Perché ’Vediamo’ L’Arte

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Andrea Lavazza intervista il professor Semir Zeki

Perché ci piacciono un dipinto o una scultura? Che cosa accomuna i ritratti di Vermeer e i girasoli di Van Gogh? Da dove proviene il fascino dei quadri “geometrici” di Mondrian e Malevic? Il mistero dell’arte e della bellezza ha mille chiavi di lettura, la più recente viene dalle neuroscienze. Semir Zeki, docente di neurobiologia all’University College di Londra, uno dei massimi esperti dei meccanismi della visione umana, ne è il pioniere. Il suo La visione dall’interno, appena uscito da Bollati Boringhieri (pagine 270, euro 45,00; ed. or. 1999) è un primo, affascinante approccio alla materia. Che secondo alcuni critici dice più sul cervello attraverso l’arte che sull’arte grazie al cervello. Ma il suo approccio apre una strada che porterà lontano.

Professor Zeki, che cos’è la neuroestetica?
“Si tratta di un campo relativamente nuovo, il cui obiettivo è esplorare l’attività cerebrale che sta alla base della creatività e del godimento dell’arte. La sua premessa fondamentale consiste nel fatto che tutta l’attività umana è un risultato dell’attività del cervello e obbedisce alle leggi del cervello. Per questo, solo comprendendo le basi neuronali della creatività e dell’esperienza artistica possiamo sviluppare una valida teoria estetica. Ciò è possibile grazie agli spettacolari progressi compiuti dalle neuroscienze negli ultimi vent’anni. Oggi possiamo chiederci quali sono le condizioni neuronali coinvolte nell’esperienza soggettiva della bellezza. Tra le acquisizioni principali della neuroestetica spicca la convinzione che i nostri cervelli (almeno a un certo livello) siano organizzati fondamentalmente nello stesso modo. Ma è anche ovvio che persone diverse dinanzi alla stessa opera d’arte rispondono in maniera diversa. La variabilità umana è un tema poco studiato in genere, e io spero che la neuroestetica possa dare un contributo in questo senso”.

Quali sono le scoperte sul “cervello visivo” e sul processo della visione che hanno posto le basi per una teoria neuronale dell’arte?

“Il cervello visivo è composto di una corteccia visiva primaria (situata nella parte posteriore del cervello, ndr) che riceve tutti i segnali della retina. Se l’area ricettiva visiva primaria viene danneggiata, si ha cecità totale. Negli ultimi 25 anni abbiamo scoperto che questa area è circondata da molte altre aree visive, ciascuna delle quali è specializzata a elaborare un aspetto specifico della scena visiva: forma, colore, movimento, volti… È da notare che tali aree sono sia deputate all’elaborazione sia alla percezione. Così siamo giunti a poter dire che la specializzazione funzionale che si trova nell’estetica riflette l’organizzazione cerebrale. Da sempre, per esempio, parliamo di estetica del colore, ma solo ora ne sono divenute evidenti le basi neurologiche”.

Lei ha individuato due leggi che ritiene strettamente legate alla creazione e al godimento artistico, la legge di costanza e la legge di astrazione. Di che cosa si tratta?
“Una delle funzioni primordiali del cervello è di acquisire conoscenza sul mondo. E quello che ci interessa sono gli aspetti essenziali e persistenti degli oggetti e delle situazioni, ma l’informazione che ci giunge non è mai costante. Il cervello deve quindi avere qualche meccanismo per scartare i continui mutamenti ed estrarre dalle informazioni che ci raggiungono soltanto ciò che è necessario per ottenere conoscenza delle proprietà durevoli delle superfici. Un ottimo esempio viene dalla visione del colore. Una foglia, per noi, rimane verde sia che la osserviamo all’alba sia al tramonto, a mezzogiorno, in una giornata nuvolosa o in una serena. E questo accade non per conoscenze di ordine superiore, bensì grazie a un sistema di elaborazione del cervello geneticamente determinato, che agisce a un livello, per così dire, basso. Oggi conosciamo il meccanismo per i colori, non ancora quello per le forme. Questa è la legge di costanza. Per quanto riguar da invece l’astrazione, essa è il processo con cui il cervello enfatizza il generale a spese del particolare conducendo alla formazione dei concetti, da quello di linea diritta fino a quello di bellezza. E sono questi concetti che gli artisti cercano di manifestare nelle loro opera. Esempi possono venire dai colori e dal movimento. Quando il cervello determina il colore di una superficie, lo fa astrattamente, senza “preoccuparsi” della forma precisa dell’oggetto; esistono cellule della corteccia visiva così specializzate che reagiscono solo al movimento in una direzione e non nell’altra”.

Lei dice che “vedere è capire, vedere con gli occhi è un’illusione”. Lo può spiegare?
“Per molto tempo si è creduto di vedere con gli occhi, che un’immagine del mondo si imprimesse sulla retina per essere poi trasmessa e interpretata dal cervello. Con l’intensa ricerca recente si è capito che nell’occhio non c’è nessuna immagine in senso tradizionale. La retina è invece il filtro e il canale dei segnali verso il cervello, che poi costruisce il mondo visivo. La visione è quindi un processo attivo. Matisse l’aveva capito istintivamente quando scrisse, ben prima degli scienziati: ‘Vedere è già un processo creativo, che richiede molto sforzo’“.

Con i suoi esperimenti lei ritiene di avere dato un resoconto “fisicalistico” delle idee platoniche. Come è possibile?
“In prima approssimazione possiamo dire che l’idea platonica di un letto (per scegliere un oggetto come esempio), in una prospettiva neurologica, è la rappresentazione immagazzinata nel cervello delle caratteristiche essenziali di tutti i letti che il cervello ha visto e dei quali, nella sua ricerca di costanti, ha già selezionato le proprietà che sono comuni a ciascuno. Non ci sono idee senza visione concreta. Questo non toglie che in Platone, come in Kant, vi siano molti spunti anche per i neurobiologi. Così come penso che i filosofi dovrebbero considerare la neurobiologia: potrebbero dare un grande contributo al problema della conoscenza”.

Molti aspetti dell’arte però sfuggono all’analisi neurologica…
“Sfuggono oggi, ma io spero non per molto tempo. La neuroestetica è ancora nella sua infanzia. Molti aspetti che sembrano sfuggenti, grazie anche a nuove tecniche, potranno essere compresi in termini di psicologia del cervello. La gente spesso teme questo esito. Pensa che spiegando l’arte in termini di formule neurobiologiche la si priverà del suo valore, della sua capacità di interrogarci e di gratificarci. Io non la vedo così. Non sarà la conoscenza dei meccanismi che ci consentono di apprezzare la Pietà di Michelangelo a rendere quella scultura meno meravigliosa”.

 

Intervista già pubblicata sul giornale "Avvenire"

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