Modelli di Attaccamento come Strategia di Regolazione Affettiva

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Il concetto di funzione regolativa

 Nel valutare in che modo svariati fattori possono condurre o in altro caso mettere al riparo dall’insorgenza di una psicopatologia nell’infanzia o in età adulta, risulta fondamentale chiedersi attraverso quali meccanismi i modelli di attaccamento dell’infanzia influenzano i percorsi evolutivi, in altri termini in che modo questi ultimi possono essere considerati come fattori protettivi o di rischio. I modelli di attaccamento sono considerati delle strategie di regolazione affettiva particolarmente efficaci in cui le emozioni assolvono la funzione di valutare contemporaneamente l’ambiente circostante, lo stato dell’organismo, la disponibilità delle figure di attaccamento e l’eventuale successo del comportamento di attaccamento nel mantenere un senso di sicurezza interno. La fuzione regolativa si svolge ad un livello di base, in cui le emozioni attivano il sistema di attaccamento comunicando al caregiver bisogni, e a un livello superiore in cui le emozioni restituiscono informazioni al bambino circa il successo dei suoi tentativi di ottenere conforto e stare nella relazione. Nel modello di attaccamento sicuro questi due livelli operano in maniera integrata e consentono al bambino di ripristinare il senso di sicurezza. Nel caso di attaccamento insicuro invece, i due modelli producono un conflitto o una dissociazione, il bambino non sperimenta un senso di sicurezza in quanto non viene data una risposta adeguata all’espressione emozionale dei suoi bisogni, nel caso di attaccamento ambivalente perché la risposta è discontinua, nel caso di attaccamento evitante perché non c’è risposta. In questi casi il bambino tende a sviluppare delle strategie alternative come quelle di distanziamento e inibizione dell’espressione emotiva, per ridurre l’indisponibilità della figura di attaccamento ed aumentare il senso di sicurezza. La strategia evitante può diventare col tempo un meccanismo anticipatorio che sposta l’attenzione del bambino dagli stimoli in grado di attivare l’attaccamento verso gli oggetti inanimati, consentendo di mantenere un’organizzazione flessibile del comportamento e una vicinanza accettabile con il caregiver (Main, Weston, 1982). L’imprevedibilità della risposta materna che viene sperimentata nei casi di attaccamento ambivalente favorisce l’emergere di una strategia in cui le espressioni emozionali risultano esagerate allo scopo di ottenere più facilmente risposta. I diversi stili di regolazione emozionale tendono a perdurare nel tempo influenzando l’adattamento sociale nelle varie fasi evolutive, contribuendo allo sviluppo di comportamenti internalizzanti o esternalizzanti, responsabili di successive alterazioni psicopatologiche. Negli ultimi anni gli studi relativi allo sviluppo emotivo fanno coincidere con sempre maggiore frequenza tale sviluppo non solo con l’acquisizione delle capacità di comunicare a livello emotivo, riconoscendo le emozioni altrui ed esprimendone di proprie, ma anche con quelle di regolare la loro intensità anche a fronte di stimoli particolari, quali eventi nuovi o stressanti. Molto chiaro a questo riguardo risulta essere il modello proposto da Sroufe (1995) che descrive la regolazione emotiva da parte del bambino come la capacità di mantenere l’organizzazione comportamentale di fronte a elevati stati di tensione, concepita in una successione temporale ben definita in cui è centrale il ruolo svolto del caregiver. Le prime forme di regolazione emotiva nascono nell’ambito della relazione diadica con il caregiver; dopo una prima fase (0-2 mesi) in cui la regolazione della tensione avviene in modo fisiologico nell’ambito dell’accudimento, s’identifica una seconda fase della “regolazione guidata” ( 3-6 mesi di vita) nel corso della quale il caregiver svolge un ruolo fondamentale, aiutando con suoi interventi specifici il bambino a modulare la sua tensione a fronte di emozioni intense sia negative che positive.  Tale funzione è ben evidenziabile nei giochi faccia-a-faccia caratteristici di questa fase, centrati sulla continua alternanza tra incremento e decremento della tensione emotiva tra i due protagonisti della relazione.  La fase che segue, definita da Sroufe della “regolazione diadica”, coincide con il secondo semestre di vita e con il consolidarsi di specifici legami di attaccamento.  In questa fase il bambino diventa in grado di richiedere intenzionalmente all’adulto interventi regolatori e al contempo inizia a formarsi schemi cognitivo-affettivi di tali esperienze che faranno da guida nelle sue successive relazioni. In quest’ottica i tipi di attaccamento sicuro e insicuro, osservabili al compimento del primo anno di vita con la Strange Situation sono leggibili come specifici indicatori delle competenze regolatorie che il bambino si sta formando nell’ambito delle sue relazioni diadiche. Il legame di attaccamento emergente nel corso del primo e del secondo anno di vita costituisce l’apice della regolazione emozionale diadica raggiunta (Sroufe, 1995).  

 

Evidenze empiriche

Interessante a questo riguardo è il recente lavoro di Kochanska (Kochanska, Coy e Murray, 2001) che studia l’emergere nel periodo che va dai 14 ai 45 mesi delle prime forme di regolazione autonoma del comportamento infantile, rappresentate, tra l’altro, secondo la ricercatrice, dalla capacità del bambino di aderire (compliance), in un tempo successivo e senza il controllo esterno, alle richieste esplicitate dell’adulto.  Nel suo studio considera le richieste che l’adulto rivolge al bambino sia in riferimento al mantenimento di attività tediose (Do context) che alla soppressione di attività piacevoli (Don’t context), avanzando l’ipotesi che le differenze di regolazione riscontrate nei comportamenti dei bambini e per ciascun bambino nei diversi contesti, siano da collegarsi ad aspetti disposizionali della emozionalità infantile, tra i quali spiccano quelli legati alla paura, oltre che al tipo di relazione intrattenuta con il caregiver. L’analisi delle relazioni tra regolazione emotiva e regolazione del comportamento da parte del bambino ha aperto la strada allo studio del rapporto esistente tra emozionalità, regolazione emotiva e comportamentale e successivi problemi di adattamento. Tronick (Tronick, 1989) e Izard e Kobak (1991), evidenziano l’esistenza di competenze autoregolatorie molto precoci nel bambino, in parte indipendenti dal ruolo svolto dal caregiver. Tale competenza sarebbe parallela all’organizzazione altrettanto precoce delle emozioni in emozioni discrete e differenziate presupposta dagli stessi autori.  Secondo Tronick il bambino dispone già nei primi mesi di vita di condotte autoregolatorie che lo rendono in grado di modulare la tensione generata da eventi nuovi e/o stressanti. Tra queste una delle più precoci appare il distogliere lo sguardo dallo stimolo stressante, condotta che è in grado di decelerare il battito cardiaco, contribuendo a diminuire la tensione emotiva; nei primi 2-3 mesi di vita compaiono anche, a fronte di eventi stressanti, i primi comportamenti autoconsolatori infantili centrati sul succhiare e/o manipolare parti del proprio corpo (dito e mano in bocca, toccare i capelli, le orecchie, ecc.) o dell’immediato ambiente circostante (vestiti, seggiolino, ecc.). Le condotte autoregolatorie del bambino d’altra parte interagiscono con la funzione regolativa che svolge il genitore. Tale funzione si esplica nella capacità di trasformare le emozioni negative del bambino in emozioni positive, ad esempio aiutandolo, a fronte di un’esperienza frustrante sul piano motorio, e di modificare un fallimento (non riuscire ad afferrare un oggetto) in un successo (avvicinandogli l’oggetto perché possa prenderlo più facilmente). Fin dalla nascita tra madre e bambino si costituisce un sistema di regolazione affettiva, che permette un’oscillazione continua tra comunicazioni riuscite ed errate. La madre svolge quindi fin dall’inizio una funzione trasformativa nei confronti delle emozioni proprie e del bambino, in particolare di quelle negative.  La mancata azione trasformativa e regolativa induce al ricorso prolungato a forme di autoregolazione che possono intaccare le sue nascenti capacità relazionali. Le condotte autoregolatorie appaiono inoltre dipendenti nel loro sviluppo oltre che da fattori ambientali anche dalla crescita di competenze percettive e cognitive specifiche, che permettono una più adeguata modulazione delle emozioni, nonché dal crearsi di relazioni dinamiche tra diversi tipi di emozioni (vedi la rabbia che può mitigare la tristezza). Particolarmente interessanti per conoscere più approfonditamente l’attività di comunicazione e regolazione emotiva che caratterizza la relazione madre-bambino nei primi mesi di vita di quest’ultimo sono i risultati delle ricerche ottenuti utilizzando il paradigma del volto immobile, Still Face (Cohn e Tronick, 1983).  Questa procedura sperimentale consiste in tre episodi sequenziali in cui viene chiesto alla madre di un bambino dell’età compresa tra i 2 e 9 mesi circa: di giocare con lui in modo naturale nella posizione faccia-a-faccia (3 minuti circa); di mantenere, nella stessa posizione, l’espressione del volto immobile e neutra senza toccarlo e senza rispondere alle sue comunicazioni (3 minuti circa); di ritornare alla propria modalità di interazione abituale (3 minuti circa), (Weinberg e Tronick, 1996). Le ricerche effettuate con questo paradigma hanno messo in luce come il bambino già a 3-4 mesi si dimostri estremamente sensibile alle modificazioni dell’espressività della madre, modificando a sua volta le proprie modalità comunicative. A fronte del volto non responsivo della madre, il bambino, infatti, intensifica inizialmente i suoi sforzi comunicativi rivolti a quest’ultima accentuando il sorriso, le vocalizzazioni e l’intensità dello sguardo mentre successivamente, con la persistenza dell’inespressività del volto materno, fa ricorso a condotte di autoregolazione, volte a modificare i propri stati di disagio (Tronick, 1989), sia evitandone il contatto, rivolgendo lo sguardo altrove e assumendo anch’egli una mimica inespressiva, sia ricorrendo alla stimolazione di parti del proprio corpo e alla manipolazione dei propri indumenti. I dati riportati sono di particolare interesse in quanto evidenziano in primo luogo l’originaria capacità comunicativa del bambino, dimostrata dal suo tentativo di ripristinare l’interazione interrotta con la madre, intensificando le proprie modalità espressive, anche quando quest’ultima appare massimamente non responsiva.  Essi chiariscono inoltre come egli sia in grado di adottare autonomamente condotte autoregolatorie finalizzate a diminuire la tensione emotiva generata dall’interruzione della comunicazione materna. Alcune di queste condotte, come quelle centrate sull’evitamento del contatto con la madre, sono considerate da alcuni studiosi come precocissime forme di difesa emergenti nel contesto della relazione con i caregivers.  Al termine dell’episodio dello Still Face, quando la madre ritorna comunicativa, i bambini di 3-6 mesi osservati si dimostrano in grado di ricordare la condizione interazionale, temporaneamente “irreparabile”, a cui sono stati esposti, infatti, nell’episodio di interazione che segue quello dello Still Face, rivolgono alla madre sia segnali positivi, sorrisi, sguardi, ecc., sia segnali di rabbia e disagio, manifestando una condizione di ambivalenza emotiva. Tale sistema definito Infant Regulatory Scoring System, permette di individuare le strategie regolatorie del bambino, considerando i suoi comportamenti durante il paradigma sperimentale, tra i quali la direzione dello sguardo (verso la madre, verso gli oggetti), il tipo di vocalizzazione (neutre/positive, di pianto, di irritazione), i gesti che richiedono l’intervento della madre (toccandola, cercando di raggiungerla, sporgendosi, ecc.), i gesti di autoconforto (mettere in bocca/toccare una parte del corpo, ecc.), quelli di distanziamento (voltarsi, agitarsi sul seggiolino come per scappare) e infine gli indicatori di stress (succhiarsi la lingua, sputacchiare).    

 

Il concetto di responsività

Lo studio della comunicazione emotiva tra il bambino e i suoi partner ha influenzato d’altra parte anche la definizione del concetto di responsività e, più ampiamente, del parenting.  L’utilizzo di tale concetto, formulato dalla Ainsworth nell’ambito della teoria dell’attaccamento (1978), ha permesso di evidenziare una correlazione significativa tra la responsività della madre ai bisogni del bambino nel primo anno di vita e il tipo di attaccamento alla madre da parte del bambino stesso misurato con la Strange Situation. In seguito il concetto di responsività ha privilegiato gli aspetti comportamentali, di risposta cioè pronta e adeguata ai bisogni espressi dal bambino, piuttosto che quelli comunicativi ed emozionali. Recentemente il concetto di responsività ha subito significative trasformazioni, in relazione alla riformulazione rappresentazionale della teoria dell’attaccamento, ricollegandosi all’originaria elaborazione della Ainsworth. Esemplare a questo riguardo è il lavoro di Haft e Slade (1999), che, considerando la responsività come capacità della madre di condividere gli affetti positivi e negativi del proprio bambino, ha evidenziato l’esistenza di una correlazione specifica tra i Modelli Operativi Interni della madre circa l’attaccamento, indagati attraverso l’Adult Attachment Interview, e la sua capacità di sintonizzarsi con il figlio, ipotizzando la capacità di sintonizzazione del genitore come un mediatore privilegiato nella trasmissione dei modelli di attaccamento. Le madri classificate sicure attraverso l’AAI secondo questo studio sono capaci di rispondere in modo sintonizzato ai diversi stati emotivi, positivi e negativi, espressi dal proprio bambino durante le sessioni di gioco libero previste dalla ricerca. Le madri distanzianti, si rilevano incapaci di sintonizzarsi con le emozioni negative manifestate dai figli, non accogliendo in particolare le loro richieste di prossimità e consolazione, operando invece sintonizzazioni selettive in relazione alle esperienze positive di padronanza vissute dal bambino.  Al contrario le madri preoccupate si dimostrano parzialmente in grado di rispondere alle richieste di consolazione e prossimità dei loro figli, ma incapaci invece di rispecchiare quelle legate alla loro padronanza e autonomia. Nella direzione di studiare gli aspetti disfunzionali della responsività materna si muove, nel quadro della teoria dell’attaccamento, la Crittenden (1994), identificando tali aspetti nelle componenti di controllo/intrusività e di non responsività/trascuratezza insiti nelle cure materne rivolte ai figli, attraverso le modalità di comunicazione, valutando il contatto corporeo, la mimica del volto, il ritmo del dialogo, l’espressione delle emozioni, oltre che a quelle più specificatamente comportamentali, quali il coinvolgimento in attività, la proposta di attività, ecc. La responsività acquista qualità relazionali che caratterizzano la reciproca attività comunicativa espressa dalla diade madre-bambino. Altri fattori significativi nel determinare la responsività della madre sono quelli contestuali, tra i quali spicca il grado di coinvolgimento del padre nella relazione con la madre.  Lo scarso coinvolgimento del padre sembra determinare, infatti, un aumento degli scambi affettivi negativi tra madre e bambino, provocando, se ciò si verifica in un periodo precoce dello sviluppo infantile, modificazioni nei pattern di attaccamento. Tra i fattori influenti vi sono anche il contesto sociale e familiare, dove assumono particolare rilievo le reti di supporto a disposizione della coppia madre-bambino (nonni, asili, servizi sociali, ecc.). Tali reti esercitano un ruolo significativo sopratutto nelle madri a rischio, o per problemi sociopsicologici, o perché appartenenti alle classi inferiori, incidendo profondamente sulle loro competenze parentali e di comunicazione affettiva.  

 

Conclusioni

La comunicazione affettiva appare dunque un fattore chiave per la trasmissione delle prime modalità relazionali e di attaccamento tra genitore e figlio come ci segnala lo stesso Bowlby (1988). La capacità di riconoscere le proprie emozioni, che il bambino è, secondo l’autore, fondamentale per l’istituzione di un’adeguata “comunicazione intrapsichica”con i propri affetti. Tale capacità appare profondamente influenzata dal tipo di “accessibilità”emotiva che egli ha potuto sperimentare nei confronti delle proprie figure di attaccamento nel corso della sua storia infantile.  L’impossibilità di accedere alla madre e alla sua disponibilità emotiva, può invece contribuire ad attivare nel bambino comportamenti di tipo difensivo che si esprimono primariamente a livello interazionale, come segnalava già Spitz (1962), osservando che i primi meccanismi di difesa del bambino hanno origine nell’ambito della sua relazione con la madre, determinando la struttura del suo carattere individuale. Dunque i pattern di attaccamento insicuro sono considerabili delle strategie difensive adottate dal bambino nei confronti della inaccessibilità emotiva della madre, comportando un’alterazione dei suoi stati attentivi, emozionali e rappresentazionali circa le relazioni di attaccamento. Cassidy (1999) articola queste tesi, concependo i pattern di attaccamento come specifici stili di comunicazione e regolazione emotiva che il bambino costruisce in relazione alle figure di attaccamento, adattandosi alla disponibilità emotiva dimostrata da queste ultime.  In questa prospettiva l’attaccamento sicuro corrisponde alla capacità del bambino di comunicare apertamente ogni emozione, positiva e negativa, a un caregiver percepito come emotivamente disponibile, mentre gli altri tipi di attaccamento implicano una restrizione di tale capacità. L’attaccamento insicuro evitante sembra, infatti, comportare una rilevante riduzione dell’espressione delle emozioni che il bambino rivolge al genitore, sia positive che negative, con la finalità di prevenire ulteriori rifiuti da parte di un caregiver sperimentato come non responsivo.  D’altra parte l’attaccamento insicuro ambivalente appare invece enfatizzare nel bambino l’espressione di emozioni soprattutto di segno negativo, finalizzate a mobilitare l’attenzione del caregiver emotivamente indisponibile. Un discorso più complesso riguarda l’attaccamento disorganizzato, in cui sono presenti comportamenti contraddittori, stereotipie, movimenti asimmetrici, congelamento o immobilità nella riunione col caregiver. In questi casi l’espressione comportamentale assolutamente priva di uno scopo osservabile, di una motivazione intenzionale o della possibilità di realizzare un comportamento finalizzato, rappresenta una rottura delle strategie organizzate per affrontare lo stress e regolare lo stato emotivo (Main, Hesse, 1990,1992).Le conseguenze a lungo termine di una rottura della strategia di regolazione affettiva, come quella presente nell’attaccamento disorganizzato, sembrano essere una difficile gestione dello stress e delle emozioni negative, attestate dalla presenza perdurante di elevati livelli di cortisolo nella saliva e dall’aumento della frequenza dei battiti cardiaci ben oltre il tempo di esposizione allo stress (van Ijzendoorn, Schuengel, Balermans-Kranenburg, 1999).

 

 
Bibliografia

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  • Cassidy J., Shaver P.R. (a cura di) (1999), Manuale dell’attaccamento. Teoria, ricerca e applicazioni cliniche, Roma, Fioriti, 2002.
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  • Weinberg M.K., Tronick, E.Z. (1996), Infant affective reactions to the resumptions of maternal interactions after the still face, Child Development, 65, 905-914.  

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