Il DSA, disturbo specifico dell’apprendimento

Introduzione

Un numero considerevole di alunni presenta problemi di apprendimento che, oltre ad incidere sulle attività scolastiche, hanno un forte peso emotivo sulla vita sociale del bambino, che si troverà ad affrontare inevitabilmente un senso di inadeguatezza e disagio.
Il presente lavoro ha come oggetto lo studio e l’approfondimento dei concetti di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e di Ritardo Mentale.
Verrà, inizialmente, introdotta la nozione di apprendimento scolastico, da cui scaturiscono le principali differenze, soprattutto in ambito scolastico, tra le due categorie di disturbi.
Successivamente, analizzerò separatamente i due concetti, delineandone le principali cause, i sintomi più frequenti, nonché gli strumenti più adeguati per effettuare una diagnosi attendibile ed i possibili trattamenti riabilitativi.

Il concetto di apprendimento

Al fine di fornire un’adeguata definizione di DSA e Ritardo Mentale, nonché di differenziare con accuratezza i due concetti, sottolineando soprattutto le relative ripercussioni in ambito scolastico, è opportuno soffermarsi innanzitutto sul concetto di apprendimento.
Si tratta, infatti, di un fenomeno assolutamente non unitario, che può coinvolgere diverse abilità e diversi processi. Risulta fondamentale effettuare una distinzione tra apprendimento di abilità e apprendimento di concetti.
L’apprendimento di abilità, detto anche implicito o procedurale, è un tipo di apprendimento meccanico ed innato, che riguarda, ad esempio, la lettura, la scrittura sotto dettatura o l’esecuzione di calcoli. Coinvolge, dunque, processi inconsci e pre-attentivi, che implicano un basso dispendio di energie.
Al contrario, l’apprendimento di concetti, definito esplicito o dichiarativo, risulta essere un tipo di apprendimento volontario, in grado di effettuare analisi più avanzate (basti pensare alla capacità di comprendere un testo o un problema matematico) e che coinvolge processi attentivi, implicando un consumo maggiore di energie.
In situazioni normali e in assenza di disturbi, i due tipi di apprendimento dovrebbero integrarsi progressivamente fino a procedere di pari passo. In presenza di una patologia, tuttavia, si riscontrano importanti differenze, che confluiscono in due tipi di dissociazione. Nel momento in cui risulta compromesso l’apprendimento di abilità, si è soliti parlare di DSA. Al contrario, quando è l’apprendimento concettuale a mancare, si parla di Ritardo Mentale.

I DSA

È importante, per prima cosa, fornire una definizione esaustiva e precisa di DSA. Si tratta di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, in particolare disturbi di natura neurobiologica che vanno a gravare su determinate aree di apprendimento, senza però pregiudicare l’intelligenza generale del soggetto coinvolto .
Vengono definiti, appunto, disturbi nel momento in cui si fa leva soprattutto sulla loro dimensione clinica. Tuttavia, spesso sono etichettati come disabilità, concetto riguardante più che altro la sfera sociale del bambino/ragazzo.
Secondo quanto stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per disabilità si intende “qualsiasi restrizione o carenza (deficit) conseguente ad una menomazione della capacità di svolgere un’attività nel modo o nei limiti ritenuti normali per una persona”. Ovviamente, esistono diversi tipi di disabilità. In particolare, i DSA, che non sono disabilità fisiche, non sono riscontrabili a prima vista ma, nonostante ciò, producono effetti sensibilmente invalidanti sia nello sviluppo scolastico che nella vita lavorativa.
I DSA possono coinvolgere varie abilità legate all’apprendimento. Parliamo di: DISLESSIA EVOLUTIVA (in presenza di una difficoltà riguardante la capacità di leggere in modo corretto e fluente); DISCALCULIA (quando il disturbo riguarda il sistema dei numeri ed il calcolo); DISORTOGRAFIA (difficoltà di codifica di un testo scritto); DISGRAFIA (strettamente collegata alla componente motoria ed, in particolare, alla mancanza di controllo degli aspetti propriamente grafici della scrittura).
Solitamente, questi disturbi, che riguardano circa il 15% della popolazione scolastica, tendono a manifestarsi contemporaneamente e a coesistere nello stesso soggetto: si parla, a tal proposito, di comorbilità.
La comorbilità può essere omotipica (presenza contemporanea di diversi tipi di DSA) o eterotipica (quando il DSA è associato ad altri disturbi dello sviluppo, ad esempio ad un disturbo linguistico, ad una disprassia o ad un deficit attentivo) .

Diagnosi ed interventi

È possibile riscontrare segni precursori di DSA già a partire dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia, quando il bambino comincia a manifestare tutta una serie di sintomi precoci, quali una difficoltà di linguaggio (soprattutto una confusione delle parole che hanno una pronuncia simile), una manualità difficoltosa, un deficit di attenzione o, ancora, una difficoltà nel mantenere ordine, ad esempio, nello spazio di un foglio.
È importante che i bambini che al termine del primo anno della scuola primaria presentano determinati sintomi vengano prontamente segnalati ai genitori. Tra le più comuni spie d’allarme vi sono: frequenti errori ortografici, difficoltà nello stabilire una corrispondenza tra suoni e lettere, difficoltà di divisione in sillabe, eccessiva lentezza (sia nella lettura che nell’esecuzione dei compiti), organizzazione spazio-temporale deficitaria, difficoltà nel memorizzare e nel ricordare il nome degli oggetti, nonché possibili difficoltà con i compiti che implicano abilità motorie .
Nell’ambito scolastico, tutto ciò ha importanti ripercussioni negative sia nell’iter di apprendimento del bambino, sia nel suo rapporto con i compagni e con l’ambiente che lo circonda. In effetti, i DSA provocano negli alunni difficoltà che, oltre ad avere conseguenze sul piano dell’apprendimento, spesso passivo, incidono fortemente sul piano psicologico, sfociando in un disagio che può compromettere fortemente la sfera emotiva del bambino.
È importante ricordare che quest’ultimo è un bambino che si impegna a tutti gli effetti ma che, nonostante gli sforzi, non riesce a percepirsi all’altezza dei suoi compagni di classe, sentendosi costantemente inferiore e inadeguato. Ovviamente, le reazioni che scaturiscono da queste situazioni di disagio possono essere differenti: alcuni soggetti possono demotivarsi e disinteressarsi, possono rifugiarsi nell’inibizione e nella chiusura in sé stessi (evitando sia i compiti scolastici, sia la relazione con i compagni) o, ancora, possono mettere in atto meccanismi di difesa, spesso aggressivi. Per tutti questi motivi, è importante che la valutazione diagnostica venga effettuata il più presto possibile: comprendere tempestivamente la natura della difficoltà a scuola significherà sicuramente contribuire ad un’evoluzione il più possibile positiva.
Il primo fattore determinante da analizzare al principio di una diagnosi è la cosiddetta discrepanza, ossia la differenza tra le abilità dimostrate nel dominio specifico interessato (che può essere quello della lettura, della scrittura, del calcolo,…) e l’intelligenza generale. Viene, in poche parole, definita “la soglia al di sopra o al di sotto della quale una data prestazione può essere considerata deviante” . Ovviamente, è necessario in primo luogo escludere la presenza di altri fattori che potrebbero compromettere l’apprendimento scolastico, come la presenza di disturbi neurologici gravi o situazioni di svantaggio socio-culturale.
Si passa, successivamente, alla valutazione del livello cognitivo, attraverso appropriate scale di valutazione. In particolare, per determinare le abilità intellettive dei bambini al di sotto dei sedici anni circa viene utilizzata la c.d. Scala WISC III (Wechsler Intelligence Scale for Children), composta da tredici sub-test, ognuno dei quali è incentrato su una determinata capacità (somiglianze, vocabolario, comprensione, labirinti, ecc…) .
Segue l’utilizzo di test standardizzati per valutare, in particolare, le competenze di scrittura, lettura e calcolo e, ove richiesto, di ulteriori abilità specifiche, come quelle visivo-spaziali.
Accertata la presenza reale del disturbo, è bene stabilire il tipo di intervento da attuare, tenendo sempre conto dell’obiettivo che ci si prefigge. È, infatti, importante chiarire che i DSA non sono curabili. È possibile soltanto diminuirne l’intensità e promuovere un miglioramento, attraverso un intervento riabilitativo (deve essere fornito quanto prima e soprattutto deve essere interrotto nel momento in cui non modifica la prognosi del disturbo), oppure compensare il disturbo, attraverso un altro tipo di intervento chiamato, appunto, compensativo, che consiste nel cercare di aggirare il problema, qualora esso non possa essere modificato.
Di conseguenza, all’interno del contesto scolastico è possibile, da parte degli insegnanti, adottare sia misure dispensative che strumenti compensativi.
Le misure dispensative prevedono proprio che l’alunno venga dispensato da alcune attività o che venga agevolato dal punto di vista dei tempi di realizzazione di un determinato compito e della valutazione. Di solito, l’alunno viene dispensato, ad esempio, dalla lettura ad altra voce, dal prendere appunti o dalla scrittura veloce sotto dettatura, dallo studio delle lingue straniere, in cui spesso incontra maggiori difficoltà. Inoltre, gli viene concesso più tempo per svolgere compiti o verifiche e, nel valutare le sue attività, si tende a tener conto solo del contenuto e non della forma.
Gli strumenti compensativi, invece, hanno l’obiettivo di facilitare l’esecuzione di determinati compiti che risultano difficoltosi al bambino/ragazzo con DSA. Si tratta di strumenti tecnologici utilizzabili nell’ambito di qualsiasi disciplina e capaci di facilitare il successo nell’apprendimento. Tra gli strumenti compensativi più utilizzati ritroviamo l’utilizzo di: libri in formato digitale (spesso ascoltati per mezzo di sintesi vocale); computer con particolari programmi di video-scrittura, capaci di effettuare controlli ortografici; mappe concettuali e schemi, soprattutto durante le interrogazioni; tavole matematiche per svolgere calcoli, nonché tabelle che riassumono regole ortografiche e grammaticali.
Il tipo di approccio scolastico da utilizzare viene stabilito attraverso appositi documenti. In particolare, si parla di PEP (Piano Educativo Personalizzato) nel momento in cui per il bambino con DSA vengano previsti metodi, tempi e strumenti diversi per portare a termine il programma comune. Al contrario, si parla di PEI (Piano Educativo Individualizzato) quando per il bambino con DSA viene stabilito un programma individuale che, dunque, si diversifica nei contenuti da quello ufficiale.

Il Ritardo Mentale

L’espressione Ritardo Mentale fa riferimento a diverse realtà complesse che hanno in comune la presenza di capacità intellettive inferiori alla norma , ma che presentano diversi gradi di severità e diversa eziologia.
Effettivamente, le cause del RM possono essere molteplici, anche se nella maggior parte dei casi non è possibile effettuare una diagnosi eziologica certa. In linea di massima, è possibile affermare che le cause possono essere riconducibili a traumi o patologie pre-natali (ad esempio fetopatie o malformazioni), perinatali (come i traumi da parto) e post-natali, oppure a carenze psicosociali gravi e/o prolungate (abusi, abbandoni, problemi socio-economici,…).
Esistono diverse forme di questa patologia, definite in base al Quoziente Intellettivo del soggetto analizzato. Si parla, infatti, di RM lieve (QI da 50-55 a 70), medio (da 35-40 a 50-55), grave (da 20-25 a 35-40) o profondo (inferiore a 20-25). Il RM lieve è quello più difficile da evidenziare nei primi anni di vita, ma è individuabile al momento dell’inserimento scolastico, quando inevitabilmente si presentano difficoltà di apprendimento. Ovviamente, maggiore risulterà il grado di severità, più numerose e gravi saranno queste difficoltà.
Di conseguenza, i sintomi manifestati avranno diversa complessità. Tra i più comuni si riscontrano: difetti del linguaggio; difficoltà motorie; disturbi del comportamento e della personalità; apprendimento rallentato e difficoltoso.

Diagnosi e trattamento

Il QI non è l’unico criterio che permette di stabilire la presenza o meno di un effettivo ritardo. In effetti, l’età di insorgenza della patologia deve essere inferiore a diciotto anni e, inoltre, il soggetto deve presentare deficit in almeno due aree come: la comunicazione, l’autonomia, la cura della propria persona, la capacità di gestire il tempo libero o la propria sicurezza, le abilità lavorative.
Per effettuare una diagnosi corretta, comunque, vengono utilizzati particolari strumenti psicometrici. Oltre alla scala Wechsler, già menzionata precedentemente, è molto comune l’utilizzo delle scale Leiter, Terman-Merrie, Brunet-Lézine (per valutare lo sviluppo psicomotorio) e delle matrici di Raven, che permettono di misurare l’intelligenza non verbale.
Accertata la diagnosi, è fondamentale attivarsi per organizzare il trattamento riabilitativo più appropriato, che deve considerare tutti gli aspetti riguardanti la vita del bambino, nonché coinvolgere tutte le persone che lo circondano. Sia la scuola, sia i genitori devono contribuire alla creazione di un ambiente che favorisca il soggetto affetto da RM e che lo aiuti a raggiungere un certo benessere psicofisico. La riabilitazione può svolgersi individualmente, mirando al potenziamento delle risorse soggettive del bambino, oppure coinvolgere un gruppo di soggetti, tecnica che facilita soprattutto la stimolazione della curiosità della conoscenza. In ogni caso, è possibile integrare diverse tipologie di trattamento. In particolare, se necessario, è bene abbinare un intervento cognitivo e metacognitivo sia al trattamento logopedico che a quello psicomotorio.
Quello di metacognizione è un concetto fondamentale e consiste nella capacità di riflettere sulle proprie abilità cognitive . Coinvolge, dunque, quelle determinate attività della mante che hanno per oggetto la mente stessa e richiede, in ambito scolastico, l’attuazione di un programma di apprendimento attivo e consapevole (attraverso, ad esempio, materiale concreto, schemi standard da seguire, problemi da risolvere,…).
Oltre al trattamento logopedico e psicomotorio, aventi come oggetto rispettivamente la comunicazione ed il movimento, un ruolo importante ed innovativo è rivestito dalla cosiddetta Terapia Occupazionale (TO). L’obiettivo della TO è potenziare la capacità di azione del soggetto in ambiti che riguardano soprattutto la sua autonomia ed indipendenza e facendo leva su attività specifiche. Si cerca di promuovere, in particolare, la partecipazione, la comunicazione, la qualità della vita, attraverso determinate attività formative e ludiche.

 

Bibliografia

  • Barbera F., Con-pensare i DSA. Guida per insegnanti, CLEUP, Padova 2013
  • Bontempo C., Le strategie didattiche metacognitive, Rivista digitale della didattica, n.27 del 19/09/2003
  • Grandi L., Dalla scuola materna all’università. Guida alla dislessia per i genitori, Associazione Italiana Dislessia, Faenza 2012
  • Muzio C., Cappa C., Giulivi S., La dislessia e i DSA, Lifelong Learning Programme, 2012
  • Passafiume D., Di Giacomo D., Ritardo mentale, sindrome di Down e autonomia cognitivo-comportamentale. Proposta di protocollo d’intervento educativo, Franco Angeli, Milano 2004
  • Simoneschi G., La dislessia e i disturbi specifici di apprendimento. Teoria e prassi di una prospettiva inclusiva, Le Monnier, Grassina 2010

Sitografia

 

 

 

 

 

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