Così Iniziava Lentamente a Dissolversi l’Oscurità

Così Iniziava Lentamente a Dissolversi l’Oscurità

Merito Della Vitamina D?

capsule-pill-health-medicineABSTRACT L’importante contributo dell’assunzione di vitamina D al giorno d’oggi merita un’attenzione particolare alla luce dei recenti studi sull’influenza che ha sul tono dell’umore. Partendo dal substrato neurofisiologico si è gettato luce sulla relazione vitamina D e cervello con ripercussioni anche a livello neuroendocrino fino ad arrivare a studi che si sono concentrati principalmente su patologie quali depressione, disturbi affettivi stagionali e disturbi d’ansia. E’ stato evidenziato un miglioramento considerevole del tono dell’umore, dovuto non solo al ruolo investito dalla luce del sole ma anche all’assunzione di cibi ricchi di vitamina D, unita a delle variazioni nello stile di vita, prediligendo attività fisica (come ad esempio lunghe passeggiate) all’aria aperta.

“Well, where is all the sunshine?” Così s’intitola un bellissimo articolo che ho avuto modo di tradurre di recente…..Dov’è, quindi, tutto il sole… il suo importantissimo contributo nella vita dell’individuo e che sembra avere dei legami conclamati con la produzione di vitamina D, argomento che tratteremo oggi.

Nell’ultimo decennio si è parlato tanto di 25-idrossivitamina D (25 OH D) https://it.wikipedia.org/wiki/Vitamina_D in relazione all’impatto su svariate patologie come quelle cardiovascolari, il cancro, il diabete e la sclerosi multipla.

Ma il ruolo di questa vitamina nelle patologie mentali? Le ricerche sono ancora “work in progress”, ma se ne parla tanto soprattutto per quanto riguarda la depressione e i SAD (disturbi affettivi stagionali) e non è un caso se solo ci fermassimo a riflettere sull’impatto che ha la luce sugli individui che soffrono di questi disturbi. E sappiamo bene che c’è un filo diretto tra luce e vitamina D.

L’esposizione alla luce solare rappresenta oltre il 90% del fabbisogno di vitamina D per la maggior parte degli individui (Holick, 2004). La quantità di esposizione ai raggi UV-B è influenzata dalla latitudine, dai ritmi stagionali e dalle variazioni meteorologiche nel corso della giornata. E’ stato riportato che l’esposizione solare è maggiore in primavera, a inizio autunno e durante le ore di luce solare (Holick, 2004). Anche se i luoghi più vicini all’equatore (Hawaii, Arizona, Florida) hanno una

maggiore esposizione al sole, recentemente è stato riportato che anche in queste aree persiste l’insufficienza di vitamina D (Binkley et al., 2007; Jacobs et al., 2008; Levis et al., 2005).
Se è vero che la luce ha un effetto positivo in termini di miglioramento del tono dell’umore, e questo lo possiamo notare anche quando le persone svolgono l’attività fisica all’aperto…. Viene da chiedersi se il ruolo maggiore è rivestito dalla luce solare o dalla combinazione di entrambi.

La terapia della luce e l’esercizio fisico sono due noti trattamenti da considerare quando parliamo di depressione, tuttavia vi sono pochi studi che dimostrano un beneficio dalla combinazione dei due. In uno studio randomizzato, 98 partecipanti sono stati assegnati a una delle tre condizioni: programma di allenamento aerobico in piena luce, programma di allenamento aerobico in condizioni di luce normale, o programma di stretching/relax in piena luce (Leppamaki, Partonen, Hurme, Haukka, e Lonnqvist, 2002). Nelle condizioni sperimentali che prevedevano l’esecuzione dell’attività fisica in piena esposizione solare, si è registrato un miglioramento nei punteggi alle scale di valutazione della depressione (valore di significatività, P = .05) e anche per quanto riguarda la sintomatologia che potremmo definire più atipica della patologia (desiderio di carboidrati, aumento di peso, evitamento sociale, aumento dell’appetito, stanchezza, crollo nelle ore pomeridiane, e un maggior bisogno di sonno, p = .02). Sebbene le persone che hanno eseguito l’attività fisica in condizioni di luce normale hanno avuto un miglioramento della depressione (p =.02), non vi era alcun miglioramento significativo nei sintomi atipici della depressione. Pertanto la luce può essere importante anche per il miglioramento della sintomatologia atipica della depressione.

Può essere utile fare sport all’aperto considerando la maggiore esposizione alla luce solare naturale. Un intervento trimodale (LEVITY) mirato alla valutazione del tono dell’umore che prevedeva una camminata a passo veloce cinque giorni alla settimana per 20 minuti all’aperto, una maggiore esposizione alla luce solare, e un regime speciale di vitamine (tiamina, piridossina, riboflavina, acido folico, selenio e vitamina D) è stato testato su donne sane, di età compresa tra 19-78, con sintomatologia depressiva tra lieve e moderata (punteggio tra 11 e 29 al CES-D) (Brown, Goldstein-Shirley, Robinson, e Casey, 2001; Brown & Shirley, 2005). Le partecipanti sono state assegnate casualmente al gruppo del trattamento trimodale (N = 53) o al gruppo di controllo (che ha ricevuto solo vitamine, condizione placebo) (N = 51) per circa otto settimane.

In entrambi i gruppi si è verificato un miglioramento nel corso del tempo su tutte le misure; sebbene i punteggi del gruppo di controllo fossero peggiori nella condizione baseline, nonostante la randomizzazione, dopo il controllo per le differenze al baseline, il miglioramento dell’umore, il benessere in generale, l’autostima, la felicità, e la depressione sono risultati significativamente maggiori nel gruppo che ha ricevuto l’intervento tri-modale.

Nello specifico che legame c’è tra vitamina D e cervello?

E’ stato riportato che ci sono recettori della vitamina D nell’ipotalamo, che possono essere importanti nel funzionamento neuroendocrino (Eyles, Smith, Kinobe, Hewison, e McGrath, 2005). Alcuni ricercatori hanno riferito che la vitamina D è importante per lo sviluppo cerebrale (Eyles, Brown, Mackay-Sim, McGrath, e Feron, 2003; McCann & Ames, 2008). Eyles et al. (2003) hanno osservato che lo sviluppo cerebrale di topi, nati da madri carenti di vitamina D, ha mostrato delle ripercussioni per quanto concerne la morfologia (in termini di volume), la proliferazione cellulare, la segnalazione del fattore di crescita, e infine, si è anche riscontrato una ridotta espressione del fattore di crescita nervoso (NFG). Sebbene questi tipi di cambiamenti siano stati notati nel cervello di persone con disturbi simili alla schizofrenia, ciò ha rappresentato sicuramente uno spunto prezioso per lo sviluppo di ulteriori ricerche al fine di esaminare le conseguenze a lungo termine della deplezione di vitamina D sul cervello.

I recettori per la vitamina D sono presenti anche in altre aree del cervello tra cui la corteccia del cingolo e l’ippocampo, che sono implicati nella fisiopatologia della depressione. Se da un lato la vitamina D è coinvolta in numerosi processi cerebrali tra cui la neuroimmunomodulazione, la regolazione di fattori neurotrofici, la neuroprotezione, la neuroplasticità e lo sviluppo del cervello, non è difficile ipotizzare che questa vitamina possa essere associata con la depressione e che la sua integrazione possa svolgere un ruolo importante nel trattamento della depressione.

E’ stato stimato che oltre un miliardo di persone hanno insufficienza o carenza di vitamina D (Holick, 2007): la carenza di vitamina D è stimata al di sotto del valore soglia di 20 ng / mL mentre l’insufficienza si registra ad un livello inferiore a 30 ng / mL (Holick, 2007).

Diversi studi hanno esaminato, ad esempio, se la terapia della luce possa avere effetti significativi migliorando l’umore. Partonen, Vakkuri, Lamberg-Allardt, e Lonnqvist nel lontano 1996 hanno condotto uno studio randomizzato su 29 pazienti (16 con SAD e 13 controlli) prevedendo un’ora o 15 minuti di terapia della luce di mattina per due settimane durante l’inverno; con un’ora di terapia solare i sintomi depressivi sono significativamente diminuiti nel gruppo con SAD rispetto al gruppo di controllo (p = 0,003). In uno studio randomizzato con 15 partecipanti con diagnosi di SAD, ad 8 soggetti è stato somministrato un dosaggio di 100.000 UI di vitamina D (una volta sola) e gli altri 7,invece, si sono sottoposti alla fototerapia. Confrontando i punteggi ottenuti (pre e post trattamento) alla Hamilton Depression Scale, è emersa una riduzione significativa della sintomatologia depressiva nei soggetti che hanno ricevuto la vitamina D (da 10.9 a 6.2, p = .040) rispetto a quelli

che hanno ricevuto fototerapia (da 12.6 a 11.3, p = NS). Non ci sono stati effetti collaterali indesiderati per quanto riguarda il dosaggio di vitamina D pertanto, una limitazione dello studio era la dose somministrata in una sola volta. (Gloth, Alam, e Hollis ,1999).

Il problema è che ci sono ancora ipotesi contrastanti e molta confusione sull’argomento. Ed è per questo motivo che oggi iniziamo illustrandovi, in breve, un’interessante metanalisi, molto scrupolosa pubblicata nel 2013 sul British Journal of Psichiatry.

Sono stati passati in rassegna tre studi di coorte, un case control study e dieci studi trasversali presenti in letteratura fino a quella data, con la speranza di sciogliere dubbi sull’argomento ( ndr un’affermazione che sono solita fare è che la ricerca è in continuo divenire, quindi “stay tuned”).

Cosa ha evidenziato questa metanalisi? Passiamo in rassegna i risultati emersi……Lo studio su singolo caso ha mostrato una differenza moderata dei livelli di vitamina D tra le donne con la depressione e i controlli sani; gli studi trasversali, invece, hanno rivelato un aumento, ma non significativo della probabilità di depressione per quanto riguarda la categoria dei soggetti con livelli minimi di vitamina D rispetto a quelli con elevati livelli (OR = 1.31, 95% IC 1,00-1,71, p = 0,05). Limitando l’analisi agli studi con un’età media dei partecipanti di 65 anni o più, non è sostanzialmente variata la stima generale o la significatività statistica. C’era una notevole variabilità nelle categorie, relative ai livelli di vitamina D, utilizzate negli studi di coorte, e, pertanto, sono state eseguite tre diverse meta-analisi. L’analisi, infatti, del rapporto di rischio (attraverso una valutazione delle “hazard ratio” (HR) riguardante la categoria con bassi livelli di vitamina D comparata con quella con elevati livelli, ha mostrato un significativo aumento del rischio di depressione in soggetti con bassi livelli di vitamina D (HR = 2.21, 95% IC 1,40-3,49, P=0.001).

In definitiva, gli studi analizzati fanno emergere una consistente relazione tra depressione e bassa concentrazione dei livelli di vitamina D. Ciò che però analizzeremo successivamente saranno i risultati emersi da altri due studi di cui un trial randomizzato[1].

E’ possibile che la supplementazione di vitamina D, nel regime alimentare quotidiano, possa ridurre i sintomi della depressione?

E’ questo l’obiettivo di questo trial di recentissima pubblicazione (febbraio 2016!) su Journal of Nutrition. Sembra infatti che la vitamina D attraverso i suoi effetti benefici sui neurotrasmettitori, sui profili metabolici, sui biomarcatori di infiammazione come la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP)

https://en.wikipedia.org/wiki/C-reactive_protein, e biomarcatori dello stress ossidativo agisca sulla sintomatologia di pazienti con disturbo depressivo maggiore (MDD).

Si tratta di uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo su 40 pazienti tra i 18 ei 65 anni di età, con una diagnosi di MDD in base a criteri del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM V). I pazienti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere o una capsula di 50 kIU di vitamina D / sett (n = 20) o il trattamento placebo (n = 20) per 8 settimane. Campioni di sangue sono stati prelevati pre (valori baseline) e post intervento per quantificare variabili rilevanti.

Sono stati considerati due tipologie di risultati: quelli relativi ai punteggi ottenuti alla Beck Depression Inventory (BDI), che esamina i sintomi depressivi e valori legati all’omeostasi del glucosio, i profili lipidici, l’hs-CRP, e i biomarcatori di stress ossidativo.

Le concentrazioni di media di 25-idrossivitamina D erano significativamente differenti tra i 2 gruppi (9.2 ± 6.0 e 13.6 ± 7.9 μg / L nei gruppo placebo e gruppo di controllo, rispettivamente, con un p=0.02), al baseline. Dopo 8 settimane di intervento, i cambiamenti nei livelli plasmatici di 25-idrossivitamina D erano significativamente maggiori nel gruppo che aveva assunto vitamina D (+20,4 μg / L) rispetto al gruppo placebo (-0.9 μg / L, P <0.001). Una tendenza verso una maggiore riduzione dei punteggi ottenuti alla BDI è stata osservata nel gruppo che ha assunto vitamina D rispetto al gruppo placebo (-8.0 e -3.3,rispettivamente, P = 0.06). Le variazioni dei livelli ematici di insulina (-3,6 rispetto a 2,9 μIU / mL, P = 0.02), valutati attraverso l’ HOMA https://en.wikipedia.org/wiki/Homeostatic_model_assessment, quale metodo utilizzato per quantificare l’insulino-resistenza (-1,0 rispetto a 0,6, P = 0.01) e la funzione delle cellule β (- 13,9 rispetto a 10,3, p = 0,03) poi, la capacità antiossidante totale del plasma (63,1 rispetto a -23,4 mmol / L, P = 0.04) e il glutatione (+170 rispetto a -213 μmol / L, P = 0.04) erano significativamente diversi nel gruppo che aveva ricevuto la vitamina D da quelli del gruppo placebo.

E infatti i risultati di questo trial hanno confermato l’ipotesi di partenza: la supplementazione di vitamina D in pazienti con MDD per 8 settimane ha avuto effetti benefici sulla sintomatologia depressiva (come emerso dalla BDI), sugli indicatori dell’omeostasi del glucosio, e sullo stress ossidativo.

In ultima analisi, esaminiamo i risultati di uno studio che ha tenuto conto dei “prodigi” della vitamina D non solo per quanto concerne i disturbi depressivi ma anche quelli ansiosi. Il presente studio ha esaminato la relazione tra concentrazione

plasmatica di 25-idrossivitamina D (25 (OH) D) e la prevalenza di disturbi depressivi e d’ansia.

Il campione dei soggetti valutati comprende 5371 persone, di cui 354 con disturbo depressivo e 222 con disturbo d’ansia, si tratta di un campione rappresentativo di uomini e donne finlandesi di età compresa tra 30-79 anni. La concentrazione plasmatica di 25 (OH)D è stata determinata da campioni congelati. In uno studio trasversale, sono stati usati come variabili dipendenti quattro indicatori di depressione e un indicatore di ansia. La concentrazione di 25 (OH)D è il fattore di rischio di interesse, e i modelli logistici utilizzati includevano ulteriormente variabili socio demografiche e relative allo stile di vita. La frazione attribuibile di popolazione (PAF) è stata stimata. Gli individui con più alti livelli ematici di 25 (OH) D hanno mostrato un rischio ridotto di depressione. La probabilità relativa tra i più alti e più bassi quartili era 0,65 (95% IC 0.46, 0.93; P per trend = 0.006) dopo l’aggiustamento per variabili socio-demografiche, stile di vita e fattori metabolici. Le maggiori concentrazioni plasmatiche di 25 (OH) D erano associate ad una minore prevalenza del disturbo depressivo soprattutto tra gli uomini, più giovani, divorziati. Il PAF è stato stimato essere del 19% per la depressione quando i livelli ematici di 25 (OH) D erano almeno 50 nmol/l. Questi risultati supportano l’ipotesi che l’aumento delle concentrazioni plasmatiche di 25 (OH) D proteggono contro la depressione, e ciò è ulteriormente supportato dai modelli utilizzati che hanno previsto un aggiustamento per variabili socio-demografiche, stile di vita e fattori metabolici. Studi prospettici su larga scala sono necessari per confermare questo dato.

Abbiamo evidenziato più volte come la luce del sole sia correlata alla produzione di vitamina D e come quest’ultima influisca positivamente su sintomi depressivi e ansiosi. Sicuramente questo può rappresentare un punto di svolta nel trattamento di questi disturbi. Accanto al protocollo da seguire (psicoterapia, terapia farmacologica), dovremmo considerare anche la possibilità di inserire una dieta ricca di vitamina D (attenzione naturalmente a cosa mangiamo, alimenti da considerare potrebbero essere pesci grassi come aringhe, sgombro, salmone, sardine e merluzzo; olio di fegato di merluzzo; verdure a foglia larga) e tanto sport da praticare all’aperto. Diversi studi in letteratura sembrano confermare che fare sport all’aperto (semplice attività aerobica come passeggiate a passo veloce) possa avere un’incidenza significativa sul tono dell’umore, sull’autostima (costrutti esaminati nella valutazione dei disturbi dell’umore) e su altri aspetti come ansia, tensione, stress.

 

 

Riferimenti bibliografici

  • Anglin R., Samaan Z., Walter S., and McDonald S., (2013). “Vitamin D deficiency and depression in adults: systematic review and meta-analysis,” British Journal of Psychiatry, vol. 202, no. 2, pp. 100–107
  • Brown M., Goldstein-Shirley, J., Robinson, J., & Casey, S. (2001). The effects
of a multi-modal intervention trial of light, exercise, and vitamins on women’s mood. Women & Health, 34(3), 93–112
  • Brown M. A. & Shirley J. L. (2005). Enhancing women’s mood and energy:
A research-based program for sub threshold depression using light, exercise, and vitamins. Holistic Nursing Practice, 19(6), 278–284
  • Penckofer S., Kouba J., Byrn M. and Ferrans C. E., ( 2010). “Vitamin D and
depression: where is all the sunshine,” Issues in Mental Health Nursing, vol. 31, no. 6, pp. 385–393.
  • Jääskeläinen T, Knekt P, Suvisaari J, Männistö S, Partonen T, Sääksjärvi K1, Kaartinen NE, Kanerva N, Lindfors O. (2015). Higher serum 25-hydroxyvitamin D concentrations are related to a reduced risk of depression. Br J Nutr.
  • Sepehrmanesh Z, Kolahdooz F, Abedi F, Mazroii N, Assarian A, Asemi Z, Esmaillzadeh  A. (2016). Vitamin D Supplementation Affects the Beck Depression Inventory, Insulin Resistance, and Biomarkers of Oxidative Stress in Patients with Major Depressive Disorder: A Randomized, Controlled Clinical Trial. J Nutr.

Note

[1] come avete potuto notare fino ad ora è che questa metanalisi non aveva incluso trial randomizzati!

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Eva Gabriele

Sono Eva Gabriele, ho 32 anni e sono laureata in Psicologia Clinica, Applicata e della Salute ad indirizzo Neuroscienze Cognitive presso l'Università degli Studi dell'Aquila. Ho maturato un'esperienza di circa tre anni come tirocinio presso l'IRCCS Fondazione Santa Lucia a Roma prima nel laboratorio di ricerca sui disturbi dell'orientamento visuo-spaziale nella navigazione e poi dopo laureata ho continuato sia nell'ambito della ricerca sperimentale che nella pratica clinica. Successivamente mi sono dedicata ad un percorso nell'ambito della psicoterapia di gruppo ad orientamento sistemico relazionale che seguo tutt'ora, e contemporaneamente ho conseguito l'abilitazione all'esercizio della professione e un master nelle Risorse Umane. Attualmente sto concludendo il primo anno di scuola di specializzazione come psicoterapeuta sistemico-relazionale. Da sempre mi affascinano le neuroscienze e la neuropsicologia e da un anno in particolare mi sto orientando sul rapporto che intercorre tra alimentazione, stile di vita e salute mentale.

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