L’Esperienza dell’Assenza e della Morte

di P. Szczepanczyk e R. Minotti

 

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono, fate tacere il cane con un osso succulento, chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù e scrivano sul cielo il messaggio

Lui È Morto, allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni, i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest, la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica, il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto; pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte; imballate la luna, smontate pure il sole; svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco; perché da questo momento niente servirà più a niente.

W. H. Auden

 

Cosa accade alla nostra mente e al nostro corpo, quando la morte improvvisamente irrompe nella nostra esistenza, recidendo quei legami che fino ad allora avevano costituito riferimenti certi, guide sicure, insostituibili affetti? Il cuore e la mente possono comprendere tale angoscia ed il corpo può arginare questo oceano di dolore?

In questo lavoro parleremo delle emozioni che accompagnano questo stravolgimento esistenziale, per comprende come poter esserci nella relazione d’aiuto e nella psicoterapia, e come trasformare tutto il dolore in bellezza (Minotti, 2012).

Come è facilmente intuibile, questa esperienza depressiva, al contrario di altre, è determinata da eventi concreti e la persona sembra esserne cosciente. “Si tratta di una situazione che segue alla perdita di una persona amata in cui l’irraggiungibilità dell’altro è evidente alla consapevolezza.” (Francesetti, 2011). Ma è effettivamente così? Chi subisce la scomparsa di un affetto importante è realmente consapevole di tale perdita o esiste una parte di noi che, in qualche modo, misconoscendo tale evento, di fatto, può ostacolare o rendere più difficile il lavoro di elaborazione del lutto? Questa esperienza, secondo la nostra prospettiva, è qualcosa che va al di là del concetto di perdita e di assenza: essa unisce in un unico vissuto il senso di abbandono, l’ansia di separazione e l’angoscia di morte. Questo evento diviene un simbolo che sintetizza in un unico nucleo il livello emotivo e quello affettivo, confondendo il sentire e le rappresentazioni mentali della persona, che vive tale perdita (Minotti, 2016).

Quando ci troviamo a contatto con un persona che sta vivendo questo tipo di esperienza, comprendiamo immediatamente che la fenomenologia clinica che la riguarda ha delle manifestazioni completamente diverse dalla depressione vera e propria. Le prime emozioni legate a questi vissuti sono principalmente la disperazione, l’angoscia, la tristezza, il senso di vuoto e d’ingiustizia e la rabbia. La morte si inserisce nella vita della persona cancellando, temporaneamente, quei confini e quelle sicurezze costruite lentamente nel tempo, che costituiscono il ground dove poggia l’esistenza e il suo fluire. Per tale ragione, nella terapia, uno degli aspetti che possiamo da subito osservare è la corporeità e quale stile relazionale, legato ad esso, entra nel setting.

Nel 1915 Sigmund Freud nel saggio “Lutto e melanconia”, contenuto in una delle sue opere più ambiziose, Metapsicologia, ci descrive come si può lavorare, secondo il contesto e la metodologia di allora, con il lutto: “In cosa consiste il lavoro del lutto? Non credo di forzare le cose se lo descrivo nel modo seguente: l’esame di realtà ha dimostrato che l’oggetto amato non c’è più e comincia ad esigere che tutta la libido sia ritirata da ciò che è connesso con tale oggetto. […] Tuttavia questo compito non può essere realizzato immediatamente. Esso può essere portato avanti solo poco per volta e con grande dispendio di tempo ed energia d’investimento.” (Freud, La teoria psicanalitica, p. 193).

Per la prima volta Freud postula l’esistenza di meccanismi psicologici nel cui funzionamento patogeno non è implicata la frustrazione della sessualità, bensì la perdita di un oggetto, ampliando la funzione dell’Io nello sviluppo della psicopatologia. Qui Freud confrontando la melanconia con il lutto nota che questi stati hanno in comune un senso di doloroso abbattimento per una perdita, una mancanza di interesse nei confronti del mondo esterno, il venir meno della capacità di amare, oltre che un’inibizione dell’attività. Inoltre, il melanconico, a differenza di chi subisce un lutto, non conosce la natura della sua perdita, e non è, dunque, consapevole della causa sottesa al suo malessere. Questo dato conduce Freud a credere che la perdita sia interiore e inconscia, affermando che nel lutto è il mondo che è diventato “povero e vuoto”, mentre nella melanconia è l’Io stesso che si è impoverito.

Il lutto, quindi, è considerato come il tempo necessario alla persona affinché il principio di realtà abbia la meglio sul principio di piacere, e vi sia il ritiro dell’investimento libidico oggettuale. In un’ottica gestaltica, in cui la relazione con l’altro è un elemento centrale di questo metodo, tale visione sembra essere troppo centrata sull’individuo e sul suo sentire.

Secondo la nostra lettura gestaltica, il lavoro del lutto può essere posto tra il contatto pieno e il post-contatto, in cui la personalità si aggiorna attraverso l’assimilazione e l’integrazione dell’esperienza della perdita. La narrazione, l’esserci soprattutto nei silenzi, l’ascolto attivo e l’osservazione fenomenologica dell’insieme relazionale, che costituiscono le modalità con cui il terapeuta gestaltico, nelle prime fasi del lutto, incontra la persona, hanno lo scopo di attivare e favorire questo processo di crescita anche in un momento tanto doloroso del paziente.

L’empatia è un immergersi nelle cose, un sentire se stessi, proiettare e travasare i propri sentimenti e stati d’animo in ciò che ci sta davanti”. (Theodor Lipps, 1906).

In questa visione relazionale, il lavoro del lutto non è più visto come momento individuale di esplorazione delle dimensioni soggettive più intime, ma di condivisione di due umanità che si sono scelte e trovate in un ambito terapeutico, non togliendo nulla alla spontaneità, ma aggiungendo spessore e profondità alla dimensione umana grazie alla relazione.

Ciò che assimiliamo nel lutto è il tipo di esperienze che abbiamo fatto con quella persona e come ci ha trasformato. Ogni elemento portato dal paziente come ricordi, momenti, emozioni entra a far parte del sistema relazionale in cui lo stadio dell’assimilazione non riguarda più solo l’evento della perdita, ma si amplia divenendo sfondo comune nell’esperienza terapeutica trasformativa.

Più che il disinvestimento o il ritiro della libido ciò che emerge dallo sfondo è l’esperienza relazionale e tutti gli aspetti emotivi ad essa collegati.

Nelle relazioni si generano beni invisibili che rappresentano il nutrimento principale per la persona che non può più toccare l’altro perché non c’è più con la sua corporeità, e il compito del processo di lutto è quello di assimilare quei valori relazionali condivisi con la persona che se ne è andata.

Sappiamo che il lutto segue un processo ben delineato e molto spesso, subito dopo aver subito la perdita di un affetto, percepiamo la sua presenza ancora più intensamente. In questo periodo, la consapevolezza e le sensazioni sembrano avere una separazione, in quanto il piano cognitivo non riesce ad integrarsi con quello affettivo ed emotivo.

E’ importante incoraggiare la discussione delle perdite all’interno della psicoterapia- una discussione che sia specificatamente radicata nell’esperienza emotiva dell’evento e dei suoi postumi.  Il terapeuta deve mettersi in ascolto dei temi affettivi associati alle perdite e invitare il cliente a chiarire, etichettare, e fare esperienza delle molteplici emozioni provate allora e di quelle che vive nel momento presente – in particolare gli stati affettivi che è costretto a prendere in considerazione, come il rifiuto e il bisogno indissolubile dell’altro.

La consapevolezza emotiva non è riflettere sui sentimenti, implica

sentire il sentimento, con consapevolezza. Soltanto quando l’emozione

è sentita, l’articolazione nel linguaggio diventa una componente

importante della sua consapevolezza. Pertanto il terapeuta ha bisogno

di aiutare i clienti ad affrontare, tollerare e accettare le loro emozioni.

L’accettazione dell’esperienza emotiva come opposto del suo evitamento

è il primo passo del lavoro sull’emozione.

Greenberg, 2008

 

In congruenza con questa prospettiva, quando si invita il cliente alla riflessione sulle esperienze che si riferiscono alla perdita, è spesso utile aiutarlo a collegare i sentimenti alle sensazioni corporee.

Si sottolinea l’importanza dell’esperienza corporea dell’affetto (McCullough,2001), soprattutto quando le emozioni sono difficili da mettere in parole. “Un cambiamento del comportamento non segue la pura e semplice immaginazione intellettuale delle scene affettive. Deve essere attivato il corpo perché il cambiamento abbia luogo”.

L’esperienza che si sta vivendo porta elementi così nuovi e carichi di angoscia, che la coscienza fatica a dare forma e senso a tutto quello che sta esperendo. Attraverso la narrazione dell’evento e dei ricordi legati alla persona cara scomparsa, questi livelli tenderanno ad avvicinarsi e ad integrarsi, trasformando il dolore in qualcosa di più accettabile e dolce.

Gianni Francesetti descrive il tempo del lutto come l’elaborazione di due fedeltà: la fedeltà alla persona che abbiamo perduto, e la fedeltà alla vita, in cui lentamente ci riapriamo ad essa e a nuovi incontri.

Secondo questa prospettiva, per completare il processo di elaborazione dell’assenza, le due fedeltà devono essere contemporaneamente presenti, e se non si dà il tempo necessario per completare la prima fedeltà, come purtroppo avviene nella nostra società che non accetta le sensazioni di finitudine, si rischia di negare sia la scomparsa della persona che tutte le emozioni ad essa collegate. Alla base di questo approccio c’è la pazienza, l’ascolto e la presenza, per dare valore ai beni relazionali che costituivano quel rapporto.

Sebbene tali momenti siano fondamentali per affrontare l’esperienza del lutto, secondo la nostra esperienza, esso non è costituito soltanto dai vissuti di perdita, ma anche da emozioni altrettanto intense e dolorose che non sono legate alla persona scomparsa. Si dice che “soltanto due cose non si possono vedere negli occhi: il sole e la morte” perché ci renderebbero ciechi; ma quali sono le emozioni che si provano assieme a quelle depressive?

Quando una persona cara viene a mancare, la sofferenza legata a questo vissuto non riguarda soltanto il senso di perdita, ma anche l’ansia di separazione e di abbandono e l’angoscia di morte.

In uno studio su alcune psicopatologie (Szczepanczyk, 2015), si è potuto notare che le esperienze di abbandono psicologico possono contribuire alla sviluppo di quadri psicopatologici maggiormente complessi rispetto persino all’abuso sessuale.

Se da un lato la persona esperisce la perdita e quindi il senso di solitudine e di disperazione, dall’altro entra in contatto con emozioni che appartengono al suo passato (ansia di separazione) e al mistero per eccellenza dell’essere umano: l’angoscia di morte.

Il morto è lì presente con la sua corporeità, testimoniando che la fine può avvenire in qualsiasi momento, senza preavviso e senza rispetto per la vita. L’angoscia, il terrore, la sofferenza e la pena si fondono tra ciò che proviamo per noi stessi e quello che sentiamo per la persona defunta. Il lavoro in terapia, dunque, dovrà tenere conto non soltanto della narrazione dei ricordi per la persona scomparsa, ma anche delle emozioni che la morte risveglia in quella rimasta, costituendo il complesso sfondo emotivo che dà forma alla relazione terapeutica. Il senso di solitudine, in quest’ottica, assume un significato evolutivo, con radici che affondano nel passato, ma che vengono riattualizzate nel rapporto terapeuta-paziente. Immergersi in quel mare di dolore, terrore e angoscia, permettendosi di sondare la profondità di tale sofferenza, rappresenta una competenza molto complessa per il terapeuta della gestalt, che consapevolmente comprende e sente che non vi è altra via che quella dell’empatia incarnata e della condivisione degli stati d’animo più dolorosi, per giungere al cuore del paziente e del proprio.

 

Bibliografia

 

Francesetti G., Gecele M. (2011), L’altro irraggiungibile. La psicoterapia della Gestalt con le esperienze depressive, a cura di, FrancoAngeli, Milano.

Freud S., Introduzione al narcisismo (1914), in Opere, cit, vol. VIII.

Freud S., Metapsicologia (1915), in Opere, cit., vol. VIII.

Minotti R., Le esperienze depressive secondo la psicoterapia della gestalt. A cura di, Seminario di studio corso di specializzazione quadriennale in psicoterapia della Gestalt. SIG Roma, 24/25 Marzo 2012. Non pubblicato.

Minotti R., La gestalt dialogica, www.minottiroberto.com, web 3, 2016.

Roberto Minotti

Author: Roberto Minotti

psicologo - psicoterapeuta

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