Il Disturbo Borderline di Personalità

Il Disturbo Borderline di Personalità

Intervista al Prof. Cesare Maffei
Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Primario del Servizio di Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Istituto Scientifico H San Raffaele, Prorettore alle Scienze Umane UNISR

 

Quando si sente parlare di “personalità borderline” spesso se ne fraintende il significato. Cos’è di preciso il “Disturbo di personalità borderline”?

Il termine borderline ha una storia complessa e per molti anni vi e’ stata una disparità di opinioni, a rischio di dare al termine stesso connotazioni clinicamente contrastanti e far ricadere nella categoria borderline molti soggetti per i quali non era possibile identificare una diagnosi precisa. Da quando il dsm-III nel 1980 ha identificato alcuni chiari criteri diagnostici vi e’ stata una crescita enorme della ricerca empirica che ha consentito di chiarire e consolidare un costrutto diagnostico oggi ampiamente condiviso. Borderline quindi oggi ha un significato preciso e condiviso. Si tratta di un disturbo di personalità che si manifesta nella tarda adolescenza o nella prima eta’ adulta e che e’ caratterizzato da disregolazione emozionale ed affettiva, comportamenti impulsivi per lo più di tipo autolesivo, disturbo dell’identità e delle relazioni interpersonali che tendono ad essere intense, instabili e discontinue, spesso con una forte angoscia abbandonica.  questa configurazione ha un effetto profondamente negativo sulla capacità di progettazione della propria vita negli ambiti fondamentali quali affetti, studio e lavoro. Peraltro il disturbo si manifesta in maniera differenziata in maschi e femmine, nelle quali sembra essere maggiormente presente (ma e’ probabile che le femmine chiedano aiuto più spesso): nelle femmine prevale la componente autolesiva, mentre nei maschi la componente eteroaggressiva, con un profilo che tende verso l’antisocialità.

 

Qual’è l’aspetto cruciale di questa patologia ?

Il nucleo centrale del disturbo e’ la disregolazione emozionale, cioè una estrema reattività a stimoli soprattutto generati dalle relazioni interpersonali, cui consegue una risposta comportamentale immediata, impulsiva, il cui scopo e’ spesso di moderare o sopprimere l’attivazione emozionale. Purtroppo il comportamento e’ per lo più disfunzionale (gesti autolesivi come tagli o bruciature, alcol, droghe, psicofarmaci, abbuffate alimentari, sesso spesso non protetto ed altro) e genera ulteriore attivazione emozionale negativa (senso di colpa, vergogna). E’ evidente come in tal  modo si instaurino circoli viziosi emozionali, comportamentali e relazionali che interferiscono gravemente con il mantenimento ed il raggiungimento di obiettivi esistenziali soddisfacenti. Non e’ da trascurare la frequenza di tentativi di suicidio che, nel 10-12 percento dei casi, hanno esito fatale.

 

Quali potrebbero essere le cause che determinano l’insorgenza della patologia ?

La ricerca empirica ha fornito dati che riguardano una patogenesi multifattoriale in cui sono in gioco una vulnerabilità biologica (elevata reattività emozionale) cui si accompagna una invalidazione da parte dell’ambiente. con invalidazione si intende il mancato riconoscimento da parte dell’ambiente della peculiarità delle esperienze psicologiche del soggetto, che sono comprensibili alla luce della intensa reattività emozionale ma che vengono criticate, stigmatizzate, banalizzate. Il dramma del soggetto che diventerà borderline e’ di essere come un albino che si trova all’equatore e che viene criticato perchè si scotta! Non dimentichiamo che in percentuale variabile i soggetti che sviluppano un disturbo borderline hanno subito gli effetti di situazioni traumatiche infantili, sia dell’ordine dell’abuso che della negligenza genitoriale.

 

Qual’è la prognosi per i pazienti ?

La prognosi, che un tempo si pensava molto negativa,è in realtà buona per una buona parte di soggetti. Ciò e’ dovuto in parte alla natura intrinseca del disturbo, ed in parte al fatto che oggi sono disponibili terapie efficaci. Infatti sono state messe a punto specifiche modalità di intervento psicoterapico che sono in grado di migliorare sia la sofferenza soggettiva che di ridurre i comportamenti disfunzionali.

 

E’ vero che negli ultimi anni c’è stato un incremento dei casi ? E se così quale potrebbe essere il motivo ?

Non sappiamo se negli ultimi anni vi e’ stato un reale incremento della prevalenza del disturbo borderline, che studi epidemiologici stimano intorno al 2.5-3 percento della popolazione generale. E’ probabile che una migliore conoscenza della patologia, le terapie messe a punto ed una riduzione della stigmatizzazione sociale abbiano contribuito a mettere più in evidenza il fenomeno. Di fatto il disturbo borderline sembra essere soprattutto un prodotto della società occidentale: le prime osservazioni sistematiche sono state effettuate negli Usa intorno agli anni 40 del secolo scorso e sappiamo che nelle culture tradizionali il fenomeno sembra essere poco rilevante o addirittura assente. E’ possibile che, stante comunque la vulnerabilità  biologica che e’ collegabile anche ad una base genetica, vi siano fattori socio-ambientali che hanno favorito il fenomeno nella società occidentale. Essi potrebbero essere la disgregazione della famiglia tradizionale e dei suoi meccanismi di controllo, la precocità con cui gli adolescenti vengono a contatto con il mondo adulto, l’allentamento della trasmissione di identità chiare e sicure tra le generazioni.

 

Esiste una terapia e con quale efficacia ?

Alcune psicoterapie specificamente messe a punto per il disturbo borderline mostrano risultati molto positivi. Le maggiori prove di efficacia, evidenziate attraverso studi randomizzati controllati, riguardano la dialectical behavior therapy (dbt) creata da Marsha Linehan presso la Washington University di Seattle (Usa). La dbt e’ una terapia condotta da un team all’interno della quale si effettuano sedute individuali di psicoterapia e sedute di gruppo di apprendimento di skills, o abilità. Numerosi studi condotti negli Usa ed in Europa hanno evidenziato come la dbt sia in grado di ridurre drasticamente i comportamenti suicidari, autolesivi e genericamente disfunzionali. Inoltre sono ridotte le ospedalizzazioni, il ricorso al pronto soccorso, l’uso di farmaci. E’importante sottolineare che i soggetti borderline sono tra coloro che assumono la maggior quantità di farmaci e ciò non e’ soltanto dovuto alla tendenza tossicofilica cui si accennava sopra, ma anche al fatto che i clinici spesso tentano di risolvere i momenti critici attraverso la somministrazione di psicofarmaci che si sommano ad altri già assunti e che sembrano non funzionare adeguatamente, essendo insorta la crisi. Mentre la dbt e’ inseribile tra i trattamenti cognitivo-comportamentali di terza generazione, la mentalization based therapy (mbt) ideata da Fonagy e Bateman in Inghilterra e’ di origine psicoanalitica. Sulla mbt esistono fino ad oggi pochi studi randomizzati controllati, ma i risultati sono incoraggianti. E’importante sottolineare come questi trattamenti abbiano una durata di almeno un anno. In Italia sono in atto programmi di formazione alla dbt organizzati dalla Società Italiana per la dbt (sidbt) (www.sidbt.it) secondo i canoni condivisi in ambito internazionale.

 

Esiste una predisposizione genetica per l’insorgenza della patologia ?

Esiste una predisposizione, come già prima ricordato, alla vulnerabilità emozionale. Quest’ultima riguarda un ampio spettro di condizioni, dalla depressione maggiore, al disturbo bipolare, alle tossicodipendenze. Nelle famiglie dei soggetti borderline si possono ritrovare infatti antecedenti di varia natura riconducibili a queste condizioni.

 

Quali consigli darebbe ai familiari di una persona affetta dal disturbo ?

Trattamenti come la dbt prevedono interventi di supporto ai familiari che spesso sono coinvolti, essendone anche autori, in circoli viziosi relazionali che aumentano la disfunzionalità dei loro congiunti. Si tratta quindi di una sofferenza che coinvolge tutto il sistema familiare e che necessita di un trattamento specifico. Il consiglio quindi e’ di aiutare i loro congiunti a trovare clinici addestrati ai trattamenti che dimostrano di funzionare.

 

Dal 16 al 18 Ottobre p.v. presso l’Hotel Sheraton in Roma si terrà il terzo Congresso Internazionale sul “Borderline Personality Disorder”, quali saranno le evidenze che lo caratterizzeranno ?

Il congresso riguarderà soprattutto la nostra capacità di riconoscere in maniera individualizzata le necessità terapeutiche di ogni singolo soggetto borderline, alla luce delle differenze individuali nella storia e nella presentazione clinica. In altri termini, e’ giunto il tempo di passare dal trattamento dei soggetti borderline come categoria ad una individualizzazione dei trattamenti. Per la prima volta due rappresentanti della ricerca e della clinica ai massimi livelli, Marsha Linehan (dbt) e Peter Fonagy (mbt) tratteranno il tema: in che cosa abbiamo sbagliato fino ad ora ? Di solito nei convegni si mostrano i successi (e si tacciono problemi e insuccessi!), In questa occasione potremo discutere pubblicamente, in maniera trasparente, anche limiti ed errori. E’ un segno di onesta e coraggio soprattutto verso i nostri pazienti che devono, purtroppo, anche fare i conti con i nostri limiti ed errori che e’ meglio svelare piuttosto che celare.

Intervista di Luigi Piccolo, ufficio stampa dell’Associazione di Psicoterapia Cognitiva   www.apc.it

[box type=”info”] foto: https://astronlife.files.wordpress.com/ 2011/11/borderline-personality-disorder4.jpg[/box]

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Luigi Piccolo

Comments

  1. arianna vittoria beffardi Says: aprile 6, 2017 at 11:54 am

    Buongiorno, volevo chiederle, per un interesse personale, quali sono le realtà genetiche evidenti accertate da relativi studi, rispetto al disturbo borderline di personalità? Le sperimentazioni hanno portato come risultati componenti genetiche o anomalie specifiche comuni a tutti i pazienti affetti da questo disturbo? La ringrazio per la sua disponibilità

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