Einstein non Era Autistico

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Il mistero dello sviluppo della mente

Giovanni Papini in “GOG”, il suo straordinario libro (attuale, scientificamente preciso e culturalmente creativo) racconta l’incontro immaginario con Albert Einstein che, per chiarire subito il nucleo fondante del suo pensiero dice “… per natura io sono nemico della dualità”. Proprio questa dichiarazione spiega perché lo scienziato non possa essere autistico: il suo “scopo supremo”, il suo “modello mentale” (diremmo noi psicoanalisti) è “sopprimere le differenze”. Cercare l’unità: nello spirito della scienza;
nella vita e nell’arte;
nell’amore; nella metafora poetica significa superare il dilemma esistenziale del bambino nella fase primitiva dello sviluppo. In questo “stadio”, invece, è confinato l’autistico che: − nella sindrome di Kanner non possiede oggetti stabili e, quindi, la realtà è posta sempre di fronte al precipizio, al terrore di dissolversi nel nulla; nella sindrome di Asperger non riesce più a scegliere, a riunire, a unificare la realtà perché gli opposti (bene-male; giusto-ingiusto; bello-brutto) sono qualità che invadono contemporaneamente gli oggetti che, quindi, perdono valore, vengono rifiutati ed eliminati come inservibili. Quando Einstein conclude “… spazio e tempo sono aspetti indissolubili di una solarealtà” ed enuncia la sua “ultima scoperta” nella “teoria del campo unitario” dichiara e grida non solo il suo “non essere autistico”, ma anche la sua “creazione mentale”: dare al mondo un senso (istintivo) ed un significato (intellettivo) che sono il vero modello paradigmatico del diventare uomo che, proprio nell’unità, trova l’amore.
Einstein, nel colloquio, dice che le scienze e, quindi, la natura e in essa l’uomo, possono essere tradotte in una sola formula “Qualcosa si muove”. Papini sembra sconcertato e meravigliato di fronte ad una frase tanto semplice, ma che, per Einistein, contiene il senso della vita, cioè il Moto
per San Giovanni era il Verbo
per Goethe l’Azione.

In queste definizioni criptiche c’è dunque il senso della vita, incredibilmente semplice ed eticamente fondante: da Dio-Verbo, unità iniziale, nasce l’Uomo che scopre l’azione, il “fare”, ma questo è possibile e acquista significato solo se posto al servizio dell’unità e dell’amore.
Il bambino autistico (Kanneriano) non può “fare”, cioè agire, creare, vivere, perché è limitato al gesto ripetitivo, alla coazione, allo stereotipo: deve “fare per non fare”. Solo quando, con la terapia, potrà acquisire prerogative “umanizzanti”, che sono relazionali, sociali, valorative, comincerà a … dare un calcio alla palla e sarà il primo passo verso il raggiungimento del proprio Sé, della propria integrazione e la spinta per uscire dall’autismo. Se sicuramente Einstein non era autistico (nel senso di “portatore di autismo­autistico o autismo di Kanner”) restano tuttavia continue congetture, aspirazioni, tentennamenti, ecc. ecc. Sicuramente ci sono molte mamme che vedono nei loro bambini autistici quel “genio nascosto” che fa parte della loro fantasia primitiva dalla quale non riescono a staccarsi. Purtroppo, in questi casi, c’è una negazione della realtà (“tristissima e angosciante”) che porta persino a progettare una “evoluzione dell’autismo” in una fantasticheria in scala ontologica. Spesso l’autismo è anche visto come una “… experiencia de vida sumamente particolar y misteriosa …”, tanto che sembra una pura accettazione per quello che é. È interessante anche quella posizione genitoriale che dice “… posseggono un altro tipo di intelligenza, che si avvicina più all’emozionale che alla piccola logica intellettiva. Da questo punto di vista Einstein potrebbe essere catalogato come autistico, dal momento che si è allontanato dalle pastoie della nostra cultura e trovò il modo di mettersi in sincronia con l’Universo …”. Per non cedere sul fatto che Einstein fosse un autistico, molti trovano nelle sue “stranezze” la giustificazione per definirlo e così ormai, per lo più, il grande pensatore e scienziato impareggiabile diventa un caso di “soggetto portatore di autismo di Asperger”. “Naturalmente Einstein era un sujeto muy particular por la actitud personal de quedarse aislado para meterse en sus pensamientos matematicos que eran particularmente dificiles; seguramente se lo podìa definir “raro” visto que “se lavaba poco” y era bien conocido el problema de sus mal-oliente presencia, todavia ha podido establecer buenas relaciones familiares y, también, con sus amigos o personas que lo visitaban costantemente”. Non possiamo però considerare autistica una persona solo perché “troppo personalistica”. In realtà Albert Einstein non dimostrava i segni caratteristici dell’autistico neppure di quello chiamato Asperger: − isolamento affettivo; − sentimenti di opposizione nei confronti dei genitori (soprattutto del padre); − svalorizzazione degli oggetti, oltre che delle persone ed anche della cultura e del sapere; −     sensi di onnipotenza che portano spesso a considerare inutile e “banale” andare a scuola, dal momento che loro “sanno già tutto”, posseggono un sapere istintivo che è tanto ampio e universale da giungere ad essere anche fondamento di etica e di morale”. Questa visione fantastica di sé, si basa sul possedere non tanto una intelligenza da coltivare, ma una “particolare furbizia innata ed istintiva” (mentalizzazione) che permette di essere anche superiori ai più intelligenti. In questa particolare caratteristica paranoica entrano anche sentimenti di superiorità legati alla bellezza, all’immunità nei confronti delle malattie, all’immortalità … non accettano di poter invecchiare.

Einstein, al contrario, molto impegnato intellettualmente, era pacifista, non accettava che uno scienziato potesse mettere le proprie capacità al servizio della violenza e della distruzione. Insieme a Bertrand Russel organizzò la “Associazione Mondiale per la responsabilità Sociale dell’uomo di scienza” che si proponeva di dare un nuovo impiego agli scienziati che lavoravano per produrre armi o altri strumenti di violenza. Le esperienze etico-umanistiche di questi grandi pensatori hanno influito tanto sulla cultura scientifica che ormai molte università includono nei loro corsi di laurea lo studio degli aspetti etici delle varie professioni. Ormai è pensiero comune e accettato universalmente che “un professionista non può limitarsi ad avere una erudizione sugli aspetti scientifici e tecnici, ma deve possedere anche una coscienza etica e centrata sui problemi morali della vita, dell’esistenza, della uguaglianza, della pace, della collaborazione, ecc. Questa posizione etico-culturale degli scienziati ha aiutato a formare una nuova “coscienza etica” in gran parte della popolazione mondiale e dei responsabili dei mezzi di comunicazione di massa. Anche la scuola sta portando avanti una cultura della responsabilità ecologica verso il mondo e verso tutti i popoli; molte conquiste sono state fatte anche se sembra che la violenza e l’abuso diventino sempre più diffusi ed imperanti. Per tornare al tema del lavoro, possiamo ricordare che Einstein ha avuto modo di scrivere: “El ser humano forma parte de la totalidad espacial y temporalmente limitada a la que denominamos universo y, en una especie de ilusiòn òptica de la consciencia, se experimenta a si mismo, a sus pensamientos y a sus sentimientos, como algo separado del resto. Esa ilusiòn es un tipo de prisiòn que nos circunscribe a nuestros deseos personales y al afecto por las personas que màs cerca se hallan de nosotros. Nuestra tarea es liberarnos de esa carcel y ampliar el cìrculo de la compasiòn hasta llegar a abrazar a todas las criaturas vivas y a la totalidad de la naturaleza, en todo su esplendor.” Questo breve brano diventa importante perché evidenzia un aspetto caratteristico della cultura umanistica del grande scienziato che vede come “carcere” quella che chiama l’illusione ottica che centralizza il pensiero affettivo e dei sentimenti. Così nasce l’idea del compito dell’uomo di pensiero di liberare dalla prigione affettiva per abbracciare un circolo più ampio di compassione nel quale entrano tutte le creature viventi e la totalità della natura e di tutto il suo splendore. Risulta particolarmente stridente la considerazione che porta a mettere a confronto queste parole con la vita affettiva di un pensatore tanto importante.È significativa la dichiarazione dello scienziato: “non esistono grandi sviluppi, né un vero progresso, fintanto ci siano fanciulli infelici”. Come si spiega però che i suoi figli abbiano sofferto una grande mancanza della relazione con il padre famoso? Nelle lettere al figlio Hans Albert si leggono solo temi relativi a formule matematiche e mai familiari o affettivi. Einstein rimase sempre un estraneo per i suoi figli. Il contatto con Edoardo si interruppe per 20 anni a partire da quando fu scoperto il suo “stato schizofrenico”. Su questo tema scrisse: “Se avessi saputo dello stato psichico che l’avrebbe caratterizzato, sicuramente non avrebbe visto la luce di questo mondo!” Dove si trovi la figlia Lieserl continua ad essere un mistero e il padre mai si interessò di sapere qualcosa del suo benessere. Anche la storia di Ilse e Margot, le figlie di sua moglie Elsa, è abbastanza peculiare. Verso Ilse sviluppò una attrazione fisica grande che lo portò, nel 1918, a chiederle di sposarlo. In quanto alla relazione con l’altro sesso va ricordata una sua dichiarazione: “il comportamento etico di una persona dovrebbe basarsi sulla misericordia, l’educazione e le relazioni sociali; una base religiosa non è necessaria”. Questi principi contrastano con il suo comportamento nei confronti della moglie Rileva Maric alla quale, in una lettera, mandava le “sue regole”, trattandola poco di più di una domestica: –      i miei vestiti devono essere collocati in buon ordine;
–      giornalmente devono essere servite, nel mio studio, tre bevande rinfrescanti;
–      le nostre relazioni si limiteranno agli obblighi sociali: non ci sono più relazioni personali tra noi;
–      non deve aspettarsi affetto da parte mia;
–      per ordinare la mia stanza o la mia scrivania devo essere ubbidito senza
proteste e “… immediatamente”. Da queste righe ci si chiede se siamo di fronte ad un genio, ad un ipocrita, ad un fanatico, ad un … borderline? Tali considerazioni ci danno lo spunto però per affrontare un tema fondamentale che riguarda i meccanismi di funzionamento della mente. L’organizzazione psico-mentale trae i suoi fondamenti dalle funzioni: emotive, affettive e cognitive. In un precedente lavoro abbiamo affrontato il tema parlando di intelligenza, divisa in emotiva, affettiva e razionale o simbolica. Ognuna di queste risponde ad una particolare e specifica struttura cerebrale che interessa il lobo limbico, le aree corticali frontali e pre-frontali, oltre a tutto il mantello cerebrale. Vale la pena ricordare qui che: il lobo limbico (deputato alla attivazione-partecipazione emotiva) ha delle connessioni a doppia via con le strutture frontali, ma non con le altre aree corticali;
le aree frontali e pre-frontali (che rappresentano nell’uomo il 60% di tutto il mantello) hanno connessioni complesse e molteplici con tutte le altre aree del mantello cerebrale. Da questo si può dedurre come la rete funzionale tanto complessa che porta a organizzare una intelligenza superiore che risulta “integrata”, ha in realtà una struttura particolare:

  Questa rappresentazione schematica del funzionamento cerebrale dà un supporto importante alle osservazioni di M. Midolli e R. Coin che dicono: “la questione relazionale ha una rilevanza specifica … proprio perché rappresenta una categoria fondante per i processi psichici … il soggetto esiste, evolve e si esprime, si conosce e può essere conosciuto solo in un contesto intersoggettivo” (che è poi quello timologico-affetivo). A questo punto diventa chiaro che un buon funzionamento psico-mentale (intelligenza) deve essere rappresentato dalla partecipazione di: − elementi emotivi = che danno energia, vitalità e carica;
− intenzioni affettive = che creano le significazioni relazionali del funzionamento;
− logiche cognitivo-razionalistiche = che danno “significato” (simbolico) a tutto il meccanismo che così risulta valido ed integrato. Possiamo cercare di capire i meccanismi che intervengono quando le tre funzioni di base non interagiscono correttamente. A) – PREVALE NETTAMETE L’ATTIVITÀ EMOTIVA – Per comprendere questo particolare stato funzionale possiamo prendere in considerazione la sindrome X-fragile. Questa è caratterizzata da una incontinenza emotiva che scarica sia sul corpo (scialorrea, rinorrea, lacrimazione, tachicardia, iperventilazione, diarrea) che nella psiche (tensione, ansia, angoscia). La emotività libera non può essere controllata o contenuta (neppure farmacologicamente) per cui dilaga nell’organizzazione psichica. L’interazione massiccia altera il funzionamento e genere: − incapacità di organizzare gli affetti; − blocco delle funzioni superiori che risultano coartate e nell’impossibilità di raggiungere una organizzazione valida. Il risultato di questo deficit è che nel periodo puberale il blocco si trasforma in insufficienza mentale grave. B) – incapacità di strutturare gli affetti. possiamo prendere in considerazione la “sindrome borderline”. In questa, un elemento caratteristico riguarda proprio le difficoltà a organizzare la partecipazione psico-affettiva e, quindi, le attività relazionali e sociali. Queste debolezze riguardano anche l’affetto verso di Sé, proprio perché si evidenzia una notevole debolezza dell’autostima (si ritengono semplici “diversi” perché incapaci di creare e mantenere validi rapporti interpersonali) sostituita da sentimenti egocentrici e fondati su una falsa e infantile onnipotenza. Tali sentimenti inducono ed accentuano la spinta verso l’isolamento ed il rifiuto sdegnoso del contatto interpersonale, tanto da creare veri e propri soggetti asociali, intolleranti, incapaci di dare valore all’Altro, facili all’acting-out ed alla rottura dei legami affettivi). C) – la razionalizzazione sovrasta completamente le altre funzioni psico-mentali. In questi casi, il viversi come “super-razionali” induce un profondo iato relazionale. Gli elementi affettivi vengono sottovalutati e sovrastati da un senso di giustizia, di eticità e moralità che fanno del soggetto un “giudice inflessibile e rigido”. La razionalità diventa una funzione “vorace” che annulla qualsiasi altra “capacità”. In primo luogo l’affettività diventa una funzione che non riesce più a liberarsi da una lettura personalistica, egocentrica ed “economica”. La relazione è sottoposta ad una “legge inflessibile” che non perdona all’altro la benché minima vacillazione. I limiti tra giusto e ingiusto diventano così stretti che l’Altro non ha più scampo: se vuole “vivere” o essere considerato “valido” non ha altra possibilità che quella di sottostare a tutte le imposizioni che .. hanno sempre una giustificazione razionale e perciò anche giusta, pura e santa. In questo modo si crea un “mondo affettivo senza oggetti”, proprio perché la razionalità crea una propria “affettività ideologica” nella quale gli oggetti perdono valore. Sembra quasi di vedere Einstein stretto nel suo amore incondizionato per l’umanità e l’incapacità di “amare = dare valore all’Altro”, alla propria compagna, togliendole anche il diritto di partecipare a quei successi che, come avvenne con la prima moglie, aveva alacremente e con molta intelligenza e capacità, partecipato a creare. L’inibizione delle funzioni affettive portano come conseguenza anche una freddezza emotiva. Non è tanto facile capire questo meccanismo, proprio perché sono gli affetti (come abbiamo visto nello schema) a modulare ed a contenere le reazioni emotive. Per cercare una spiegazione possiamo considerare il fatto che la superiorità razionale porta in sé una specie di “cancro”. La superiorità razionale si accompagna inevitabilmente ad un sentimento distruttivo che è quello di svalorizzare l’Altro, di considerarlo inferiore, di desiderarlo eliminabile. Se solo pensiamo alle conclusioni di Franco Fornari che portavano a vedere la guerra come il risultato del meccanismo di “mettere la colpa nell’altro”, riusciamo a capire quanto distruttiva possa risultare la razionalizzazione. Pensiamo anche alla follia di “voler creare la razza superiore, uccidendo l’altra metà dell’umanità” e potremo capire quanto possa diventare violenta una razionalità delirante. Dobbiamo chiederci in che consista la colpa dell’altro. Nei numerosi casi clinici che affrontiamo nella pratica psicoterapeutica, la superiorità razionale si accompagna sempre a sentimenti abbandonici. L’Altro, considerato inferiore, viene anche vissuto come pericoloso perché “… ci può abbandonare” o preferire qualcun altro o non capire “… quanto sia importante per lui essere amato da me che, in questo modo, lo “creo” al livello di un dio”. A questo punto, possiamo dire che l’iper-razionalità crea nuovi affetti. Se minimizza l’amore per gli oggetti-persone (dato che viene idealizzato nell’amore per l’umanità = affettività ideologica) nel contempo crea un sentimento subdolo e distruttivo che risulta dall’invidia per l’altro che gode del piacere di amare, dall’’odio verso chi ci può abbandonare, dalla paura che in qualsiasi momento scopra un Altro-superiore che lo ridicolizzi. La paura dell’Altro potrebbe essere vista come “angoscia di castrazione” (Freud) che deriva dalla permanenza nell’inconscio di un Altro-Padre-arcaico violento, distruttivo e perverso. Sarebbero dunque questi affetti-negativi quelli che inibiscono le emozioni e creano dei super-uomini incapaci di vivere le emozioni, trasformandosi in “super­uomini dagli occhi di ghiaccio”, incapaci di vedere nell’Altro un soggetto-oggetto da salvare, da amare e da difendere. Sembra quasi di vedere nella superiorità razionale una forza che tutto ingoia, che tutto fa sparire nella estrema glorificazione e deificazione del Sé. Interessante è anche l’espressione “esazione della personalità” che dà alla superiorità dell’autostima razionalizzante un aspetto di deviazione erotico-sessuale. L’appiattimento emotivo che abbiamo evidenziato e spiegato in questo particolare funzionamento psico-affettivo, ha anche un’altra caratteristica. Spesso, in questi casi che possiamo definire psicopatologici, troviamo dei comportamenti emotivamente carichi ed incontrollabili. Sono vere crisi di rabbia e di violenza con le quali il soggetto aggredisce l’Altro (crisi emotive) anche per motivi futili, del tutto irrilevanti o anche troppo personalistici. In questi casi, c’è sempre la possibilità di risalire a “sensazioni abbandoniche o suppostamene denigratorie” che fungono da “grilletto” che scatena le crisi: il super-razionale non riesce a contenere le frustrazioni. La neurofisiologia ci spiega questo funzionamento: il gigante razionale ha i “piedi di argilla” quando i sentimenti abbandonici attivano le emozioni negative e frustranti che non possono essere controllate dalla razionalità dal momento che la corteccia cerebrale non ha connessioni con il lobo limbico. Conclusioni Nello studio mosso a confutare le dichiarazione superficiali e pressappochiste che vorrebbero ridurre un gigante del pensiero ad un semplice soggetto autistico o supposto Asperger, abbiamo potuto far emergere la comprensione di specifici meccanismi di funzionamento psico-mentale. Sulla base di queste considerazioni potremmo quasi vedere in Einstein non più in autistico, ma l’espressione di una “sindrome da iperdimensionamento razionale”. Le conclusioni a cui siamo arrivati ci dicono anche quanto sia importante che i genitori, i docenti e comunque tutti coloro che sono deputati ad accompagnare lo sviluppo psico-mentale di un bambino devono premurarsi anche degli aspetti psico-affettivi e non solo di quelli psico-cognitivi. Un gigante razionale può anche nascondere in sé un nano-affettivo, sempre pronto a complicare la vita, a renderla infelice e, soprattutto, a creare dei pericoli. Purtroppo la storia è piena di “storie di giganti” che hanno seviziato l’umanità quando hanno posto le loro capacità non al servizio del prossimo, ma solo per glorificare le proprie idee, le proprie idiosincrasie e, potremmo dire, le proprie follie. Il caso di Einstein è anche interessante perché stimola l’immaginario e la meditazione e impone una meditazione sul ruolo dell’intelligenza e sulle regole che la parte razionale impone alle altre più istintive. Diversi casi clinici di giovani nei quali predominava nettamente la parte razinale hanno permesso di mettere in evidenza come tutte le problematiche relazionali restano “nascoste” nell’inconscio. Questo proprio perché suscitano tensioni continue, mitigate solo dall’impegno intellettivo, professionale o … di ricerca scientifica. L’affettività idealizzata e spostata verso il mondo nopn permette di liberarsi da un senso di solitudine. Questo sentimento, anziché stimolare il soggetto a scegliere atteggiamenti conciliatori, tende a far nascere posizioni rigide come per es. “… se mi vogliono devono accettarmi come sono” , “… io non chiedo nulla perché non ho bisogno di nulla!”. Questo fa pensare alle abitudini di Einstein di lavarsi poco e presentarsi sempre trasandato. Dai disegni dei pazienti si scopre una specie di dicotomia mentale: − la parte destra è vuota, pina di luce che forse simboleggia l’affettività idealizzata (senza oggetti); − la sinistra è piena di “ricordi”, di personaggi, di elementi che suscitano “pensieri” o meditazioni. Se volessimo tentare una interpretazione, potremmo dire che il soggetto iper­razionalizzante svuota completamente il proprio cervello destro (deputato alle “emozioni”) per riempire quello sinistro che così può occuparsi senza interferenze allo studio, alle ricerche, alla scienza. Dovremmo anche affrontare il tema della terapia, anche se il termine non sia del tutto valido dal momento che questi soggetti difficilmente intraprendono il cammino di una psicoterapia, trovando dentro di sé una miriade di giustificazioni “razionali” più o meno valide per dare “senso” ai loro comportamenti. Nei casi che abbiamo seguito, il trattamento è cominciato per le difficoltà relazionali e, soprattutto, per i comportamenti scorretti, caratterizzati da esplosioni di aggressività quasi del tutto ingiustificate. I risultati ottenuti con la psicoterapia sono sempre stati buoni perché si è riusciti a ottenere la remissione dell’impulsività e della tendenza a interrompere con troppa facilità le relazioni affettive. L’unico rammarico potrebbe essere quello di non trovare pazienti come Einstein che sicuramente ci potrebbero insegnare veramente molto sul funzionamento della mente e sulle pratiche educative da utilizzare per sviluppare l’organizzazione psico-affettiva delle persone che, fin dalla tenera età, dimostrano tendenze a diventare … pozzi di genialità! Un altro aspetto interessante è quello della creazione di una “affettività ideale”. Se dovessimo assumere un ruolo psicoanalitico, troveremmo in questa espressione un modello di “sublimazione ideale” che ha il preciso compito di dis­aggredire e dis-sessualizzare le finalità, quindi, in altre parole, “aumentare la qualità repressiva” dell’azione immaginaria. Le parole di Einstein alla moglie “… non si aspetti da me qualche espressione d’affetto” diventano paradigmatiche per quello che vuole significare l’interpretazione analitica. Il passaggio dall’azione all’ideazione equivale al perdere il senso del reale che è “piacere” (e quindi corpo) per stabilite dei “tabù” che rappresentano solo delle inibizioni e delle repressioni. Il tema è interessante perché pone i limiti per il Super-Io-applicato ed un Super-Io-implicato, formule che portano a considerare l’implicazione del soggetto nel processo di individuazione-liberazione. In questa logica economica (il meglio, il più utile, il più apprezzato, ecc.) diventa impossibile non partecipare che però è un “non consumato” che significa un ripiegamento su una cultura del consumo (ideologico, scientifico, culturale, etico-trascendentale) nel quale c’è una negazione del “bisogno biologico”. Il “corpo sessuale” sfugge e si ritira nel “corpo sociale”, resistendo alle richieste “naturali” (moglie, figli, amici, ecc.) che invocano invano una partecipazione che è crescita e libertà dai vincoli ossessivi del conoscere. Osserviamo così alla dissoluzione del più puro desiderio, perpetrata da una astrazione identificatoria, da una razionalità alterata che nega e reprime la realtà perché … solo desidera non desiderare. Questo modello ermeneutico parla di affetti e di valori, oltre che di ragione e di conoscenza, ma, soprattutto, tiene in conto l’assioma “… un abbraccio allontana dall’ideale per avvicinarsi al reale”. Questo ha in sé il senso della vita perché sappiamo che )parafrasando Gianni Vattimo e Piergiorgio Paterlini) “l’Essere è ciò che illumina le persone, le cose, il mondo ed anche il pensiero dell’uomo proprio perché uomo” e, su questa base, dobbiamo rifiutare “l’affettività ideologica” non perché falsa, ma perché … non è giusta.

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Romeo Lucioni

Author: Romeo Lucioni

Laureatosi e specializzatosi a Milano, ha vissuto per molti anni in Argentina dove, in Buenos Aires, ha completato la sua formazione psichiatrica e psicoanalitica. Ha collaborato con esimi Docenti di diverse branchie scientifiche: in Italia con i Professori Carlo Lorenzo Cazzullo, Nappi, Dario De Martis, Rodolfo Margaria, Torquato Gualtierotti, Paolo Cerretelli, Giordano Invernizi, Mauro Mancia, Alberto Giannelli, Adriana Guareschi, Armando Curatola, Giuseppe Andreis, Gaetano Penati, Gian Franco Goldwurm, Angelo Cocchi, Anna Murdaca, Mario Bertolini; in Argentina con i Professori Enrique Pichon Riviere, Armida Aberasturi, Carlos David Pierini, Fernando Lucero Schmidt, Rolando Toro, Roberto Romano, Alicia Elena Risueño, Genoveva de Mahieu, Luis Osvaldo Mozzarella, Alicia Kabenchik, Enrique del Acebo Ibañez, Pacho O’Donnel, Cristina Narvaez, Cristina Lucioni, Eduardo Calina, Ana Spagnuolo de Iummato, Sonia Cesio.

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