Memoria implicita e inconscio

Oggi  le neuroscienze sono in grado di offrire un substrato anatomo-funzionale ad alcune funzioni che costituiscono i cardini intorno ai quali ruota la teoria psicoanalitica della mente.

In questo contesto, è di primaria importanza il concetto di inconscio in rapporto alla memoria e al lavoro del sogno così come quello di inconscio in rapporto alle funzioni della coscienza.

Dunque, la psicoanalisi, oggi, non può non tener conto dei grandi progressi che le neuroscienze sperimentali e cliniche hanno fatto in questi ultimi 30 anni, contribuendo a chiarire il linguaggio dei neuroni e le capacità plastiche del cervello, che hanno un ruolo fondamentale nei processi che riguardano le funzioni di base della mente umana.

Allora ci si chiede quale ruolo giochi, in questo scenario, l’ inconscio e, dunque, la psicoanalisi?

Gran parte della nostra vita mentale, infatti, non è cosciente, come dimostra la psicologia della seconda metà del Novecento, che è in larghissima parte una psicologia di processi mentali non coscienti, confermando in qualche modo l’intuizione di Freud.

Memoria e inconscio si sono rivelate due funzioni della mente inseparabili l’una dall’altra: la memoria, infatti, è il luogo del nostro inconscio, come aveva già intuito Freud nel 1912.

Le ricerche neuroscientifiche sulla memoria possono, quindi, fornire un contributo significativo alla conoscenza delle funzioni inconsce della mente.

In particolare, le neuroscienze sono in grado, oggi, di individuare quelle strutture corticali e sottocorticali indispensabili per la memoria e possono quindi offrire indirettamente ipotesi sulla organizzazione anatomofunzionale dell’inconscio.

Le neuroscienze hanno scoperto in questi ultimi anni che nel nostro cervello opera un doppio sistema della memoria: il sistema della memoria esplicita o dichiarativa e il sistema della memoria implicita o non dichiarativa (Squire, 1994; Schacter, 1996).

La prima può essere evocata coscientemente e verbalizzata; concerne la propria autobiografia e rende possibile, attraverso il ricordo, un processo ricostruttivo della propria storia personale; è una funzione indispensabile perché il processo della rimozione possa avere luogo e necessita dell’integrità del lobo temporale mediale, delle aree orbito-frontali e dell’ippocampo bilateralmente.

La memoria implicita, per contro, non è cosciente né verbalizzabile; non ha bisogno delle strutture cerebrali suddette e coinvolge, oltre all’amigdala, aree temporo-parieto-occipitali dell’emisfero destro (almeno riguardo alla parola), nuclei della base e strutture cerebellari; infine, non permette il ricordo (Scachter 1996).

Le dimensioni della memoria implicita che più interessano la psicoanalisi sono:

– quella procedurale

– quella emozionale ed affettiva,

in quanto caratterizzano le prime relazioni del bambino con la madre e partecipano all’organizzazione del suo Sé (Stern, 1985).

Il contatto fisico con la madre, infatti, stimola emozioni e veicola affetti che costituiranno elementi centrali di un apprendimento relazionale depositati nella memoria implicita del neonato.

E’ in questa fase presimbolica e preverbale che si inserisce il problema del “trauma relazionale” precoce che condizionerà la vita affettiva, emozionale, cognitiva e sessuale del bambino anche quando sarà adulto (Stern 1998).

Non solo esperienze ed emozioni positive ma anche frustrazioni e delusioni si depositeranno nella sua memoria implicita preverbale e presimbolica e costituiranno

gli elementi strutturali di un nucleo inconscio del Sé non rimosso (Mancia, 2003; 2004).

Queste esperienze non possono, infatti, essere sottoposte al meccanismo della rimozione, dal momento che le strutture della memoria esplicita indispensabili per il processo di rimozione non sono mature prima dei 2-3 anni di vita (Siegel, 1999).

Questo concetto di inconscio non rimosso è molto diverso da quello descritto da Freud nel 1923, in cui una parte dell’Io è inconscia come derivazione dall’Es ad opera della realtà esterna attraverso il sistema percezione-coscienza (P-C): esso è il risultato di una archiviazione nella memoria implicita di esperienze, fantasie e difese che appartengono ad un’epoca presimbolica e preverbale dello sviluppo e, pertanto, non possono essere ricordate, pur condizionando la vita affettiva, emozionale, cognitiva e sessuale anche dell’adulto.

Pertanto, sebbene le attuali ricerche neuroscientifiche stiano confermando che buona parte della nostra attività mentale è inconscia, come affermava Freud, il fatto che siamo guidati in gran parte da pensieri inconsci non è sufficiente a dimostrare l’affermazione di Freud secondo cui le informazioni spiacevoli sarebbero rimosse attivamente, affermazione a sostegno della quale vanno però accumulandosi casi clinici.

Il più celebre viene da una ricerca del 1994 del neurologo comportamentale Ramachandran sui pazienti anosognosici.

L’osservazione di questi pazienti, infatti, gli ha consentito di verificare che i ricordi possono essere rimossi davvero selettivamente e che quei fenomeni di rimozione che sono centrali per la psicoanalisi sono reali.

Per Ramachandran l’emisfero sinistro impiega in modo evidente meccanismi di difesa freudiani (Ramachandran 1994).

Freud, tuttavia, si  spinge oltre, e non ha solo affermato che gran parte della nostra vita mentale è inconscia e rimossa, ma anche che la parte repressa opera in base a un principio diverso dal principio di realtà, che presiede al nostro inconscio.

Il pensiero inconscio è un pensiero illusoriamente utopistico, che ignora le leggi della logica e il tempo.

Se Freud ha ragione, allora un danno alle strutture inibitorie del cervello, dove risiede l’Io repressivo, dovrebbe liberare modalità illusorie e irrazionali di funzionamento della mente: ciò è esattamente quello che è stato osservato in pazienti con un danno

alla regione limbica frontale, deputata a controllare aspetti critici della consapevolezza di sé.

Tuttavia, i neuroscienziati non accettano la classificazione freudiana della vita istintuale come una semplice dicotomia tra sessualità e aggressività.

Grazie alle ricerche sulle lesioni e gli effetti dei farmaci e della stimolazione artificiale del cervello, essi hanno sostituito la suddetta dicotomia con quattro circuiti istintuali, alcuni dei quali si sovrappongono:

-il sistema appettitivo o di ricompensa-gratificazione, che causa la ricerca del piacere;

-il sistema di rabbia-collera, che presiede all’aggressività collerica, ma non all’aggressività predatoria;

-il sistema di paura-ansia e il sistema del panico, che include istinti complessi (Panksepp 1998).

Tutti questi sistemi sono modulati da specifici neurotrasmettitori.

Il sistema appetitivo, regolato dal neurotrasmettitore dopamina, presenta una notevole somiglianza con la libido freudiana: infatti secondo Freud la pulsione libidica o sessuale è un sistema di ricerca del piacere che alimenta buona parte delle nostre interazioni con il mondo orientate ad un obiettivo, e le attuali ricerche mostrano che il suo equivalente neurale è profondamente implicato in quasi tutte le forme di ricerca compulsiva e di dipendenza.

 

foto: http://www.ioarte.org/ img/artisti/ Yulia-Korneva__MEMORIA-DEL-TEMPO_g.jpg

Author: Pietro Aquino

Psicologo, musicista e musicoterapeuta, ha pubblicato vari articoli inerenti la psicologia della musica, il rapporto tra neuroscienze e psicoanalisi. Docente di neuropsicoanalisi presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato dove, inoltre, conduce laboratori di tecniche di musicoterapia recettiva di gruppo in combinazione con tecniche verbali.

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2 Comments

  1. articolo veramente molto interessante

  2. Francesco Pelillo

    Si potrebbero integrare i dati di questo chiarissimo articolo con la considerazione che alla base di tutte le “meccaniche” attuative dei processi, consci o inconsci, che descrive puntualmente, ci sia sempre la ricerca dell’equilibrio energetico che viene perseguito al livello bichimico dell’attività neuronale. Tale ricerca dell’equilibrio energetico precede l’annessione di significati ai percorsi sinaptici coinvolti, e quindi può attingere indistintamente sia al sistema della memoria esplicita che al sistema della memoria implicita, pur di “sanare” le disparità, dando come risultato le attività psichiche che riusciamo a descrivere a posteriori.

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