La malattia di Alzheimer e le Demenze

La malattia di Alzheimer e le Demenze

L’evoluzione, gli stadi, le cure, come combatterla

“Alle mie spalle- scrive il poeta Marvel- sento sempre appressarsi veloce il carro alato del tempo”, e il “declinare -aggiunge Shakespeare- della giovinezza e l’inevitabilità dell’invecchiare”. Sono riflessioni che da sempre attraversano la nostra esistenza. Il  sogno poi di una longevità biblica s’imbatte con la realtà e le leggi biologiche.

L’invecchiamento invero è un processo che inizia con la nascita, coinvolge l’unità psico-somatica dell’individuo, comprende un insieme di fattori genetici, sociali  e di sviluppo, i quali “riducono” l’efficienza cognitiva e fisiologica. Dando luogo all’insorgere di malattie, come le demenze, che risultano devastanti sia per i pazienti che per i loro familiari.

La malattia di Alzheimer, come il morbo di Parkinson, fa parte dello spettro delle demenze senili, la cui patogenesi risulta ancora oscura, anche se oggi gli studi riguardano soprattutto l’origine genetica di queste patologie. Non dimentichiamo tuttavia che molte e complesse interazioni tra geni e ambiente svolgono un importante ruolo nel “determinare” la probabilità di contrarre l’Alzheimer (Swaab).

Le demenze sono malattie che deprivano gli individui della loro identità umana ed etica e pertanto risultano devastanti  per i pazienti, i familiari e per chi li accudisce. Esse  sono caratterizzate dalla morte continua e progressiva dei neuroni e da un deterioramento delle capacità mentali e fisiche. Tra le demenze, le più note sono i morbi di Parkinson e di Alzheimer, che portano il nome dei loro scopritori.

L’Alzheimer, il cui principale fattore di rischio è l’età,  è stata descritta per la prima volta nel 1907 da Alois Alzheimer, il quale mise in evidenza la sua evoluzione graduale sino al completo declino cognitivo.

Si tratta di un processo di invecchiamento del cervello più grave e rapido e della regressione dello sviluppo mentale, che culmina con la “perdita” della personalità che riduce il soggetto in uno stato di “completa dipendenza”.

Le demenze sono patologie con eziologie diverse caratterizzate dalla “compromissione” delle funzioni cognitive, come  disturbi  della memoria e del linguaggio, afasia, aprassia, agnosia.  Sono presenti sintomi comportamentali, che riguardano la sfera della personalità, l’affettività e le funzioni vegetative, gravi difficoltà nei rapporti interpersonali, fino alla “perdita” delle capacità di condurre una vita autonoma. Ridotte appaiono poi le capacità di critica, giudizio e sintesi, nonché quelle spazio-temporali e visuo-spaziali, le quali possono provocare incidenti, cadute e la possibilità di smarrirsi.

Il paziente inoltre presenta sintomi di irritabilità, ira, violenze su persone e cose, deliri a sfondo persecutorio, allucinazioni.

Nella diagnosi, possono essere compresi disturbi di ansia e depressione, labilità affettiva ed emotiva e rallentamento psichico e motorio.

 

Gli stadi

In sostanza, possiamo dire che l’Elzheimer è una forma “precoce e galoppante di invecchiamento cerebrale”  originata -scrive Swaab- dalla “morte massiccia delle cellule nervose”. C’è un logoramento di ogni neurone, che dà luogo a placche e grovigli. E’ una progressiva decadenza   scandita da alcuni stadi, che sono stati classificati dallo studioso americano B. Reisberg.

Il paziente all’inizio non riesce a “ritrovare” le proprie cose e incontra le prime difficoltà sul lavoro (stadio 1 e 2). Nello stadio 3, anche le altre persone cominciano a rendersi conto che egli non è più in grado di svolgere normalmente le proprie mansioni. Nello stadio 4, il soggetto non riesce a svolgere compiti complessi. Gli stadi 5 e 6 riguardano l’impedimento di eseguire alcuni compiti, come lavarsi, vestirsi, pulirsi in bagno e l’incontinenza (urina e feci). Lo stadio 7 è caratterizzato da disturbi di linguaggio, che appare incomprensibile, difficoltà nel camminare o stare seduto da solo. Scompaiono la capacità di parlare e il sorriso. Ora il paziente giace a letto in posizione fetale. E’ tornato allo stadio di un neonato.

Importanti al riguardo, le ricerche condotte sul cervello di pazienti post mortem dal neuro scienziato Antonio Damasio nell’Università di Los Angeles, il quale ha effettuato esami sia a livello macroscopico che microscopico. I suoi esperimenti hanno dimostrato che i primi anni di malattia sono caratterizzati da un progressivo rallentamento, incapacità di apprendere nuove conoscenze e di rievocare quelle apprese. Sono presenti anche difficoltà di giudizio e di orientamento spaziale. Con il progredire di questa patologia anche la coscienza, insieme con altri disturbi mentali, è “compromessa”. Negli ultimi stadi, il processo di “devastazione” – spiega Damasio- raggiunge uno stato “virtualmente vegetativo”.

I tratti dominanti sono espressione assente, indifferente, vuota, non concentrata, silenziosa; nessuna interazione con l’ambiente umano e fisico; nessuna risposta agli stimoli; nessuna manifestazione emotiva.

Un’immagine dolente, angoscioso. Per il paziente, d’accordo con Damasio, questo  stadio finale rappresenta probabilmente “una sorta di benedizione”, in quanto “libero misericordiosamente dalle leggi del dolore e della sofferenza”.

 

Le cure. Come combattere l’Alzheimer

Gli straordinari esperimenti condotti con i metodi di brain imaging  hanno mostrato che abbiamo un cervello plastico che si modella e rimodella continuamente. Si tratta di un processo di “modificazione” delle connessioni cerebrali ad opera dell’esperienza. Un’altra scoperta delle neuroscienze riguarda la neurogenesi, la formazione cioè di nuovi neuroni a partire dalle cellule staminali neurali, che in alcune regioni del cervello può avvenire nel corso di tutta la vita. Questo significa che la realizzazione di un ambiente arricchito, una vita attiva, un lavoro gratificante e impegnativo, l’istruzione e una molteplicità di attività di tempo libero  in età avanzata “riducono le probabilità” di contrarre l’Alzheimer. L’attivazione dei sistemi neurali in pratica esercita una “funzione preventiva”, anche perché ci sono aree cerebrali i cui neuroni “non vengono colpiti da questa patologia” (Swaab).

Esperimenti effettuati con topi transgenici in un ambiente arricchito rivelano che l’attivazione delle cellule nervose “riduce” la patologia dell’Alzheimer.

La teoria che l’attivazione dei neuroni eserciti un effetto benefico nell’invecchiamento e nell’Alzheimer si fonda sul principio introdotto dallo scienziato Swaab “use il or lose it”: usalo (il cervello), altrimenti lo perdi.

Negli ultimi anni, in associazione al trattamento farmacologico è cresciuto l’interesse verso esperienze di questo tipo, per migliorare  la vita e rallentare il peggioramento.

In questa concezione, risultano assolutamente importanti e necessari interventi anche sui caregiver e sui familiari per sviluppare il loro umore, diminuire lo stress e permettere di comprendere la patologia. Curare ed assistere questi pazienti significa creare un processo di grande umanità e di grande umanizzazione. Che sono qualità che non si apprendono sui libri, sono qualità innate, la manifestazione reale e autentica dell’essenza umana. E’ un processo che deve coinvolgere il medico, gli infermieri, gli assistenti e i familiari, tutti coloro cioè che interagiscono con il soggetto. Dobbiamo sottolineare al riguardo che la prima cura è l’atteggiamento empatico del medico e del personale assistenziale.

E’ un modello che tiene conto della totalità dell’uomo-paziente e della sua sacralità, in cui il medico torni ad ascoltare prima il soggetto e solo dopo ad esaminare la TAC o altri risultati tecnologici. Un modello nel quale il medico e ogni altro personale di assistenza trovino appagamento e gratificazione nel prendersi davvero cura della persona e non diventino né tecnocrati né distributori ansiosi, rigidi emotivamente, stressati, annoiati o sussiegosi di pillole.

Un volto sereno, empatico, disponibile e sorridente migliora infatti lo stato d’animo, genera stati mentali positivi e riduce lo stress, l’ansia e la depressione. Un rapporto umano e umanizzante di questo tipo produce elevati livelli di oppiacei, la creazione di  dopamina e una cascata di ossitocina.  Che sono definite le sostanze del piacere e del benessere.

Si tratta di un paradigma teso ad affermare con forza l’esigenza di dispiegare la nostra capacità di “conoscere e comprendere” il paziente, a generare in noi sentimenti e sensazioni simili, individuando e intervenendo su tutti i meccanismi negativi. In tal modo, noi percepiamo direttamente la sua sofferenza umana, esistenziale e biologica. E’ patire il dolore dell’altro.

I neuro scienziati hanno avanzato al riguardo la teoria dell’ embodied simulation,  che si manifesta come “quell’istinto empatico” che concerne la dimensione intersoggettiva. Insomma, un trattamento e un’assistenza di grande qualità umana e professionale.

La diagnosi si basa sulle modalità d’esordio, sui dati di neuroimaging e su test neuropsicologici. La durata media della patologia è di circa 8 anni. Il trattamento farmacologico, che “può risultare efficace nelle forme lievi e ad esordio recente”, è prescrivibile all’inizio da uno specialista geriatra, psichiatra o neurologo, e poi  dal medico di fiducia di medicina generale.

 

Cenni storici

Le demenze sono note sin dall’antichità. La prima osservazione della “decadenza”  dell’organismo e delle capacità mentali e cognitive associata all’età viene compiuta da Pitagora. Anche Ippocrate ritiene che il declino mentale sia una “conseguenza” dell’invecchiamento. A sua volta, Aristotele afferma che il cuore è la fonte della vita e la sede dell’intelletto e che la vecchiezza è “inseparabile” dal tramonto dell’intelligenza. Vengono compromessi -spiega- giudizio, immaginazione, ragionamento e memoria.

Il termine “demenza” viene utilizzato per la prima volta nel 30 d.C. da A.A. Cornelio Celso, mentre è Galeno, il più importante rappresentante della medicina romana, a introdurre per primo la demenza nell’elenco delle malattie mentali, ritenendo l’invecchiamento una patologia che comporta, tra l’altro, il decadimento delle funzioni cognitive e delle funzioni mentali.

Nella conoscenza di questa sindrome non ci sono stati importanti progressi dal tempo degli antichi greci e romani fino all’Ottocento, quando si registrano i primi sviluppi. Pinel ha il merito di aver liberato dal carcere e accolti  e curati in istituzioni adeguate gli anziani dementi. A J. Esquirol si deve poi la creazione della moderna classificazione delle malattie mentali. Con il termine “demenza”, egli individua un quadro clinico caratterizzato dalla perdita della memoria e delle capacità di giudizio e dell’attenzione.

Nel 1910, E. Kraepelin chiama “malattia di Alzheimer” un gruppo di demenze senili con la sintomatologia descritta da Alzheimer.

Nell’edizione del “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” del 1980 viene introdotto il termine di demenza per indicare la “perdita” delle abilità intellettive.

Negli anni ’70, le nuove conoscenze in materia portano al riconoscimento che la malattia di Alzheimer e la demenza senile sono la stessa patologia.

Gli ultimi anni, la ricerca su questa malattia è stata condotta attraverso prospettive e ipotesi diverse, biochimiche, molecolari, genetiche ed epidemiologiche.

Il crescente interesse per il morbo di Alzheimer ha prodotto significativi progressi, i quali hanno portato alla scoperta di farmaci sintomatici per rallentare la progressione della malattia. Figli di un Dio minore, essi sono anime dolenti e ferite che invocano il senso più profondo dell’umanità, del trascendente, del sacro e del divino.

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Guido Brunetti

Guido Brunetti vive e lavora a Roma. Ha tenuto lezioni nelle Università di Roma, Lecce e Salerno. Ha esercitato attività sanitaria nella cura delle malattie mentali come libero professionista e presso istituzioni pubbliche e private. Ha svolto altresì attività nel Ministero di Grazia e Giustizia, Tribunale di Roma e Presidenza del Consiglio dei Ministri. E' autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche che spaziano nei più diversi campi delle neuroscieze, della psichiatria e della psicoanalisi. Il professor Raffaello Vizioli, neuroscienziato di fama mondiale, ha definito Brunetti un "umanista- scienziato" e uno "scrittore completo". Un altro scienziato, Edoardo Boncinelli, ha dichiarato che Brunetti "è uno dei pochi autori capaci di scrivere un libro sul cervello, la mente e la coscienza". Collabora alla "Rivista di psichiatria" e a "Formazione psichiatrica".

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