L’altruismo e il comportamento umano

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Premessa generale.

Nel presente scritto si proporrà una sintesi delle principali teorie etologiche in chiave evoluzionista in tema di altruismo e si tenterà di verificare quanto esse siano applicabili alla ricerca intorno le origini del comportamento altruistico nell’Homo sapiens. Di altruismo umano si sono occupate molte svariate discipline scientifiche, denominate complessivamente scienze del comportamento. Le principali, oltre all’etologia, sono la fisiologia del sistema nervoso, la psicologia, la psicoendocrinologia, la psicoanalisi, la so-ciologia, l’antropologia. Tutte hanno contribuito a chiarire meglio la natura del comporta-mento umano e tutte secondo la loro prospettiva hanno analizzato l’altruismo, ma in un recente articolo McAndrew molto opportunamente ha individuato il segno distintivo tra l’approccio della psicologia sociale diretto ad indagare intorno alle cause immediate dell’altruismo e quello proprio dell’etologia umana che, al contrario, tenta di trovare le ori-gini psico-biologiche dell’altruismo. In una prospettiva evolutiva, pertanto, l’altruismo è una relazione, in cui un soggetto, detto donatore, nel porre in essere un certo comportamento, subisce una perdita del proprio successo riproduttivo, mentre l’altro, il ricevente, avvantaggiandosi dell’azione del donatore, si trova in una situazione tale da avere una maggiore probabilità di procreare. L’altruismo, tuttavia, rappresenta da sempre un rompicapo per gli evoluzioni-sti in generale, ma lo è ancor di più quando le varie teorie proposte per spiegare il compor-tamento di varie specie animali in termini di miglioramento della fitness procreativa vengo-no applicate per spiegare l’altruismo nell’Homo sapiens. E’ ormai pacificamente accettato dalla comunità scientifica che anche il comportamento umano sia il prodotto dell’evoluzione, ma è altrettanto chiara la peculiare complessità dell’essere umano, dovuta principalmente dal fatto che, a differenza di quanto accade nel-le comunità animali, la trasmissione di informazione di generazione in generazione avvie-ne soprattutto per via extragenetica, cioè attraverso la cultura, fenomeno che, sulla base di recenti studi, rimane comunque nell’ambito della teoria evolutiva. Secondo i biologi Sza-thmary e Maynard Smith la nascita della cultura rappresenta una transizione evolutiva fondamentale esattamente come lo fu il passaggio dalla riproduzione asessuata a quella sessuale. Gli studi di paleoantropologia confermano questa conclusione. Il processo di ominazio-ne si è sviluppato nell’arco di circa 45 milioni di anni. 2 – 3 milioni di anni fa l’Austrolopithecus africanus sviluppa la cultura materiale. 1,5 – 1,8 milioni di anni fa l’homo habilis inizia a costruire rudimentali strumenti in pietra. L’homo erectus erga-ster (1,6 milioni di anni fa) e l’homo erectus pekinensis (600.000 anni fa) usano quotidianamente il fuoco e una prima forma di spiritualità. Con la comparsa dell’homo presapiens 120 – 125.000 anni fa e poi dell’homo sapiens sapiens (25.000 – 26.000 anni fa) compare la cultura in senso stretto. Per quanto concerne specificamente l’altruismo è certo che i Neanderthiani, una popo-lazione appartenente alla famiglia dell’homo sapiens, anche se teorie recenti hanno dimostrato che si trattò di una specie umana diversa, mantenendo una morfologia inaltera-ta per 50 milioni di anni in Asia e per 35 milioni di anni in Europa, furono i primi esseri a prendersi cura degli individui invalidi all’interno del loro gruppo, a mostrare cioè una forma avanzata di altruismo, ed anche i primi a seppellire intenzionalmente i defunti, pur tuttavia senza manifestare aspetti religiosi.

 

Da Darwin a Wilson.

L’evoluzionismo per spiegare l’altruismo ha fin dalle origini sfiorato l’idea, ormai abban-donata dall’etologia moderna, della selezione per gruppi. Lo stesso Darwin pare aderire a quest’impostazione, secondo cui la selezione naturale non potrebbe essere ricondotta uni-camente all’individuo o al fitness individuale. Egli scrive: “Indubbiamente molti istinti, assai difficilmente spiegabili, potrebbero essere addotti in opposi-zione alla teoria della selezione naturale; si tratta di casi in cui non riusciamo a vedere da dove gli istinti possano aver tratto origine, di casi di cui non si conoscono le gradazioni intermedie […] Mi riferisco ai neutri o femmine sterili delle comunità degli insetti: infatti questi neutri spesse volte so-no molto diversi quanto a istinti e struttura, sia dai maschi e sia dalle femmine feconde, e tuttavia, essendo sterili, non possono propagare il loro tipo. […] Infatti è dimostrabile che alcuni insetti e altri animali articolativi diventano occasionalmente sterili in condizioni naturali; e se questi fossero so-ciali e fosse vantaggioso per la comunità avere ogni anno un certo numero di individui atti al lavo-ro, ma incapaci di procreare, non vedo perché debba essere tanto difficile per la selezione naturale riuscire nell’intento.” Parrebbe, dunque, che proprio il fondatore dell’evoluzionismo avrebbe introdotto con-cetti quali vantaggioso per il gruppo o, secondo l’espressione più recente, bene del gruppo e bene della specie. Seguendo, dunque, questo ragionamento si può con-cludere che vi sono alcuni comportamenti animali che si sviluppano non tanto per aumen-tare il fitness procreativo di un singolo membro della comunità, ma piuttosto per un van-taggio, pur sempre riproduttivo, dell’intera comunità. Darwin stesso, però, abbandona que-sto concetto: “Questa difficoltà, sebbene appaia insuperabile, si riduce o, come credo, scompare, quando si ricordi che la selezione può applicarsi alla famiglia, così come all’individuo e può così raggiungere lo scopo desiderato.” Il concetto di bene del gruppo venne ripresa da Lorenz nei suoi celebri studi sull’aggressività ritualizzata. Secondo l’etologo viennese in queste manifestazioni molto particolari e tipiche di specie, filogeneticamente anche molto distanti, si sono sviluppati dei meccanismi regolatori tali da ridurre al minimo i danni tra i duellanti. Questa circostanza è spiegabile grazie al bene della specie. Infatti un comportamento eccessivamente ag-gressivo, porterebbe in breve all’estinzione della specie e quindi rappresenterebbe uno svantaggio evolutivo. Nel 1962 il biologo Wynne-Edwards pubblicò uno studio, secondo cui, in determinate circostanze, in molte comunità di animali alcuni membri riducono la propria capacità ripro-duttiva, come nel caso degli insetti sterili, per offrire un vantaggio al gruppo. L’esempio tipico è il caso di uccelli e molti mammiferi. Durante la stagione invernale essi si riuniscono in gruppo e le capacità riproduttive diminuiscono forse per effetto dello stress da sovraffol-lamento. Questa riduzione del fitness riproduttivo è in realtà un formidabile sistema di re-golamentazione. La ridotta disponibilità di risorse alimentari, infatti, richiede una riduzione della crescita della popolazione e ciò permette all’intera comunità di avere una maggiore probabilità di sopravvivenza. Con la stagione primaverile e l’aumentata possibilità di trova-re cibo la specie di uccelli ritrova la medesima capacità procreativa. Nonostante l’autorevolezza degli studiosi citati, l’idea di bene della specie rimane vaga, in grave contraddizione con la teoria della selezione naturale e soprattutto priva di univoche conferme empiriche. Tuttavia, come si vedrà, almeno alcuni indirizzi dell’etologia umana riprenderanno questo concetto. Accogliendo, invece, il suggerimento del passo di Darwin citato, nel 1964 lo zoologo Hamilton estese l’idea della selezione dall’individuo alla famiglia, introducendo il concetto di kin selection. Secondo Hamilton il comportamento altruista si verifica soprattutto in seno alle cure parentali, in cui la fitness individuale viene sostituita da una fitness complessiva (inclusive fitness) ossia la fitness individuale di ciascun parente moltiplicata per il coefficiente di parentela (r) definita come la probabilità che due individui condividano le coppie di uno stesso gene. Da qui risulta che tra fratelli r è pari a 0,5, tra zii 0,25 e tra cugini primi 0,125 e via discorrendo. Scopo della selezione non è tan-to la riproduzione in sé, quanto la propagazione dei propri alleli. Di conseguenza se alcuni membri famigliari si sacrificano e diventano sterili o, quanto meno, rinunciano alla procrea-zione per aumentare, tuttavia, la fitness dei propri figli o fratelli, in termini evolutivi, l’obiettivo selettivo è ugualmente ottenuto, perché i propri alleli si propagano in seno alla specie. Hamilton ha formalizzato tutto ciò in una disequazione, così espressa: BC > 1 ove B sta per benefici, C per costi, r per coefficiente di parentela. Anzi Hamilton sostie-ne che, sulla base di leggi genetiche, ogni tanto viene generato un individuo con un gene mutante che lo induce a comportarsi in modo altruistico. Una conferma della teoria di Ha-milton ci è offerta dal martin pescatore (ceryle rudis), un uccellino dal manto bianco e nero che vive in gallerie nei pressi dei grandi laghi in Africa. In queste colonie alcuni ma-schi, detti aiutanti primari, durante il primo anno non si riproducono e aiutano i geni-tori nel cibare fratelli più giovani. Si è notato che tale comportamento è dovuto essenzial-mente alla circostanza che in ogni colonia le femmine sono in numero inferiore rispetto ai maschi e perciò il sacrificio di alcuni comporta il vantaggio per il gruppo intero. La teoria ha molti limiti. Infatti, seguendo il filo del ragionamento di Hamilton, si giunge alla conclusione che l’altruismo è ragionevole solo ed esclusivamente all’interno della fa-miglia. Tutto ciò è smentito da molti dati empirici. Si pensi alla specie più vicina all’homo sapiens, cioè lo scimpanzé. In molti comunità di queste scimmie si svilup-pa una serie di alleanze e di reciproco aiuto tra individui non imparentati. Studi recenti hanno chiarito quanto questi contatti contribuiscano al controllo dell’aggressività. Così tra i pipistrelli vampiri (desmodus retundus) si creano forme di altruismo durante la pre-dazione. Frequentemente dopo una battuta di caccia i predatori più fortunati cedono una parte di cibo trovato ai meno fortunati. E’ chiaro che questi comportamenti non possono essere spiegati in termini di vantaggio nella propagazione dei propri alleli in seno alla spe-cie. La maggior parte degli atti altruistici anche nelle comunità animali avviene al di fuori dei legami di parentela. Per quanto riguarda, poi, l’homo sapiens la psicoanalisi ha messo ben in luce che le relazioni parentali si caratterizzano più per un profondo conflitto, che non per atti di reciproco aiuto. Oltre tutto seguendo l’approccio freudiano tale conflitto non è una relativa eccezione, come si potrebbe ipotizzare per l’infanticidio in famiglia nelle comunità di scimmie e umane, ma è un tratto della personalità umana che trova una spie-gazione non solo in termini psicologici, ma probabilmente anche etologici. In tal modo Trivers nel 1971 introduce il concetto di altruismo reciproco. Questa forma alternativa di comportamento altruistico può essere sintetizzata dall’adagio latino do ut des. Il donatore si sacrifica offrendo un vantaggio al ricevente, confidando di averne un immediato o futuro vantaggio. Nella mangusta nana (helogale parvula), per esem-pio, alcuni individui migrano in gruppi diversi e, per farsi accettare nel nuovo territorio, ini-ziano a porre in essere un intensa attività di helping, cioè di aiuto reciproco. Tutto ciò rappresenterà un notevole vantaggio futuro, perché aumenterà la probabilità riprodutti-va dell’aiutante. L’aspetto maggiormente innovativo di quest’impostazione è che a fianco del bisogno riproduttivo, pur sempre preminente, vengono poste finalità, quali l’accettazione e l’intensificazione delle relazioni sociali in seno al gruppo, oltre alla difesa del territorio. Questi concetti sono particolarmente utili per spiegare l’altruismo nell’homo sapiens, specie in cui il gruppo svolge un ruolo preminente. Benché le teorie di Hamilton e Trivers offrano una ragionevole spiegazione per molti comportamenti, come nel caso delle comunità di leoni, dove vi sono atti di altruismo che rientrano ora nella kin selection ora nell’altruismo reciproco, anch’esse non riescono a spiegare altre azioni, quali, per esempio, quelle di gratuito sacrificio al di fuori di gruppi parentali. Quest’ultime sono caratteristiche nel comportamento umano. Non a caso, proprio sulla scorta di studi di etologia umana, in anni recenti alcuni biologi hanno ripreso l’idea della selezione per gruppo, anche se in forma rivisitata. Questo ap-proccio ha il vantaggio di riportare l’atto altruistico nell’ambito di garanzia di cibo e difesa del territorio, ma al tempo stesso pare allontanarsi dalla teoria classica di Darwin. La teoria della selezione multilivello è stata proposta dall’evoluzionista David Slo-an Wilson. Wilson distingue la selezione individuale tra individui che appartengono al medesimo gruppo e quella tra individui di gruppi differenti. Solo in seno ai membri del me-desimo gruppo esplode la competizione tra organismi. I gruppi non evolvono in modo a-dattivo solo per quei tratti che migliorano la fitness di alcuni gruppi relativamente ad altri. In un più recente studio Wilson, assieme a Sober, elabora questa teoria in termini ma-tematici, in seguito a uno studio su una popolazione di un parassita, D. Dendriti-cum. Il modello dimostra come il carattere dell’altruismo potrebbe evolvere a partire da un singolo mutante altruistico. I due studiosi sostengono che se una popolazione, in seno a cui vi sono solo alcuni individui portatori del gene dell’altruismo, viene inserita in un sotto-gruppo, in cui possono avvenire iterazioni a volte solo per una piccola parte di generazioni, a volte per generazioni multiple, i membri dei nuovi sottogruppi confluiscono in una nuova popolazione globale che ricomincia il ciclo. In questo modo dopo un certo tempo avremo una popolazione mista con alcuni membri altruisti e altri non-altruisti. Può così iniziare una competizione all’interno della popolazione, che porterà al successo degli altruisti. Infatti se prendiamo due gruppi, dove nel gruppo 1 l’80% dei membri sono altruisti, mentre il 20% sono non altruisti e nel gruppo 2 l’80% dei membri sono non altruisti, mentre il 20% sono altruisti, si potrà facilmente desumere che gli altruisti hanno maggior succes-so, avendo la tendenza ad aggregarsi l’un l’altro rispetto ai non altruisti che rimangono confinati in una nicchia isolata. Tutto ciò è meglio spiegato nella seguente tabella.

n = numero di organismi in un sottogruppo; p = proporzione di individui del sottogruppo che sono altruisti; Wa = media di fitness negli altruisti; Ws = media di fitness nei non altruisti; n’ = numero di organismi dopo l’iterazione nel sottogruppo; p’ = proporzione di individui del sottogruppo che sono altruisti dopo l’iterazione con il sottogruppo; N = numero di organismi nella popolazione globale P = proporzione della popolazione globale che è altruista; N’ = numero di organismi nella popolazione globale dopo l’iterazione del sottogruppo; P’ = proporzione della popolazione globale che è altruista.

 

Neppure questa teoria, tuttavia, è di alcuna utilità per dare una spiegazione convin-cente per ciò che viene definito altruismo puro. In questo caso nessuna delle teorie che sono state enunciate danno una spiegazione convincente. Zahavi prima e Grafen poi ritengono, allora, che un atteggiamento caritatevole è un modo per diffondere un’immagine positiva del donatore in seno al proprio gruppo, finaliz-zato ad aumentare le relazioni sociali, alzando la probabilità di procreazione. Questa teoria viene denominata della segnalazione costosa. Questo modello è stato proposto nell’etologia umana per spiegare l’atto della donazione del sangue. Il bio-logo Alexander era intenzionato a dare una spiegazione in termini evolutivi di questo co-mune atto di generosità. Era fin da subito evidente che nessuna delle teorie citate offriva una giustificazione a questo comune atto di generosità. Molti etologi erano giunti alla con-clusione che l’istanza etica era tanto peculiare dell’homo sapiens da essere un comportamento non adattivo. Del resto la donazione del sangue è un atto del tutto gratuito che si compie solo per fare del bene, senza alcuna valenza evolutiva. Alexander, invece, dimostrò che anche la donazione del sangue è un comportamento che si è evoluto secondo quanto teorizzò Darwin. Chi compie tale gesto è interessato a diffondere una buona immagine di sé in seno al gruppo di appartenenza. Grazie a un ge-sto che ha un costo personale piuttosto basso, il donatore riesce ad aumentare le relazioni sociali e accrescere la propria fitness individuale. Non si tratta di una mera ipotesi teorica, perché alcuni dati statistici confermano questa teoria. Si è per esempio verificato che al-cuni studenti dell’Università del Michigan erano più propensi a donare il sangue se la Cro-ce Rossa rilasciava loro un adesivo. Ciò perché li rendeva più visibili agli altri studenti, di-mostrazione che il fine del gesto era attirare l’attenzione dei propri simili.

 

Conclusioni.

Questi studi sull’altruismo dimostrano sì il carattere evolutivo di questo comportamento nell’homo sapiens, ma ne dimostrano anche l’assoluta peculiarità. Del resto è certo che, all’inizio dell’evoluzione, gli ominidi frequentemente si organizzavano in gruppi per in-traprendere attività collettive, quali la caccia o la difesa del territorio. Ciò perché questo era l’unico modo per sopravvivere in un ambiente a loro non particolarmente favorevole. E’ chiaro che in queste condizioni il successo – cioè le condizioni che determinano la sele-zione naturale – non era tanto rappresentata dalla minore o minore capacità riproduttiva, ma piuttosto nella capacità di stringere alleanze, di aggregarsi durante le battute di caccia, proteggersi vicendevolmente. Soltanto dopo aversi garantito cibo sufficiente e una sicu-rezza personale adeguata si poteva pensare alla procreazione. Si potrebbe obiettare che cibo e sicurezza siano fondamentali anche nel regno animale. Ciò è parzialmente vero se si prende in considerazione la circostanza che la procreazione nell’homo sapiens è realizzabile solo dopo un lungo tempo dopo la nascita per due ragioni. Primo in quanto l’apparato sessuale umano, sul piano strettamente fisiologico, è maturo in età adolescenziale, all’incirca tra gli 1113 anni per le femmine e i 1315 anni per i maschi. Secondo perché la procreazione nell’homo sapiens ha assunto probabil-mente fin dai primordi valori simbolici ed etici, tali da richiedere un tempo di corteggiamen-to piuttosto lungo. E’, perciò, ragionevole pensare che maggiore è il tempo del primo atto procreativo, più alta è la probabilità di non procreare. Di qui il ruolo essenziale del gruppo nell’homo sapiens sia per offrire una maggiore protezione alla prole, che non sem-pre può essere accudita dai genitori, sia talvolta nella scelta della patner sessuale. Per questa stessa ragione diventa di fondamentale importanza, molto maggiore rispetto a tutte le altri specie animali, l’altruismo, spesso apparentemente gratuito, nell’homo sa-piens. Perciò, almeno per homo sapiens, è utile rispolverare il concetto di van-taggio per la specie. Ora, però, la domanda è: perché tutto ciò si è verificato nell’homo sapiens e non piuttosto nel Neanderthal o nello scimpanzé? La questione è partico-larmente complessa se si riflette che sia il Neanderthal sia lo scimpanzé ai primordi dell’evoluzione della nostra specie avevano probabilmente un genoma molto simile, se non uguale, vivevano nello stesso ambiente e dovevano affrontare gli stessi problemi. Perché, allora, solo l’homo sapiens è diventato la specie dominante? Si ritiene che sia stato proprio l’atteggiamento altruistico ad aver giocato il ruolo decisivo.

 

 

Note:
1 Quando si tratta di comportamento umano è necessario tenere sempre distinte le scienze descrittive, come l’etologia, dalle discipline deontiche, quali l’etica e il diritto. Scopo delle prime è descrivere il comportamento, mentre le seconde elaborano norme, ovvero enunciati di obbligo, permesso e divieto, intorno al comportamento che si ritiene giusto o in-giusto. L’etologia spiega il comportamento su un piano psico-biologico, ma non lo giustifica a livello etico. Inoltre per le scienze descrittive la trasmissione del comportamento è basato su meccanismi genetici e sull’apprendimento, anche di tipo skinnerriano; le seconde, invece, affidano la propria diffusione all’educazione e alla cultura. Affermare che un comportamento è adattivo, non significa che esso possa e, talvolta debba, essere corretto dagli attori che le diverse so-cietà hanno sviluppato (scuola etc.). Se si fosse tenuto conto di queste distinzioni molte polemiche che si sono sollevate, soprattutto in seguito alla pubblicazione del libro Sociobiology: the new synthesis di O.E. Wilson nel 1975, sarebbero state evitate.
2 F. T. McAndrew, New Evolutionary Perspectives on altruism: multilevel-selection and costly-signaling theories, in American Psychological Society, volume 11, number 2, april 2002, pp. 79 ss.
3 R. Boyd e P. Richerson P., Culture and the Evolutionary Process, University of Chicago Press, 1985.
4 C. Darwin, l’origine delle specie, Newton & Compton Editori, 2000, p. 237 ss.
5 C. Darwin ibidem.
6 K. Lorenz, il cosiddetto male, il Saggiatore, 1969.
7 V. C. Wynne-Edwards, Animal dispersion in relation to social Behaviour, Oliver & Boyd, 1962.
8 R. L. Trivers, the evolution of reciprocal altruism, in Quarterly Review of Biology, 1971, n. 46, pp. 35 ss.
9 D.S. Wilson, altruism and organism: disentantling the themes of multilevel selection theory, the American Naturalist, 1997, n. 150, S122-S134
10 E. Sober e D.S. Wilson, Unto Others: the evolution and Psychology of  Unselfish Behaviour, Harvard University Press, 1998;
11 A. Zahavi, reliability in communication systems and the evolution of altruism, in B. Stonehouse & C. M. Perrins, evolutionary ecology, MacMilan press, 1977, pp. 253 ss. e A. Grafen, biological signals as handicap, in Journal of theoretical biology, 1990, n. 144, pp. 517 ss.
12 R. D. Alexander, the biology of moral system, Aldine de Gruyter, 1987.

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Renzo Remotti

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