Madri preistoriche e prime interazioni vocali: un’ipotesi sull’origine del linguaggio.

Madri preistoriche e prime interazioni vocali: un’ipotesi sull’origine del linguaggio.

Una teoria su come le primitive interazioni madre-figlio possono aver segnato il nostro cammino evolutivo.

2175928_origAbstract

Molte sono le teorie che cercano di spiegare l’origine del linguaggio umano: in questo variegato panorama scientifico la paleontropologa americana Dean Falk ha elaborato l’ipotesi secondo la quale l’assunzione della postura eretta, evento cruciale nel processo di separazione fra ominidi e scimmie antropomorfe ancestrali, causando nelle donne il restringimento del canale del parto ha portato alla sopravvivenza feti umani più piccoli, e quindi più immaturi.
L’immaturità fisica derivata da questo “restringimento” impedì ai neonati di potersi avvalere della capacità di aggrapparsi alle madri senza essere da loro sorretti, capacità che invece si è mantenuta nelle scimmie antropomorfe: la necessità delle madri preistorihe di mettere giù i piccoli, provocò sicuaramente reazioni di protesta nei neonati dei nostri progenitori ancenstrali, che non avranno gradito di essere privati del contatto con il corpo materno.
A quel punto le madri preistoriche, spinte dal bisogno di calmare i loro neonati, avranno cercato un modo per farlo “a distanza”: e lo avranno probabilmente fatto usando delle primitive vocalizzazioni.
Secondo l’autrice, sono proprio queste prime interazioni madre-figlio ad aver dato il via alla sequenza di avvenimenti che avrebbe portato alla nascita fra i nostri progenitori dell’uso del protolinguaggio.


Arrivati ad una certa età i bambini imparano a fare qualcosa che i piccoli delle altre specie non fanno: imparano a parlare.
Molto si è discusso su ciò che differenzia la comunicazione animale dal linguaggio umano, ed è sorperendende come (se non insorgono problemi) tutti i bambini del mondo, seguendo lo stesso “schema” di apprendimento, imparino a padroneggiare lessico, morfologia, sintassi e semantica della loro lingua madre già da molto piccoli.
Da queste poche parole si capisce che lo studio di questa tanto complessa quanto naturale capacità presenta ancora numerose questioni aperte: una fra tutte è la domanda su come e perché, ad un certo punto della storia evolutiva umana, si sia originato.
Naturalmente quando è “nato” il linguaggio non poteva presentare la ricchezza di forme e di varietà in cui si sfaccetta nelle lingue di oggi: la ricerca si concentra quindi sui potenziali motivi che hanno fatto scattare la “scintilla” da cui è partito tutto.
Le ipotesi sono tante, e fra queste è interessante quella proposta dalla direttrice del dipartimento di Antropologia della Florida State University di Fort Lauderdale, la paleoatropologa Dean Falk.
L’autrice americana, che si occupa da anni di evoluzione del cervello umano, formula la sua ipotesi basandosi sull’osservazione dei comportamenti legati alla maternità degli scimpanzé, sulla raccolta e l’analisi di dati paleotropologici di resti umani, sullo studio della maternità di donne appartenenti ad alcune tribù odierne di cacciatori-raccoglitori, e infine sullo sviluppo neurobiologico dei neonati attuali.
Prima di ossevarla da vicino, formulata in sintesi, l’intuizione dell’autrice è la seguente: l’assunzione della postura eretta, considerata come evento cruciale nel processo di separazione fra ominidi e scimmie antropomorfe ancestrali, ha causato nelle donne il restringimento del canale del parto, rendendo quindi il momento della nascita estremamente pericoloso (oltre che doloroso).
Solo feti più piccoli possono sopravvivere all’evento, e l’immaturità fisica derivata da questo “restringimento” impedisce ai neonati di potersi avvalere della capacità di aggrapparsi alle madri senza essere da loro sorretti, capacità che invece si è mantenuta nelle scimmie antropomorfe: i cuccioli di queste specie, infatti, acquisiscono l’abilità di avvinghiarsi al corpo della madre dopo circa tre settimane dalla nascita.
Sebbene le madri preistoriche non dovessero far fronte ai doveri delle madri attuali, avranno avuto anche loro la necessità di avere gli arti superori liberi, ad esempio per raccogliere cibo: si presentò quindi la necessità di mettere giù i piccoli, che privati del contatto con il corpo materno avranno certamente non gradito la cosa.
A quel punto le madri preistoriche, spinte dal bisogno di calmare i loro neonati, avranno cercato un modo per farlo “a distanza”: e lo avranno probabilmente fatto usando delle primitive vocalizzazioni.
Secondo l’autrice, sono proprio queste prime interazioni madre-figlio ad aver dato il via alla sequenza di avvenimenti che avrebbe portato alla nascita fra i nostri progenitori dell’uso del protolinguaggio.
Come detto sopra, importantissima per la formulazione dell’ipotesi proposta dalla Falk è stata l’osservazione dei comportamenti madre-figlio degli scimpanzé, e del resto chi intende affrontare lo studio dei comportamenti umani in prospettiva evoluzionistica non può non soffermarsi a dare uno sguardo sui nostri parenti più prossimi nella linea filogenetica, i primati non umani.
Uomini e scimpanzé hanno in comune un antenato comune vissuto fra i cinque e i sette milioni di anni fa: quando poi il nostro destino evolutivo si è diviso dal loro, la nostra specie ha attraversato le tappe che ci hanno portato dagli ominidi al Sapiens di oggi.
Con gli scimpanzé condividiamo, quindi, una lontanissima “parentela” e le differenze con questi nostri “cugini” iniziano già dalla nascita: le cavità pelviche delle scimmie antropomorfe sono più ampie rispetto a quelle umane (ristrettosi per favorire il bipedismo) e questo consente alle femmine di scimpanzé di partorire in modo più facile e veloce.
A favorire la facilità del parto sono anche le dimensioni dei cuccioli, più piccoli alla nascita rispetto a quelli umani: tuttavia nonostante dopo la nascita i cuccioli recuperino rapidamente, i loro cervelli non crescono come quelli dei neonati umani.
La differenza più importante fra le madri umane e quelle scimpanzé risiede nella “silenziosità” di quest’ultime: nonostante queste siano, a detta della stessa Falk, “rumorose e chiacchierine”, e nonostante comunichino con i loro piccoli attraverso una vasta gamma di espressioni facciali e di gesti, a paragone con le madri umane che incitano fin da subito le vocalizzazioni dei loro neonati sembrano essere, appunto, silenziose.
Del resto, non mettendo giù i loro cuccioli, non hanno bisogno di comunicare con loro “a distanza”: all’inizio le madri scimpanzé sono costrette ad usare un braccio per tenere il piccolo, che dipende in tutto e per tutto da lei sia per il nutrimento, che per il calore e per la sicurezza.
Le cose però cambiano rapidamente:

Grazie al rapido sviluppo delle capacità motorie dei piccoli, la maggior parte delle mamme scimpanzé dopo il parto si riprendono in fretta: i giovani scimpanzé dopo due o tre settimane sono in grado di aggrapparsi alle madri per lunghi periodi e senza supporti. Questa abilità si è persa tra i neonati umani, e questo è stato uno sviluppo evolutivo con implicazioni profonde. […] Il piccolo scimpanzé resta attaccato alla madre tutto il giorno mentre lei si sposta in cerca di cibo, e di notte ne condivide il giaciglio. […] .

Fra i ritrovamenti ossei che hanno portato l’autrice ad ipotizzare quanto fin ora detto particolare importanza riveste quello di Baby Dikika, lo scheletro di una piccola Austrolopithecus Afarensis ritrovato nella regione etiopica nel 2006, e vissuta circa 3,3 milioni di anni fa.
Si stima che Baby Dikika, alla morte, avesse un’età di tre anni e della piccola sono stati rinvenuti non solo il cranio e il torso completo, ma anche lo ioide, varie dite della mano e un piede intero.
La parte inferiore dello scheletro suggerisce che gli arti di Baby Dikika erano ormai fatti per camminare: ma questa nuova conformazione li ha resi non più prensili.
La necessità di poggiare i neonati a terra, quindi, deve effettivamente essersi presentata alle madri già molto presto nel nostro cammino evolutivo: al tempo di Baby Dikika.

Imparare a parlare oggi: l’importanza del maternese

Altro pilastro fondante sul quale poggia la teoria dell’autrice americana Dean Falk è rappresentato da alcune considerazioni sul maternese, chiamato anche baby talk.
Per maternese si intende il linguaggio esageratamente prosodico con il quale le madri (ma anche i padri, zii e quanti sono vicini al neonato) si rivolgono generalmente agli infanti e ai bambini piccoli: carattarezzato da una maggiore lentezza del parlato, da un’intonazione più marcata, dall’uso di parole semplici e legate alla realtà e da frasi più brevi e dal ripetersi di domande, il maternese è uno strumento importantissimo che (incosciamente) le madri usano per far apprendere il linguaggio ai loro piccoli.
I neonati, prima di poter capire il linguaggio e di poterlo usare, dovranno sviluppare la capacità di riconoscere i suoni delle parole e l’abilità necessaria a riprodurli : il maternese, grazie alle caratteristiche appena descritte, è di fondamentale importanza nell’agevolare questo processo.
Prima di pronunciare parole e usare significati con consapevolezza il neonato dovrà passare attraverso alcune fasi iniziali, che in sintesi estrema sono queste: verso i tre mesi può distinguere il suono della voce della madre e riesce a modulare in intensità dei balbettii gutturali a base vocalica.
In seguito, produrrà suoni consonantici e soprattutto inizierà ad impostare le prime strutture pragmatiche, riconoscendo e reagendo alle voci che percepisce nel suo ambiente. A sei mesi circa subentra l’importante fase della lallazione, che consiste nella ripetizione di alcune sillabe e che risulta comune alle diverse lingue.
A ciò segue un periodo di selezione dei suoni che cominciano a restringersi a quelli della lingua madre di appartenenza del bambino. A quest’età il bambino inizia anche ad usare in maniera significativa l’intonazione, che non viene più solamente riconosciuta sul piano ricettivo.
Dagli otto mesi in poi il bambino associa messaggi sonori all’ostensione del braccio verso un oggetto desiderato, dopo aver richiamato l’attenzione dell’adulto: si tratta di una prima forma di conversazione che, in seguito, farà passare il bambino dall’uso del linguaggio funzionale allo scambio reciproco, in cui la richiesta dell’oggetto diventa un vero scambio conversazionale.
Dalla brevissima carrella esposta sopra, è chiaro che prima della comparsa del linguaggio i bambini di oggi devono “pescare” i suoni della lingua, distinguere le sillabe con le quali si formano le parole: il maternese presenta tutte le caratteristiche ideali per favorire questo delicato processo.
Per citare un esperimento fra tutti, da uno studio condotto prendendo in esame il tipo di voce che le madri usano quando si rivolgono ai loro neonati, ad altri adulti e ad animali domenstici è emerso che, sebbene le madri mettano più “emozione” nella voce anche quando si rivolgono agli animali da compagnia, è solo quando parlano ai loro piccoli che accentuano (sempre incosciamente) la pronuncia delle vocali: e questo fornisce ai piccoli futuri parlanti le basi necessarie per imparare la loro lingua madre.
È facile immaginare che i nostri antenati “di tutte le lingue” non avranno di certo subito gestito vocabolari ricchissimi come quelli attuali: si può suppore che le prime “parole” siano state semplici, legata all’immediata realtà del momento.
Molte terorie sulla nascita del linguaggio sostengono che il linguaggio può essersi evoluto da onomatopee plasmate su versi degli animali o su suoni della natura.
Anche qui, il maternese può essere esplicativo: il vocabolario inziale dei bambini di oggi tende ad essere simile, e comprende i nomi delle persone di famiglia, nomi di animali, di funzioni corporali. Si potrebbe ipotizzare che lo sviluppo del vocabolario moderno in ciascun bambino potrebbe ripercorrere l’evoluzione del vocabolario dei nostri antenati, e che il maternese potrebbe presentare caratteristiche prosodiche simili ai vocalizzi prelinguistici con i quali le nostre antenate si rivolgevano ai loro piccoli.
Infine, un’altra considerazione viene dal fatto che se le madri si impegano tanto (ma senza saperlo) nell’uso del maternese è anche perché i neonati nascono con un sistema nervoso predisposto all’acquisizione e successivamente alla produzione del linguaggio: in una serie di esperimenti, si è scoperto ad esempio che nei bambini la preferenza per il maternese aumenta con la crescita, quando i piccoli riescono ad integrare la percezione del suono della voce con altri input sensoriali.

As infants grow older and begin to integrate the vocal activity of their caretakers with other sensory inputs (e.g., facial expressions), they learn about the socioemotional meaning of such multimodal displays. Ultimately, ID speech (still within this socioemotional context) conveys important linguistic information to the infant, such as cuing the infantabout object-label correspondences and helpingthe infant to segment the speech stream. Thus, ID speech is seen as a multifaceted event duringin fancy which progressively affects infants’attention/arousal, socioemotional knowdlege and language learning.

Cervelli “prensili” in crescita: un nuovo modo di conoscere il mondo

Quanto detto sul maternese e sulla sua importanza nello sviluppo del linguaggio dei bambini riprende un’idea che non è nuova per chi si occupa di biologia: l’idea che l’ontogenesi, cioè lo sviluppo del singolo individuo, riproponga in qualche modo la filogenesi.
Nell’ambito delle fasi di apprendimento del linguaggio l’idea viene ripresa solo in senso metaforico, ma la Falk lo riprende anche per lo sviluppo neurobiologico dei bambini.
L’idea della “ricapitolazione filogetica” non deve ovviamente essere presa alla lettera: per quanto riguarda l’essere umano, è chiaro che un embrione non ripercorre tutti gli stadi del processo evoluzionistico, ma proprio come è accaduto durante cammino evolutivo dell’Homo Sapiens nel nascituro si formeranno prima le strutture subcorticali del cervello mentre la “parte di sopra”, e cioè la corteccia cerebrale, comparirà dopo.
Per arrivare alle conclusioni che tra poco riporterò fondamentali sono stati gli esperimenti di brain imaging: queste tecniche permettono infatti di “vedere” in maniera diretta ma non invasiva i processi dell’organo contenuto nella scatola cranica.
Il volume cerebrale delle specie appartenenti alla classe dei mammiferi è strettamente correlato con il peso corporeo: all’aumentare di quest’ultimo parametro aumenta anche il primo.
Questo indice di correlazione non vale però per i primati. Le specie appartenenti a questo ordine, prima fra tutti le specie umana, presentano un volume cerebrale “sproporzionato”.
In modo particolare, a risultare notevolmente espansa è la neocorteccia, rispetto ovviamente a quanto ci si potrebbe aspettare in base al peso corporeo dei primati. Questa espansione interessa prevalentemente la corteccia frontale che, sia negli esseri umani sia nelle grandi scimmie antropomorfe, occupa più di un terzo dell’intera corteccia cerebrale.
Il cerevello di un essere umano adulto pesa poco meno di un kilogrammo e mezzo, mentre quello di uno scimpanzé si aggira sui trecentocinquanta grammi, all’incirca quanto quello degli antichi Austrolopithecus: la nostra specie ha avuto un accrescrimento cerebrale straordinario, e questo ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo delle capacità cognitive del genere Homo, ma è chiaro che le dimensioni non spiegano tutto.
Anche questa è quindi una questione complessa: i paleontropologi alla ricerca del motivo dello scarto evolutivo dell’Homo sapiens sapiens hanno per lungo tempo sostenuto che l’accresciuta massa cerebrale che la nostra specie oggi possiede, e le complesse attività che svolge, siano il risultato della pratica di costruzione di strumenti.
Alcuni esperimenti di brain immaging sembrano avvalorare quest’ipotesi: visualizzando l’attività cerebrale di individui impegnati nella costruzione di utensili si è scoperto che ad attivarsi sono le stesse aree deputate al linguaggio e al ragionamento, quindi le aree legate all’esercizio della nostra intelligenza specie-specifica.
Nel corso delle ricerche, però, è divenuto sempre più chiaro che il rapporto capacità di costruire strumenti-allargamento dell’encefalo e delle sue capacità sembra aver seguito il percorso inverso: la maggiore sofisticazione tecnologica che si osserva nel Paleolitico superiore è dunque la conseguenza e non la causa primaria dell’allargamento dell’encefalo.
Anche la Falk parla di questo rapporto “dalla mano alla parola”:

I neonati dei nostri progenitori persero la capacità di raggiungere e afferrarsi alle loro madri, e io ho ipotizzato che questo fatto abbia dato luogo a un susseguirsi di eventi che alla fine portarono alla nascita del protolinguaggio. Mentre questo avveniva, le parti del cervello coinvolte nell’atto di afferrare e attaccarsi si saranno modificate, e questo si sposa bene con l’idea che le raffigurazioni della mano siano state selezionate mentre il linguaggio si evolveva. Invece di conoscere un oggetto semplicemente guardandolo o manipolandolo […]noi abbiamo un ulteriore stadio di comprensione, che coinvolge la concettualizzazione degli oggetti come parti di suoni o di segni (nomi) che possono essere intenzionalmente trasmessi agli altri. E l’anatomina del cervello necessaria per questa ulteriore dimensione potrebbe essere stata messa insieme con le interconnessioni cerebrali che precedentemente servivano per guardare e afferrare.

Anche se le moderne tecniche di indagine diagnostica ci permettono di leggere “dal vivo” il cervello umano, di certo non è possibile usarle sui nostri progenitori preistorici: ma si possono usare su primati non umani.
Dalle comparazioni si evince che con molta probabilità il linguaggio fu “costruito” a partire da fibre nervose che erano originariamente preposte agli atti del raggiungere e dell’afferrare (ancora oggi le scimmie antropomorfe usano principalmente le mani per “conoscere” sia gli oggetti che gli altri individui).
Un’altra interessante ipotesi sull’evoluzione delle strutture celebrali che hanno poi portato il nostro cervello ad essere “parlante” è quella formulata dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, “scopritore” del sistema dei neuroni specchio: i neuroni specchio sono neuroni visuomotori registrati per la prima volta nella area premotoria e nel lobulo parietale inferiore di alcune scimmie impegnate in un compito di osservazione e riproduzione di una determinata azione compiuta da uno sperimentatore umano.
Si scoprì che questi neuroni non si attivano solo quando era la scimmia stessa a compiere l’azione, ma anche quando stava osservando la stessa azione, o una simile, compiuta dall’altro.
Attraverso diverse tecniche, e in modo particolare grazie alla risonanza magnetica funzionale, si è visto che nell’uomo durante l’osservazione delle azioni altrui si attivano le zone premotorie, della corteccia parietale posteriore e del giro frontale inferiore: altri studi hanno poi scoperto che queste aree sono considerate omologhe a quelle in cui sono stati scoperti i neuroni specchio nella scimmia, e che sono coinvolte durante l’imitazione di azioni, la riproduzione di espressione facciali e durante la rilevazione di intenzioni sottostanti alle azioni osservate.
Un’ulteriore importante scoperta è quella che singoli neuroni specchio scaricano quando un movimento fa parte di una sequenza di azioni finalizzata ad un obiettivo (ad esempio, quando il soggetto vede un altro afferrare una tazza si attiveranno neuroni specchio diversi rispetto a quelli che si attiveranno quando osserverà l’altro portare del cibo alla bocca).
Il sistema dei neuroni specchio sembra essere quello che ci permette di inferire il movimento e le intenzioni ad esso collegate altrui sulla base della semplice osservazione.
Inoltre, è stato scoperto che esiste anche un sistema di neuroni specchio uditivi: neuroni che si attivano quando un soggetto sente un suono che è tipicamente associato ad un’azione (pensiamo al suono del campanello della porta).
Secondo Rizzolatti, quindi, il linguaggio umano è scaturito dalla capacità di riconoscere e “incamerare” le azioni eseguite dagli altri.
Dobbiamo a questo punto riprendere il discorso sull’accrescimento cerebrale, introducendo l’ipotesi del cervello sociale: l’accrescimento della massa cerebrale è un tratto adattativo che i primati hanno evoluto in risposta alle pressioni selettive agite dai complessi sistemi sociali entro cui si sono evoluti.
Alla base di questa ipotesi, dunque, vi è l’osservazione che il mondo sociale, per le sfide che pone all’individuo, è più complesso di quello fisico, solitamente più prevedibile.
Ed effettivamente, dato che:

Strutture sociali complesse richiedono ai propri membri prestazioni cognitive sofisticate, quali quelle necessarie a stabilire rapporti di collaborazione, a risolvere litigi, gelosie, invidie e rancori, a mentire e ingannare, a scoprire chi mente e a non farsi ingannare, a scambiare e contraccambiare favori e protezioni. Potrebbe dunque essere per questa funzione sociale, e non già per una funzione fisico-tecnologica, che si è evoluto l’intelletto dei primati in special modo.

Arrivati a questo punto non possiamo non parlare della “Teoria della mente”, capacità posseduta esclusivamente dell’Homo Sapiens: per “Teoria della mente” s’intende nella possibilità di leggere continuamente nella mente degli altri, cioè di indovinarne credenze e assunti sulla base del loro comportamento manifesto.
Ognuno di noi sviluppa questa capacità in modo naturale e in tenerissima età, proprio come succede per l’apprendimento del linguaggio: già questo ci fa capire che entrambe le capacità, oltre ad aver giocato un ruolo fondamentale nel corso dell’evoluzione umana, avranno anche avuto un legame strettissimo nel processo millenario che ci ha portato ad essere Sapiens “parlanti”.
Da quanto detto appare chiaro che ancora tante sono le questioni legate al linguaggio, e che la complessità e l’importanza di questa fondamentale capacità umana non rendono di certo agevole la formulazione di ipotesi sulla sua origine.
L’ipotesi della Falk non mette di certo il punto finale sul dibattito, ma sottolinea un fatto fondamentale: se la nostra è una specie che deve tutto alla socialità, come per gli essere umani di oggi anche durante il cammino evolutivo la prima relazione fondamentale per ogni individuo, la relazione madre-figlio, deve aver avuto un ruolo principale.

 

Note


 

1 FALK D., Lingua Madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Boringhieri, Brezzo di Berdero 2015, pp. 19-20

2 L’acquisizione più importante dell’Australopitecus è senza dubbio il bipedismo. Nonostante le dimensioni del cervello e la struttura anatomica di questa specie sia ancora molto lontana da quella che poi porterà alla nascita del Sapiens, il filosofo tedesco Arthur O. Lovejoy afferma che nell’Australopitecus la locomozione su due piedi segna un importante comparsa, quella di una struttura familiare e sociale tipicamente umana.

3 FALK D., Lingua Madre. Cure materne e origini del linguaggio, cit., p.115.

4 FALK D., Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, cit., p.154.

5 COOPER R., ABRAHAM J., BERMAN S., STASKA M., The Development of Intant’s Preferense for Mothernese, in “Infant Behavior and Development”, XX, 4, 1997, pp.477-88, p.478.

6 La cognizione umana è così complessa e sfaccettata che crea non pochi problemi sulla teorizzazione dell’evoluzione della mente. Molto dipende, diciamo così, nel punto di partenza da cui ogni studioso parte per procedere poi con le sue osservazioni.
La prima distinzione fondamentale da tracciare è fra teorie unitarie e teorie modulari: le prime sostengono che l’uomo è pervenuto alle funzioni superiori mediante una singola struttura cognitiva, cioè tramite un singolo adattamento, mentre le seconde mettono in gioco scenari evolutivi più complessi.
John R. Anderson, psicologo canadese e professore di psicologia all’università di Carnegie Mellon, nella sua opera The Archicture of Cognition, argomenta le difese della teoria unitaria attraverso tre punti: il primo punto in questione comprende le funzioni superiori dell’uomo hanno una storia evolutiva breve, quindi non ci sarebbe stato il “tempo materiale” per lo sviluppo singolo di ogni facoltà; il secondo che l’intelligenza umana è altamente plastica, e mostra una varietà di capacità particolari imprevedibili nel corso dell’evoluzione; mentre il terzo si basa sul fatto che le diverse funzioni cognitive superiori dell’uomo hanno numerose caratteristiche comuni.
All’interno delle teorie unitarie si sviluppa anche quella che viene chiamata “ipotesi dell’encefalizzazione”. Secondo questa prospettiva, lo scarto cognitivo umano è avvenuto grazie al progressivo accrescimento della dimensione del cervello, in particolare dall’aumento della corteccia cerebrale.
Nella sua forma più forte l’ipotesi dell’encefalizzazione sostiene che l’aumento delle capacità cognitive sia diretta conseguenza esclusivamente dell’aumento dell’estensione dell’encefalo.
Le capacità cognitive superiori sarebbero rese disponibili all’uomo da un solo adattamento biologico: l’ accrescimento della dimensione relativa del cervello.
Come abbiamo detto le teorie modulari, invece, propongono uno scenario evolutivo molto più complesso. Secondo queste teorie, infatti, l’evoluzione della compagine complessa delle abilità cognitive umane ha richiesto una serie di singoli adattamenti per modulo.

7 FALK D., Lingua Madre. Cure materne e origini del linguaggio, cit., p.233.

8 I passi avanti compiuti grazie al brain imaging non ci devono comunque far dimenticare che il cervello non è diviso in comparti stagno: oggi sappiamo che il nostro cervello organizza le informazioni in base ad alcuni principi, ma che possiamo considerare principi flessibili. Gli studi moderni ci hanno mostrato che il nostro cervello processa l’informazione “in parallelo” e attraverso il principio della “segregazione funzionale”.
L’analisi in parallelo dell’informazione consiste nell’elaborare simultaneamente diversi attributi di un input, ad opera di diverse vie parallele che collegano tra di loro i vari componenti del circuito neurale.
Dire che il cervello funziona secondo il principio della segregazione funzionale vuol dire invece che, a differenza di quanto si credeva in passato, le aree primarie, secondarie e associative di un dato sistema sensoriale non lavorano svolgendo la medesima funzione ma ogni diversa regione corticale si caratterizza invece nello svolgere un determinato compito.
Un’area del cervello, dunque, non funziona mai da sola: ma attraverso una rete di “collaborazioni”

9 Il verbo “costruire” riferito all’evoluzione non può che essere usato in termini metaforici: è ormai chiaro che la selezione naturale non opera certo secondo seguendo uno scopo ben definito. I cambiamenti che hanno portato le diverse specie viventi ad essere oggi quelle che sono, e la lunga serie di differenziazioni e trasformazioni, sono avvenuti seguendo un “meccanismo cieco”, privo cioè di progettualità.
10 VALLORTIGARA G., Altre Menti, Il Mulino, Bologna 2000, p. 264
Riferimenti

COOPER R., ABRAHAM J., BERMAN S., STASKA M.,(1997) The Development of Intant’s Preferense for Mothernese, in “Infant Behavior and Development”, XX, 4, pp.477-88.

FALK D. (2015) Lingua Madre. Cure materne e origini del linguaggio, Brezzo di Berdero. Bollati
Boringhieri.

FALK D., (2004) Prelinguistic evolution in early hominins: Whence mothernese?, in “Behavorial and Brain Science”,XXVII,4,2004,pp.491-503.

VALLORTIGARA G., (2000) Altre Menti, Il Mulino, Bologna.

 

Foto: 2175928_orig.jpg

Share

Maria Costanza

Lascia un commento