Alla Radice del Pensiero e dell’Azione

Prendiamo una diramazione delle radici di un albero con le sue decine di radici secondarie e le migliaia di peli radicali che si spingono nel terreno con infinite deviazioni, avanzamenti e arretramenti che sono dovuti alla ricerca delle sostanze nutritive che in parte rimandano all’albero e in parte utilizzano per svilupparsi ulteriormente. Questo è uno degli assetti radicali locali che con le altre diramazioni forma l’intera radice dell’albero e tutto procede lentamente nella costante ricerca dell’equilibrio tra l’aumento delle dimensioni dell’albero e di quelle del suo apparato radicale che lo sostiene. In condizioni ambientali normali a nessuno conviene modificare la tendenza ordinata di questa dinamica. Ma un giorno, ai piedi dell’albero, su di un lato si apre una voragine che mette a nudo una parte di quelle radici. Inizia una gara contro il tempo che, mentre vede l’annullamento delle funzioni delle radici scoperte, determina il rapido sviluppo di nuovi assetti radicali e il rafforzamento di quelli esistenti dalla parte opposta alla voragine. Tutto per la sopravvivenza dell’albero in risposta alle nuove condizioni ambientali che si sono create.
Qui non intendo parlare per analogia in termini psicologici, ma in termini strettamente fisici. Le radici si rafforzano, si sviluppano e si diramano esattamente come i neuroni cerebrali. Fisicamente! E lo fanno per la sopravvivenza dell’albero, così come i neuroni con i loro dendriti lo fanno per quella dell’individuo messo di fronte agli eventi della sua vita. Per un primitivo (cioè colui che non conosce le cause) tutto questo si poteva interpretare come dovuto all’esistenza di una volontà psicologica dell’albero di sopravvivere (da qui tutte le deificazioni arcaiche di oggetti della natura). E ancora succede la stessa cosa con la mente umana. Infatti, attribuendole una natura metafisica a sé stante e libera dalle necessità dettate dalle leggi naturali, in un certo senso la deifichiamo. Ma, se ne conosciamo i meccanismi “fisici” di funzionamento e non la decontestualizziamo dalla bio-chimica del cervello da cui emerge, scopriamo che le radici di un albero e i neuroni cercano solo di realizzare “assetti” che rispondano nel migliore dei modi alle necessità di sopravvivenza — fisica, in un caso, e psicofisica nell’altro — della struttura di cui fanno parte e che contribuiscono a determinare. La differenza sta solo nella maggiore complessità della struttura cerebrale rispetto a quella radicale vegetale (d’altronde deve rispondere alle esigenze di un organismo reso ben più complesso dall’evoluzione), e la conseguenza è che ancora non abbiamo scoperto tutte le cause che determinano le sue prestazioni psichiche. Ma ci stiamo arrivando grazie alle neuroscienze e alle tecniche di brain imaging. E scopriremo che non esiste nessuna dimensione metafisica della mente esattamente come non esisteva nessun Dio-albero. Così, finalmente, saremo un po’ meno primitivi.

Francesco Pelillo

ommenti

  1. Davvero un articolo pregevole, per chiarezza e sintesi, per far capire quanto le strategie vitali accomunino tutti i regni viventi, ed è alla luce di queste che si può ben comprendere la complessità cerebrale umana e le sue potenzialità. L’analogia con l’albero mi fa ricordare l’immagine dell’homme plant di La Mettrie che condivido. La spiegazione naturalistica e olistica delle facoltà mentali, come dei processi biologici e naturali, è la giusta direzione per comprendere le facoltà umane, al pari di tutti i processi naturali, seguendo il programma dell’Umanesimo Scientifico! NS: http://simonettin.wixsite.com/supervenience

  2. Grazie Prof. Nicola Simonetti. Mi fa molto piacere questo giudizio positivo da una perona che, a ben altro livello, sta dedicando tutti suoi studi e le sue pubblicazioni a questi temi.

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