle scimmie condotto da Jane Goodall nel 1986 sulle rive del lago Tanganica. Dalle sue osservazioni, le scimmie appaiono non più come “automi goffi e primitivi incapaci di elevarsi allo status di persone, ma creatura con una vita sociale complessa e sofisticata come la nostra”.
Ricerche successive dimostrano che l’uomo non è l’unico essere capace di fabbricare e usare strumenti, di avere una cultura e di possedere un linguaggio. Gli scimpanzé sono in grado di preparare strumenti per estrarre, ad esempio, le termiti dai loro nidi o strizzare le foglie per ottenere l’acqua da bere. Sono anche capaci di insegnare ai loro piccoli a rompere le noci, percuotendole con martelli di legno su una pietra.
Per la loro sopravvivenza- scrive de Vaal- gli scimpanzé “dipendono interamente dalla cultura. In Africa, infatti, sono note più di cinquanta forme di tradizioni culturali di apprendimento. Essi hanno un vocabolario con cui riferirsi a predatori e uccelli diversi. Le scimmie antropomorfe e i pappagalli riescono ad apprendere “lessici simbolici molto ampi” (Ridley).
Verso la fine degli anni Settanta, Martin Seligman sviluppa il fondamentale concetto di “predisposizione innata all’apprendimento” come ad esempio aver paura dei serpenti Che è un comportamento sia umano che un comportamento osservato negli animali. E’ il contrario dell’imprinting. In quest’ultimo, il piccolo di oca si fissa sul primo oggetto in movimento che incontra, non importa se si tratti della madre o di un individuo con la barba.
Si ritiene poi che gli scimpanzé abbiano una “teoria della mente”, cioè che siano capaci di immaginare ciò che pensa un suo simile (Call). Dall’esame della Goodall e in esperimenti condotti di recente è emerso che non siamo gli unici al mondo a possedere coscienza e capacità di agire, poiché le scimmie e perfino i babbuini “hanno eseguito compiti di discriminazione al computer con una competenza tale da dimostrare capacità di ragionamento astratto (Malik). Circa la complessa, difficile e delicata questione della coscienza, ricordiamo che già Darwin aveva affermato la tesi dell’esistenza anche in altri animali di una forma di consapevolezza, sebbene in forma primitiva.
Per alcuni scienziati, la differenza che passa tra la mente dell’uomo e la mente degli animali più elevati è “differenza solo di grado e non di qualità” (Ridley). E’ quantitativa e non qualitativa. “Intuizioni, emozioni e facoltà come l’amore, la memoria, l’attenzione, la curiosità, l’imitazione, la ragione, di cui l’uomo va fiero, si possono trovare, per Darwin, in una condizione incipiente o talora anche ben sviluppata negli animali”. Ovunque si guardi- aggiunge Ridley- si riscontrano “somiglianze” tra il nostro comportamento e quello degli animali”.
Ed allora, che cosa noi uomini siamo? Simili o diversi dalle antropomorfe? Entrambe le cose. A prevalere probabilmente non sono né la somiglianza né la differenza. Queste “coesistono”. Dobbiamo dunque abbandonare “la strana segregazione degli esseri umani dai loro simili” (Midgley).
In realtà, la soluzione alla discussione sulla unicità e sulla natura eccezionale dell’uomo, in cui le posizioni oscillano tra la somiglianza sostenuta da Darwin e la differenza affermata da Cartesio, è destinata a prolungarsi. In un esperimento effettuato dall’équipe di Allan Wilson nel 1975 a Berkley per trovare le differenze genetiche fra esseri umani e scimmie risultò che era impossibile trovare differenze, perché il DNA degli esseri umani e quello degli scimpanzé era sorprendentemente simile: quasi il 99,9 per cento del DNA umano era identico a quello dello scimpanzé. La somiglianza era “più eccitante”- commenta Ridley- della differenza”. Una somiglianza stupefacente. Ancora più fantastico e sconvolgente fu la scoperta di alcuni ricercatori di Yale nel 1984 che il DNA dello scimpanzé era “più simile a quello umano che a quello del gorilla” (Sibley e Ahlquitt). Gli scienziati calcolano che i geni umani siano circa 25 mila. Poiché l’1,5 per cento di 25 mila è 375, ne deriva che l’uomo possiede 375 geni differenti unicamente umani. Gli altri 24625 geni sarebbero identici negli esseri umani e negli scimpanzé.

I cani in particolare presentano diversi tipi di comportamento. Il nome stesso delle razze- cani da punta, cani da ferma, da pastore, da combattimento (bulldog)- indica che ciascuna di esse presenta alcuni istinti (innati) per i quali è stata selezionata. L’ereditarietà del comportamento nei cani è un concetto ormai convalidato dagli scienziati. Un cane da caccia non può essere addestrato a difendere il bestiame, così come non si può insegnare a un cane da guardia a fare il pastore.
I cani sono cuccioli di lupo, che ne hanno conservato alcuni elementi comportamentali (Ginsburg e Scott). E’ stato il processo della domesticazione che ha portato il lupo a dare origine al cane. Il lupo tende l’agguato alla preda, la insegue, la ghermisce, la uccide e la fa a pezzi, che poi porta alla tana. Così, i collie e i cani da punta sono “bloccati” allo stadio dell’agguato; i cani da riporto allo stadio del trasporto della preda e i pitbull in quello del morso letale. Ciascuno di essi è un insieme di diversi fattori riscontrabili nei cuccioli di lupo.
Il fatto che le varie razze presentino “comportamenti specifici- scrive Budiansky- è inconfutabile”. Questo dimostra che i loro comportamenti sono codificati nei geni. Esperimenti condotti in laboratorio, infatti, hanno portato alla scoperta del legame tra geni e comportamento (Ginsburg). Ricerche con i cani hanno mostrato che la simulazione del combattimento è controllata da due geni che regolano la soglia dell’aggressività (Konner).
I geni tuttavia vanno trattati alla stregua delle altre cause. Gli effetti dei geni e dell’ambiente non sono separabili. Il cervello e la mente appaiono “emergere” in modo imprevedibile dal processo di sviluppo (Schffner). E lo sviluppo sembra “adeguarsi” all’ambiente.

Oggi, la ricerca sul cervello umano e sul cervello animale è al centro dell’interesse di numerosi neuroscienziati, che in ogni parte del mondo cercano di rispondere ad una delle maggiori sfide dell’umanità, fornendo come abbiamo mostrato nel corso del presente lavoro i primi stupefacenti risultati.
Gli scienziati cercano proprio negli animali le risposte ai misteri del cervello umano. Studiando gli animali possiamo capire come funzionano i meccanismi neurali e come ha avuto inizio l’attività riproduttiva e come agisce.
Gli esseri umani sono animali. Platone definiva l’uomo un animale bipede privo di piume. Da un punto di vista genetico sono “pressoché identici agli scimpanzé, ai topi e ai vermi” (Steve Jones). Gli studi genetici sul piccolo insetto “Drosophila” e gli studi neurobiologici condotti sulla lumaca di mare “Aplysia” dal premio Nobel per la medicina, Eric R. Kandel, hanno gettato nuova luce sulla comprensione del cervello umano, sulle malattie ereditarie, sull’apprendimento e la memoria.
Il comportamento animale sembra riecheggiare il nostro. L’uomo però è l’unico animale ad arrossire e a vergognarsi. Ed è pure- rileva Mark Twain- l’unico “che ne ha bisogno”.
Lo scopo del nostro lavoro è proprio quello di contribuire alla conoscenza del cervello e della mente, la quale finora ha prodotto incredibili progressi, che sono destinati a “rivoluzionare” non solo la medicina, ma anche il nostro stesso modo di vivere e di pensare.
Il cervello e il sapere scientifico tuttavia sono una lama a doppio taglio (cfr. l’epigramma nella prima pagina). Possono essere usati per propositi nobili o per propositi meschini, personali o ignobili. Di qui, l’esigenza avvertita da noi e da altri autori, fra i quali Kandel, di un nuovo umanesimo, il cui fine è quello di realizzare il benessere mentale e fisico della persona, che è il motore che traina l’evoluzione della civiltà. Una civiltà più umana e umanizzante. Che possa affermare il primato dell’empatia, della solidarietà e del bene rispetto all’egoismo e alla malvagità.
Un prezioso contributo alla costruzione di questo processo può essere offerto dalla capacità dell’essere umano di riuscire a conoscere, apprendere e tesaurizzare lo straordinario dono di affezione, dedizione e tenerezza del nostro cucciolo. Sentimenti che purtroppo non albergano in tutti gli uomini. In molti prevalgono l’odio e il rancore, l’insensibilità e un’arrogante ignoranza.
Di recente, uno scrittore si domandava: “Solo l’arte ci salverà?”. Noi in questa sede ci chiediamo: “Solo l’affetto, il bene e la devozione che riusciremmo a trarre dal nostro cucciolo ci salveranno?”. Chi può dubitare della dimensione salvifica della nascita di questo nuovo umanesimo? Da dove partire? Dai primi anni di vita del bambino. In famiglia e a scuola. Sono momenti fondamentali in quanto determinano lo sviluppo normale o patologico dell’essere umano. Chissà che una tale evoluzione non riuscirebbe a confutare l’idea espressa in un libro da Gilbert e Sullivan: “L’uomo è l’unico errore di Madre Natura”.

[box type=”info”] foto: http://www.idffy.it/site_200/ fstore/home_dirs/390600007019/ Image/4757721-attiva-cervello-umano.jpg[/box]

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Guido Brunetti

Guido Brunetti vive e lavora a Roma. Ha tenuto lezioni nelle Università di Roma, Lecce e Salerno. Ha esercitato attività sanitaria nella cura delle malattie mentali come libero professionista e presso istituzioni pubbliche e private. Ha svolto altresì attività nel Ministero di Grazia e Giustizia, Tribunale di Roma e Presidenza del Consiglio dei Ministri.
E’ autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche che spaziano nei più diversi campi delle neuroscieze, della psichiatria e della psicoanalisi. Il professor Raffaello Vizioli, neuroscienziato di fama mondiale, ha definito Brunetti un “umanista- scienziato” e uno “scrittore completo”. Un altro scienziato, Edoardo Boncinelli, ha dichiarato che Brunetti “è uno dei pochi autori capaci di scrivere un libro sul cervello, la mente e la coscienza”.
Collabora alla “Rivista di psichiatria” e a “Formazione psichiatrica”.

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