Neuroplasticità, Depressione e Ipnosi

Neuroplasticità, Depressione e Ipnosi

Abstract

Con le tecniche di “brain imaging” si è valutato che la sindrome depressiva determina una ipotrofia di aree cerebrali. L’ipnosi ripristina la neurogenesi, riportando le aree cerebrali al loro primitivo volume e trofismo, determinando la guarigione della sindrome.

 

La sindrome depressiva è sempre più considerata come patologia pericolosa per la sopravvivenza.

Gli studi più recenti di neurobiologia sperimentale e clinica hanno dimostrato che il cervello, opportunamente stimolato, possiede una propria capacità di rigenerarsi (detta neuroplasticità) attività che è fondamentale per la formazione del sistema nervoso centrale del feto, ma che continua per tutta la vita di un individuo.

In caso di depressione, e d’altre malattie psichiatriche, è stato accertato che specifiche aree cerebrali presentano un volume minore rispetto alla norma, proprio per una ridotta capacità plastica.

A livello clinico alcune condizioni psicopatologiche tra le quali la sindrome depressiva, sono correlate ad una variazione del ritmo della neurogenesi. Un’ interessante considerazione, è che un’importante stimolazione esterna, come avviene nell’ipnosi, può ripristinare il ritmo della neurogenesi.

La plasticità cerebrale, è soprattutto evidente a livello delle connessioni interneuronali rappresentate dall’arborizzazione dendritica dei singoli neuroni e dall’organizzazione delle aree funzionali del cervello. Il numero totale delle sinapsi varia in funzione dei periodi critici dello sviluppo ma, anche nell’adulto, può modificarsi in funzione delle modalità di stimolazione intra ed extrapsichica. La carenza di stimoli ambientali riduce il numero di dendriti, mentre il potenziamento degli stimoli lo aumenta.

E’ tuttavia a livello sinaptico che la plasticità cerebrale assume una maggiore importanza per la spiegazione sia della patologia, che della guarigione. Un’ampia serie di dati sperimentali ha dimostrato che la “forza” e la “stabilità” d’ogni connessione sinaptica può essere potenziata in modo più o meno persistente a seguito di una stimolazione ripetuta, come avviene in ipnosi.

La depressione determina danni permanenti alle cellule nervose e ai circuiti cerebrali, provocati da un’esposizione prolungata allo stress, o anche ad un’unica esperienza traumatica.

Ma se un cervello può cambiare, e quindi ammalarsi a causa di ciò che ha subito, la strada non è a senso unico: il cervello può anche essere cambiato in direzione della guarigione, applicandovi la “rieducazione emozionale” che avviene nell’ipnosi.

I segnali che producono cambiamenti non arrivano solo dal mondo “fuori”, ma anche da “dentro”, dalla nostra interiorità, dalla nostra mente profonda. Le pratiche di meditazione buddista sembrano poter offrire ai neuroscenziati una dimostrazione, in natura, della neuroplasticità al suo massimo, potenziale.

Alcuni monaci con una lunga esperienza di meditazione sono stati sottoposti a test strumentali nei laboratori del Wisconsin. I test hanno dimostrato che la ripetuta pratica di una particolare tecnica di meditazione sulla compassione aveva prodotto in certe aree del cervello (la corteccia prefrontale) mutamenti associati ad un incremento dello stato di felicità e di benessere e di empatia, a scapito di rabbia, depressione e malumore.

A questo punto è necessario definire l’azione dell’ipnosi nella neuroplasticità cerebrale.

L’ipnosi è uno stato di coscienza fisiologico, che sfruttando il rapporto col terapeuta realizza una serie di monoideismi plastici per mezzo dei quali si privilegia l’attività dell’emisfero destro sul sinistro, esaltando le doti proprie di reazione ed ottenendo tutta una serie di risposte positive sul versante psico-emozionale, che portano alla risoluzione delle patologie.

In trance ipnotica è possibile influire per mezzo della parola sui vari siti della cascata genica e quindi sulla successiva fase di plasticità cerebrale, determinando una risposta terapeutica talmente forte che è impossibile ottenerla con qualunque altro presidio. L’ipnosi agisce sulle strutture cerebrali sede del “sentire emotivo” e della memoria come: l’ipotalamo, l’ippocampo, l’amigdala e l’area frontotemporale. Mediante il “monoideismo plastico” viene stimolata la plasticità cerebrale.

Le tecniche di “brain imaging”, che consentono di visualizzare le attività cerebrali, contribuiscono a comprendere meglio: la sindrome depressiva e l’azione della psicoterapia ipnotica e, soprattutto a dimostrare che dietro gli effetti dell’ipnosi c’è ben poca magia, ma piuttosto meccanismi biologici complessi e scientificamente misurabili.

Il professor John Gruzelier, dell’Imperial College di Londra, ha “fotografato” il cervello di persone prima e durante una seduta di ipnosi grazie alla risonanza magnetica funzionale: è emerso che sotto ipnosi avvengono mutamenti significativi a livello della corteccia fronto-temporale, del giro cingolato e delle regioni ippocampali.

Nella figura

 

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è rappresentata la PET di un soggetto maschio di 54 anni, alla destra si può vederlo nel periodo di depressione, mentre a sinistra vi è l’immagine del paziente guarito.

 

Bibliografia

  • Arnold,M.E. (1959): “Brain Function in Hipnoses”, International   Journal of Clinical and Experimental Hypnoses. N 7.
  • Baldwin,D.S. e Birtwistle,J. (2001): Atlante della Depressione.
  • Biggio,G. (2004): “Sintomi Somatici le Basi neurobiologiche”, Simposio la Rilevanza dei Sintomi Somatici per la Remissione della Depressione, pp. 1-2.
  • Spina,e. (2007): “Psicofarmaci e Neuroplasticità”, in Scienze Psicoanalisi, pp. 1-2.

 

[box type=”info”] foto: http://psicologiaespiritualita.files.wordpress.com/ 2009/04/rete_neurale.jpg[/box]

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Tommaso Pavia

neurologo psicoterapeuta spec. in ipnosi

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