Intervista a Lorena La Rocca

Qual è la tua formazione e come sei approdata al teatro

Ho scoperto il teatro molto giovane, a 16 anni, nell’ambito delle attività formative proposte dal Liceo Classico di Bolzano. In seguito  ad un laboratorio il regista Luigi Ottoni, che è poi stato il mio maestro, mi ha proposto di entrare nella sua compagnia. All’inizio lavoro quindi come attrice nell’ambito del  teatro tradizionale, ma,  nonostante la mia passione per la letteratura teatrale e per i grandi classici, mi sono resa conto presto che quell’estetica e  quel tipo di linguaggio non mi bastava. Intuivo che il teatro doveva essere per me, uno strumento di indagine in termini relazionali. Dopo qualche tempo, mentre lavoravo come attrice, accadde che mia nonna, a seguito di un ictus,  diventasse afasica. Non ne sapevo nulla allora ma cercavo un modo per arrivare  a lei. Ho cominciato ad usare alcune tecniche che potevo trasporre dal teatro per comunicare e per stimolarla nella relazione e da lì è avvenuto uno spostamento di attenzione da quella che era una pratica estetica, a una pratica di comunicazione e relazione. Ho quindi frequentato il dipartimento di teatro del DAMS di Bologna con una scelta di corsi che mi permettessero di lavorare nell’ambito del sociale.

E’ stato un percorso formativo arricchito da tanti sotto percorsi: parallelamente al DAMS, una scuola di teatro, lo studio approfondito della  Lingua dei Segni Italiana che mi ha consentito di  unire l’interesse per il teatro con quello della comunicazione segnico – gestuale, infine il Master in Teatro Sociale e di Comunità dell’Università di Torino.

 

Ci puoi spiegare che cosa significa il teatro sociale. In quale contesto nasce a quale destinatario è rivolto e se ci sono delle espereinze italiane di rilievo e qual è la panoramica italiana rispetto a quella internzionale.

Chiamiamo Teatro Sociale  tutte quelle esperienze teatrali che si svolgono fuori dai teatri, cercando tra persone, gruppi, comunità, azioni e testi teatrali che ne raccontino i bisogni, le necessità ma anche i desideri, le aspettative. Negli anni 60 / 70 iniziano una serie di sperimentazioni teatrali non più solo con gli attori, ma immerse nella collettività. Queste esperienze, partivano dal basso e furono promotrici di un senso di comunità: persone, gruppi,  che portavano istanze e proposte di rinnovamento (siamo negli anni 70)  comunicate attraverso il teatro al pubblico, allargando le potenzialità di comunicazione e diffusione con uno strumento estremamente aggregante.

Il Teatro Sociale lavora, anzitutto, sul piccolo gruppo, lavora e indaga le relazioni tra persone per promuovere un senso di appartenenza alla Comunità che sia di sostegno e stimolo specie nei contesti marginali. Poi lavora sul come comunicare i temi e i bisogni emersi al grande pubblico. Quindi è un tipo di teatro che viene utilizzato come strumento di relazione, senza perdere di vista la qualità estetica di ciò che presenta: è prima Teatro e poi Sociale. Spesso il grande equivoco è quello di pensare al Teatro Sociale come al teatro del disagio, limitato all’intervento educativo-formativo. Non è così. Il Teatro Sociale ha bisogno invece, finita la parte di lavoro relazionale, di assumere una forma estetica di qualità. Se l’obiettivo è quello di mettere in luce, attraverso il teatro, condizioni o temi sociali spesso ignorati dalla collettività, sarà ancor più necessario farlo con la bellezza per sedurre più facilmente il pubblico all’ascolto, alla riflessione e al possibile cambiamento.

Possiamo dire, analizzando le varie espressioni teatrali,  che si può passare dal teatro classico a quello popolare a quello sociale?

Direi che queste forme convivono, non sono consequenziali. Sono tre forme espressive diverse; ciò che cambia nel teatro del ‘900 è che il testo viene concepito come uno degli strumenti del teatro, spostando l’attenzione dalla letteratura teatrale a tutto quel sistema di segni dati dalle azioni, dalla musica, dall’illuminotecnica (…) tutti linguaggi che raccontano e che assumono autonomia anziché sottostare alla dominanza del testo. Il Teatro Sociale fa un passo in più, proponendo che il testo da rappresentare possa essere il testo di vita delle persone che hanno svolto un percorso di autonarrazione ed espressione di sé.

 

Possiamo ipotizzare che il teatro popolare ha radici antropologiche, di riscoperta e valorizzazione delle tradizioni popolari già date; mentre il teatro sociale nasce all’interno di una Comunità che ha bisogno di esprimere delle necessità e quindi è ancorato  più nella sociologia, che nell’antropologia?

Non sono completamente d’accordo  perchè il Teatro Sociale nella sua operatività e metodologia utilizza moltissimo la ritualità studiata dall’antropologia teatrale. Il Teatro Sociale attualizza una ritualità propria dell’antropologia cercando di comprendere quelli che oggi, sono i rituali sociali e individuali delle persone. Il rito, origine stessa del teatro, viene usato per promuovere azioni collettive di trasformazione o per sottolineare il passaggio dall’atmosfera quotidiana a quel luogo di auto esplorazione e conoscenza che è il laboratorio teatrale. In ogni caso il teatro, in qualunque forma, non può prescindere dall’antropologia. Anche la sociologia è uno strumento di grande studio per chi progetta e conduce percorsi di Teatro Sociale. Ci avvaliamo di moltissime discipline a seconda dell’oggetto studiato.

 

Mi fai qualche esempio di teatro sociale in Italia? Esistono compagnie, movimenti o personalità che si muovono in questa direzione?

L’esempio a me più vicino è il luogo dove mi sono formata in maniera più completa, la Compagnia degli Amici di Luca a Bologna. Un gruppo che nasce nell’ambito dei progetti della Casa dei Risvegli Luca De Nigris.

Questo posto speciale è un Centro di riabilitazione per persone risvegliate dal coma fondato da Fulvio De Nigris e Maria Vaccari, genitori di Luca, mancato dopo un lungo periodo di coma. Tra le varie pratiche riabilitative del Centro c’è il teatro, come protocollo di intervento per pazienti ospedalizzati (elaborato dalla sinergia tra neurologi e operatori teatrali)  e per chi invece ha ripreso la propria vita, dopo le cure. Gli Amici di Luca è una compagnia teatrale integrata con attori diversamente abili e attrici in formazione. Si trovano settimanalmente per fare teatro con esperti di teatro sociale, proprio all’interno del Centro dove Fulvio De Nigris, ideatore del progetto e grande sostenitore  dell’arte come strumento terapeutico, ha dedicato una vera sala teatrale attrezzata per il gruppo.

Facendo teatro diventano narratori di un’esperienza traumatica come quella del coma, del risveglio, e della risocializzazione. Le loro narrazioni diventano spettacoli portati in tournée per raccontare al pubblico cosa significa essere stati in coma e vivere una vita irrimediabilmente cambiata, ma anche per fare prevenzione, specie sulla guida sicura.

 

C’è una giusta consapevolezza di dare, attraverso il teatro e le testimonianze reali, una grande speranza

Certamente sono occasioni per tornare ad essere protagonisti di una dimensione di vita. Noi parliamo spesso nell’ambito del disagio, di condizioni di marginalità, il teatro ci dà certamente la possibilità di tornare ad occupare nel piccolo e nel grande un ruolo attivo. Pensiamo al fatto che la persona che lavora nel laboratorio di teatro è portata a dover scegliere cosa raccontare, quindi a fare un’azione di selezione dei propri ricordi e delle cose che ha voglia, e possibilità anche emotive di narrare. C’è in questa espressione teatrale l’occasione di mettere in luce la persona, al di là dei limiti che vive.

 

 

Dopo Bologna sei andata a  Vienna.

Ho lavorato per un periodo presso il Tanzquartier di Vienna, dove si fa un lavoro straordinario sulla performance in cui danza e teatro convivono, sostanzialmente mescolati secondo l’ottica del teatro orientale. Quindi un lavoro di narrazione attraverso il corpo, che tanto ritorna nel lavoro teatrale con le persone con afasia. A Vienna ho scoperto la Lingua dei Segni.

In questa città in qualsiasi ambito sociale, in presenza di sordi, c’è l’interprete, in Italia non accade, perchè la LIS ancora non è  riconosciuta a livello statale.

Mi sono innamorata di questa lingua (facevo studi in campo semiotico) mi sembrava chiaro che questa comunicazione visiva potesse essere applicata ad un sistema teatrale per sviluppare segni scenici poetici ma  immediatamente interpretabili e comprensibili.

 

2007, Torino – Master di Teatro Sociale e di Comunità e la Fondazione Carlo Molo

Approdo al Master perché dopo tanti anni di studi diversificati e di laboratori con grandi registi e maestri come Eugenio Barbara, Enzo Toma, Antonio Viganò avevo bisogno di fare ordine nelle varie esperienze formative vissute.  Il Master mi ha dato l’opportunità di passare un anno e mezzo di studio intensivo su una metodologia sistemando la serie di informazioni che avevo accumulato per avere una valigia di attrezzi con degli scomparti un po’ più chiari. A quel punto scopro il Teatro Sociale piemontese. Torino e il Piemonte sono realtà assolutamente di eccellenza del teatro che lavora in contesti sociali, con gruppi che operano da molti anni, pionieri di questa pratica.

Mentre studiavo Alessandra Rossi Ghiglione, direttrice progettuale del Master è stata contattata da Maria Teresa Molo per attivare un’esperienza di Teatro Sociale nell’ambito dell’afasia. Alessandra individua nelle mie competenze una possibilità di lavoro proprio perché vede nella mia formazione sia l’approccio teatrale, molto connesso all’ambito socio sanitario, sia la competenza sulle tecniche di comunicazione non verbale.

 

Nel 2009 approdi all’interno della Fondazione Carlo Molo, e più precisamente, della struttura guidata da Stefano Monte dove ti ritagli uno spazio all’interno dei percorsi clinici e di partecipazione sociale.

Sei attualmente responsbaile del percorso “non verbale”. Ci vuoi spiegare in termini pratici in che cosa consiste il tuo lavoro?

Dopo l’analisi della domanda la persona con afasia sceglie quale tra i percorsi consigliati sente più stimolante in relazione ai propri bisogni.

L’ approdo al percorso non verbale, come per gli altri percorsi, quindi non è una strada scontata, ma passa per una scelta agita dalla persona afasica nell’ottica di un miglioramento delle proprie possibilità di comunicare attraverso il non verbale.

Nello specifico ci sono due gruppi: un primo gruppo di riabilitazione,Alfabeto Teatro , lavora sulle tecniche di comunicazione non verbale attraverso la teatralità; un secondo gruppo NarrAzioni Teatrali (con la A di Narrazioni maiuscola, per sottolineare che è un narrare attraverso le azioni) che è un gruppo teatrale di promozione sociale. Diciamo che possiamo considerarli come un primo e un secondo livello.

 

Quali sono le discriminanti che fanno sì che venga inidividuato per una persona fasica il percorso teatrle o altri percorsi. Quali le caratteristiche o che livello di disturbo.  Quali sono i fattori che vi fanno decidere all’interno dell’analisi della domanda, che quella persona afasica può accedere a uno dei due percrsi

Intanto c’è una differenza tra il pecorso individuale con lo psicoterapeuta, e il percorso di gruppo.

Se una persona afasica mostra grandi segni di ritiro sociale e di vergogna nell’approcciarsi alla relazione sociale, o manifesta una forte tendenza all’isolamento, il gruppo può essere un luogo protetto in cui tornare a sperimentare la relazione, superando gradualmente la vergogna per la limitazione verbale e l’isolamento.

Ill Cenrto Afasia CIRP propone diversi interventi di gruppo, una prima differenza sta tra i percorsi di comunicazione verbale e quelli di comunicazione non verbale.

Spesso le persone che si rivolgono al Centro portano una necessità di prescrizione: “Mi dica che cosa devo fare” , noi consideriamo fondamentale mettere al centro la persona  aiutandola ad individuare  secondo le sue risorse e i suoi desideri, il percorso più adatto.

Per valutare l’ idoneità  della persone a seguire un percorso di questo tipo, facciamo test di ingresso, e re- test per vedere i cambiamenti intercorsi, i nostri percorsi sono monitorati e valutati costantemente.

Per quanto riguarda la mia personale osservazione, quello che metto alla prova, è la capacità del soggetto di stare all’interno di un linguaggio simbolico. Propongo alcuni meccanismi metaforici attraverso un dialogo mediato da alcune domande standardizzate sostenute da oggetti simbolo di alcune condizioni emotive. Per esempio quando parliamo delle paure, propongo oggetti che si legano a quel contesto: lo specchio = la paura di vedersi diversi; una mascherina da infermiere = la paura di tornare in ospedale; delle pantofole = la paura di rimanere chiusi in casa. La persona sceglie e da lì parte un dialogo contestualizzato.

 

Mi sembra che questo approccio legato a un bisogno reale di sopravvivenza sociale, riporti il teatro un po’ alle sue origini.

In realtà queste persone che magari non sono mai andate a teatro in vita loro, che non conoscono nulla di quelli che sono i meccanismi teatrali, nel momento in cui vengono sollecitati attraverso altre forme di comunicazione più visive come appunto ill teatro, individuano un modo per tentare di uscire da un labirinto di parole trattenute. E’ molto forte perché significa  riportare l’arte al suo valore  di condivisione con l’ auto rappresentazione. Troviamo nel teatro un modo primario per esprimere dei desideri e dei bisogni, tanto più in assenza di un linguaggio.

Con specifici percorsi di comunicazione segnico gestuale sviluppiamo azioni che insieme trasformiamo in testi, successivamente comunicati ai care giver attraverso momenti teatrali pubblici. Questi testi spesso fanno emergere dei grandi non detti e permettono alle persone con afasia di esprimersi e comunicare anche cose molto forti mediando la difficoltà con l’approccio ludico del teatro.

 

 

Da quante persone è composto il gruppo

Variamente da 6 a 10.

 

In che modo si articola il  percorso

Ci sono diverse fasi: nel primo periodo ci si concentra sulle tecniche di rilassamento, di percezione fisica di sé. Il teatro lavora principalmente con corpo e voce, qui ci troviamo di fronte a persone che hanno spesso limitazioni fisiche (emiplegie) e ovviamente un disturbo legato al linguaggio; al linguaggio ma non alla voce! (utilizziamo anche lo strumento del canto).

Nel primo periodo propongo al gruppo dei percorsi per conoscere questi strumenti, partendo dal presupposto che sono persone che portano dei corpi cambiati rispetto a quelli che conoscevano, e che sono ancora nella fase di accettazione del cambiamento.

Lavoriamo sulla parte lesa: massaggi e cura per la parte bloccata, sulle tecniche di auto massaggio e rilassamento. Percorsi che permettono di gestire l’ansia e ritrovare confidenza col proprio corpo;

Poi si entra nello specifico delle tecniche di comunicazione non verbale: la Lingua dei Segni fornisce degli accorgimenti comunicativi che vengono proposti attraverso il percorso teatrale. Non si propone la LIS a livello sintattico (proporre la LIS ad una persona afasica sarebbe ghettizzante) ma si  traspongo alcune tecniche di utilizzo dello spazio, e varie strategie per velocizzare l’emersione del gesto in assenza di parola.

Le persone si esercitano a trasformare in gesto, in azione, il messaggio verbale che hanno in testa.

Per le emozioni invece, lavoriamo moltissimo sulle possibilità narrative del volto, la mimica facciale, le microespressoni che portano la persona a tradurre una condizione emotiva in un’espressione mimico facciale. Questo è un lavoro che viene molto facilitato dall’uso della musica.

 

In quale modo

Ci sono delle colonne sonore estremamente codificate, che immediatamente ci connettono a una condizione emotiva stereotipata che chiedo loro di commentare mimicamente mentre la musica scorre. Per esempio Il Padrino ci porta immediatamente a pensare a un’espressione mimica di dolore e venedetta che istintivamente la persona assocerà a un uso delle sopracciglia o a una tensione dei muscoli; mentre la colonna sonora di Ameliè ci porterà ad un colore molto vivace e sorridente. Tutto questo avviene prima con un’esplorazione istintiva, poi a fine sessione laboratoriale andiamo a riflettere insieme e mettere a fuoco ciò che ognuno ha fatto per far sì che si porti anche fuori dal laboratorio. Pensiamo anche a dei momenti durante l’anno, in cui noi usciamo e andiamo in mezzo alla realtà per mettere in pratica queste tecniche.

 

Abbiamo detto 6 massimo 10 persone per quanto tempo

Alfabeto Teatro dura un anno

 

In questo anno sono coinvolti e con quale frequanza, le persone che stanno intorno agli afasici.

Uno dei nostri obiettivi è quello di attivare parallelamente un laboratorio di comunicazione gestuale con i care giver proprio perché possano condividere questa nuova forma di comunicazione. Apriamo il laboratorio ai care giver  ogni 4 mesi per proporre la condivisione di alcune tecniche di comunicazione non verbale.

A fine laboratorio propongo ancora delle consulenze per le coppie, vale a dire che la persona e il care giver possono essere seguite per un percorso personalizzato, basato sulle esigenze comunicative dei singoli.

Il laboratorio  è condotto da me e dalla dott.ssa Marcella Di Pietro, psicologa, psicoterapeuta. Il gruppo viene quindi monitorato dal punto di vista psicologico specie in concomitanza con le fasi di lavoro che affrontano il tema identità e della percezione del trauma vissuto, raccontati attraverso la teatralizzazione, elaborati da un punto di vista psicologico.

 

Parlavi di uscite nel senso che andate in giro per a strada

Spesso le tematiche portate dal gruppo sono le fobie e le paure legate alla socialità. La disperazione per la mancanza di produzione verbale inibisce la capacità della persona di spingersi oltre le mura domestiche ed occuparsi delle piccole commissioni di tutti i giorni. Il laboratorio vuole essere un luogo in cui apprendere una nuova comunicazione di sostegno affinchè la persona  ri-acquisisca potere sociale.  Drammatizziamo le paure, lavorando prima in laboratorio, poi uscendo davvero e affrontando la realtà.

Il primo anno siamo usciti in tre diverse situazioni. Si diventa un po’ il personaggio che agisce in un contesto con tanto di costume di scena scelto appositamente… La scena teatrale diventa la scena di vita, per cui usciamo e ognuno affronta una prova: prendere il biglietto del tram al tabacchino, ordinare qualcosa al bar, andare al mercato a fare la spesa, intanto il gruppo osserva, poi ci ritroviamo e commentiamo.

Quest’anno invece abbiamo lavorato ad un reading tearale-fotografico dal titolo C’era una volta ancora c’è. Il lavoro si basa sulle espressioni mimiche del volto dei partecipanti. Abbiamo lavorato sull’espressione delle emozioni attraverso il commento mimico, fotografato da Silva Rotelli artista bolzanina specializzata in fotoespressione. I partecipanti hanno creato in laboratorio il “personaggio me stesso” per poi farsi fotografare portando mimicamente e fisicamente le caratteristiche più forti individuate con il percorso e connesse alle risorse personali che ognuno ha scoperto affrontando la malattia.

Queste fotografie sono la scenografia videoproiettata durante il reading che racconta i testi creati in laboratorio

 

Ci racconti un’ esperienza di laboratorio che ti ha particolarmente colpita per il risultato ottenuto

Inizialmente i partecipanti arrivano arrabbiati e disillusi con un’idea del teatro come qualcosa di prettamente ludico, si tratta quindi di esplicitare molto gli obiettivi del nostro percorso per invitarli a fare una ricerca consapevole sulla propria espressività.

Capisco che qualcosa sta cambiando quando la persona, che normalmente sta seduta e utilizza minimamente il proprio corpo per comunicare, inizia ad alzarsi in piedi e coinvolgere la fisicità per esprimersi.

Ho perfettamente in mente una persona che stava sempre in una postura chiusa, spalle basse, testa sempre molto rigida.  Di fronte alla narrazione legata alla sua esperienza di vita in viaggio, si alza in piedi e inizia a raccontare facendo riferimento a tutto il corpo, usando un sistema narrativo globale, con una percezione unitaria del corpo che prima non aveva, utilizzando parole e gesti.  Questa persona si alza  in piedi e comincia a utilizzare diversi strumenti, indicatori di contesto, classificatori di forma, coinvolge altre persone del gruppo per  farsi aiutare nel racconto.

 

 

Chiaramente non escludiamo la parola dalla narrazione, quando c’è produzione verbale residua è a sua volta parte del racconto ma l’idea è quella di non concepire il linguaggio verbale come unica possibilità narrativa, bensì come  uno dei 198 strumenti che abbiamo per comunicare. Mi ricordo  una persona che, per farci capire che voleva tornare al passato quando tutto andava bene e non c’erano problemi di salute, tirò fuori la propria carta di identità (la comunicazione attraverso l’oggetto) e ci fece vedere la data, per indicarci che voleva tornare a quel periodo.

In questi momenti scatta la consapevolezza che è possibile raccontare, spostando l’attenzione dalla parola a diversi canali di comunicazione. E questa consapevolezza dà loro potere, quindi passano da un pianto regolare pieno di rabbia e dolore, che interrompe la comunicazione, a un pianto commosso perché sono riusciti a esprimere quello che volevano.

Consideriamo che il laboratorio di teatro è uno spazio extra quotidiano in cui a nessuno interessa l’errore, il tempo è estremamente dilatato, un ambiente allestito per dare loro la sensazione che qui ci sono regole di azione diverse: non abbiamo paura del silenzi ma anzi, il silenzio è narrazione, è un codice, e abbiamo tutto il tempo per trovare le strategie giuste.

Ti racconto di un’altra persona che portava con sé la paura di salire sul tram. Bene, in occasione di un evento teatrale organizzato dalla Fondazione,  è venuta a vedere lo spettacolo da sola, in tram. E’ arrivata emozionatissima raccontandoci la sua conquista.

Proprio lì ti accorgi che il nostro lavoro ha una ricaduta pratica e positiva sulla vita delle persone.

 

Quante volte la settimana?

Una volta per un’ora e mezza

 

Ci descrivi cosa succede quando si passa al livello 2 che è quello della narrazione

NarrAzioni Teatrali è un gruppo teatrale di promozione sociale che ha come obiettivo quello di creare dei prodotti artistici sul tema dell’afasia, non necessariamente degli spettacoli.  Abbiamo realizzato un cortometraggio, Basilicò, piuttosto che registrazioni audio di canti armonici, mostre teatrali…  Questi sono percorsi creativi che necessariamente prevedono un’ auto esposizione maggiore ma ci vuole una grande attenzione etica per quel teatro fatto con persone che vivono un disagio. Bisogna evitare la dimensione voyeuristica del disagio stesso, spesso più spettacolare e facile quanto irrispettosa, anche nei confronti del pubblico secondo me. Personalmente quando lavoro con persone che vivono una limitazione di qualunque tipo, penso che debba essere il gruppo a chiedere di andare in scena, se lo desidera. Ci sono altri modi che mediano l’incontro col pubblico, come il video, la creazione di testi teatrali recitati poi da attori professionisti, mostre, cataloghi….

 

Quelli che decidono di non passare al livello 2, possono continuare a partecipare al nuovo laboratorio di alfabetizzazione

 

La  linea guida che condivido con Stefano Monte e col resto dell’equipe è che i gruppi a un certo punto debbano avere una fine; mettere fine a un gruppo significa rinnovare la richiesta agli utenti. Quindi chiediamo ai partecipanti se vogliono continuare, stimolando  la loro volontà, la loro forza decisionale.

Alla fine dell’anno quindi se la persona manifesta il desiderio di procedere con il percorso teatrale si propone il secondo livello altrimenti con l’assistente sociale lavoriamo su altre proposte che stimolino di partecipazione: attività diverse per far proseguire il percorso di socializzazione alla persona in un contesto non riabilitativo, partendo dai suoi interessi (la piscina, il corso di cucito, di trucco ecc…)

 

Quindi non è contemplato il ripetere l’esperienza.

In casi particolari se siamo di fronte a persone che manifestano ancora grandi debolezze sul piano comunicativo è contemplato che si rifaccia il percorso con il nuovo gruppo. Ma è più auspicabile che la persona prenda comunque gli strumenti e li utilizzi in altri contesti sociali più organizzati e, a contatto con altri, inizi a sperimentare il linguaggio nuovo, esca di casa anche in autonomia.

 

Con Narrazioni si esce dalle mura del laboratorio per entrare in altri contesti con lo scopo di sensibilizzare rivolgendosi a pubblici indifferenziati che non appartengono alla sfera del disagio.

Questa forma di teatro viene considerata erroneamente più bassa, come meno fascino, molto spesso utilizza strumenti scenici più poveri e si associa la povertà dei mezzi con la mancanza di spettacolarità.

Come si può alzare questi prodotti  per entrare all’interno delle dinamiche che giuste o sbagliate regolano il flusso del pubblico teatrale.

Credo che il problema sia in parte del “teatro fai da te”. Carmelo Bene diceva “Io sono un attore e faccio teatro non faccio il medico. Perché il medico, il parroco, la maestra fanno il teatro?”

E’ verissimo che nel teatro fatto in contesti sociali spesso agiscono non professionisti vuoi per mancanza di fondi ma anche, a mio avviso ben più importante,  per una radicata mancanza di percezione del valore estetico che questa forma di teatro può portare con sè. Quindi facilmente il teatro sociale viene percepito e associato ai saggi di fine corso, o agli spettacolini con i disabili,  che spesso rimandano a una cultura sbagliata della disabilità buonista e pietistica.

In quest’ottica spesso si preferisce non toccare alcuni temi che il disagio porta: il più delle volte si punta alla sfera emotiva ma raramente vengono trattati i bisogni personali più delicati come le tematiche legate alla rabbia, a tutte quelle emozioni difficili di chi vive un disagio, che per essere elaborate teatralmente necessitano di uno sguardo altamente professionale.

 

Quindi il pubblico è abituato ad associare il Teatro Sociale a un certo tipo di fotografia melensa della realtà. A quel punto tanto vale andare a vedere il musical, no? Bisognerebbe promuovere un’azione di cambiamento profonda che si concentri sulla qualità dei contenuti e sul come raccontarli anche in termini scenici  per per arrivare a condividere realmente con il pubblico.

Inoltre raramente trovo politiche teatrali coraggiose che investono su spettacoli che parlano delle faccende contemporanee, anche se certo teatro si sta facendo strada rapidamente, anche nei circuiti tradizionali, resta sempre dominante la scelta di spettacoli della tradizione teatrale classica, meno scomodi e rischiosi. Si perde però quella magnifica possibilità di riflettere sul proprio tempo attraverso la fruizioni di storie più vicine a noi per linguaggio e contenuto.

 

Quali sono i prodotti culturali che la Fondazione ha promosso in questi anni e come sono stati distributi.

Ci sono state due esperienze legate al cinema e alla collaborazione ormai assestata con il Museo Nazionale del Cinema di Torino, che hanno dato origine a un video sulle “Lanterne Magiche” e al cortometraggio “Basilicò”. Entrambi sono il risultato di specifici laboratori cui ha partecipato un gruppo di persone con afasia. C’è stato poi lo spettacolo “ConversAzioni” nato dai racconti di persone afasiche e dei loro famigliari e messo in scena con il Teatro Popolare Europeo nell’ambito del progetto Il Postale della Salute. Abbiamo creato un reading teatrale “Volevo dire che….” tratto dalle storie di Bruno Sandrino, una persona con afasia del gruppo Alfabeto Teatro. Ora stiamo lavorando a uno spettacolo che racconti la relazione di cura e che coinvolge persone con afasia, futuri Infermieri e Logopedisti, un lavoro molto intenso che debutterà a novembre.

Per quanto riguarda i canali distributivi credo sia necessario contaminare il teatro di sociale e il sociale di teatro,  e quindi lo sforzo sarà quello di andare a cercare circuiti che mettano in connessione queste realtà; se questo succede si aumenta un modo esponenziale la sensibilizzazione mentre ora, ad esempio il cortometraggio realizzato con persone colpite da afasia trova spazio all’interno di istituzioni  sociali. Potrebbero essere proiettati insieme ai trailer o alle rare “pubblcità progresso”. Lo stesso discorso vale per il teatro: “ConversAzioni” è stato portato negli spazi incontro di molte circoscrizioni torinesi, ma solo una volta è stato rappresentato al Teatro Baretti che ha un suo pubblico e i suoi “abbonati”, tra l’altro facendo il pienone . Questa considerazione ci porta però ad allargare il discorso sulla cultura della disabilità, sull’accessibilità culturale e sul cambiamento necessario, che le istituzioni, ma penso anche allo Stato, dovrebbero fare per consentire un radicale inversione di rotta.

 

 

 

Author: daniela trunfio

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