14 ipotesi sul funzionamento del cervello

seconda parte

Abstract: Le neuroscienze studiano il cervello, la psicologia la psiche; le prime usano strumenti ‘oggettivi’ – l’EEG, la TAC, la PET, ecc. –, la seconda strumenti ‘soggettivi’: l’intuito, l’introspezione, l’empatia, ecc. Ma cervello e psiche sono due facce di una stessa medaglia: è quindi ragionevole cercare di gettare un ponte fra le neuroscienze e la psicologia. In questo articolo si presenta un modello di cervello costruito ad hoc, estremamente semplificato, suscettibile di rendere conto di diversi fenomeni psicologici, ivi comprese alcune esperienze comuni di ‘micropsicologia della vita quotidiana’, e di fornire alcune IPOTESI plausibili circa il funzionamento del cervello ‘vero’.

 

8. L’apprendimento del linguaggio: l’IPOTESI dissociativa L’ipotesi corrente, circa l’apprendimento del linguaggio, è l’ipotesi associativa: il linguaggio si apprenderebbe associando le forme verbali alle porzioni di realtà cui si riferiscono. Il bambino imparerebbe a chiamare “cane” un cane, perché assocerebbe alla parola “cane”, che gli viene ripetuta in presenza di un cane, il cane in carne ed ossa. Io sostengo, invece, l’IPOTESI dissociativa: nel bambino si formerebbe, ascoltando la parola “cane” in presenza di un cane, un’unica ‘impressione’ costituita dalla coppia realtà-parola, che indicherò [r,p]; in seguito, maturando, scinderebbe la coppia, distinguendo la realtà dal linguaggio. Non ho ‘prove’ dirette di quanto vado sostenendo (non ricordo come abbia imparato a parlare, l’introspezione, in questo caso, non mi soccorre): mi baso esclusivamente su congetture. Anche se si tratta di fenomeni solo vagamente paragonabili all’apprendimento del linguaggio, mi vengono in mente, al riguardo, il potere rievocativo degli odori e il potere rievocativo della musica: in questi casi, mi è facile immaginare che gli odori e, rispettivamente, la musica, che rievocano un determinato evento, non siano stati associati all’evento, ma vissuti con l’evento, in un’esperienza unica.

fonte: http://user165583.websitewizard.com/
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In seguito, ‘metonimicamente’ (vedremo fra breve che cosa intendo dire), gli odori (la musica) anche percepiti isolatamente, sarebbero in grado di rievocare l’evento. Un altro ‘suggerimento’ a favore dell’IPOTESI fatta mi viene dal seguente ‘ragionamento’: per quanto il cervello sia la macchina più complessa dell’Universo, non c’è motivo di credere che, ove possa ‘risparmiare’, cioè far ricorso ad un unico meccanismo anziché a due meccanismi opposti, in un determinato ambito, non lo faccia. L’ambito cui mi riferisco, in questo caso, è l’evoluzione del linguaggio, sia in senso filogenetico, sia in senso ontogenetico. Il linguaggio procede, filogeneticamente e ontogeneticamente, dal concreto all’astratto e l’astrazione comporta sempre un isolamento, una scissione e un’oggettivazione. A parziale conferma della mia IPOTESI, riporto le parole di L.S Vigotskij (v., p. 330), a proposito del linguaggio infantile: “In effetti la parola e la cosa da essa designata formano un’unica struttura. Questa struttura però è completamente analoga a qualsiasi legame strutturale in generale tra due cose. Non contiene in sé niente di specifico per la parola in quanto tale. Due cose qualsiasi, non importa quali, il bastone e il frutto o la parola e l’oggetto da essa designato sono racchiusi in un’unica struttura secondo le stesse leggi”. E ancora (ibid., p. 341): “La parola e la sua struttura fonetica sono percepite dal bambino come una parte della cosa o come una sua proprietà, inseparabile dalle altre sue proprietà. Questo fenomeno è apparentemente proprio di ogni coscienza primitiva della lingua”.

 

9. La metafora Un segno è un qualsiasi fenomeno che possa essere interpretato come indizio percepibile di un secondo fenomeno. Un segno può essere naturale (la febbre come manifestazione di un processo morboso in atto) o convenzionale (un fiocco rosa appeso al portone di una casa come segno della nascita di una bambina). Perché un segno sia tale è necessario e sufficiente che venga interpretato come segno, il che implica l’entrata in gioco dell’intenzione dell’interprete, cioè del ricevente. Se un segno è anche prodotto intenzionalmente, lo chiameremo segnale. Un segnale, quindi, implica l’intenzione dell’emittente. Conveniamo che un segnale sia sempre un segno, anche nel caso che l’unico a interpretarlo come tale sia l’emittente. Ovviamente, invece, un segno può non essere un segnale (v. l’esempio dellafebbre). Diciamo che un qualsiasi fenomeno, in quanto funga da segnale, esplicaunafunzione semiotica. Un simbolo è un oggetto che, per alcuni suoi attributi o per certe sue caratteristiche formali o funzionali, esplica una funzione semiotica. “La metafora è una figura retorica consistente nella sostituzione di un termine con un altro connesso al primo da un rapporto di parziale sovrapposizione semantica”. Questa è la definizione usuale di metafora, su cui quasi tutti coloro che si occupano di linguistica convengono. In realtà la definizione presentata è frutto di una condensazione, per cui, al posto di due successive operazioni semantiche, di cui la prima è preverbale e solo la seconda è verbale, si indica un’unica operazione linguistica. Chiamo equivalenza simbolica una rappresentazione simbolica biunivoca, parlo, cioè, di equivalenza simbolica quando simbolo e simbolizzato sono interscambiabili (si ricordi la famosa equivalenza simbolica illustrata da Freud: pene « feci « bambino; ognuno dei tre oggetti simbolicamente equivalenti può essere utilizzato per rappresentare gli altri due, in base al “nucleo semantico” comune “piccolezza che può essere staccata dal corpo”, attribuito anche al pene sotto l’influenza del complesso di castrazione). Ridefinisco, quindi la metafora come segue: “La metafora è il risultato del prodotto operatorio di due operazioni successive: la prima, preverbale, è una rappresentazione simbolica univoca o biunivoca, la seconda è una rappresentazione verbale”. Vediamo come si articola il processo di espressione metaforica. Quando parliamo del “collo” di una bottiglia, della “gamba” o della “zampa” di un tavolo, usiamo i termini “collo”, “gamba”, “zampa” in senso metaforico, anche se non ce ne rendiamo conto. Ciò che ci permette di chiamare “gambe” i sostegni del ripiano di un tavolo è l’analogia evidente, in primo luogo a livello di significato funzionale, fra tali sostegni e le nostre gambe. Fra le gambe del tavolo e quelle dell’uomo sussiste, inoltre, una determinante analogia di forma: non chiamiamo, invece, “gambe” le ruote di un veicolo, perché sono troppo dissimili, nell’aspetto, dalle gambe umane (il termine “ruota” evidenzia la forma dell’oggetto, la “rotondità”, e, contemporaneamente la sua funzione, il “rotolare”). L’operazione per cui alla gamba umana sostituiamo metaforicamente la gamba del tavolo è una rappresentazione simbolica che non necessita dell’intervento verbale: basta sostituire l’immagine della gamba del tavolo a quella della gamba umana. L’esempio suggerito è tanto banale che non meriterebbe, di per sé, un’analisi così puntigliosa; ma nei sogni e nelle allucinazioni il meccanismo di rappresentazione per immagini rivela la sua autonomia dal processo di rappresentazione verbale. Si noti, per inciso, che un’importante caratteristica della metafora e del linguaggio simbolico è la rappresentazione dell’astratto mediante il concreto. Contrariamente all’apparato verbale, l’apparato preverbale non può produrre astratti, ma solo concreti. Tornando alla metafora, è ovvio che la rappresentazione simbolica non esaurisce il processo di espressione metaforica; perché tale processo sia concluso è necessario che intervenga la verbalizzazione: “gamba”. Il termine “gamba” diventa, quindi, suscettibile di denotare due diversi oggetti, in virtù della corrispondenza simbolica stabilita a livello preverbale. Quanto detto non si discosta, nelle conclusioni, dalla tradizione linguistica, ma è importante aver separato le due fasi del procedimento di espressione metaforica, attribuendo la prima al meccanismo di rappresentazione preverbale e la seconda al meccanismo di rappresentazione verbale.

 

10. La metonimiaLa metonimia è una figura retorica consistente nell’estensione semantica di un termine dal suo significato usuale a un altro che abbia col primo una relazione di contiguità o di dipendenza (usando, per esempio, il nome del contenente per il contenuto, della causa per l’effetto, dell’autore per l’opera, ecc. o, viceversa, il nome del simbolo per l’oggetto, dello strumento per l’arte, ecc). Questa è una definizione classica della metonimia. Ai miei fini, preferisco la seguente: “La metonimia è il risultato del prodotto operatorio di due operazioni successive: la prima, preverbale, è un’operazione di isolamento/scissione di una parte di una rappresentazione, la seconda, verbale, consiste nella nominazione (la nominazioneè un caso particolare di verbalizzazione, che consiste, semplicemente, nel nominare) della parte isolata/scissa al posto dell’intera rappresentazione”. La metonimia, in altre parole, nomina di una rappresentazione soltanto una parte, in modo che il nome della parte nominata diventi il significante dell’intera rappresentazione. Secondo la mia definizione, la metonimia si ridurrebbe alla sostituzione del tutto con una sua parte: che fine hanno fatto i diversi casi prospettati dai linguisti (il contenente per il contenuto, la causa per l’effetto, l’autore per l’opera, il simbolo per l’oggetto, lo strumento per l’arte, ecc)? Ebbene tutti questi casi rientrano nell’unico caso parte/tutto. Vediamo come su alcuni esempi. 1. Bere un bicchiere d’acqua (contenente per contenuto). 2. Essere fedele alla bandiera (simbolo per oggetto). 3. Portare Leopardi all’esame (Autore per opera). 4. Vivere del proprio lavoro (causa per effetto). 5. Il Chianti (come vino) (luogo al posto di oggetto). Riscriviamo le espressioni 1-4 in forma completa, cioè non metonimica, e operiamo su di esse metonimicamente, chiudendo fra parentesi quadre le parti che la metonimia elimina. 1. Bere [il contenuto di] un bicchiere [pieno] d’acqua. 2. Essere fedeli al-[paese rappresentato dal]la bandiera. 3. Portare [le opere del] Leopardi all’esame. 4. Vivere del [ricavato dal] proprio lavoro. 5. Il [vino prodotto nel] Chianti. Abbiamo riottenuto le metonimie originali. Esiste, poi, un caso più complicato, il caso dell’astratto per il concreto, che non contraddice quanto affermato, ma si spiega introducendo altri passaggi: 6. Eludere la sorveglianza (astratto per concreto). In questo caso i passaggi sono: 6. Eludere i [guardiani] che sorvegliano. 6’. Eludere i sorveglianti (sostantivazione). 6”. Eludere la sorveglianza (astrazione). Si potrebbe sostenere che, nel descrivere il meccanismo della metonimia, io abbia cambiato le carte in tavola, rispetto ai criteri di classificazione tradizionale: la classificazione tradizionale, infatti, si basa sui diversi rapporti, che variano da caso a caso, fra il referente del termine sostituente e il referente del termine sostituito; io, invece, ho fatto “di ogni erba un fascio” e, prescindendo dai rapporti specifici fra i referenti dei termini implicati nella sostituzione metonimica, ho considerato ogni enunciato presentato alla stregua di una raffigurazione pittorica, che viene parzialmente ‘cancellata’ del procedimento che genera la metonimia. Ebbene sì: ho effettivamente cambiato le carte in tavola; o, per meglio dire, ho suggerito un diverso punto di vista, che considero più pregnante, da cui esaminare la metonimia. Lo spunto per assumere quest’ottica mi è stato fornito, in particolare, dal ‘linguaggio’ onirico che fa un grande uso, oltre che della metafora, della ‘cancellazione’ metonimica (nel sogno, poi, la ‘cancellazione’ è sovradeterminata, dipendendo anche dalla censura onirica). In conclusione, mentre la metafora implica un’analogia semantica, cioè un’identità di significato (percettivo, funzionale, ecc.) fra gli elementi della rappresentazione simbolica su cui agisce, la metonimia opera una sostituzione fra elementi non legati semanticamente, ma dalla relazione parte/tutto. Schematicamente: Metafora: Rappresentazione (equivalenza) simbolica, seguita da verbalizzazione. Metonimia: Isolamento/scissione (cancellazione), seguita da nominazione. Tornando all’IPOTESI dissociativa dell’apprendimento del linguaggio, abbiamo detto che il bambino acquisirebbe, in presenza di un cane e ascoltando contemporaneamente la parola “cane”, un’unica rappresentazione [r,p], in questo caso [cane,“cane”]. In seguito, metonimicamente, isolerebbe/scinderebbe la parola [“cane”], che, nata originariamente come parte della coppia [cane,“cane”], diventerebbe rappresentante del tutto ovvero evocherebbe, anche in assenza del cane in carne ed ossa, il cane in carne ed ossa. Abbiamo quindi un’altra forma di metonimia, un metonimia ‘mista’ cosa/parola: 7. La parola per la cosa.

 

11. Il sogno Parlare di linguaggio, nel caso del sogno, significa esprimersi in termini metaforici. In senso proprio, non esiste un linguaggio del sogno, tante sono le differenze sostanziali fra le espressioni oniriche e le espressioni in termini di un qualsiasi linguaggio conosciuto (dal linguaggio naturale ai linguaggi formalizzati). La prima differenza, quella più evidente e cruciale, sta nel fatto che il ‘linguaggio’ onirico è del tutto privo di sintassi (all’estremo opposto si collocano il linguaggi logici, formalizzati, in cui le regole sintattiche per costruire “formule ben formate” – wff – sono esplicitate e rigorosamente univoche). E tuttavia, specie allo scopo di trattare della decifrazione/traduzione dei sogni, è lecito prendersi la libertà di parlare di ‘linguaggio’ onirico. Il ‘linguaggio’ onirico, come il ‘linguaggio’ enigmistico (specificamente quello degli enigmi e degli indovinelli), è puramente semantico: lo si può tradurre soltanto attingendo direttamente al suo significato (ovviamente nell’ipotesi, non da tutti condivisa, che i sogni o, quanto meno, alcuni sogni, abbiano un significato) . A partire da Freud, sono stati fatti diversi tentativi per individuare i ‘meccanismi’ che presiederebbero alla formazione del sogno nonché il modo in cui il sogno renderebbe i connettivi logici, specie l’implicazione (se… allora), ma non si vede l’utilità pratica di questi sforzi, in primo luogo perché i cosiddetti meccanismi (condensazione, spostamento, trasformazione nell’opposto, ecc.) sono tali e tanti che non si arriverà mai a compilarne una lista esaustiva, in secondo luogo, ed è questo il punto cruciale, perché si può capire quali ‘meccanismi’ abbiano generato un sogno specifico (o se il sogno esprima particolari relazioni logiche) soltanto a posteriori, dopo che lo si sia tradotto. Gli unici meccanismi che val la pena di prendere in considerazione nella decifrazione dei sogni, perché intervengono praticamente in tutti i sogni, oltre ad agire anche nel linguaggio naturale, sono la metafora e la metonimia. La decifrazione dei sogni è un’arte: vi si nasce dotati e versati, anche se, con un certo esercizio e sotto una buona guida, la si può, entro certi limiti acquisire e affinare. Il ‘linguaggio’ onirico, in quanto puramente semantico, presenta alcune analogie con quello enigmistico (forse non è un caso che Edipo sia un protagonista sia dell’enigmistica sia della psicoanalisi), oltre a irriducibili differenze. Vediamo prima le principali analogie e poi le principali differenze. Si prenda in considerazione uno dei più celebri indovinelli della storia dell’enigmistica, “La nonna” (titolo apparente): Lavora d’ago fino a mezzanotte per aggiustare le mutande rotte. L’esposto dell’indovinello, cioè il testo esplicito (ingannevole), corrisponde al contenuto manifesto del sogno. La soluzione di questo indovinello è: la bussola. E si tratta di una soluzione univoca, certa, anche se di una certezza diversa da quella di un’operazione aritmetica. Gli elementi che concorrono a suggerire la soluzione sono: ago (quello della bussola), mezzanotte (il nord), rotte (non aggettivo, ma sostantivo: i percorsi delle navi), mutande (non sostantivo, ma voce verbale: “da cambiare”) e aggiustare (“correggere”). Ed ora un sogno breve, molto semplice, tratto da Il sogno di A. Pasetti (inedito):““Entro in una stanza, mi guardo intorno. Mi hanno rubato i gioielli: anelli, collane, cose di non grande valore, però molto care. Sembra che il furto continui a ripetersi davanti ai miei occhi. Sono molto addolorata”. La sognatrice, donna divorziata, ha perduto un figlio di vent’anni, morto in un incidente d’auto. L’altro figlio, il maggiore, da qualche mese vive per conto suo. Ha abbandonato la casa materna improvvisamente, senza motivo, e si fa vedere di rado, quasi a malincuore. “I due figli sono i miei gioielli”: la sognatrice usava ripetere l’espressione di Cornelia, madre dei Gracchi. Negli ultimi tempi ogni visita, piuttosto fredda, del figlio che le è rimasto rinnova il dolore per gli affetti che le sono stati tolti. Come il furto nel sogno, lo strappo e la privazione si perpetuano. L’equivalenza figli-gioielli si traspone in un evento onirico che ricalca in modo fin troppo evidente i sentimenti reali. In entrambi i casi qualcosa di molto caro viene rubato: cambia soltanto il nome di ciò che scompare. Oggetti simbolici prendono il posto delle persone reali ed intorno ad essi ruotano accadimenti ed emozioni. Il contenuto manifesto del sogno parla di gioielli veri, quello latente allude a gioielli metaforici. Il fatto che il sogno parli dei gioielli come di “cose di non grande valore” non sta a significare che i figli della sognatrice non siano di grande valore, ma serve a sottolineare il valore affettivo (non materiale) dei gioielli in questione. La decifrazione del sogno è certa, anche se di una certezza diversa da quella di un’operazione aritmetica. Gli elementi che concorrono a suggerire la decifrazione sono i gioielli, il fatto che il furto continui a ripetersi e, soprattutto, il dolore per la perdita (l’aspetto emotivo – v. sotto – differenzia irriducibilmente un sogno da un indovinello). Le principali analogie fra un indovinello e un sogno sono: 1) il doppio significato dell’esposto e della soluzione dell’indovinello, da una parte, e, dall’altra, del contenuto manifesto e del contenuto latente del sogno; 2) il fatto che, per arrivare alla soluzione dell’indovinello, da un lato, e alla decifrazione del sogno, dall’altro, bisogna ignorare l’esposto dell’indovinello, nel suo insieme, e il contenuto manifesto del sogno, nel suo insieme, per concentrarsi sui singoli elementi rispettivi. Le principali differenze fra un indovinello e un sogno sono: 1) il fatto, cruciale, che il sogno scaturisce dalla sfera emotiva, dal vissuto personale, mentre l’indovinello è una costruzione ludolinguistica; 2) il fatto che l’indovinello è espresso in parole, mentre il sogno si esprime prevalentemente per immagini. Il fatto che il sogno si esprima prevalentemente per immagini ha indotto molti, a cominciare proprio da Freud, ad assimilare la decifrazione di un sogno alla risoluzione di un rebus. Questa assimilazione è fuorviante. Anche se, molto raramente, il sogno può ricorrere a una tecnica rebussistica, in generale il collegamento fra contenuto manifesto e contenuto latente di un sogno è un collegamento per significati e non per significanti. Mi spiego meglio: in un rebus, le due lettere CO sovrapposte a una ruota di bicicletta o in prossimità del sole, si ‘leggono’: “coraggio” (CO + raggio = coraggio). Un raggio (della ruota o del sole) non ha alcun legame semantico con il coraggio. Nel corso di una sua lezione, Lacan decifrò un sogno con tecnica rebussistica: nel sogno comparivano alcune rondini e Lacan le ‘tradusse’ in rondìni (= soldati di ronda ). Rondini e rondìni non sono legati semanticamente fra loro. Un altro sogno decifrato rebussisticamente è “Il sogno di Alessandro”, riportato da Rabelais, ma si tratta di un sogno costruito, letterario. Cinta d’assedio la città di Tiro, Alessandro Magno non si decideva ad attaccarla. Una notte sognò un satiro che ballava sulla soglia della sua tenda. Perplesso, raccontò il sogno ai suoi saggi decifratori di sogni, i quali, senza esitare, gli dissero: “Attacca la città, che capitolerà: (Satiro)=(Tua) (Tiro)” Archiviata la questione del significato dei sogni, accenniamo all’altra questione generale che li riguarda (per alcuni oziosa): a che cosa servono i sogni? Secondo Crick ed altri, il sogno avrebbe la funzione di portare a galla, perché siano eliminate, le scorie psichiche che si sono accumulate in giornata, le piccole turbative che ingombrano o distraggono la mente. Per altri si tratterebbe di una sorta di defecazione di memorie “saturate” e perente. Secondo Jouvet, la funzione del sogno sarebbe quella di ripristinare programmi genetici usurati. Personalmente ritengo che il sogno sia una forma di espressione che può, in casi particolari, diventare una forma di comunicazione, ma per rispondere alla domanda “a che cosa serve l’espressione?” rinvio al capitolo 12 (Espressione, comunicazione, pseudocomunicazione). Per tornare, in conclusione, al modello di cervello qui presentato, ribadisco (v. cap. 3) che il sogno è creato dal cervello trasmettitore/motore e captato e proiettato sullo schermo virtuale (la scena del sogno) dal cervello ricevitore/proiettore.

 

12. Espressione, comunicazione, pseudocomunicazione Viviamo nell’epoca della comunicazione: tutto è considerato comunicazione. Come nella maggior parte delle mode, anche in questo caso si esagera, estendendo indebitamente la copertura di un termine fino a comprendere fenomeni che da quel termine non possono essere denotati. Qui fornirò una definizione ristretta del termine “comunicazione”; viceversa, estenderò al massimo la definizione del termine “espressione”. Chiamo espressione una qualsiasi manifestazione di un organismo, segno di un suo stato del momento. Un’espressione può essere intenzionale o involontaria: sono intenzionali quasi tutte le espressioni verbali, gestuali e mimiche (esclusi i tic, certe smorfie, ecc); sono involontarie le manifestazioni delle emozioni, il riso, il pianto, ecc. Chiamo comunicazione un’espressione intenzionale mossa dall’intenzione di comunicare, ovvero dall’intenzione di chiedere o fornire informazioni. Un’espressione può non essere rivolta ad altri, mentre una comunicazione è sempre rivolta ad altri. Esistono, però, espressioni rivolte ad altri che non sono comunicazioni, ma pseudocomunicazioni. Chiamo pseudocomunicazione un’espressione rivolta ad altri involontaria (istintiva) o mossa da un’intenzione diversa da quella di comunicare, ovvero di chiedere o fornire informazioni. Sono pseudocomunicazioni tutte quelle espressioni verbali che surrogano atti: le paroline dolci che si scambiano gli innamorati, al posto di baci e carezze, gli insulti che si scambiano gli automobilisti inferociti, al posto di pugni e schiaffi (non a caso i termini “insulto” e “offesa” possono indicare danni fisici o morali). Un’importante classe di pseudomunicazioni, ampiamente diffusa nel regno animale, è quella costituita dalle pseudocomunicazioni stimolanti, che comprende le espressioni di corteggiamento e di minaccia. Queste pseudocomunicazioni hanno lo scopo di suscitare una risposta specifica: rispettivamente, l’accoppiamento e la fuga. Quando un pavone si pavoneggia davanti alla pavonessa, non intende comunicarle “ti amo”, ma suscitare in lei una risposta ormonale e comportamentale che la induca ad accoppiarsi; quando un gatto soffia e “fa la gobba”, non intende comunicare al nemico “ti odio”, ma vuole metterlo in fuga (in realtà, è improprio parlare, in questi casi, di intenzioni: si tratta di espressioni istintive). Tutte queste definizioni riflettono il punto di vista dell’emittente; ma un’espressione ‘pura’, cioè senza un fine comunicativo, può diventare una comunicazione ‘preterintenzionale’, ove venga interpretata da un eventuale ricevente: il pianto del neonato, pura espressione di un suo malessere, viene interpretato come tale dalla madre, cui comunica, appunto, il malessere del piccolo. Le espressioni delle emozioni, in particolare, si prestano a un’immediata interpretazione empatica. Una tipica e importante espressione pura, che può diventare una comunicazione, è il sogno. L’espressione precede, ontogeneticamente, la comunicazione, come nota L.S. Vygotskij (v., p. 47): “Il linguaggio di un bambino nella prima infanzia è nella maggior parte parte egocentrico. Non serve a scopi comunicativi, non assolve ad una funzione comunicativa; solamente scandisce, ritma, accompagna l’attività e le esperienze del bambino, come l’accompagnamento segue la melodia principale”. IPOTESI: molte espressioni si sono trasformate, evolutivamente, in comunicazioni. Questo può valere, per esempio, per i segnali di allarme che un animale-preda, che viva in gruppo, lancia all’avvicinarsi di un animale-predatore. Nate come pure espressioni di spavento, queste espressioni possono aver acquisito un valore adattativo, per il gruppo, in quanto indici dell’approssimarsi di un pericolo, e, quindi, essersi trasformate in comunicazioni vere e proprie. A che cosa servono le espressioni? IPOTESI: un’espressione serve per allentare la tensione interna, al limite l’angoscia. Partiamo da un’esperienza di micropsicologia della vita quotidiana: la spiacevole esperienza di schiacciarsi un dito con un martello. A che cosa serve, in questo caso, cacciare un urlo o bestemmiare (reazionicomuni, anche se non obbligate)? Apparentemente, queste reazioni sono inutili: non contribuiscono, certo, a lenire il dolore. Ma si può supporre che la spiacevole esperienza, in quanto inattesa, determini unpiccolo choc e una messa in allarme dell’organismo. L’urlo (o la bestemmia) servirebbe a ripristinare il controllo della situazione, ad allentare la tensione, a riportare il ‘sistema’ verso una posizione più prossima all’equilibrio. Il termine “sfogarsi” indica proprio l’esprimere uno stato di tensione interna (tipicamente un’emozione): a questo ‘serve’ anche il pianto. Discorso analogo si può fare per il riso, che dà sfogo a uno stato di eccitazione. Il sorriso, invece, esprime uno stato di benessere. In questo caso, è più difficile ipotizzare una tensione interna. Diciamo che si tratterebbe di una microtensione o, comunque, di uno scostamento dallo stato di equilibrio, ‘neutro’. Di maggior rilievo, ai fini della ‘dimostrazione’ dell’IPOTESI in discussione, sono certi fenomeni patologici. I rimuginamenti ossessivi, interminabili rituali mentali, ripetuti fino all’estenuazione, devono avere, come scopo, quello di eliminare o, quanto meno, ridurre l’angoscia e/o il senso di colpa. A proposito della loro ripetitività, si può ben invocare la coazione a ripetere; ciò, però, non rappresenta una spiegazione, ma una semplice constatazione. La stessa funzione può avere la ripetizione del trauma, in caso di stress postraumatico. Traducendo la spiegazione dell’espressione in termini del modello qui presentato, si può dire che il cervello trasmettitore/motore tenta di ‘espellere’ un’emozione che si agita nella sfera relativa, formulando un’espressione che in parte ‘scarica’ l’emozione in gioco. Tornando alla micropsicologia della vita quotidiana, si può fare l’esperimento di ripetersi mentalmente decine e decine di volte una parola di significato comune. A un certo punto, quella parola perderà del tutto il suo significato, a riprova, fra l’altro, che il senso, così epresso-espulso, è una microemozione. Come accennato, il sogno è un’espressione, per cui si può ipotizzare che ‘serva’, in qualche modo, a scaricare una tensione interna. Fanno eccezione alcuni sogni fatti in analisi, che possono essere vere e proprie comunicazioni: un modo per comunicare all’analista, per via indiretta, ciò che non si è in grado di comunicargli per via diretta.

 

13. Senso e intenzione IPOTESI: il cervello trasmettitore/motore ha accesso diretto all’azione. Questa ipotesi ricalca esattamente quella avanzata nel capitolo 7 e si basa sull’osservazione che esiste una strettissima analogia fra espressione e azione, formulabile come segue: un atto espressivo esprime un senso (motore dell’espressione) come un’azione esprime un’intenzione (motore dell’azione). In un senso ‘più profondo’, possiamo dire, con uno slogan, che l’intenzione è il senso di un’azione e il senso è l’intenzione di un’espressione (v. Freeman, cap. 2) Da questa analogia, intesa quasi alla stregua di un postulato, si può dedurre, in primo luogo, che anche nel caso dell’azione, come in quello dell’espressione, la coscienza è l’ultima a sapere. Ad onta di tutte le illusioni che l’uomo si fa, circa la propria padronanza delle proprie azioni e della propria volontà, non è nella sua coscienza che nascono le intenzioni: la sua coscienza si limita a prenderne atto, o nel momento in cui queste si concretizzano o nel momento in cui queste vengono rappresentate. Perché, per fortuna, l’uomo ha una chance che lo salva dall’essere una preda assoluta delle proprie intenzioni (a meno che non sia un tipo estremamente impulsivo): la possibilità di rappresentarsi le azioni e, quindi, di valutarle, prima di compierle. A questo, come sostiene giustamente A. Pasetti (cfr. Il libero arbitrio, inedito), si riduce il libero arbitrio. La ‘prova’ di questo interscambio fra azione ed espressione si ha nell’acting out, quale viene descritto in psicoanalisi. Diverso, naturalmente, è l’accesso diretto all’azione, da parte del cervello trasmettitore/motore, nel caso delle azioni automatiche – in virtù di automatismi innati o acquisiti – e in quello delle azioni non automatiche: nel secondo caso, il cervello trasmettitore/motore necessita della collaborazione dell’attenzione focalizzata su quanto il soggetto sta compiendo. Oltre alla corrispondenza ‘interna’, fra intenzione e senso, quale si realizza nel rappresentarsi una propria azione eventuale o nel prendere coscienza di un proprio moto verso un fine, esiste una corrispondenza ‘esterna’, fra intenzione e senso, quando il comportamento di un individuo è sottoposto all’esame di un altro. Più spesso di quanto si immagini, ci capita di interpretare il comportamento degli altri, ovvero di cercare di capirne le intenzioni: è questo un esercizio continuo, per uno psicoanalista (uno psicoterapeuta, in genere). Quando, poi, le azioni in esame sono espressioni, ma non comunicazioni, l’interpretazione è d’obbligo. Nel caso particolare che le azioni siano espressioni, l’IPOTESI secondo cui il cervello trasmettitore/motore ha accesso diretto alla formulazione del linguaggio (v. cap. 7) e l’IPOTESI secondo cui il cervello trasmettitore/motore ha accesso diretto all’azione coincidono.

 

14. Sensibilità vs. intelligenza Che l’intelligenza, comunque la si intenda, sia una facoltà ‘superiore’ è fuor di dubbio. L’intelligenza permette, in primo luogo, di capire la realtà e di adeguarvisi, e poi di manipolarla e poi di dominarla. Permette la creazione di strumenti, e poi di meccanismi, e poi di macchine sempre più sofisticate. Ci sono, e qui cominciano i problemi, diversi tipi di intelligenza. È noto lo scambio epistolare fra Einstein e Freud, iniziato dal primo, che confessava di non capire un’acca di psicologia, e proseguito dal secondo, che confessava di non capire un’acca di fisica (nella sua lettera, Einstein chiedeva a Freud di spiegargli le ragioni psicologiche che muovono gli uomini alla guerra, un evento dannoso sia per i vincitori sia per i vinti). Alcuni considerano anche la creatività una forma di intelligenza. Sicuramente, la creatività – in qualsiasi campo – è un’altra facoltà ‘superiore’, ma, forse, non va confusa con l’intelligenza: esistono persone estremamente creative, in determinati settori, ma del tutto ottuse, in genere. Si parla anche di intelligenza degli animali, ma, spesso, in senso metaforico e, comunque, in una prospettiva antropomorfica. I cosiddetti test di intelligenza, che misurano il cosiddetto Q.I., in realtà misurano soltanto l’attitudine a cimentarsi con tali test e la capacità di risolverli. Esiste, poi, un’importante settore di studi: quello dell’Intelligenza Artificiale (I.A.). Anche in questo caso, però, il termine “intelligenza” è usato in senso altamente metaforico e riflette un’analogia del tutto superficiale. I più strenui sostenitori di questo indirizzo di ricerca pensano che un giorno si arriverà a costruire una macchina capace di tutte le prestazioni ‘superiori’ di un essere umano, senza escludere la possibilità di creare macchine ‘più intelligenti’ dell’uomo stesso. Quel giorno, dicono costoro, si sarà riprodotto l’organismo più evoluto dell’Universo. Contro la preminenza riconosciuta all’intelligenza, io ritengo che la facoltà del cervello di gran lunga più importante e più fondamentale sia la sensibilità: la capacità di sentire e di distinguere (potere risolutivo della sensibilità) gli stimoli. Quanto più è acuta la sensibilità di un individuo, tanto più è ricca la gamma delle sfumature di senso che è in grado di cogliere, in campo percettivo e in campo emotivo: un cultore e appassionato d’arte, per esempio, vedrà in un quadro molti più dettagli e più significati di quanti non ne scorga una persona non particolarmente sensibile in quel campo. Lo stesso discorso vale per quel che riguarda la musica. I ciechi sviluppano una particolare sensibilità acustica e tattile, i sommelier gustativa; alcuni individui hanno un olfatto che rivaleggia (quasi) con quello dei cani, ecc. Ma è ragionevole parlare di sensibilità anche al di fuori del campo artistico e di quello percettivo: c’è chi ha una particolare sensibilità per la matematica e, all’interno della matematica, per l’algebra piuttosto che per la statistica. Chi è particolarmente sensibile ai fenomeni fisici (pare che Enrico Fermi, da bambino, giocando con la trottola, già si chiedesse come il giocattolo restasse in equilibrio sulla punta, sospettando le leggi del movimento giroscopico). Evidentemente, in questi casi, la sensibilità coincide con l’intelligenza, ma, altrettanto evidentemente, la sensibilità si estende molto al di là dell’intelligenza. La sensibilità acustica, olfattiva, visiva di molti animali supera di gran lunga quella dell’uomo. Entro certi limiti, la sensibilità, con l’esercizio e una buona guida, si può affinare e potenziare. Abbiamo già detto che la decifrazione dei sogni è un’arte che può, in una certa misura, essere acquisita: lo stesso vale per la sensibilità artistica, per quella scientifica, ecc. La sensibilità è una facoltà del cervello ricevitore/proiettore. La creatività è una facoltà del cervello trasmettitore/motore. La sensibilità è una facoltà molto più antica dell’intelligenza: la si può addirittura far risalire al regno vegetale (il fototropismo dei girasoli è un esempio di sensibilità). Per tutto quanto detto fin qui, io propugno la fondazione di un nuovo campo di ricerca, quello della Sensibilità Artificiale (S.A.): quando si sarà riusciti a costruire una macchina capace di provare dolore, se punta con uno spillo, o capace di commuoversi davanti a un tramonto o capace di apprezzare una sinfonia di Beethoven, allora, e soltanto allora, si potrà dire di aver riprodotto artificialmente l’organismo più evoluto dell’Universo. Conclusioni All’inizio del secolo scorso, il matematico tedesco David Hilbert, caposcuola del formalismo, compilò una lista di 23 problemi matematici fondamentali: ipotesi, congetture, teoremi non dimostrati, ecc. Da allora, molti di quei problemi sono stati risolti, altri non ancora, di alcuni si è proposta una soluzione che non è stata accettata da tutti i matematici, altri sono stati giudicati formulati in maniera troppo vaga. Fra i problemi risolti, alcuni hanno ricevuto una risposta positiva, nel senso che l’ipotesi in cui consistevano è stata confermata, altri una risposta negativa, nel senso che l’ipotesi in cui consistevano è stata confutata. Senza pretendere di equipararmi a Hilbert e consapevole che una cosa sono le dimostrazioni matematiche e tutt’altra cosa le ‘dimostrazioni’ psicologiche (il più delle volte suscettibili di diverse interpretazioni), mi auguro che le IPOTESI che ho enunciato in questo scritto siano messe alla prova. Non importa se verranno confutate o considerate troppo vaghe. La scienza ha bisogno di fantasia e di una certa audacia. Un’ipotesi, pur destinata a rivelarsi infondata, attira, comunque, l’attenzione su un determinato problema; senza contare il fatto che un’ipotesi che abbia come unica alternativa l’ipotesi opposta, se confutata, dimostra l’esattezza dell’altra. Infine, io penso che un’ipotesi, per quanto azzardata, sia sempre meglio di un’ovvia banalità. Si legge, in un testo sui processi cognitivi, di cui, per carità di patria, non cito né il titolo né gli Autori: “Una conversazione è caratterizzata da almeno tre diverse fasi [Anolli 2002]. La prima fase è quella d’inizio o di apertura. In questa fase avviene in maniera reciproca l’identificazione e il riconoscimento e vengono espresse le formule di saluto. La fase successiva concerne lo sviluppo di uno o più argomenti sui quali vi sia un qualche interesse da parte dei partecipanti. La fase finale è costituita dall’insieme di espressioni che portano alla conclusione della conversazione, come la manifestazione di accordo su quanto si è detto, la richiesta di appuntamento, i saluti ecc. Un aspetto centrale nella dinamica conversazionale riguarda l’avvicendamento dei turni. Come osserva Anolli, in una conversazione a due il partecipante A parla; quando A si ferma, inizia a parlare B; poi B si ferma e riprende a parlare A e così via. La conversazione quindi si sviluppa secondo una sequenza del tipo A-B-A-B ecc.”. Banalità di questo genere fanno cadere le braccia e gettano il discredito, manco ce ne fosse bisogno, sull’intera psicologia.

 

Bibliografia

  • Freeman, W.J. (2000), Come pensa il cervello, Einaudi, Torino
  • Nicoletti, R., Rumiati, R. (2006), I processi cognitivi, il Mulino, Bologna
  • Pasetti, A., Il libero arbitrio, inedito.
  • Pasetti, A.,Il sogno, inedito.
  • Pasetti, A., Scritti, inedito. Pinker, S. (1998), L’istinto del linguaggio, Mondatori, Milano
  • Rifflet-Lemaire, A. (1972), Introduzione a Jacques Lacan, Astrolabio, Roma Vygotskij, L.,S. (2004), Pensiero e linguaggio, Laterza, Bari

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