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L’Ipnosi per Persone Curiose. Intervista a Paolo Ballaben

L’intervista a Paolo Ballaben, psicologo – psicoterapeuta esperto in ipnosi ericksoniana e cambiamento personale, autore del libro L’ipnosi per persone curiose

di Silvia Previato

Il 22 settembre è uscito il libro “L’ipnosi per persone curiose” (Alpes Italia) del dott. Ballaben, acquistabile on line e in libreria

Paolo Ballaben, socio fondatore di Modelli di Cambiamento, studio di psicologia, ipnosi e psicoterapia, esercita la sua professione negli studi privati di Rovigo e Legnago ed è presidente dell’Associazione Sos Abusi Psicologici. Il suo libro nasce dalla volontà di far conoscere l’ipnosi, di spiegare in cosa consiste questo lavoro e perché è utile nel cambiamento personale.

 

ballaben-foto-libroDott. Ballaben, da dove nasce l’idea di scrivere un libro sull’ipnosi?

In primo luogo, dalla volontà di far conoscere l’ipnosi e la metodologia, di spiegare in cosa consiste questo lavoro e perché è utile nel cambiamento personale. Sulla spinta degli stimoli che negli anni mi hanno fornito i pazienti, ho deciso di dare, attraverso il libro, un mio contributo personale nel sistematizzare insegnamenti che ho avuto il privilegio di ricevere, e nell’offrire una visione nuova e personale di come può essere utilizzata l’ipnosi nel processo di cambiamento.

A chi è rivolto?

Il libro, per com’è stato scritto e per com’è stato pensato, si rivolge a tutte le persone curiose sull’argomento, che possono essere colleghi, ma anche chi ne ha semplicemente sentito parlare e si è incuriosito, o chi ancora ha una vaga idea e vorrebbe fare chiarezza in merito. Come spiego nel libro, l’immagine che nel tempo è stata data dell’ipnosi è ben lontana da ciò che l’ipnosi è realmente. Purtroppo il cinema, ad esempio, ha spesso esaltato alcuni aspetti o alcune caratteristiche che possono accadere sì in una seduta di ipnosi, ma che certamente non accadono in tutte, e non con tutte le persone. Quindi, rimanere immobili e parlare, o rivivere esperienze passate che la persona non ricordava, rappresentano solo un paio delle numerose situazioni che si possono verificare nel corso di una seduta ipnotica, ma di certo non rappresentano uno standard assoluto. Altrimenti, sarebbe come dire che chiunque si iscriva a una palestra diventerà grande e grosso come Schwarzenegger.

Come spiegherebbe in poche parole l’ipnosi a una persona curiosa?

L’ipnosi è quello stato che ci appartiene in quanto persone, che sperimentiamo quotidianamente e nel quale la nostra mente riesce a fare più cose contemporaneamente. Per poterle fare, alcune in modo consapevole, altre come forme di automatismi, la mente deve entrare in uno stato di funzionamento diverso da quello normale e ordinario, che è tipico invece di quando si fa una sola cosa per volta. Noi entriamo spontaneamente in questi stati almeno ogni ora, ora e mezza, perché il nostro cervello ha bisogno di utilizzare questo stato per diverse funzionalità. In un contesto che fa leva sulla fiducia, come quello tra paziente e terapeuta, è possibile accompagnare le persone a entrare e uscire e ad allenarsi a entrare e uscire velocemente in questi stati, con i notevoli benefici che ne derivano.

Quando si parla di ipnosi, in quali pregiudizi si imbatte con maggior frequenza?

I primi anni era sicuramente forte l’influenza di Giucas Casella, per cui, appena nominavi l’ipnosi, le persone o sorridevano ironicamente, facendoti capire di non essere stupide, oppure ti guardavano con un po’ di paura e di diffidenza. Negli ultimi tempi, ho individuato principalmente due categorie di pregiudizio: in primo luogo, la convinzione, alimentata dalle baggianate che spesso circolano nel web, che la persona, grazie all’ipnosi, sia in grado di fare qualunque cosa e in tempi rapidi, e da qui le richieste anche bizzarre, fra cui quella di essere promosso a pieni voti all’università grazie a una seduta ipnotica, oppure di far crescere il seno e cose di questo tipo; in secondo luogo, permane in alcuni la paura di perdere il controllo e quindi la difficoltà di affidare il controllo di sé a un’altra persona. A queste due categorie, in tempi recenti sta guadagnando terreno una piccola nicchia di new age, che segue invece l’ipnosi con l’idea di rivivere le vite precedenti e cose di questo tipo, e anche di questo ho parlato nel libro.

In stato di trance, si perde il controllo di sé e delle proprie azioni? In altre parole, ci sono pericoli per la persona?

No, non si perde assolutamente il controllo di sé. Infatti, tutte le volte che sono stati fatti esperimenti relativi a questo, non sono stati portati a termine, e questo perché le persone non hanno eseguito completamente i comandi impartiti o hanno manifestato fastidi che hanno impedito loro di concedersi. L’ipnosi non va intesa come una tecnica che sottrae il controllo alla persona, ma come lo stato mentale all’interno del quale essa entra, consentendo a un altro, di cui si fida, di aiutarla a trovare soluzioni alternative alle quali non era arrivata col solo ragionamento cosciente, tramite il confronto verbale o consultando libri. Ciò che conta è che la seduta ipnotica sia preceduta da un buon colloquio, onde evitare, ad esempio, che riemergano con facilità ricordi di esperienze passate che l’individuo può rivivere con particolare intensità all’interno di uno stato ipnotico. Per questo è fondamentale che il terapeuta sia a conoscenza degli eventi più significativi della vita del paziente, che possono essere sia di tipo negativo che positivo.

Dopo una seduta di ipnositerapia, cos’è in grado di ricordare il paziente?

Dipende sempre da cosa accade durante la seduta ipnotica. Diciamo che la persona entra in uno stato di simil-veglia, per cui può sicuramente ricordare, avendole sperimentate, le esperienze che ha vissuto in termini di immagini, ricordi e sensazioni. Quello che potrebbe non ricordare sono le parole dette dal terapeuta per accompagnarla a rivivere questo, perché la sua attenzione è più rivolta all’interno, alle sue fantasie e sensazioni, e ciò la porta a non registrare in maniera completa quanto detto dal terapeuta. Inoltre, a seconda del motivo per il quale si necessita dello stato ipnotico o del tipo di tecniche che si utilizzano, può essere che la persona conservi o meno un ricordo di quanto accaduto in seduta.

copertina-ballaben-13-9-16Nel suo approccio ha come riferimento il lavoro di Milton Erickson. Perché?

Grazie al lavoro di questo grande psicoterapeuta americano, purtroppo scomparso agli inizi degli anni ‘80, si può dire che ci sia stato un prima e un dopo di lui. Egli intuì molte cose del funzionamento della mente, anche se all’epoca la neuropsicologia non era così avanzata. Intuì, per esempio, che lo stato ipnotico accade spontaneamente almeno ogni ora, ora e mezza nell’arco della giornata e che la mente utilizza diverse forme di pensiero, che all’epoca le definì “mente cosciente” e “mente inconscia”; io nel libro invece le ho definite come “pensiero cosciente razionale” e “pensiero inconscio intuitivo”, partendo dal presupposto che la mente è una sola. Erickson intuì e definì anche quello che è chiamato “approccio naturalistico”, nel senso che egli non volle mai ingabbiare la persona dentro a delle procedure standard di tipo ipnotico, ma utilizzava quello che la persona portava in seduta, quello che era la sua storia di vita, il suo racconto e la sua visione del problema e della vita in generale e a partire da questo tagliava su misura l’incontro e le cose che avrebbe detto durante la seduta ipnotica. Erickson va inoltre ricordato anche per le tecniche molto creative di cambiamento e per essere stato un maestro nelle tecniche dette indirette. Indirette vuol dire che egli lanciava degli stimoli e degli spunti, lasciando poi che fosse la mente della persona a elaborarli; grazie all’aiuto di questi spunti, recuperava le risorse che nella maggior parte dei casi le persone hanno e che possono utilizzare nella risoluzione dei problemi e della la situazione in cui versano ma che, prese dai pregiudizi del pensiero razionale, non riescono a utilizzare o a considerare utili. Ecco spiegato come mai, all’interno di uno stato ipnotico, la persona è molto più creativa, più ricettiva e più aperta al cambiamento. Di questo Erickson diede prova durante tutta la vita, con le sue migliaia e migliaia di pazienti e in tutti i convegni a cui partecipò, durante i quali dimostrò la propria abilità. È comunque utile ricordare che i lavori di Erickson presero spunto da quelli di Pierre Janet, che è stato il primo medico, o meglio, psicologo medico, che alla fine del 1800, a differenza degli altri, cominciò a elaborare questi concetti.

Che differenza c’è tra rilassamento e ipnosi?

Il rilassamento altro non è che una condizione durante la quale la persona riduce al minimo la sua attività fisiologica, neurologica o altro, compresa l’attività muscolare. L’ipnosi, invece, passa attraverso il rilassamento, che più che altro ne è una conseguenza, un piacevole effetto collaterale dello stato ipnotico, che si innesca da solo. Diciamo che non è quello a cui si punta, a meno che il contesto non lo richieda, come accade nella terapia del dolore o nell’ipnosi in ambito sportivo, quando il rilassamento può essere utile nel pre-gara o dopo-gara.

Chiunque è in grado di sperimentare l’ipnosi?

Chiunque è in grado di entrare in stati modificati di coscienza, fuori da quelli ordinari, dove siamo concentrati su un dettaglio o su un aspetto esterno o interno a noi. Possiamo quindi dire che tutti sono in grado di sperimentare diverse intensità di questo stato di attenzione. È vero anche che esiste una piccola percentuale di persone che non si lascia accompagnare in questo processo e le cause vanno indagate nella loro storia di vita, dalla quale emergerà un fortissimo livello di diffidenza e di sfiducia verso l’altro, tale per cui esse rielaboreranno in maniera critica quanto detto dal terapeuta, per accompagnarle a entrare in uno stato di rilassamento ipnotico, e ciò le porterà inevitabilmente a non seguire le sue parole. Possiamo tuttavia dire che fortunatamente c’è una forte variabilità soggettiva nel vivere lo stato ipnotico, nel senso che non ne esiste uno assoluto, giusto o uguale per tutti: al contrario, ogni persona ha il suo modo soggettivo di vivere lo stato ipnotico e di trarne giovamento. Ciò non esclude che ci siano dei fattori comuni in quanto persone, come per esempio i valori fisiologici, quelli neuropsicologici, la scarsa attenzione e lo scarso utilizzo del pensiero cosciente e così via.

Quali disturbi possono essere trattati con l’ipnosi?

Se per disturbi si intendono quelli di tipo medico, c’è un’ampia letteratura che parla di un contributo importantissimo che l’ipnosi può dare in termini di convalescenza, e quindi di miglioramento della capacità di recupero da interventi chirurgici; a ciò si aggiunge un’ampia letteratura che comprende tutto ciò che interessa l’ambito psicosomatico. Certamente si può lavorare su aspetti caratteriali della persona, su difficoltà, problemi d’ansia, depressivi, e via dicendo. Diciamo che l’ipnosi può essere utilizzata in tutti i contesti. Laddove c’è una situazione problematica, la persona ha bisogno di essere aiutata. La terapia ipnotica è la modalità che indubbiamente prediligo nell’aiutare le persone a risolvere problemi caratteriali, di disagio, di tipo psicosomatico o di recupero da malattie, o in vista di una preparazione a eventi sportivi.

Nel Cap. 5 del libro espone la sua personale visione circa la dualità storica tra mente cosciente e mente inconscia, avanzando la teoria secondo la quale esiste una mente unica, che utilizza processi di pensiero diversi. Come mai, per lei, non ha senso parlare di due menti separate?

Ritengo sia questo, se vogliamo, l’aspetto più innovativo del libro, ossia la convinzione che non ha senso parlare di due menti separate. Il libro è il mio personale tentativo di superare un po’ questa visione dualistica, tipica del passato, tra mente cosciente e mente inconscia, che ancora oggi permane nel linguaggio comune. Gli studi più recenti sul funzionamento della mente ci dicono che non c’è una vera e propria divisione di funzionamento tra una mente e l’altra, come si pensava un tempo, quando c’era addirittura la convinzione che fossero i due emisferi diversi ad avere queste due funzioni separate. Una smentita a questa tesi arriva dal fatto che, come si è osservato, per dare origine a funzioni di ordine superiore si attivano diverse aree cerebrali, che sono fra loro in relazione. Ecco quindi spiegato perché ritengo che la mente sia unica e che abbia per scopo quello di dare un senso agli eventi e di cercare di fare previsioni in merito a possibili situazioni future. Per fare questo essa utilizza due processi di pensiero, che sono uno di tipo razionale-cosciente e uno di tipo intuitivo-inconscio. Anni fa il pensiero inconscio è stato letto e definito come mente inconscia, mentre quello razionale come mente cosciente, ma, dato che la mente è una sola, essa tiene le fila di tutta quella che è la storia di vita di una persona, nel tentativo di rispondere agli eventi dell’esistenza, attribuendo loro un significato, cercando di prevederli, e per fare questo utilizza il pensiero razionale e/o il pensiero inconscio e, laddove ci riesce, il risultato è particolarmente efficace. Purtroppo, l’errore che ha fatto la nostra cultura, è quello di pensare che quando la mente utilizza il pensiero razionale, questo corrisponda all’intelligenza. Si tratta di un errore che risale ai tempi dell’Illuminismo e che purtroppo è tuttora presente in certe realtà. Diciamo che resiste ancora qualche sacca di pregiudizio, e l’errore è proprio questo, quello di identificare la mente che usa il pensiero razionale come mente cosciente, quando invece la mente è una sola ed è garante della nostra identità storica e personale, e di ciò che dà un senso alla nostra vita. Quando ad esempio ci capita tra le mani una foto di quando eravamo bambini, guardandola sappiamo che siamo le stesse persone, pur vedendo che siamo completamente diversi da quelli che siamo adesso. Questa idea di continuità è il frutto del lavoro di una mente che non può che essere unica.

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Direttore Editoriale di Neuroscienze.net

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