Fisicalismo non Riduttivo e Relazione Mente-Corpo

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Abstract Nell’analisi delle relazioni tra livelli vengono presi in considerazione i problemi generati dalla relazione di sopravvenienza, incompatibile con un approccio non-riduzionista. Si propone quindi un concetto di emergenza basato sull’olismo relazionale e la downward causation. La peculiarità del rapporto mente-corpo rende però necessari ulteriori studi.

1. Introduzione

Uno degli aspetti costanti della nostra esperienza del mondo, dal senso comune alla ricerca scientifica, è quello di avere a che fare con entità e livelli diversi ma in qualche modo interrelati: dal fisico al biologico, dal mentale al sociale fino a quello ecosistemico per citare gli esempi più generali. Compito della riflessione filosofica in questo particolare ambito, è quello di esplicitare questo tipo di concezione, individuandone le assunzioni ed i problemi, e portando così alla formulazione di nuove domande.
Di fronte alla stratificazione del mondo in livelli, una prima distinzione tra approcci riduzionisti e no, risulta insufficiente. Esiste infatti una pluralità di posizioni tra i due estremi che vedono la complessità della realtà come un epifenomeno riconducibile ad un unico livello fondamentale, oppure frantumata in livelli isolati ed autosufficienti. E’ quindi necessario districarsi in una molteplicità di approcci, dalla modularità dei sistemi aggregativi al concetto di vincolo, dai monismi materialista e panpsichista ai dualismi o ai pluralismi. A rendere ancora più complessa la situazione, alcuni concetti tra cui quello di sopravvenienza sono spesso usati per sostenere posizioni diverse, risultando quindi compatibili con teorie tra loro contraddittorie. In aggiunta, aspetti ontologici ed epistemologici sono spesso strettamente intrecciati e la loro relazione non viene resa sufficientemente esplicita.
In un approccio non-riduzionista, un ruolo centrale è assunto dal concetto di emergenza. Con esso si intende l’apparizione di novità qualitative in natura, nella forma di nuove proprietà, relazioni od oggetti non presenti nelle entità preesistenti. Per ciò che riguarda la natura della novità e la relazione con la sua origine è possibile distinguere tre tipi di definizione di emergenza (Crutchfield, 1994; Pessa, 1998):
1) emergenza come novità, la cui origine e forma non viene analizzata. Un esempio di questo tipo di definizione intuitiva è l’affermazione secondo cui una proprietà di un sistema è emergente se non appartiene a nessun componente preso singolarmente, ma solo al sistema come un tutto unitario;
2) emergenza come impredicibilità di un comportamento ordinato. E’ il caso dei fenomeni di formazione di pattern che caratterizzano i processi auto-organizzativi. Il comportamento del tutto è in principio deducibile dalle leggi che descrivono quello dei componenti, anche se non è predicibile a causa delle interazioni non-lineari tra questi. In altri termini il tutto non ha un ruolo causale effettivo, che è invece ereditato interamente da quello delle parti.
3) emergenza come indeducibilità, o emergenza intrinseca. L’apparizione del nuovo sistema o comportamento non è deducibile a partire dalla dinamiche iniziali, e di conseguenza necessita di un nuovo tipo di descrizione. Alcuni esempi sono i fenomeni di Spontaneous Symmety Breaking ed i processi autopoietici.
L’emergenza in senso proprio, in grado di rendere conto di uno scarto effettivo tra i livelli,  è quella presentata nel terzo punto. D’altra parte, l’indeducibilità da sola non è sufficiente per fornire le basi di una teoria, perché l’emergenza rimarrebbe un qualcosa di “magico”, non ulteriormente spiegabile ma, riprendendo un’espressione degli emergentisti inglesi (Alexander, 1920; Morgan, 1923), da accettare con “natural piety”. Non sarebbe perciò possibile indagare la natura della relazione tra i diversi livelli osservati nel mondo, che assumerebbero quindi lo status di entità totalmente indipendenti le une dalle altre. La sola indeducibilità, sostenuta già da Mill (1843) e Broad (1925), non può essere la base per una teoria non-riduttiva della stratificazione della realtà, ma necessita di un’analisi dei processi da cui trae origine.

2. Il problema della sopravvenienza

Con il termine sopravvenienza si intende una relazione di co-variazione di due livelli, la base a ed il livello sopravveniente b, nella forma: “non esiste evento identico in a ma che differisca in b e non può esserci alterazione in b senza un’alterazione in a.” E’ un concetto che nasce nell’ambito metaetico, ad opera di  Moore e Hare, e viene poi introdotto da Davidson nella riflessione sulla relazione mente-corpo, ed usato come argomento a favore del fiscalismo non-riduttivo. Esso però pone dei seri problemi riguardo alla formulazione di una posizione non-riduzionista.
Come sostiene Kim (1993), la sopravvenienza è una relazione molto semplice e limitata, apparentemente compatibile con entrambe le posizioni, riduzionista e no. E’ simmetrica e non implica una dipendenza, ma soltanto una corrispondenza tra due livelli. Per poter esprimere una relazione come quella di emergenza, necessita quindi di alcune assunzioni aggiuntive oltre alla semplice covarianza:
1) la dipendenza del livello sopravveniente dalla sua base, espressa dal concetto di realizzazione fisica;
2) una condizione di irriducibilità: un oggetto in b, deve possedere nuovi poteri causali irriducibili a quelli della sua base (Kim, 1992);
3) la downward causation (Kim, 1992): dalla definizione di sopravvenienza e dal concetto di realizzazione fisica risulta che l’unico modo per una proprietà emergente b di avere effetto su un’altra sullo stesso livello, è quello di causarne la base. Di conseguenza la causalità intralivello implica una combinazione di  downward causation ed upward determination..
Kim, nel passaggio successivo della sua analisi afferma che i punti 2 e 3  non sono compatibili con il concetto di sopravvenienza in una prospettiva fisicalista. Una proprietà sopravveniente b per causare b’ sul suo stesso livello, deve agire sulla base di quest’ultimo a’, ma anche a, la base di b, è causa sufficiente di a’. L’apparente sovradeterminazione è superata per mezzo del principio di esclusione secondo cui, poiché non possono esserci più cause sufficienti di uno stesso fenomeno, è a, il realizzatore di b, l’unica causa di a’ e di b’. Il potere emergente di b è quindi solo apparente, così come lo è anche la relazione al livello sopravveniente. La causalità reale quindi appartiene solamente al livello fondamentale, il resto è epifenomeno, senza alcuna rilevanza effettiva per gli eventi del mondo.
 Inoltre per Kim, il potere esercitato da un livello superiore sulla sua base è anche in contraddizione con principio di chiusura causale della fisica: la causalità presente negli eventi materiali appartiene al dominio fisico, senza l’intervento di principi esterni ad esso come delle entelechie vitali o mentali. Di conseguenza, per sostenere un’ontologia fisicalista è necessario accettare il principio di sopravvenienza, riducendo tutta la causalità a quella di un livello fondamentale; oppure si è costretti ad assumere una posizione dualista, con il problema di come concepire l’interazione tra livelli tra loro incompatibili: laddove fallisce la sopravvenienza fallisce anche il monismo.

3. Indeducibilità dei fenomeni emergenti: olismo relazionale e downward causation

Alla luce delle argomentazioni di Kim, è ancora possibile l’emergenza in senso forte intesa come indeducibilità? Le uniche opzioni sembrano essere l’introduzione di un principio extra fisico o considerarla come conseguenza dei limiti delle teorie disponibili al momento (Nagel, 1951). Un’ulteriore via è quella di intendere l’irriducibilità come “non-analizzabilità” delle proprietà emergenti, come ad esempio nel caso dei qualia di cui non è possibile la riduzione funzionale (Chalmers, 1996; Kim, 1998). Anche in questo caso il problema non è risolto, ma rimandato a cause misteriose o ad una posizione dualista come quella sostenuta da Chalmers.
L’unica via per affrontare direttamente il problema è quella duplice di analizzare le assunzioni implicite nelle considerazioni di Kim, in particolare rispetto alla realtà fondamentale, e di individuare fenomeni fisici in cui si creano nuovi livelli senza che sia rispettata relazione di sopravvenienza. A questo scopo è necessario indagare le cause dell’indeducibilità, spostando il punto di vista dal confronto di proprietà presenti a diversi livelli, allo studio dei processi che le istituiscono.
Oltre al fatto che nella scienza di oggi viene messo in discussione il concetto stesso di livello fondamentale costituito da entità elementari, le possibili soluzioni all’aut aut che sembra risultare dall’analisi del concetto di sopravvenienza provengono dalla fisica stessa. Una critica alla posizione di Kim viene da Birckhard e Campbell (2000) i quali ne mettono in discussione le assunzioni basate su di una fisica particellare, in cui la totalità del potere causale risiede nelle proprietà intrinseche delle entità fondamentali e non può quindi derivare in alcun modo dall’organizzazione del sistema in cui queste si trovano. In alternativa a questa posizione, essi sostengono l’importanza dei vincoli relazionali che caratterizzano i fenomeni non-locali ed i campi trattati nella teoria quantistica. In questi processi sono infatti individuabili nuovi poteri causali dipendenti dalla loro specifica organizzazione.
Nella fisica quantistica  in particolare si trovano i casi più chiari di fallimento della relazione di sopravvenienza, nei quali sono presenti poteri causali superiori compatibili con un monismo fiscalista. Alcuni fenomeni di questo tipo sono quelli di fusione e di non-separabilità, in cui le proprietà di base non sono presenti contemporaneamente a quelle emergenti (Pessa & Vitiello, 1998; Silberstein & McGeever, 1999). Ad esempio i bosoni di Goldstone, dovuti alla rottura di simmetria che dà origine ad un ferromagnete, possono essere osservati come reali solo nel sistema a cui appartengono. Ne sono i componenti, ma non i costituenti elementari, in quanto non esistono isolatamente. Questo tipo di relazione secondo cui alcune proprietà o entità non sopravvengono sulle proprietà non relazionali dei relata, è detta olismo relazionale (Teller, 1986). Deriva dal concetto di entanglement che caratterizza l’equazione di Schrödinger, per cui lo stato di un sistema non dipende da quello delle sue parti prese individualmente, ma al contrario, queste ultime non sono specificabili senza riferimento al composto a cui appartengono. Considerando in astratto un’ipotetica relazione di fusione * tra due oggetti a e a’ appartenenti allo stesso livello ed aventi proprietà 1 e 2 ad un certo istante t, essa dà origine ad un oggetto b a livello sopravveniente, che nell’esercitare il suo potere causale su b’ non necessita di causare anche la base di quest’ultimo. Se infatti da (a1* a’2 )(t) si ottiene (1*2)(a+a’)(t’), per la relazione di fusione le proprietà delle parti originarie non sono più rilevanti, anche nel caso in cui questi oggetti continuino ad esistere come entità separate. Di conseguenza non può esservi la covarianza tra i due livelli richiesta dalla relazione di sopravvenienza, e quindi la causalità intralivello tra b e b’, non è più soggetta al principio di esclusione esplicativa (Humphreys, 1999). Per spiegare l’emergenza in modo analogo al concetto di entanglement in meccanica quantistica, essa deve quindi implicare un fallimento della relazione di sopravvenienza senza ricorrere a principi esterni al dominio fisico.
Inoltre, l’olismo relazionale rende necessaria una revisione del concetto di downward causation. In quest’ottica infatti, essa non può essere considerata come una relazione causale diretta, diacronica nella stessa forma di un’interazione intra-livello, come invece viene descritta nell’argomentazione di Kim. Il potere causale risiede invece nell’organizzazione del processo considerato, e si riflette sulle proprietà dei componenti. Anche se le parti materiali sono presenti, il loro comportamento nel sistema non deriva totalmente dalle loro proprietà intrinseche, ma dalla natura del processo.
Il problema della downward causation è quindi di difficile approccio, in quanto non può consistere in una causalità diretta del tutto sulle parti, analoga a quella tra particelle fisiche, una sorta di forza configurazionale (McLaughlin, 1992). Non può riguardare un’interazione tra livelli posti su piani paralleli, come viene intesa anche da Alexander e Kim. I diversi livelli devono essere considerati come intrecciati, in quanto la causalità verso il basso, sincronica, deriva dall’organizzazione del processo emergente: è relatedness nel significato datole da Morgan (Morgan, 1923), come inseparabilità dei termini dalle loro relazioni. Necessita quindi di un diverso tipo di spiegazione, che può essere ottenuta introducendo il concetto di causa formale accanto a quelli di causa materiale ed efficiente che caratterizzano il modello di Kim. Non si esce quindi dal dominio della fisica, ma se ne estende la capacità descrittiva a nuovi fenomeni. Mantenendo la chiusura causale della fisica rispetto alle cause materiali, e riconoscendo che i livelli sono intrecciati e non paralleli, è possibile ammettere l’esistenza locale di fenomeni differenti, senza entrare in contraddizione con il monismo materialista.
Alla luce di queste considerazioni è quindi possibile distinguere tre diversi modi di intendere la causalità verso il basso (Emmeche, Køppe & Stjernfelt, 2000):
1) downward causation forte:  la differenza tra i livelli  è dovuta all’introduzione di un principio non scientifico, come nelle teorie vitaliste. Il livello superiore infatti non è costituito interamente da entità del livello inferiore, e di conseguenza lo scarto non è solo organizzativo ma ontologico. E’ alla base della posizione di Kim, secondo cui un potere causale emergente reale viola necessariamente la chiusura causale della fisica.
2) downward causation debole: considera la differenza tra i livelli come puramente formale, di pattern, e si esprime attraverso una rappresentazione in termini di attrattori. L’emergenza come impredicibilità che caratterizza i fenomeni auto-organizzativi è un esempio di questo tipo. I livelli emergenti, per quanto abbiano un carattere unitario ordinato, non sono dotati di veri poteri causali. Sono degli epifenomeni, che non implicano un cambiamento intrinseco al sistema. Un esempio è la causalità sopravveniente.
3) downward causation media: il livello superiore non influenza direttamente quello inferiore, ma agisce come causa formale, vincolando l’attività degli elementi sottostanti. E’ perciò relazione sincronica, che considera i cambiamenti nel comportamento delle particelle che compongono il sistema emergente, e che richiedono una nuova descrizione.
In che senso quest’ultima relazione può implicare un fallimento della sopravvenienza analogo a quello riscontrato nei fenomeni quantistici? Il motivo, insito nel concetto stesso di relatedness risiede nel fatto che il comportamento dei componenti rilevanti per il sistema non coincide con quello determinato dalle proprietà non-relazionali delle parti materiali considerate individualmente. Un esempio (Rosen, 1991) è dato dalla struttura terziaria delle proteine, che emerge da quella primaria codificata dal DNA. Sebbene i siti attivi si comportino come molecole, non sono frazionabili e non sono determinati direttamente dalla successione degli amminoacidi. Dipendono invece dalla struttura del tutto. Il fallimento della sopravvenienza consiste quindi nell’impossibilità di far coincidere le operazioni analisi e sintesi: con la prima dalla struttura terziaria della proteina si ottengono i siti attivi; con la seconda dalla sequenza di amminoacidi si ottiene la struttura primaria. Non c’è quindi quella corrispondenza richiesta dalla relazione di sopravvenienza.
 
4. Emergenza e livelli descrittivi

L’indeducibilità dei processi emergenti rende necessario prendere in considerazione il ruolo dell’osservatore, il quale deve servirsi di una pluralità di modalità descrittive a seconda del suo punto di vista e dei suoi scopi. L’importanza attribuita all’attività osservativa accomuna una serie di approcci indicati con l’espressione “emergenza relativa a un modello” (Cariani, 1989). E’ una definizione che deriva dalla riflessione di Rosen (1978), il quale attraverso l’analisi del processo di costruzione dei modelli dei sistemi naturali, definisce l’emergenza come la biforcazione tra il comportamento effettivo del sistema e quello descrivibile dal modello, in una prospettiva incentrata sui limiti dell’osservatore nel cogliere in modo unitario la varietà delle proprietà del mondo. Questo scarto è dovuto ai cambiamenti delle relazioni tra le variabili significative del sistema rispetto a quelle che caratterizzano il modello di partenza, a causa di trasformazioni nel tempo o del cambiamento di punto di vista descrittivo. Un esempio di quest’ultimo caso è la differenza tra un sistema considerato in isolamento, o in interazione come parte di un sistema più ampio. I due casi richiederanno di considerare relazioni diverse, contemplate da modelli irriducibili tra loro: la validità di un modello è quindi limitata sincronicamente e diacronicamente, rendendo necessario ricorrere a modalità descrittive alternative. Queste considerazioni caratterizzano anche la Teoria dei Sistemi Logicamente Aperti (Minati, Penna & Pessa, 1998; Licata, 2003), che analizza la differenza tra chiusura ed apertura termodinamica e logica riguardo all’emergenza, e che esprime in un formalismo che richiama quello di von Foerster (1981) l’impossibilità di una convergenza ricorsiva verso un modello completo.
Nella teoria autopoietica (Maturana  & Varela, 1980, 1984) l’attività osservativa acquista un ruolo centrale, dando origine ad un vero e proprio approccio epistemologico. Nel caratterizzare i fenomeni emergenti, assume inoltre grande importanza la natura circolare del processo che costituisce l’identità del sistema come un tutto unitario: è il concetto di organizational closure, secondo cui identità ed attività del sistema coincidono, in quanto il suo prodotto è la sua stessa organizzazione. Il sistema non è definito da fattori esterni come invece avviene per i fenomeni di stabilità dinamica, che dipendono da certe boundary conditions. Queste sono invece stabilite e mantenute dal sistema stesso. Questa relazione auto-referenziale esprime inoltre il carattere tutto-o-niente del sistema, che non può essere concepito come risultato di un processo aggregativo, per mezzo di passaggi intermedi, ma come già costituito. E’ quindi uno dei possibili modi di esprimere il concetto di emergenza.
A questo riguardo è opportuno porre in evidenza alcune conseguenze di questa relazione:
a) Non è possibile una descrizione del sistema per mezzo di relazioni input-output, in quanto il significato dello stimolo dipende dalle caratteristiche intrinseche dell’unità.
b) Il sistema non è frazionabile, in quanto i componenti non possono essere isolati dai processi a cui partecipano e da cui essi stessi dipendono. Non è quindi possibile una descrizione funzionale, ma la rete circolare deve essere considerata nella sua unità. Di conseguenza è impossibile identificare i componenti con le parti materiali.
c) Come conseguenza della chiusura organizzativa e del carattere tutto o niente del sistema, i componenti e le condizioni iniziali sono logicamente successivi all’organizzazione di esso.
d) Il carattere emergente del sistema come unità di processi che si auto-distingue dall’ambiente in cui opera, presenta dei salti descrittivi che rendono necessario prendere in considerazione almeno tre diversi livelli, irriducibili ma al tempo stesso in reciprocamente dipendenti: quello delle dinamiche, quello dell’organizzazione unitaria ed infine quello che riguarda l’interazione del tutto con l’ambiente. Sebbene distinti, non sono indipendenti ed autosufficienti ma piuttosto sono indissolubilmente intrecciati. Questa relazione può essere analizzata su di un metalivello in cui essi sono considerati come complementarietà descrittive (Varela, 1997).
In base a queste considerazioni è possibile affermare che i sistemi organizzativamente chiusi non possono essere descritti per mezzo di un unico modello formale. Oltre che dal punto di vista sincronico che vede emergere livelli irriducibili, i limiti descrittivi sono evidenti anche da quello diacronico. Infatti l’organizzazione definisce ricorsivamente le regole di interazione tra i componenti, che non dipendono da stimoli esterni e non possono perciò essere definite in anticipo. Inoltre anche l’interazione con l’ambiente non può essere fissata in una funzione di trasferimento, ma continua a variare a causa dei cambiamenti innescati nei due interattori (sistema ed ambiente), determinati dalle loro strutture interne: le regole di interazione sono perciò continuamente ridefinite attraverso il gioco reciproco di perturbazioni e compensazioni che generano un processo open-ended, che non converge verso uno stato ottimale. Qualsiasi modello avrà quindi validità limitata nel tempo e nei livelli, ed il suo valore dipenderà dal ruolo e dagli scopi dell’osservatore, che a sua volta dovrà porsi in accoppiamento strutturale con il sistema.
Riprendendo gli argomenti trattati nei precedenti paragrafi, l’organizzazione autopoietica implica un fallimento della relazione di sopravvenienza, in quanto le proprietà del tutto non sono determinate da quelle intrinseche delle parti materiali: la chiusura organizzativa può essere considerata un caso di olismo relazionale, con una downward causation sincronica. Manca però ancora una trattazione di questi aspetti sul piano formale.
Il notevole merito della teoria dell’autopoiesi è anche quello di prendere in considerazione esplicitamente gli aspetti epistemologici, mostrando come l’emergenza sia radicata profondamente nell’attività osservativa: viene infatti spostata l’attenzione dallo studio di proprietà che caratterizzano un mondo oggettivo, come nell’approccio di Kim, a quello di relazioni tra descrizioni diverse.

5. Problemi legati alla relazione corpo-mente

Dopo aver affrontato il problema dell´emergenza in termini astratti ed aver fatto riferimento a fenomeni fisici e biologici, si concluderà con alcune considerazioni che riguardano la specificità del mentale.
La prima è di carattere metodologico, ed ha implicazioni fondamentali, le quali costituiscono la base stessa della teoria autopoietica. E’ la circolarità che caratterizza necessariamente lo studio dei processi mentali. Come conseguenza del doppio ruolo di osservatore e osservato che caratterizza sia il sistema studiato che colui che lo descrive, concetti come quello di olismo relazionale esteso ai fenomeni macroscopici, e quello di organizational closure, hanno infatti conseguenze rilevanti per la concezione della mente, retroagendo ricorsivamente sul modo stesso in cui ne viene affrontato lo studio. Ancor più che negli altri ambiti di indagine, è problematico e metodologicamente scorretto distinguere soggetto ed oggetto, osservatore e sistema osservato. Non è possibile quindi separare lo studio della mente dalle implicazioni epistemologiche che esso genera.
La seconda considerazione riguarda il problema della base da cui emergono i processi mentali. Kim (1998) nell’affrontare la questione della relazione tra livelli differenti, mette in risalto la peculiarità delle proprietà mentali rispetto ad altri casi, come quello del vivente. Negli organismi infatti la novità è dovuta al processo di aggregazione dei componenti molecolari, che dà origine ad un sistema di livello differente. Invece gli aspetti biologici e quelli mentali riguardano la stessa entità e di conseguenza non può esservi una relazione gerarchica tra livelli come quella tra aspetti microscopici e macroscopici: non vi è quindi né emergenza né sopravvenienza. Ne consegue che mente è solo un concetto di secondo ordine, una relazione di specificazione su proprietà di primo ordine (quelle fisiche, chimiche e biologiche): è come un’astrazione simbolica dalla catena causale che coinvolge i processi realmente significativi. Anche in questo caso la mente è ridotta a mero epifenomeno.
Per sostenere invece che la mente costituisce realmente un nuovo livello, irriducibile, e dotato di poteri causali propri, è necessario chiedersi innanzitutto da dove essa tragga origine. Se essa emerge dalla rete interneurale, allora può essere presa in considerazione una relazione mereologica tra livelli. Rimane però da definire la relazione con l’organismo nella sua totalità, perché a causa della profonda integrazione che li caratterizza, quest’ultimo non può essere semplicemente considerato come una parte dell’ambiente esterno. Il sistema nervoso è infatti subordinato all’organizzazione del vivente; inoltre l’organismo ed i processi interneurali sono tra loro strettamente interrelati attraverso le relazioni senso-motorie e le regolazioni ormonali ed immunitarie (Varela, 1979; Thompson & Varela, 2001). Può essere considerata anche l’ipotesi di una interazione tra tre sistemi: rete interneurale, organismo e ambiente. E’ perciò difficile individuare un correlato neurale minimo per l’emergenza della mente.
Se si considera invece la mente come incarnata nei processi che costituiscono l’organismo, essa non può essere semplicemente localizzata nella testa, ed è perciò più difficile individuarne la base e condurre un’analisi dal punto di vista mereologico. Può essere considerata come una proprietà relazionale estrinseca che riguarda l’interazione del sistema con l’ambiente, oppure può essere identificata con il processo vitale, richiamando anche i processi sottostanti:  diventa incarnata e situata.
I problemi derivati dall’estrema complessità della problematica della mente necessitano quindi di studi ulteriori, volti a risolvere la questione del livello base.

6. Conclusioni

La riflessione sui fenomeni emergenti all’inizio sembra mettere in discussione l’unità della scienza e del mondo, dando vita all’immagine di una realtà frammentata e discontinua. Ad un’attenta analisi dà invece forma ad una stratificazione, strettamente legata ai limiti dell’osservatore, in cui i livelli conservano la loro autonomia espressa dall’indeducibilità reciproca, pur rimanendo necessariamente in relazione tra loro. Ne deriva l’esigenza di considerare le diverse discipline come reciprocamente necessarie l’una all’altra, sia perché questi fenomeni richiedono di non fermarsi allo studio di un singolo livello; sia perché la mancanza di una vera e propria teoria dell’emergenza rimanda alla necessità di studiare fenomeni simili appartenenti ad ambiti disciplinari diversi, con conseguenti scambi reciproci di domande e problemi. Uno di questi casi è la ricerca di una relazione tra l’olismo relazionale della fisica quantistica e la riflessione sulla downward causation, che porta a confrontare processi emergenti a livelli diversi, superando lo studio astratto delle relazioni tra proprietà che caratterizza invece la riflessione sulla sopravvenienza.


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Leonardo Bich

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