Psicologia evoluzionistica e personalità: un connubio possibile

Tentativi di spiegazione delle diversità individuali nell’unità della specie

 

Abstract: Assunto fondamentale della psicologia evoluzionistica è che la mente, e non solo il suo sub-strato biologico, il cervello, è frutto del processo evolutivo che ha interessato la nostra specie. Lampante agli occhi di tutti è che, sebbene molto simili nel modo di operare, le menti dei diversi individui differiscono nel modo di interpretare la realtà: ognuno di noi presenta infatti la propria personalità, il proprio personale modo di “usare” i meccanismi psicologici che guidano le nostre scelte e i nostri comportamenti. Anche la psicologia evoluzionistica si è interessata allo studio delle differenze individuali, e sebbene data la complessità dell’ argomento siano ancora molte le questioni aperte, gli psicologi evoluzionistici hanno oggi qualche risposta in più sulle possibili finalità adattative delle differenze individuali.

 

Personalità: definizione e domande

In termini generali, la personalità può essere definita come l’insieme dei sistemi psicologici che fondano la stabilità dei comportamenti, degli atteggiamenti e del modo di interpretare la realtà di un individuo.

Questa è però, appunto, una definizione molto generale e ampia: trattandosi di un concetto molto complesso, la branca della psicologia che si occupa specificatamente di personalità ha trovato (e continua a trovare) non poche difficoltà di definizione unanime, nonostante il tentativo di ogni studioso che si occupi di personalità sia sempre lo stesso, e cioè quello di rispondere alle domande su quali siano le caratteristiche di una determinata persona, come è diventata quello che è e perché agisce in un certo modo e non in un altro.

Il dibattito sulla personalità in senso strettamente “scientifico” prende vita nella seconda metà del ventesimo secolo, quando si iniziarono a mettere a punto tecniche e strumenti di indagine, quali l’osservazione esterna e l’analisi dei resoconti dell’auto-interpretazione dei fatti, strumenti che permisero agli studiosi del tempo di formulare ipotesi ancora oggi di grande validità.

Dalla seconda metà del ventesimo secolo ad oggi acqua sotto i ponti ne è passata tanta, e nel panorama degli studi di psicologia della personalità si contano diverse teorie: si pensi, ad esempio, alle teorie dei “tratti” e a quelle dei “tipi”.

Con il termine “tipi” si intendono variabili discrete di personalità: una descrizione tipologica di personalità si basa quindi su poche caratteristiche che descrivono una persona e il suo modo di agire e pensare.

Con il termine “tratti” si intende invece l’insieme delle disposizioni di personalità stabili possedute da un soggetto (ritenute in genere di matrice genetica), che agiscono in opposizione a quelli che vengono definiti “stati”, consistenti in disposizioni transitorie: l’ansia, ad esempio, può rappresentare sia un tratto che uno stato. Se si manifesta in maniera costante in un individuo costituirà un suo tratto di personalità, se invece viene esperita in maniera intensa da un soggetto ma solo in situazioni particolari, vuol dire che il soggetto in questione possiede un’elevata ansia di stato. Le teorie dei tratti, quindi, si fondano sul concetto che la personalità di un individuo sia data dall’insieme dei tratti di cui è composta.

Anche la psicologia evoluzionistica si è occupata di personalità, e anche gli psicologi evoluzionisti si sono trovati a dover dare risposta ad alcune domande preliminari, le cui risposte sono necessarie per arrivare ad una quanto più precisa possibile (ma certo non definitiva) definizione del concetto di personalità.

Fulcro centrale della psicologia evoluzionistica è il concetto secondo il quale la mente e i suoi processi sono il frutto della lunga storia evolutiva che ha interessato la nostra specie. Per gli psicologi evoluzionisti, alla base dell’infinita gamma dei comportamenti umani vi è un insieme di meccanismi psicologici che formano il “patrimonio comune” condiviso da tutti gli appartenenti alla nostra specie.

Alla luce di quanto detto, le domande menzionate sopra ci appaiono strettamente legate a questioni di ereditabilità genetica: innanzitutto, quali sono i punti in comune fra le azioni, le motivazioni e i processi cognitivi di ogni essere umano?

Rispondere a questa prima domanda significa quindi studiare l’origine di alcuni aspetti stabili del comportamento della nostra specie, quali sono gli scopi e le motivazioni che muovono questi comportamenti, e stabilire quali criteri sono necessari per definire qualcosa come “comune” a tutti i Sapiens.

La seconda domanda riguarda invece lo studio dell’origine delle grandi differenze individuali: in che modo gli essere umani differiscono fra loro nelle azioni, nelle motivazioni e nel comportamento?

Questa seconda domanda riguarda quindi più specificatamente la psicologia della personalità, che ha il compito di individuare i criteri necessari per indagare le differenze individuali.

La terza domanda, infine, riguarda come capire le relazioni esistenti fra i “punti in comune” e le differenze individuali: come devono integrarsi le ricerche e le teorie sui tratti specie-specifici e le differenze individuali?

Rispondere in maniera compiuta a queste domande iniziali non è certo compito facile, ma grazie anche agli sviluppi della genetica la risposta sembra essere un po’ più vicina.

 

Personalità e psicologia evoluzionistica

Come detto sopra, fulcro centrale della psicologia evoluzionistica è il concetto secondo il quale anche la mente, e non solo il suo sub-strato biologico, il cervello, sia frutto dell’evoluzione naturale.

Ad essere lampante agli occhi di tutti è che, sebbene siano indubbiamente molto simili nei processi e nel modo di operare, le menti dei diversi individui, e soprattutto il frutto dei processi mentali e cioè i comportamenti manifesti, sono estremamente diversi fra loro: ogni essere umano ha, appunto, la sua personalità, cioè il proprio personale modo di fondare la stabilità dei comportamenti, degli atteggiamenti e di interpretare la realtà.

Premesso che per gli psicologi evoluzionisti affermare che esiste una natura umana condivisa non vuol dire affatto sottovalutare le infinite forme in cui il comportamento umano si manifesta, vediamo se è possibile interrogarsi sull’interpretare le differenze di personalità come frutto di differenti strategie di adattamento, e se questo potrebbe portare a trovare una buona chiave di lettura per la spiegazione di un fenomeno tanto complesso.

Quindi, assodato che è stata l’evoluzione naturale a forgiare il comportamento umano, quali sono le finalità adattative delle differenze individuali?

Inoltre, tenendo conto del fatto che il risultato del lungo processo evolutivo che interessa ogni specie vivente si esprime fondamentalmente nel genoma, è necessario interrogarsi anche sul perché della variazione genetica legata alla presenza di diverse espressioni di personalità.

L’interesse degli psicologi evoluzionisti per lo studio delle differenze individuali è relativamente recente: inizialmente le loro ricerche si sono infatti focalizzate quasi esclusivamente (il “quasi” è doveroso: è giusto ricordare che David M. Buss, professore dell’Università del Texas e psicologo evoluzionista, già agli inizi degli anni Ottanta scriveva articoli sulla personalità), sull’individuare i meccanismi universali dell’architettura dei moduli cognitivi della mente umana che, in quanto appunto universali, sono ormai definitivamente incorporati nel corredo genetico umano e quindi comuni a tutti i membri della specie.

Le differenze individuali erano viste dalla psicologia evoluzionistica come “semplici” varianti, irrilevanti per la comprensione dell’architettura mentale della specie umana.

La teoria della neutralità selettiva ha contribuito ad “allontanare” l’interesse della psicologia evoluzionistica dallo studio delle differenze individuali: secondo questa teoria, le differenze individuali possono essere viste come frutto della “deriva genetica”, cioè come frutto di motivi totalmente casuali, per cui la variabilità delle caratteristiche individuali non comporterebbe nessun miglioramento o peggioramento sul successo riproduttivo di un individuo, sulla sua capacità cioè di sopravvivere e di trasmettere agli eredi il suo corredo genetico.

Ma alcune osservazioni sembrano andare contro a quanto appena detto: in primo lungo, il fatto che nella specie umana (e non solo: si è dimostrata l’esistenza di stabili differenze di comportamento anche in altre specie) alcune componenti delle differenze individuali, cioè alcuni tratti di personalità, manifestano ereditarietà e si mantengono stabili nel tempo.

Inoltre le manifestazioni di differenze di personalità esercitano un ruolo importante sulla sopravvivenza, sul benessere e sulle possibilità di successo riproduttivo di ogni individuo: la nostra specie deve principalmente la sua sopravvivenza alla complessa forma di socialità di cui è capace, ed è proprio all’interno della sfera della socialità che le differenze individuali giocano il loro ruolo di funzione adattativa. Gli esseri umani hanno sviluppato particolari capacità di “monitorare” le differenze individuali, è questo è indice di quanta importanza adattativa abbia per noi il rilevamento e il controllo di queste differenze personali. Inoltre, è stato rilevato anche che alcune compenti delle differenze individuali si manifestano più frequentemente all’interno di individui appartenenti allo stesso sesso.

Prima di approfondire quelle che sono le concezioni più strettamente psicologiche, è necessario concentrarsi meglio, anche se in maniera molto breve, su alcuni concetti di genetica delle popolazioni, come quello della neutralità selettiva accennato sopra.

Anche se non sono poche le difficoltà legate a questo tipo di studi, e questo sia perché sono ancora pochi gli studiosi che hanno tentato un approccio genetico-evolutivo alla spiegazione della persistenza di variazioni ereditabili nei tratti di personalità, sia perché la stessa natura poligenica delle differenze individuali non rende di certo facile il compito, e nonostante non si possa ancora affermare con certezza che per questioni come la personalità si possa applicare in toto quella che viene chiamata “la prima legge di genetica del comportamento di Turkheimer”, secondo la quale “tutto è ereditabile”, la genetica evolutiva offre una varietà di meccanismi che potrebbero spiegare la persistente variazione genetica in differenze di personalità. Questi meccanismi comprendono la neutralità selettiva che abbiamo già citato, la teoria dell’equilibrio mutazione-selezione e la selezione di bilanciamento.

Recenti sviluppi teorici portano a pensare che sia possibile prevedere come ciascuno di questi meccanismi potrebbe influenzare certe caratteristiche fenotipiche dei tratti.

Interrogandosi sul concetto di neutralità selettiva come spiegazione alla base delle differenze individuali, Penke e collaboratori affermano che la persistenza di variazioni genetiche generate nelle popolazioni attraverso la neutralità selettiva è possibile solo se le sue conseguenze fenotipiche sono (quasi) completamente ininfluenti sulla fitness della specie in qualsiasi ambiente: quindi, la neutralità selettiva può dare spiegazione di tratti relativamente “banali”, ma non può certo dare contezza delle grandi differenze di personalità presenti nella specie, che come abbiamo detto rivestono un ruolo molto importante nel tessuto delle nostre relazioni sociali.

Messa da parte la neutralità selettiva, gli autori si sono concentrati sulla teoria dell’equilibrio mutazione-selezione che, come dice il nome stesso della teoria, presuppone il raggiungimento di un equilibrio, all’interno di una popolazione, tra la presenza di mutazioni possibilmente deleterie e il meccanismo della selezione, che tende alla loro eliminazione.

Ovviamente la maggior parte delle differenze individuali non sono dannose, ma questa teoria permette agli studiosi di capire come sia possibile che all’interno di una determinata popolazione persistano determinate variazioni.

Quando un tratto è influenzato da più loci genetici, maggiori sono le probabilità che questi loci siano colpiti da mutazione, più mutazioni si accumulano in un tratto e più difficile sarà per la selezione eliminare le variazioni: quindi, invece di raggiungere uniformità genetica, tratti non neutri (cioè non irrilevanti per la fitness di un individuo) caratterizzati da grandi possibilità di mutazione hanno maggiori possibilità di essere interessati dal meccanismo di mantenimento dell’equilibrio mutazione-selezione.

Per selezione bilanciante, invece, si intende il processo mediante il quale la selezione naturale favorisce il persistere di diversi alleli (cioè varianti di sequenze che compongono un gene) all’interno di uno stesso gene presente in una popolazione.

È chiaro che per espressioni fenotipiche così complesse come quelle legate ai tratti di personalità, le possibilità legate a questi due tipi di processi sono numerose.

Alla luce di quanto detto, si può integrare il concetto di “tratto” di personalità sopra descritto con il concetto di “norma di reazione”.

Le “norme di reazione” sono le particolari espressioni fenotipiche generate dai genotipi in particolari situazioni ambientali (e per l’essere umano, quando si parla di “situazioni ambientali” si intendono anche le dinamiche sociali): biologicamente si può spiegare questo fenomeno con la descrizione degli “endofenotipi”, cioè il frutto dell’insieme dei microprocessi fenotipici, quali ad esempio la regolazione delle migrazioni neurali.

Questi microprocessi sono sì generati dall’esperienza, ma sono pur sempre regolati dalle “possibilità genetiche” di cui un essere vivente è dotato.

Quello che si sta tentando di fare, in sostanza, è di gettare un solido ponte tra le basi genetiche dei tratti di personalità e le ineliminabili influenze ambientali, non più appellandosi a una generica oscillazione natura/cultura, bensì ricostruendo- e possibilmente anche misurando- il contributo dei fattori genetici allo sviluppo biologico dei modi individuali di adattamento all’ambiente. (Cardaci, 2012).

Tooby e Cosmides (1989), due padri fondatori indiscussi della psicologia evoluzionistica, argomentano così la questione: scoprire che due strategie alternative sono ereditabili, che sono codificate da geni che differiscono da persona a persona non è un criterio utile per definire una caratteristica come un adattamento. Dal punto di vista della selezione naturale, non è infatti importante se una strategia alternativa (quindi, un diverso comportamento) è attivato da un gene, una condizione ambientale, o una valutazione cognitiva. Ciò che conta è il meccanismo innato che è stato “progettato” (sempre casualmente) per fare in modo che l’individuo riesca a prendere le informazioni giuste come input utile per selezionare “l’alternativa giusta nella giusta circostanza”, garantendo così la sopravvivenza dell’individuo.

Secondo i due autori, dunque, strategie evolutive diverse non possono risiedere in suite di geni che variano da persona a persona. È possibile che le strategie che richiedono ampi periodi di apprendimento, come quelli legati al formarsi della personalità, richiedano la predisposizione genetica frutto dell’evoluzione, tuttavia è nella stretta interconnessione fra ambiente e genetica che va ricerca la chiave evolutiva della personalità: anche l’ambiente è frutto dell’evoluzione, e se si pensa che la parola “ambiente” assume per l’essere umano il significato prevalente di “ambiente sociale” la cosa appare lampante. Un fenotipo non può essere studiato separando geni e ambiente perché nel corso dell’evoluzione la variazione genetica non ha fatto altro che esplorare le proprietà dell’ambiente nel quale un organismo vive, scoprendo così le informazioni e le reazioni utili alla sopravvivenza.

Esistono, quindi, potenzialità umane universali attivate (forse in maniera irreversibile) da valutazioni situazionali effettuate sulle informazioni presenti nell’ambiente. Per Tooby e Cosmides, dunque, il grande serbatoio di variabilità genetica alla base delle differenze psicologiche fra gli individui è ancora un fatto tutto sommato “neutrale”, e ad essere universale è la sensibilità ai cambiamenti ambientali.

Le differenze individuali devono essere cercate nel rapporto fra singole situazioni e frequenza di attivazione di un determinato modulo mentale (per i due autori, è ragionevole pensare che un modulo mentale è progettato per valutare situazioni durature): in particolare, assumono grande importanza gli stimoli ambientali che si sono presentati precocemente nella vita di un individuo, cioè durante la sua prima infanzia.

A questo punto, è possibile parlare della Life History Theory (LHT), secondo la quale per capire come è possibile che ogni persona sviluppi una personalità diversa è necessario rivolgere lo sguardo ad alcuni fattori cruciali del suo sviluppo.

Sostanzialmente, la LHT si basa sul concetto dell’ottimalità: la selezione naturale favorisce gli individui che sanno gestire efficacemente le limitate risorse di tempo ed energia che hanno a disposizione.

La LHT fornisce quindi un quadro teoretico efficace per spiegare come, in base al trade-off fra costi e benefici, gli organismi riescano “ottimizzare le risorse”: ovviamente, l’ottimizzazione delle risorse è rivolta a degli scopi ben precisi (che, in sostanza, sono tutti diretti al mantenimento della fitness individuale e alla possibilità di riproduzione), e questi scopi variano a seconda dell’età che ogni organismo attraversa. Un individuo che si trova nella fase di crescita avrà scopi diversi di un individuo appartenente alla stessa specie che è ormai arrivato alla senescenza.

In particolare, per la LHT sono tre i fattori principali che “segnano” lo sviluppo della personalità: le cure parentali ricevute, il livello di mortalità dell’ambiente in cui un individuo cresce e la frequenza con la quale un individuo è venuto a contatto con certi tratti di personalità durante la sua crescita.

La LHT si propone anche di spiegare come mai certe caratteristiche di personalità emergano e si formino in determinati momenti della storia di un individuo e non in altri: dato che tempo e risorse sono limitate nel corso della vita di ogni organismo, bisogna suddividerle in maniera quanto più vantaggiosa possibile, per sopravvivere.

In particolare la LHT si concentra su quelle che possono essere state le “scelte” (non coscienti: nessun organismo decide “a tavolino” come spendere le proprie risorse di tempo ed energia) conseguenti alle pressioni selettive che gli antenati di ogni specie hanno subito, e che hanno determinato il particolare modo in cui ogni essere vivente affronta “le fatiche” della crescita fisica, della riproduzione e della genitorialità.

Per la LHT sono tre le “decisioni” più importanti che gli organismi devono prendere per organizzare al meglio le proprie risorse di tempo ed energia: quando riprodursi, se investire maggiormente sulla quantità o sulla qualità della prole, e se impiegare il proprio tempo alla genitorialità o alla ricerca di nuovi partner.

La più importante funzione evolutiva delle prime esperienze sociali di un essere umano è quella di preparare l’individuo ad affrontare l’ambiente in cui vivrà per tutta la sua vita. Fra le molte informazioni che l’individuo riceve ce ne sono alcune che lo aiuteranno, in futuro, a scegliere l’appropriata strategia riproduttiva. Nello specifico, Belsky e collaboratori (1991) hanno ipotizzato che queste informazioni potranno portare l’individuo a scegliere nell’età adulta fra due possibili strategie: una orientata verso la quantità della prole, con conseguente basso investimento genitoriale e poca stabilità dei rapporti di coppia. Gli individui che “mirano” alla quantità (ricordiamo che stiamo parlando di decisioni che non sono assolutamente coscienti) iniziano generalmente prima a riprodursi rispetto a quelli orientati a massimizzare la qualità della prole, per i quali la riproduzione è conseguenza di relazioni stabili. Importante per la “scelta” di intraprendere una o l’altra “strada riproduttiva” è il ruolo della figura paterna durante la prima infanzia: in sostanza, il tipo di cure parentali che il bambino riceve nei primi anni della sua vita contribuiranno a determinate quali saranno i suoi tratti di personalità legati alle strategie riproduttive.

Essenziale per lo sviluppo della personalità è anche il livello di mortalità (quindi l’esposizione o meno a situazioni pericolose) presente nell’ambiente della prima infanzia. La pericolosità di un ambiente per un bambino piccolo è determinata soprattutto dalla non curanza dei genitori (tutti noi sappiamo che qualsiasi situazione è possibilmente pericolosa per un infante), che porterà il piccolo a sviluppare tratti di personalità legate alla necessità di far fronte a questo tipo di situazione (ad esempio, aggressività). Viceversa, un bambino che vive i suoi primi anni di vita in un ambiente “protettivo”, tenderà a sviluppare maggiore capacità di cooperazione.

Infine, importanti per lo sviluppo della personalità di un individuo sono i tratti con cui è venuto maggiormente a contatto durante l’infanzia, e con i quali ha quindi più possibilità di confronto.

Le posizioni della LHT forniscono una prima parziale risposta ad un’altra possibile domanda sui tratti di personalità come frutto di adattamento: se alcuni tratti sono più adattativi degli altri, perché non sono posseduti da tutti?

A completare la risposta è il trade-off fra benefici e costi che il possedere o meno un determinato tratto comporta, che viene spiegato meglio con l’interpretazione in chiave evoluzionistica della teoria dei Big Five.

Come dice il nome stesso della teoria, questa si basa su cinque grandi “dimensioni” di personalità: data la complessità del fenomeno, è giusto precisare che il termine “dimensioni” si riferisce all’insieme di elementi di covarianza dei tratti fra gli individui, e non ad una “organizzazione” di attributi.

I cinque grandi fattori di personalità individuati dal modello sono: l’estroversione, l’amicalità (chiamata da alcuni autori “gradevolezza”), la coscienziosità, il nevroticismo e l’apertura all’esperienze (chiamata anche “apertura mentale” o intelligenza).

A garantire l’universalità di questi cinque grandi fattori sembra essere il fatto che questi sono stati riscontrate in popolazioni di diversa matrice culturale, in soggetti di età e sesso diversi, e dai risultati di studi basati su questionari sul linguaggio naturale.

Inoltre, diverse ricerche hanno evidenziato che questi cinque grandi fattori emergono anche dalla somministrazione di test di personalità che non sono formulati sulla base delle acquisizioni di questa teoria.

Questo non ci deve comunque fare pensare che l’approdo alla definizione di questi cinque grandi dimensioni di personalità rappresenti la risposta definitiva alle domande che gli studiosi si sono poste per anni.

Uno dei primi ricercatori a proporre un’interpretazione adattazionista della teoria dei Big Five fu Kevin B. MacDonald, psicologo evoluzionista americano che ha contribuito al superamento dell’assunzione neutrale della personalità citata sopra.

MacDonald (1995) affermò che i valori intermedi delle cinque maggiori espressioni di personalità possono essere considerate frutto di strategie adattative, vantaggiose in determinate situazioni, svantaggiose in altre. In seguito, Nettle (2006) ha analizzato i possibili benefici e costi legati ai Big Five: per quanto riguarda l’estroversione, il beneficio più importante risiede nella facilitazione alle relazioni interpersonali, e quindi a maggiore possibilità di trovare partner sessuali e a riprodursi. Di contro, l’elevata predisposizione degli estroversi all’esplorazione dell’ambiente e alla ricerca di sensazioni forti può portare questi ultimi a correre maggiori rischi legati ad incidenti o ad essere poco propensi ad accudire la prole.

Un tratto che oggi sembra essere totalmente negativo come quello del nevroticismo poteva rappresentare, nell’ambiente di adattamento evolutivo, un vantaggio perché consentiva agli individui “nevrotici” di avere livelli più alti di vigilanza, e quindi maggiore capacità di individuare i pericoli. È stato evidenziato, inoltre, che i soggetti nevrotici riescono ad usare le energie negative derivanti all’ansia e allo stress nella lotta per l’autoaffermazione: le emozioni negative del nevrotico, in altre parole, possono fungere da “spinta” motivazionale verso il successo individuale qualora ovviamente il soggetto si trovi impegnato in situazioni competitive (ad esempio, l’ansia provata da uno studente con personalità nevrotica potrà spingerlo a studiare in vista di un esame).

Il valore adattativo del nevroticismo è relativo alle specifiche circostanze in cui si manifesta, dunque all’ambiente, ed è dato anche dalle correlazioni che questo ha con altre caratteristiche possedute dal soggetto, quali l’intelligenza e la coscienziosità.

L’apertura mentale porta con sé il vantaggio di facilitare nel soggetto la capacità di collegare fra loro stimoli apparentemente molto diversi, ma per contro costituisce uno svantaggio nel momento in cui dà vita a credenze legate al paranormale o a pensieri che sono espressioni di forme di psicopatologie, come la depressione.

La coscienziosità fa sì che un individuo abbia maggiore capacità di perseguire scopi a lungo termine, ma può anche renderlo meno attento alle opportunità immediate.

La gradevolezza, infine, predispone all’empatia, e quindi alla collaborazione interpersonale, ma può anche rendere un individuo troppo attento nei confronti dell’altro e distratto riguardo ai propri interessi.

Ovviamente non esiste l’equilibrio perfetto fra costi e benefici di ogni fattore di personalità: la selezione naturale non ha stabilizzato definitivamente le differenze individuali, a volte sostiene un certo tratto, altre volte lo ostacola.

Del resto, è ormai chiaro che la selezione naturale non opera certo secondo seguendo uno scopo ben definito: i cambiamenti che hanno portato le diverse specie viventi ad essere oggi quelle che sono, e la lunga serie di differenziazioni e trasformazioni, sono avvenuti seguendo un “meccanismo cieco”, che non ha intenti né progetti, e che non vede il futuro quando accumula le sue lente modificazioni da una generazione all’altra (Pievani, 2010).

Le basi ereditabili della personalità deriverebbero così da una combinazione dei costi e dei benefici adattativi e del sottostante polimorfismo genetico (Cardaci, 2012).

Possedere una determinata personalità, oltre a “regolare” il comportamento di un individuo, serve anche a “segnalare” agli altri se chi si ha di fronte è affidabile o meno, se è disposto a contribuire al benessere del gruppo, e così via.

Alla valenza adattativa dei tratti di personalità si affianca, dunque, anche quella informativa: uno studio condotto sulle categorie lessicali legate ai Big Five, categorie riscontrate in varie lingue e che individuano differenze individuali socialmente salienti, evidenzia che le domande che ogni individuo si pone implicitamente per la valutazione dell’altro sono sostanzialmente volte a verificare la presenza o l’assenza dei cinque grandi tratti sopra menzionati.

L’universalità di queste domande fa pensare che la presenza o l’assenza di un determinato tratto in un individuo era di fondamentale importanza nell’ambiente del nostro “paesaggio adattativo primario” (per “paesaggio adattativo primario”, AAE, si intende l’insieme delle condizioni globali che determinarono i meccanismi psicologici che ci hanno portato ad essere quello che siamo, cioè l’ambiente in cui la nostra mente si è evoluta. Approssimativamente, possiamo individuare l’AAE nel Pleistocene) dato che la sopravvivenza di un essere umano è legata soprattutto alla sua capacità di gestire i rapporti sociali.

 

 

 

Riferimenti Bibliografici

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CARDACI, M. (2012) Psicologia evoluzionistica e cognizione umana, Bologna. Il Mulino.

 

COSMIDES, L., TOOBY, J. (1990) On the Universality of Human Nature and the Uniqueness of the Individual: The Role of Genetics and Adaptation, Journal of Personality, 58, 17-67.

 

MC CRAE, R., OLIVER, P.J., (1992) An Introduction to the Five- Factors Model and Its Application, Journal of Personality, 60, pp. 175-215.

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NETTLE, D. (2006) The evolution of personality variations in humans and other animals, American Psichologist, 61, pp. 622-631.

 

PENKE L., DENISSEN J.J. A., MILLER G.F., (2007) The evolutionary genetics of personality, European Journal of Personality, 21, pp. 549-587.

 

PIEVANI T., (2010) La teoria dell’evoluzione. Attualità di una rivoluzione scientifica, Bologna, Il Mulino.

 

Foto: http://livinghealthyguide.com/ wp-content/uploads/2013/02/body-Evolution.jpg

Author: Maria Costanza

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