La Contaminazione dei Sensi e la Sinestesia

La Contaminazione dei Sensi e la Sinestesia

M.Cipulli, U.O.di Neurologia,Vasto,di Castri Lucio U.O.farmacologia,Piacenza,di Castri Cosimo,Università del Molise.

      

 

La percezione della realtà è sempre e solo soggettiva: ognuno di noi percepisce e ricorda la parte della realtà più aderente ai suoi sensi.

Il cervello percepisce la realtà oggettiva, attraverso i 5 sensi, connessi in differenti canali sensoriali che trasmettono il flusso informativo proveniente dall’ambiente esterno verso l’interno con sistemi a differente intensità e modulazione, in maniera tale da poter mediare il rapporto fra mondo interno e mondo esterno. I sensi ci permettono dunque l’interpretazione immediata del mondo esterno e integrano la realtà nel nostro mondo interno utilizzando, amplificando, rimaneggiando, generalizzando e perfino cancellando nuove informazioni.

Sorge spontanea la domanda se esiste di conseguenza una gerarchia all’interno dei cinque sensi?

La risposta è sicuramente affermativa, ed era già conosciuta dagli antichi greci tanto che lo stesso Aristotele nel “de Anima” cita la vista quale “vocazione sapienziale”, mentre filosofi come Parmenide e Senofonte ne apprezzano la “manifesta eccellenza” sugli altri sensi, come di fondamentale ed esclusivo valore.

La vista è senza dubbio un potente strumento di conoscenza, sappiamo che ci permette di identificare meglio di qualunque altro senso la realtà oggettiva. La nostra stessa rappresentazione mentale usa modelli a immagini di tipo visivo per afferrare la conoscenza esterna, attraverso processi conoscitivi e comunicativi, mediati sia dalla vista che dallo sguardo. Tuttavia,esiste un manifesto ponte intellettivo che unisce la vista alla ragione e questa evidenza si traduce anche nell’uso di un linguaggio, spesso usato come  “perdere il lume della ragione, cercare di vederci chiaro, schiarirsi le idee!”.

C’e un chiaro razionale conoscitivo basato sull’evidenza che “l’illuminazione”, esprime dichiaratamente un processo di logica intellettiva organizzata in forma di pensiero e di consapevolezza, in cui la percezione visiva entra in comunicazione con la ragione.

Con le tecniche di “neuroimmaging”, nella tomografia a emissione di positroni (PET), oggi è possibile rilevare i cambiamenti nel flusso di sangue in regioni del cervello, durante un’esperienza sensoriale visiva come nella formulazione di un pensiero che interessano aree corticali differenti al confine tra quelle deputate al linguaggio e le aree visive. Solitamente, i soggetti che rappresentano la realtà esterna attraverso il sistema visivo, quale canale preferenziale percettivo, sono veloci nell’espressione linguistica, amano “fare” e “dire” e si muovono abbastanza velocemente sia nella gestualità che nell’espressione orale. Usano come canale rappresentativo primario la vista e quindi trasmettono informazioni velocemente come la luce che viaggia a 300.000km\s, pertanto anche il loro linguaggio comunicativo esprime concettualmente più immagini e rappresentazioni mentali visive.

Non meno importanza riveste il ruolo dell’udito nell’essere umano quale senso conoscitivo, in cui sicuramente la propagazione dell’onda elettromagnetica pur inferiore a quella della luce prevale come sistema rappresentativo primario quando si correla con il sentire, comunicare e informare che sono parte integrante della realtà oggettiva.

Il valore conoscitivo del suono riflette la complessità delle informazioni sensoriali che attraversano l’ambiente, dimostrando una complessità percettiva talora anche più eterogenea della luce perché legata ai mezzi attraversati dall’elemento sonoro. Coloro che usano rappresentare la realtà soprattutto attraverso il sistema uditivo, comunemente amano dettagliare e precisare il loro linguaggio con descrizione minuziosa della realtà esterna, sono melodiosi e precisi quando parlano, ma soprattutto collocano la loro vita al trasporto dei suoni, parole, musica e quant’altro.

Il tatto invece è un senso collocato al terzo posto nella scala aristotelica, ma non meno importante se consideriamo che fin dalla nascita, si esperisce la realtà attraverso il contatto fisico, ogni oggetto viene apprezzato attraverso il tatto e conosciuto con la bocca e attraverso le mani.

Con il contatto un oggetto viene riconosciuto e con la vista viene identificato con estrema certezza. Dunque l’importanza di questo canale è rilevante per la complessità di esperienze in cui esso è coinvolto. Nei bambini il suo valore conoscitivo è di primaria importanza, anche se meno qualificato rispetto agli altri sensi, per altri paragonato e considerato come una specie di “grande occhio primitivo” sulla realtà.

Il quarto senso, l’olfatto ci permette di riconoscere i profumi e gli odori attraverso il sistema olfattivo, con un dizionario sicuramente più ristretto rispetto a quello dei cani, ma non meno importante nella definizione e nell’essenza degli odori che molto spesso sono agganciati ai ricordi e alle relazioni situazionali. A proposito della percezione degli odori, questa è fortemente influenzata dal colore della sostanza che deve essere odorata, sia nel caso di odori tradizionali come può essere il gusto arancio con il colore arancio, che di nuove associazioni. Le sostanze incolori sono invece solitamente ritenute inodori, a differenza di quelle colorate portatrici di aromi.

Infine, il gusto ci permette di discriminare sostanze nocive dalle piacevoli e sperimentare la realtà attraverso i sapori e i piaceri del palato.

La sinestesia si manifesta in una piccola parte di soggetti, quando la stimolazione di una modalità sensoriale induce automaticamente una percezione in una seconda modalità in assenza di una sua stimolazione specifica (Baron-Cohen & Harrison, 1997).

Sinestesia dal greco syn che significa “unione” ed aisthesis che significa “sensazione”, quindi percepire insieme, più sensazioni. Il caso più riportato in letteratura è l’ascolto colorato, riscontrato più frequentemente nella stimolazione audio-visiva attraverso la percezione di suoni colorati e viceversa.

Nei sinestesici la vista di un quadro fa pensare intensamente ad una musica, oppure l’ascolto di una sinfonia richiama alla mente un colore. Nella storia della medicina è stata studiata anche nel corso della vita di molti artisti, musicisti, poeti, scrittori e oggi anche dalle neuroscienze. Uno dei primi riferimenti al fenomeno in campo medico narrato da un oftalmologo inglese, nel Saggio sull’Intelletto di Locke, racconta la storia di un paziente cieco che aveva visioni colorate.

Il passato è ricco di artisti, letterati, fisici che presentavano, come Newton connessioni matematiche fra suoni e colori. Un caso rappresentativo è il musicista Bach architetto della musica perché la “vede”. La sua scrittura è bella, anche graficamente, tant’è che viene definita armonia obliqua, proprio perché gli accordi sono dedotti attraverso linee trasversali. C’è memoria della nota precedente che da valore alla successiva, come il tempo trans-lato dal passato al futuro. In questo senso, Bach poteva essere definito un architetto per la sua perfezione numerica, armonica, di proporzioni della scrittura così da erigere una vera e propria musica monumentale componendo cattedrali musicali.

Fin dall’antichità ci sono stati tentativi teoretici di correlare la sensazione uditiva della musica con quella visiva della pittura e dei colori, per creare questa fusione, attraverso la costruzione di uno strumento che permettesse la formazione di colori durante l’esecuzione di note musicali.

Nacque così il clavicembalo oculare che doveva avere la capacità di dipingere i suoni tramite i colori a essi corrispondenti, in maniera tale che un sordo potesse gioire della bellezza della musica attraverso i colori, ed un cieco potesse giudicare i colori tramite i suoni. Questo strumento a differenza di quello tradizionale associava a ogni nota un colore che si doveva mostrare quando si pigiava il tasto della nota corrispondente. L’obiettivo era assegnare alla pittura una dimensione temporale come quella del suono e il compositore Aleksandr Skrjabin nel poema sinfonico “Prometeo” tentò di unificare le due arti, cioè la modulazione armonica con quella cromatica per cui ad ogni colore rientra un disegno superiore; ognuno di essi è un simbolo della essenza della leggenda di Prometeo. Egli è un vero eroe, non il peccatore punito dagli dei, ma colui che è in grado di ribellarsi al potere assoluto della divinità, che inganna Zeus rubandogli il fuoco. I colori si accompagnano con regolarità: il blu al tema della ragione, il rosso per esprimere la materialità e la banalità delle cose umane, il giallo del sole in cui l’uomo prende coscienza della propria dignità…così che il rosso corrisponde al “do” della volontà, il “re” al giallo della gioia, ect.

Tutti abbiamo un legame tra vista e udito, anche se non ne siamo veramente coscienti. Anche il russo Kandinsky fondatore dell’arte astratta era un sinestesico, sperava che i suoi dipinti potessero essere ascoltati, che chiunque potesse diventare parte attiva di essa e vivere nel coro dei suoi colori fissati sulla tela. Solo i sinestesici possono sentire veramente un suo quadro, possono vedere i colori di una sinfonia, o sentire il gusto di una forma e ciò accresce sicuramente la qualità di un’opera. In Kandisky e Skrjabin la sinestesia diviene la peculiarità per intendere i tratti comuni di una nuova cultura.

Invece, un’artista tedesco, Martin Klimas, ha realizzato varie sculture sonore, catturando con la fotografia almeno una parte visibile dell’energia liberata dai brani musicali creando cioè una musica per gli occhi. Ispirandosi ai lavori di Hans Jenny, che aveva studiato i fenomeni di diffusione delle onde ponendo della sabbia su una membrana vibrante dal suono di un altoparlante e colorandola con vernici  è riuscito ad ottenere schizzi plastici che poi ha fotografato. Queste cosiddette “Sculture Soniche”, rappresentano un equivalente visivo alla rappresentazione sonora.

Nonostante questi fenomeni fossero noti e avessero affascinato artisti, letterati, psicologi, fisici e medici, una definizione ben strutturata di sinestesia è stata resa possibile solo dalle conoscenze sul cervello, dal suo funzionamento e dalle recenti scoperte in tema di neuropsicologia e neurofisiologia.

Si tratta ancora comunque di una proprietà fisiologica meno compresa del cervello, di percezione integrata che richiede almeno cinque criteri diagnostici per essere definita.

Solitamente origina nell’infanzia, è involontaria che significa che la percezione avviene automaticamente, consapevolmente e non può essere soppressa. Inoltre, le sensazioni sono percepite sempre come reali e discrete.

E’ più comune tra i bambini che fra gli adulti e predilige il sesso femminile, tipicamente familiare, avendo probabilmente una base genetica. Prevale in almeno 1 ogni 2000 persone.

Se invece compare in età adulta è generalmente dovuta a lesioni cerebrali o a una deafferentazione sensoriale, ossia ad un’interruzione delle connessioni delle vie centrali.

Molti artisti hanno tentato di pervenire alla sinestesia attraverso l’assunzione di sostanze stupefacenti, come alcuni gruppi musicali psichedelici o anche Charles Baudelaire. L’intento era di ampliare o aumentare la propria coscienza per interagire con il mondo attraverso canali sensoriali inesplorati con un livello di coscienza aumentata.

Hanno cercato proprio in molti di conoscere il mondo che ci circonda con una percezione multidimensionale. L’ingestione di allucinogeni può provocare forme di sinestesia percettiva.

Anche se la percezione sinestesica è unitaria, essa viene usualmente scomposta in due componenti correlate (Grossenbacher & Lovelace, 2001):un evento induttore specifico ed un evento concorrente che trasferisce sinestesicamente le sue caratteristiche percettive all’induttore.

Un esempio: una mamma riferisce che le risa del figlio hanno un colore piacevole arancio, da lei percepito vividamente ogni volta; in questo caso i suoni che si riferiscono alle risa del bambino sono induttori, e il suono esperito come portatore di colore rappresenta l’evento concorrente: suono-colore.

Nella maggior parte dei casi la percezione sinestesica è unidirezionale, nel senso che se i suoni generano l’esperienza del colore, non necessariamente i colori inducono l’esperienza acustica, quindi il legame unidirezionale uno a uno. Nell’esempio riportato si tratta di sinestesia cross-modale a differenza di quella unimodale in cui sia l’induttore che il concorrente sono uguali per esempio visivo: la percezione di lettere dell’alfabeto può indurre un’esperienza cromatica per cui a ogni lettera viene associato un colore proprio con una specifica locazione spaziale, pertanto la sinestesia nello specifico è numeri, colore e spazio. La forma assunta dall’induttore può variare, ma il concorrente rimane sempre stabile, ossia diverse grafie, caratteri e stili di una lettera evocano sempre lo stesso colore. Significa che la rete neurale specifica che elabora la forma visiva oppure uditiva non media da sola questa forma di sinestesia. A volte la sinestesia può essere prodotta solo dall’immaginare mentalmente in modo volontario lo stimolo induttore, e siccome nella rappresentazione mentale immaginaria non c’è uno stimolo visivo afferente alle vie visive primarie, significa che anche un’attivazione incompleta può dare la sinestesia. Gli stimoli concorrenti sono semplici, anche se possono variare, a seconda dell’individuo, ma si mantengono costanti sia nella forma che nella memoria.

Sono stati studiati due gruppi, a dimostrazione di quanto formulato, uno con sinestesia e l’altro normale cui venivano somministrate un centinaio di lettere colorate a forma di parole. Dopo una settimana il gruppo normale ricordava solo il 38% degli stimoli mentre i sinestesici ne ricordavano il 92% anche un anno dopo. Il misterioso fenomeno di percezione di colori associati a numeri, lettere o parole è correlata a una risposta più pronta alla stimolazione magnetica delle aree che sovrintendono alla visione. Potrebbe  spiegarsi così la variabilità individuale nella contaminazione tra diverse esperienze percettive. Nell’illustre presentazione del “Sonetto” di Arthur Rimbaud nei suoi versi della poesia Vocali, il fenomeno della sinestesia grafemi colori: per cui la A nera, la E bianca, la I rossa, la U verde, la O blu, rappresentano l’idea che possa essere il frutto di processi profondi della nostra psiche. In uno degli ultimi studi pubblicato dalla rivista “Current Biology”, alcuni ricercatori dell’Università di Oxford coordinati da Devin Blair Terhune correlano un’ipereccitabilità del cervello nei sinestesici in cui la variabilità individuale nella contaminazione dei sensi è dovuta ai diversi gradi di attività delle aree deputate alla visione.

La sinestesia per questi Autori è correlata a un’ipereccitabilità del cervello e potrebbe anche rappresentare un’occasione per comprendere meglio la variabilità individuale nei fenomeni percettivi.

Si potrebbe pensare che il mondo è percepito da tutti allo stesso modo, ma non è così, la sinestesia rappresenta un importante indizio che porta a ritenere che la realtà sia percepita in maniera diversa da ognuno di noi.

Attraverso il loro studio si è arrivati alla conoscenza dei meccanismi che governano l’attenzione cosciente quando guardiamo numeri, colori, lettere, ect.

Secondo Terhune i sinestesici rispetto alle persone normali hanno bisogno di una stimolazione della corteccia visiva tre volte inferiore e catturano facilmente fosfeni, punti luminosi, talora anche in assenza di luce. Esiste sicuramente una fondamentale differenza tra i cervelli dei sinestesici rispetto ai normali con livelli più elevati di eccitabilità corticale, talora con percezione cromatica anche più discriminante rispetto ai soggetti “normali”. La maggior parte delle persone non ha esperienze coscienti di colore quando guarda numeri, lettere e parole, così come le hanno i sinestesici. Lo studio di questi soggetti ha aperto nuove prospettive sui meccanismi che governano l’attenzione cosciente.

Probabilmente, molte sinestesie derivano da “apprendimento e somiglianze”, come il giorno connesso con la sensazione di luce, la notte con l’oscurità. Tale ipotesi non giustificherebbe le tempeste emotive e le sensazioni percepite se non con la presenza di strutture innate che passano attraverso il sistema limbico, uno dei cervelli più primordiali. A tutt’oggi, non sembra ci sia una spiegazione unica sul funzionamento della sinestesia e sul substrato neurale che la sottende. In alcuni casi, è correlata alla sopravvivenza di interconnessioni fra sistemi sensoriali nella corteccia esistenti alla nascita come le aree uditive con le visive, che poi vengono disconnesse nello sviluppo neonatale. Queste connessioni presenti anche in alcuni animali come gatti e macachi spiegherebbero perché come l’informazione acustica legata alla parola attivi la corteccia uditiva, insieme a quella visiva. La prossimità anatomica delle vie uditive con quelle visive potrebbe essere all’origine anche di “falle” in cui l’informazione uditiva potrebbe essere incanalata anche in vie usualmente dedicate all’informazione visiva. Nella parte ventrale della corteccia pre-motoria esiste inoltre una classe di neuroni, cosiddetti a specchio sensibili alla stimolazione proveniente da più di una modalità sensoriale e che rispondono bi-modalmente. Si tratta di un altro caso d’integrazione sensoriale prodotta dal cervello, relativa al rapporto fra linguaggio e azioni, studiata dal gruppo di Rizzolatti e al. Questi neuroscienziati hanno mostrato che le regioni temporo-frontali del cervello umano che mediano il linguaggio sono coinvolte anche nel riconoscimento dei gesti, una funzione simile si osserva anche nelle scimmie. Infatti, esiste un’area della corteccia pre-motoria(F5) che si attiva ogni volta che l’animale non solo fa un’azione con la mano o con la bocca ma anche quando osserva qualcuno che lo fa. Questi neuroni “mirror” rispondono selettivamente a un’azione osservata in varie condizioni per cui la loro attività rappresenta in un certo qual modo l’azione, anche rappresentare o imitare o capire le azioni altrui. L’evoluzione dei comportamenti motori, come l’abilità di costruire e manipolare strumenti, si basa su raffinate sequenze di passi concatenati. I pattern di attivazione neurale elicitati dalle aree premotorie sono simili a quelli generati per produrle.

La corteccia motoria (controllo del movimento) e la premotoria (pianificazione) hanno sviluppato una capacità sequenziale che fa sì che l’area di Broca (movimenti del linguaggio) generi successioni di sillabe linguistiche. In termini di sequenze muscolari, articolare una successione di sillabe non è molto diversa dallo scheggiare una pietra o scagliare una lancia. L’area di Broca è attiva tanto durante l’esecuzione di movimenti delle mani e delle braccia, quanto nella formazione d’immagini mentali di movimenti di questo tipo, o durante operazioni di rotazione mentale della posizione delle braccia.

In uno studio su sinestesici e non, utilizzando la PET che permette di rilevare cambiamenti nel flusso del sangue in regioni del cervello, si è pensato che l’attività corticale dei due gruppi di soggetti differiva sostanzialmente quando ascoltavano parole che i sinestesici associano a colori, per esempio casa colore blu, poeta grigio, ect. I colori non provocano un’attivazione delle aree visive primarie, come era legittimo attendersi, visto che questi soggetti hanno un’esperienza visiva dei colori, bensì attivano aree corticali differenti, in modo particolare quelle aree associative che sono al confine fra quelle relative al linguaggio e le aree visive superiori situate nella corteccia parietale posteriore inferiore e in quella parieto-occipitale (Frith & Pulesu, 1997). Tutto ciò conferma che si può avere un’esperienza percettiva consapevole senza l’attivazione delle aree visive primarie.

Vi sono prove tuttavia che connessioni cross-modali nel cervello possono influenzare i vari stadi di elaborazione dell’informazione sensoriale, relativi a una singola modalità, per esempio visiva, probabilmente attraverso meccanismi che originano da aree multimodali (con meccanismi di biofeedback Ladavas, 2002).

Un esempio, è dato dal cervello che elabora le rappresentazioni visivo-tattili attraverso neuroni specializzati che riguardano lo spazio peri-personale, cioè la parte che circonda il viso e le mani. Questo significa che l’esperienza visiva che abbiamo di una parte del corpo è connessa all’esperienza del toccare, come in un paziente che dopo l’amputazione di un braccio, avvertiva sensazioni tattili nell’arto fantasma se il medico toccava l’immagine speculare del suo unico braccio. Questo sistema integrato controlla sia gli imput visivi che tattili relativi a questo specifico spazio e sembra funzionalmente separato da quello che controlla l’informazione visiva dello spazio extrapersonale.

La sinestesia conferma che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera soggettiva e conferma che la realtà esperienziale non è mai uguale per ciascuno di noi. La sinestesia si manifesta come vera e propria tempesta di sensazioni, percezioni, emozioni. Alla base della capacità di tastare un odore, gustare un profumo, o vedere un suono ci sono delle strutture innate che condizionano i modi in cui la sinestesia si manifesta. A dimostrazione di questa tesi vi sono sinestesie osservate nei bambini di tenera età e il fatto che molte associazioni tra stimolo percettivo e risposta sinestesica cioè multidimensionale sono ricorrenti anche in ambiti culturali differenti.

Le bizzarre connessioni tra aree cerebrali che caratterizzano chi sperimenta spontaneamente il fenomeno della sinestesia porterebbero a un potenziamento delle capacità della memoria e del pensiero creativo. Questo spiegherebbe come mai il fenomeno, che presenta solitamente una componente ereditaria possa essere sopravvissuto alle pressioni evolutive. Secondo David Brang e Vilayanur S.Ramachandran, dell’Università di San Diego la sinestesia assocerebbe diversi vantaggi legati ai processi cognitivi, vantaggi selettivi che giustificherebbero la sopravvivenza alla pressione evolutiva tanto da giustificare perché si è conservata nella popolazione.

Per questo un gruppo internazionale di ricercatori afferenti al Children’s Hospital di Boston e all’Istituto di Biologia molecolare dell’accademia delle scienze austriache ha studiato il genoma del moscerino, per identificare i geni del dolore. Usando la tecnica dell’interferenza a RNA sono riusciti a identificare oltre 12000 mutazioni per isolarne 600  possibili candidati geni del dolore. Il primo è stato un gene che codifica parte di un canale di calcio detto alfa2delta 3, che regola il passaggio attraverso la membrana cellulare degli ioni calcio, elemento critico per l’eccitabilità elettrica delle cellule nervose. In questo studio i topi carenti di alfa2delta3 ha dimostrato che questo gene effettivamente controlla la sensibilità al dolore provocato dal calore oltre che nei moscerini della frutta anche nei mammiferi. Con la RMI, questo gene partecipa all’elaborazione del dolore provocato dal calore a livello cerebrale, mostrando un fatto davvero singolare, in assenza di alfa2delta3 il segnale del dolore da calore arrivava correttamente al talamo, ma poi non proseguiva verso i centri corticali superiori del dolore. Le immagini mostravano invece un’attivazione crociata delle aree corticali per la visione, l’olfatto, e l’udito. Lo stesso fenomeno sinestesico era poi riscontrato anche quando lo stimolo doloroso era di natura tattile e non da calore. E come ha osservato Joseph Penninger, anche se non possiamo interrogare il topo, sappiamo che vede, sente ed ascolta il segnale dolore. A conferma del ruolo di questo gene sulla sensibilità dolorifica nell’uomo i ricercatori hanno esaminato quattro polimorfismi a singolo nucleotide (ossia variazioni di una singola base nel codice genetico) all’interno del gene alfa2delta 3, in 189 volontari sani sottoposti a test con successioni di stimoli calorici dolorosi ed hanno scoperto variazioni insolite associate a una ridotta sensibilità al dolore acuto. In tal modo hanno rilevato che pazienti portatori di questa rara forma erano meno propensi a sentire il dolore di mal di schiena cronico. Altri geni coinvolti nell’elaborazione del dolore GCH1 e KCNS1 sono stati identificati. Studi sui gemelli indicano che il 50% della variabilità nella sensibilità al dolore è ereditaria: in tutti i tipi di dolore, i geni  sembrano controllare l’esperienza dolore almeno nella metà dei casi.

La ricerca condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di genomica dell’Imperial College di Londra pubblicata sull’American Jornal of Human Genetics ha identificato quattro possibili regioni correlate con la suscettibilità alla sinestesia, e la regione con il cromosoma 2 è quella con la più elevata correlazione. Nelle regioni vicine vi sono geni preposti alla memoria, all’apprendimento, e a patologie come l’autismo e l’epilessia nonché la dislessia.

Infatti, le anomalie sensoriali e percettive sono comuni nei disturbi dello spettro autistico e più volte sono state segnalate casi con sinestesia. Queste scoperte indicano che la base genetica della sinestesia audio-visiva è più complessa di quanto si pensi e che probabilmente, possa essere dovuta a una combinazione che interessa svariati geni, in cui i caratteri ereditari, seguono schemi alquanto complessi.

 

Bibliografia

 

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  14. 14.     Martin Klimas e le sculture sonore fromyourdesks.com/2012/06/27
[box] foto: http://dabpensiero.files.wordpress.com/ 2009/03/sinestesia-2.jpg

di Biganzoli  Daniela alias Dab[/box]

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Mafalda Cipulli

neurologa,dirigente medico presso U.O.di Neurologia Presidio Ospedaliero di Vasto Ha pubblicato un libro e almeno 100 lavori scientifici di epilettologia e neuroscienze.

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