L’attaccamento nella relazione psicoterapeutica con adulti

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Introduzione

Negli anni che hanno seguito la nascita della teoria dell’attaccamento di John Bowlby (1969) si è assistito ad un proliferare della letteratura sull’argomento. Un numero sempre maggiore di ricerche ha avuto, ed ha tuttora, come oggetto l’attaccamento, nel tentativo di trovare una qualche correlazione tra gli stili di attaccamento e praticamente ogni dimensione psicologica rilevabile nell’essere umano. L’obiettivo di questo articolo è quello di focalizzare l’attenzione sull’importanza del sistema dell’attaccamento in psicoterapia, considerato che la relazione terapeutica risulta essere una vera e propria relazione di attaccamento che si stabilisce tra paziente e terapeuta.

 

Gli sviluppi della Teoria

Vi sono essenzialmente due condizioni che negli ultimi anni hanno contribuito allo sviluppo della ricerca nel campo dell’attaccamento: (1) il non aver limitato il campo di indagine all’infanzia e (2) l’introduzione di validi strumenti per la misura dell’attaccamento. Infatti, la teoria dell’attaccamento nasce nell’ambito della psicologia evolutiva e per anni si concentra su questa, indagando le dinamiche della separazione e del ricongiungimento tra infante e caregiver. In questo contesto si deve riconoscere a Mary Ainsworth il merito di aver costruito un valido strumento di indagine, la strange situation (Ainsworth et al., 1978) tuttora utilizzato, e di aver coniato il concetto di base sicura, ma anche la colpa di aver circoscritto l’ambito di indagine alla primissima infanzia. Anche se lo stesso Bowlby (1979) sosteneva che l´attaccamento è parte integrante del comportamento umano "dalla culla alla tomba" e dunque che il modello dell´attaccamento formatosi durante l´infanzia è destinato a rimanere relativamente stabile durante lo sviluppo, era più che naturale che l’interesse della Ainsworth, si concentrasse inizialmente sul periodo della prima infanzia. Questo è infatti il periodo in cui l’attaccamento si manifesta nel modo più eclatante dal punto di vista comportamentale. È il periodo durante il quale iniziano a strutturarsi i modelli operativi del sé e dell’altro e durante il quale le capacità cognitive dell’infante sono insufficienti per poter mediare tra risposte emotive interne e manifestazioni comportamentali esterne, rendendo così queste ultime buoni indicatori osservabili degli accadimenti interiori. Sulle solide basi poste da Bowlby e Ainsworth sono state costruite le digressioni teoriche successive che hanno portato in seguito i ricercatori ad interessarsi anche dell’attaccamento in età adulta. La ricerca in questo campo si divide in due filoni: il primo riguarda l’attaccamento in ambito familiare e si interessa dello stato della mente dell’adulto rispetto alle esperienze di attaccamento, trascorse ed attuali; il secondo riguarda invece l’attaccamento nella relazione di coppia dove i partner si percepiscono come figure di attaccamento, in un contesto di attaccamento romantico. Entrambi i filoni di ricerca si avvalgono di strumenti di misura che hanno l’intento di rilevare lo stile di attaccamento nell’individuo, il primo utilizzando generalmente interviste strutturate (tra le quali è sicuramente da ricordare la Adult Attachment Interview, AAI; George et al. 1985), il secondo soprattutto attraverso questionari self-report (ricordiamo l’Experiences in Close Relationships, ECR; Brennan et al., 1998). Ma, in ambito sia teoretico che di ricerca, la relazione tra teoria dell’attaccamento e psicoterapia individuale ha ricevuto relativamente poca attenzione da parte dei clinici fino a non molto tempo fa. Lo stesso Bowlby (1988) aveva notato che «è un po’ sorprendente che, mentre la teoria dell’attaccamento fu formulata da una clinico al fine di usarla nella diagnosi e nella terapia dei pazienti e delle famiglie emotivamente disturbate, il suo uso abbia finora promosso soprattutto la ricerca nell’ambito della psicologia dello sviluppo. […] è stato piuttosto deludente che i clinici abbiano finora utilizzato così poco la teoria.» In realtà, ad oggi un certo numero di psicologi del Sé e di psicoanalisti relazionali ha incluso anche Bowlby nella revisione della metapsicologia psicoanalitica, anche se, va ricordato, questi autori considerano la teoria dell’attaccamento come ampiamente compatibile con la teoria delle relazioni oggettuali della Scuola Britannica, cosa che non è del tutto vera. Solo recentemente (vedi ad esempio Hazan e Zeifman, 1999) si è cercato di verificare empiricamente l’originaria supposizione di Bowlby secondo la quale il sistema dell’attaccamento rimane attivo attraverso gli anni e non si esaurisce nel momento in cui, per così dire, si è in grado di cavarsela da soli. Inoltre, il costrutto dei Modelli Operativi Interni (MOI) i quali, consolidatisi dopo una certa età, finiscono per imbrigliare entro certi percorsi obbligatori la lettura del mondo e delle relazioni da parte dell’individuo, sembra dare ragione del perché i pattern di attaccamento tendono a mostrarsi attraverso gli anni con la stessa qualità. I MOI sono da considerarsi come insiemi di memorie, sia esplicite che semantiche, che veicolano i significati che il paziente ha imparato ad attribuire alle emozioni di attaccamento, alle risposte dell’altro ed alle aspettative su ciò che seguirà a tali iniziali risposte (Bretherton e Munholland, 1999). Così la sicurezza, o l’insicurezza, per una relazione di cura di tipo complementare dell’infanzia viene trasportata nella sicurezza, o insicurezza, per una relazione di cura reciproca, ad esempio tra partner sessuali adulti (Hazan e Shaver, 1987).

 

Attaccamento e psicoterapia

La relazione di attaccamento che si stabilisce in un contesto terapeutico con l’adulto è normalmente di tipo complementare, cioè del tipo di quella che si stabilisce durante l’infanzia, dove la richiesta di cure è unidirezionale. Tuttavia, non è da escludere che particolari vissuti rievocati nel terapeuta dal paziente o specifiche caratteristiche della relazione tra paziente e terapeuta stesso vadano ad attivare in quest’ultimo non solo il sistema di accudimento, ma anche quello dell’attaccamento, portando così la relazione terapeutica ad assumere l’aspetto di una relazione di attaccamento reciproco. L’aspetto motivazionale del sistema di attaccamento, che induce l’individuo alla ricerca dello stabilirsi di una relazione con l’altro ed al suo mantenimento, trova il senso del suo esistere nelle parole di Bowlby (1988), il quale descrive il comportamento di attaccamento come «quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un´altra, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diventa evidente ogni volta che la persona è spaventata, affaticata o malata, e si attenua quando si ricevono conforto e cure.» Secondo questa definizione, la relazione terapeutica, che è senza dubbio da ritenersi una relazione di aiuto, è inquadrabile tra le relazioni di attaccamento, una relazione nella quale vi è una persona «spaventata, affaticata o malata» (il paziente) che si rivolge ad un’altra (il terapeuta), «in grado di affrontare il mondo in modo adeguato», per ricevere da questa «conforto e cure.» Nel corso di una psicoterapia, dunque, è inevitabile che il sistema motivazionale dell’attaccamento si attivi nel paziente, in quanto vi è in questo una condizione soggettiva di sofferenza, di percepita vulnerabilità o di minaccia, accompagnata dalla vicinanza di un essere umano ben conosciuto, percepito come più esperto o più forte (Liotti, 2001; Slade, 1999). L’innesco del sistema di attaccamento nella relazione terapeutica comporta inevitabilmente la riattivazione dei MOI, confermati e rafforzati nel corso dello sviluppo che ha seguito la prima infanzia. I MOI influenzano la percezione interpersonale e le vicissitudini dell’elaborazione dell’informazione emozionale, prima che queste divengano coscienti, rendendo difficile per il paziente l’esplorazione di significati alternativi, o la riflessione critica delle proprie aspettative, riattivando le stesse modalità di lettura del mondo apprese nell’infanzia attraverso la relazione con l’altro significativo. Per certi aspetti, dunque, sono da ritenersi la controparte cognitivo-evoluzionista del concetto psicoanalitico di transfert transfert, anche se tra i due vi sono differenze sostanziali (Liotti, 2001): ad esempio, nella prospettiva cognitivo-evoluzionista, alla base di quanto accade nel transfert, va riconosciuta in prima istanza l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento, e mai primariamente di quello sessuale o aggressivo. In particolare, l’esistenza di una pulsione primaria distruttiva è negata nella prospettiva cognitivo-evoluzionista. Slade (1999) sostiene che la classificazione dell’attaccamento offra un modo particolare di pensare alla struttura psicologica secondo quello che appare dal continuum delle componenti regolazione affettiva e struttura di regolazione. Ad un estremo del continuum, dove è minima l’espressione degli affetti e sono massime le strutture per regolare, contenere e sopprimere gli affetti stessi, troviamo il pattern evitante. Affetti, ricordi e cognizioni riguardanti l’attaccamento appaiono come ipercontrollati, come per "disattivare" gli effetti che potrebbero disturbare i rapporti di attaccamento. All’altro estremo del continuum, dove la struttura di regolazione è praticamente assente, e dove gli affetti dissolvono e sovrastano le strutture, rendendole inutili o capaci solo di fornire un’organizzazione transitoria, troviamo il pattern preoccupato (assimilabile al pattern ansioso ambivalente dell’infanzia). Qui, le strategie poste in atto, descritte come "iperattivanti" e rivolte alle figure di accudimento, hanno il fine di assicurarsi da queste conforto e cure. Il pattern sicuro si situa al punto centrale di questo continuum, dove affetti e struttura coesistono in un equilibrio che si riflette nella coerenza e nella "veridicità" della narrazione e nella flessibilità e coesione delle strutture rappresentative. Secondo Slade, il quarto pattern disorganizzato non è facilmente inquadrabile lungo questo continuum, essendo in un certo senso da un lato una forma estrema del pattern preoccupato, dall’altro del pattern evitante. Altri ricercatori dell’attaccamento, invece, (vedi ad esempio Kobak e Sceery, 1988; Shaver e Hazan, 1993) suggeriscono che l’attaccamento possa essere considerato nei termini di due dimensioni che si sovrappongono, la dimensione sicuro/insicuro e la dimensione distanziante/preoccupato, mentre altri ancora (vedi ad esempio Brennan et al., 1998) in termine di altre due dimensioni continue, chiamate ansietà ed evitamento. Per lo psicoterapeuta può essere estremamente utile avere una griglia mentale di riferimento circa i vari stili di attaccamento, sulla loro struttura di regolazione degli affetti e sulla disposizione alla relazione, in quanto fornisce loro una modalità particolare di ascoltare e pensare al materiale clinico nel lavoro con gli adulti. Essenzialmente, le categorie di attaccamento raccontano una storia, che riguarda il modo in cui l’esperienza emotiva è stata regolata, quali esperienze hanno avuto il permesso di accedere alla coscienza e quali ne siano state escluse, e quanto un individuo sia stato in grado di dare senso ai rapporti più significativi.

 

L’attaccamento nel paziente

Nel lavoro coi pazienti distanzianti, la terapia ruota attorno ai tentativi per trovare i modi per permettere agli affetti di accedere all’esperienza e alla coscienza, dato che questi individui, estranei ai sentimenti, alle motivazioni e alla vita interiore, stentano a comprendere o ad accettare la propria esperienza emotiva. Spesso descrivono difficoltà nel mantenere i rapporti ed altrettanto spesso queste difficoltà vengono minimizzate, anche se appare evidente che questa distanza ha causato loro grande dolore. Nonostante ciò all’interno del contesto psicoterapeutico, essi negano il proprio bisogno d’aiuto. In questo scenario, la psicoterapia lancia esplicite sfide alle strategie difensive di questi pazienti che troveranno il processo terapeutico difficile come una sfida emotiva, proprio perché l’aspetto emotivo risulta un aspetto fondante del processo psicoterapeutico. Da una prospettiva terapeutica, il terapeuta che riconosce uno stile di attaccamento distanziante in un paziente, deve volgere la propria attenzione a trovare vie di accesso verso l’esperienza affettiva e la memoria di questo. Dall’altro lato, la terapia con pazienti definibili come preoccupati ruota attorno alla lenta creazione di strutture per la modulazione degli affetti, dato che questi pazienti spesso sembrano tormentati e sopraffatti dai sentimenti. Per questi pazienti, la comprensione generale dei rapporti appare superficiale e banale e non fondata su solide radici interne. Gli individui preoccupati pongono sfide molto diverse al processo terapeutico. L’incapacità di collaborare col terapeuta e la difficoltà a recepirne le parole ed il sostegno rende difficile la terapia di questi pazienti, i quali tendono ad esagerare e ad amplificare i bisogni ed i sentimenti di attaccamento, al fine di garantirsi le cure e la disponibilità delle figure di attaccamento. Così, si presentano in terapia come bisognosi e dipendenti ed esigono molto da parte dell’altro. Ciò che spesso appare ai loro occhi, invece, è l’esperienza del terapeuta come poco disponibile e di poco aiuto. Per il terapeuta, la sfida più grande nel lavoro con questi pazienti è trovare un modo per aiutarli a gestire e contenere gli affetti, anche se il tentativo di costruire solide strutture regolatrici degli affetti nel paziente preoccupato sembra un’opera virtualmente impossibile. Queste strutture sembrano svanire rapidamente per venir immediatamente sostituite con irruenza da intensi affetti. La terapia con pazienti disorganizzati spesso implica il lavorare a partire dagli stimoli più semplici e allo stesso tempo genera terrore e ulteriore dissociazione nel paziente (Liotti, 1993). I contenuti rappresentativi che sottostanno alla disorganizzazione dell’attaccamento sono assimilabili a quelli che caratterizzano il triangolo drammatico di Karpman (1968), dove l’individuo disorganizzato, nella relazione di attaccamento con l’altro, oscilla tra le polarità di vittima, persecutore, salvatore, dando vita a rappresentazioni di sé molteplici e reciprocamente incompatibili. Con la riattivazione del triangolo drammatico all’interno del setting, e la conseguente costruzione disorganizzata di sé-con-l’altro, la paura, la sofferenza ed il senso di inutilità sono spesso tali da indurre all’abbandono della terapia (Liotti, 2001). Infine, dalla prospettiva dell’attaccamento, il modello di una terapia efficace presuppone la capacità del paziente di utilizzare la terapia ed il terapeuta in modo sicuro, o per dirla con la Ainsworth, come una base sicura. Così, la terapia offre al paziente la possibilità di sperimentare nuovamente la propria storia di vita all’interno di un contesto sicuro e sano, con un altro (il terapeuta) emotivamente disponibile. Pertanto il paziente sicuro mostra, rispetto ai precedenti stili, capacità maggiore di stabilire quella che si definisce alleanza terapeutica, proprio in virtù dello stile sicuro che lo caratterizza e che sottende la fiducia nella presenza e responsività da parte dell’altro, inteso come capace di fornire cure e conforto.

 

Attaccamento e controtransfert

Dato che i pattern di attaccamento servono proprio ad attivare determinati sentimenti negli altri, così come il terapeuta evoca sentimenti nel paziente, lo stesso paziente sarà in grado di avocarne nel terapeuta. Gli individui insicuri portano i loro modelli rappresentativi insicuri all’interno del setting terapeutico e questo costituisce la base di una serie di reazioni controtransferali nel terapeuta. I pazienti distanzianti escludono il terapeuta, come loro stessi sono stati esclusi a suo tempo dalle figure di attaccamento. Così, il terapeuta, catturato dal paesaggio arido che il paziente distanziante va definendo, finisce per sperimentare ciò che il paziente stesso non è in grado di percepire a livello consapevole, cioè la sfiducia per il cambiamento e per il raggiungimento dell’intimità. Il terapeuta può dunque sentirsi come si è sentito il paziente quando era bambino: arrabbiato, non considerato, sciocco, inetto (Sade, 1999). Ciò può determinare una certa inconsapevole tendenza alla collusione col paziente da parte del terapeuta, il quale può percependosi come invadente, ridicolo ed escluso, può "dimenticare" di riportare all’attenzione del paziente le proprie considerazioni ed osservazioni e mancare di impegnarsi sui temi cruciali del controtransfert. Il lavoro coi pazienti preoccupati appare sostanzialmente diverso. Tuttavia, anche in questo caso, una totale collaborazione del paziente col terapeuta è assolutamente impossibile. Questi individui non sono necessariamente compiacenti nella terapia (Fonagy et al., 1996) e pongono al terapeuta la costante richiesta di diminuire il loro stato di confusione e di sofferenza; in sostanza, dunque, chiedono che questo si prenda cura di loro. Di conseguenza i sentimenti di controtransfert possono essere molto potenti: dalla sensazione di essere fagocitati a quello di percepirsi come impotenti nel dare aiuto ad una persona che costantemente rinnova la propria richiesta, nonostante i ripetuti tentativi già adoprati. E come risposta, il terapeuta spesso cercherà di dare al paziente preoccupato un’organizzazione ed una struttura di regolazione degli affetti. Nella prospettiva dell’attaccamento, la disposizione del terapeuta alla cura del paziente può essere vista come l’effetto del sistema di accadimento genitoriale (Bowlby, 1980). Entrambi i sistemi, dell’attaccamento e di accadimento, implicano un legame emotivo che va dal paziente verso il terapeuta, ma anche da questo verso il paziente. In questo scenario, in un terapeuta sicuro i sentimenti di empatia generano un clima di sicurezza ed intimità. La sua capacità di prendersi cura dell’altro può contribuire allo stabilirsi di quell’atmosfera di empatia utile al conseguimento del successo terapeutico. In un terapeuta insicuro, invece, la disposizione alla cura è tanto suscettibile di distorsione quanto lo è nel paziente insicuro, in quanto la psicoterapia riguarda sempre la perdita e pazienti diversi attiveranno nel terapeuta scene diverse riguardanti l’attaccamento, rievocando perdite, separazioni e riunioni primitive (Sade, 1999).

 

Considerazioni conclusive

In base alla prospettiva della teoria dell’attaccamento, le psicoterapie brevi raramente forniscono una ristrutturazione dei modelli rappresentativi o un cambiamento della qualità delle rappresentazioni dell’attaccamento. Esse difficilmente permettono lo sviluppo di processi di attaccamento sani a curativi tra paziente e terapeuta. Ci vogliono tempo ed un rapporto umano per cambiare pattern di attaccamento che durano da tutta una vita.

 

Bibliografia

 

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Francesco Albanese

Psicologo Clinico, Psicoterapeuta, Giornalista, Autore. Ho collaborato per oltre dieci anni alla ricerca in campo di Attaccamento col Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa, e sono stato cultore della materia al corso di Psicologia Sociale presso l’Università degli Studi di Firenze, Scuola di Psicologia, dove tuttora tengo seminari sulla Psicologia del Traffico. Da quasi quindici anni mi occupo di divulgazione su carta stampata e online. Sono co-fondatore della rivista PsicoLAB.net e attualmente dirigo le riviste Neuroscienze.net e QuanticaMente.net. Da sempre interessato agli aspetti psicologici legati alla dimensione spirituale dell’essere umano, sono alla continua ricerca dei punti di incontro tra scienza e spiritualità. Divulgo il mio pensiero attraverso convegni e seminari, articoli e libri di saggistica e narrativa, contribuendo a porre le basi concettuali per una visione olistica dell’uomo e del mondo. Tra le mie ultime pubblicazioni: “Perché mi Capita? Alla ricerca del senso nascosto della vita” (in stampa), “Racconti per l’Anima. Bervi storie per piccoli adulti e grandi bambini”, Edizioni Meteora (2014) e “Psicologia e Alchimia della Coppia. Trasformare se stessi attraverso le relazioni”, Editoriale Programma (2013).

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