Neuroscienze e Teologia nel Segno dell’Unità dei Saperi

Da tempo scriviamo sull’importanza dell’unità dei saperi, superando finalmente le diffidenze se non lo scontro tra le due culture, quella letterario-umanistica e quella  scientifico-tecnologica. Noi riteniamo, d’accordo con il neuro scienziato J. LeDoux,  che le discipline umanistiche – letteratura, poesia, psicoanalisi- e le scienze non riduzioniste – linguistica, antropologia, sociologia- possano “coesistere” con le neuroscienze. Sono tutti campi di ricerca relativi alla cultura e la cultura è l’espressione sia degli studi umanistici che delle scienze. Siamo pervenuti all’homo sapiens in seguito all’evoluzione culturale e all’evoluzione biologica.

Una visione spirituale degli esseri umani e una impostazione neuro scientifica non possono né debbono escludersi a vicenda, poiché pongono idee e ragionamenti che si rivelano proficui, essendo d’aiuto nella comprensione dei modi in cui il cervello e la mente “ci rendono quelli che siamo”. Da sempre, ad esempio, la filosofia è stata un punto di riferimento per capire la persona umana.

Da alcuni anni, il pensiero teologico sta cercando di “riconcettualizzare” i suoi insegnamenti alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, soprattutto in relazione alla definizione di come fosse mai possibile per Dio- precisa LeDoux- influenzare la vita degli esseri umani senza violare le leggi della fisica.

Finora, l’idea emersa è stata quella secondo cui Dio “interagisce”, ma “non interviene”.

Invero, le neuroscienze mostrano che la mente (l’anima) è un prodotto del cervello, cioè di un sistema fisico. Molti teologi si stanno allineando in questa idea e non credono “nella classica anima incorporea”, ma sembrano accogliere  il principio secondo cui la mente è connessa al cervello mediante i neuroni. Non dunque un’anima separata dal corpo. Se  l’anima è condizionata dal cervello, come può Dio interagire con le persone senza influenzare fisicamente i loro neuroni e dunque intervenire? La conclusione è che la ragione ( e dunque la scienza) non può spiegare l’immortalità dell’anima. O si “ha fede”, oppure “non lo si ha”.

Di qui, la necessità di una feconda collaborazione della scienza con la teologia nel segno indicato da Albert Einstein: “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca”.

In materia, si sta delineando un campo di studio che ha dato vita a una nuova disciplina chiamata “neuroteologia”, la quale studia le basi neurologiche delle esperienze religiose e dei sentimenti spirituali. E’ lo studio tra il divino (theos) e l’umano (i neuroni), ovvero lo studio dell’interazione tra il divino e il sistema neurale dell’essere umano. E’ una scienza che si propone tra l’altro di approfondire i testi sacri per trovare risposta ai grandi interrogativi che da sempre si pone l’uomo.

Attraverso strumenti sempre più sofisticati sono state scoperte alcune aree del cervello che si attivano all’idea di Dio e durante esperienze religiose o momenti di “quiete estatica”. Finora, i dati sperimentali indicano “una inclinazione innata” della dimensione del sacro e del trascendente, che si rivelano sentimenti tipicamente umani e universali. Secondo il neuro scienziato W.S. Ramachandran, l’area coinvolta nell’esperienza religiosa e spirituale è quella di Broca.

Le ricerche di A. Newberg e E. D’Aquili mostrano che il cervello ha una “capacità innata” di trascendere la posizione di un sé individuale. Ciò che si chiama religiosità- aggiungono- è “una funzione o una capacità del cervello”. Il quale è stato geneticamente configurato per “incoraggiare la fede religiosa”. Da una  ricerca effettuata da H. Konigun emerge poi un altro dato positivo e riguarda una “minore incidenza” di malattie nella popolazione religiosa.

In realtà, il rapporto fra scienza e teologia pone in primo piano, come rileva Leonardo Paris in “Teologia e neuroscienze. Una sfida possibile” ( Queriniana, 2017), la questione sul teismo e il nuovo ateismo scientifico. L’ipotesi del teismo moderno si fonda sull’idea di Dio come “garante” del funzionamento del mondo. L’ateismo invece dichiara il carattere “illusorio” di un tale Dio. Possiamo comprendere l’uomo- dicono gli ateisti scienziati- “senza interessarsi di Dio”. Il mondo- dicono- funziona senza l’intervento o l’aiuto di Dio. L’assenza di Dio, per Paris, è in sostanza la libertà che egli ha voluto donarci. Una libertà caratterizzata dall’immagine del bene e del male, una libertà usata per compiere, come dimostra la storia, “le peggiori nefandezze”.

La caduta di Dio è la “naturalizzazione” dell’uomo. Le nuove neuroscienze  considerano infatti l’essere umano come essere materiale. Il materialismo, per J. R. Searle, è il punto di partenza della scienza contemporanea, la quale esclude influenze  provenienti da realtà immateriali o spirituali. E’ un materialismo che possiamo definire “monismo”, in opposizione al “dualismo” di mente (anima) e corpo, il quale evidenzia che ci sono due sostanze, materiali e spirituali.  L’essere umano, nella visione teologica, è concepito come unità di anima e corpo. La chiesa afferma “la sopravvivenza e la sussistenza, dopo la morte, di un elemento spirituale”. Per indicare questo elemento, la chiesa adopera il termine “anima”. L’anima- aggiunge- è creata da Dio al momento del concepimento. Il concetto di anima serve a promuovere la relazione tra Dio e l’uomo, dalla quale scaturisce l’unicità e la dignità di ogni persona  umana, la quale non è solo materia. In questo senso, l’anima, che è ritenuta immortale, rimane “l’ultimo baluardo di presenza di Dio”.

Occorre dunque un processo di collaborazione e di integrazione tra scienza e religione, ragione e fede. Si tratta di ripensare a noi stessi, a Dio, alla creazione e all’incarnazione. Ci vengono in mente alcuni personaggi descritti da Gogol’, i quali esprimono una certezza incrollabile e millenaria della fede.

Abbiamo davanti una serie di grandi sfide, alle quali dobbiamo dare risposte attraverso il contributo di tutti i saperi.

La conclusione è che tutte le ricerche scientifiche  non dimostrano l’esistenza di Dio né la negano.

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