Attaccamento ed Esiti Psicopatologici nell’Infanzia e nell’Età Adulta

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Attaccamento e psicopatologia nell’infanzia

Un numero consistente di ricerche ha indagato la continuità dei modelli di attaccamento nell’infanzia e i comportamenti adattativi o disadattativi associati ad essi. Negli ultimi anni gli studi effettuati hanno indagato l’adattamento e il funzionamento psicosociale durante lo sviluppo in relazione all’attaccamento e hanno evidenziato che l’attaccamento sicuro ad un anno di età è correlato ad un’affettività positiva e alla capacità di persistere nelle situazioni di problem solving, a due e tre anni ad una maggiore fiducia in sé stessi e un miglior adattamento nella scuola materna, a quattro e cinque anni ad una minore dipendenza, maggiore competenza e abilità nella risoluzione dei conflitti (Kochanska, 2001). Le strategie comportamentali ed emozionali associate ai modelli di attaccamento insicuro costituiscono invece un contesto di minor adattamento per lo sviluppo infantile sebbene vi siano scarse correlazioni tra attaccamento insicuro ed esiti psicopatologici in età prescolare e scolare, eccezion fatta per i campioni ad alto rischio psicosociale. In tali studi la condizione di rischio psicosociale, quale l’estrema povertà, il genitore singolo, il contesto familiare disgregato, fattori come la depressione materna, contribuiscono sia a creare fattori predisponenti per lo sviluppo di un attaccamento insicuro, sia a funzionare come ulteriori fattori di rischio (Lyons-Ruth et al., 1990). Gli esiti degli studi clinici sono piuttosto eterogenei: nel Minnesota Parent-Child Project (Egeland e Sroufe, 1981) risulta una significativa correlazione tra attaccamento insicuro nell’infanzia e sintomi clinici in età scolare, tra cui conflitti con i pari, variabilità del tono dell’umore, aggressività e sintomi esternalizzanti (Erickson, Sroufe e Egeland, 1985); gli studi di Lyons-Ruth (1987, 1990) riportano dati significativi in cui la depressione materna, associata a un attaccamento insicuro-disorganizzato, predisporrebbe a comportamenti ostili e disturbi esternalizzanti in età scolare, mentre associata a un attaccamento insicuro-evitante sfocerebbe in sintomatologie internalizzanti; infine la ricerche di Greenberg (1993) mostrano un’associazione tra attaccamento insicuro-evitante o insicuro-disorganizzato e disturbi della condotta. In tutti questi studi un attaccamento sicuro rappresenterebbe un importante fattore protettivo per lo sviluppo. Si può concludere che da un punto di vista teorico le strategie di attaccamento insicuro predispongano a disturbi esternalizzanti (aggressività, comportamenti delinquenziali) e internalizzanti (ritiro sociale, ansia) ma le ricerche in merito non indicano esiti specifici associati a particolari tipi di insicurezza. È dunque possibile ritenere che l’attaccamento insicuro rappresenti un fattore importante ma aspecifico per l’aumento del rischio di numerose forme di psicopatologia in campioni in cui siano presenti altri fattori di rischio. 

 

Attaccamento e psicopatologia nell’età adulta

Si distinguono due grandi aree di ricerche empiriche volte ad indagare la relazione tra attaccamento ed esiti psicopatologici nell’età adulta: quella degli studi longitudinali (Carlson, 1998) che hanno seguito il percorso evolutivo dall’infanzia all’età adulta, e quella degli studi che hanno indagato lo stato della mente relativo all’attaccamento attraverso strumenti quali l’Adult Attachment Interview (George, Kaplan e Main, 1985) o questionari self-report. La prima area, data la complessità della ricerca, è rappresentata da pochi studi dai quali è possibile evincere una specificità dell’attaccamento ambivalente per lo sviluppo di disturbi d’ansia (Warren et al., 1997) e dell’attaccamento disorganizzato per sintomi dissociativi (Carlson, 1998). La correlazione riscontrata in questi studi è supportata da un “similarità fenotipica” di questi fenomeni e la qualità delle esperienze di accudimento che si ipotizza siano alla base sia dell’attaccamento ambivalente che dei disturbi d’ansia (cure incoerenti) (Cassidy, 1995), così come alla base sia dell’attaccamento disorganizzato che dei sintomi dissociativi (esperienze di abuso) (Caviglia, 2003). Le ricerche effettuate attraverso l’AAI o questionari self-report appaiono certamente più numerose ma anche più contrastanti, tuttavia si può delineare un quadro teorico che vede nelle strategie minimizzanti (evitanti- distanzianti) una predisposizione ai disturbi esternalizzanti e nelle strategie amplificanti (ambivalenti- preoccupate) una predisposizione ai disturbi internalizzanti. Le ricerche suggeriscono un’associazione significativa tra attaccamento Preoccupato e disturbo di personalità borderline (Fonagy, Steele, Steele, Leigh, Kennedy, Mattoon, Target e Geber, 1996) e modesta con le forme internalizzanti dei disturbi d’ansia e della depressione. Diversamente dalle forme di attaccamento insicuro-evitante e insicuro-ambivalente, l’attaccamento disorganizzato risulta essere associato con maggiore frequenza a forme specifiche di psicopatologia (Liotti, 1999). Le ricerche longitudinali (Carlson, 1988) e gli studi che hanno indagato lo stato mentale relativo all’attaccamento nell’infanzia (Fonagy et al. 1996) sembrano essere in accordo con l’ipotesi che l’attaccamento disorganizzato nella prima infanzia possa essere un predittore significativo dello sviluppo di sintomi dissociativi.

 

Studi sulla trasmissione intergenerazionale

Nell’ambito del lavoro di metaanalisi, van IJzendoorn (1995) ha analizzato un ampio numero di studi, precisamente 18, circa la trasmissione intergenerazionale dello stile di attaccamento, alcuni in riferimento alla diade madre-bambino, altri (solo 4) riferiti al padre. L’autore ha riscontrato buoni livelli di correlazione tra lo stile di attaccamento Sicuro del genitore e Sicuro del bambino e lo stile Distanziante del genitore e quello Evitante del bambino, mentre i dati sono meno incoraggianti per quanto riguarda l’analogia tra lo stile Coinvolto del genitore e quello Ambivalente del bambino che non sembrano accordarsi significativamente tra loro. In sintesi, le ricerche citate riscontrano che una madre con uno stile di attaccamento sicuro tenderà ad avere un bambino anch’esso sicuro, così come una madre con attaccamento evitante avrà un bambino con il medesimo stile di attaccamento; non appare invece confermata l’associazione tra lo stile di attaccamento Coinvolto della madre e quello Ambivalente del bambino. Gli autori interpretano le similitudini riscontrate tra lo stile di attaccamento materno e la qualità dell’attaccamento del bambino nei confronti della madre, come l’espressione di una continuità nelle caratteristiche qualitative dei modelli operativi interni dell’attaccamento dell’adulto che vengono riproposte al bambino attraverso i comportamenti di cura della madre: in particolare la sensibilità e la responsività. Tali costrutti descrivono due aspetti fondamentali del caregiving: la sensibilità con cui la madre è in grado di leggere accuratamente i segnali del bambino nella loro unicità, adattandosi flessibilmente a essi; la responsività, riguarda la capacità dell’adulto di rispondere ai segnali in modo appropriato al momento, alla situazione e allo stadio evolutivo in cui il piccolo si trova (George, Solomon, 2002). Nell’insieme, tuttavia, questi studi seguono un principio di trasmissione diretta della rappresentazione materna dell’attaccamento nell’infanzia che di fatto oggi appare superato da una serie di riflessioni teoriche e di verifiche empiriche che “relativizzano” la continuità della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento.  Come suddetto,vi è un numero piuttosto esiguo di ricerche che hanno indagato la trasmissione dell’attaccamento padre-bambino; inoltre, tali studi hanno riscontrato bassi livelli di accordo tra lo stile di attaccamento paterno e quello del bambino, inferiori a quelli evidenziati con la madre, spingendo alla conclusione che quest’ultima costituisce la figura di attaccamento più rilevante per il piccolo, almeno nel primo anno di vita ( Howes, 2002). I 4 studi riguardanti il padre, presenti nella meta-analisi di van IJzendoorn (1995), hanno confermato un più alto grado di accordo tra la sicurezza del genitore e quella del bambino e minore accordo tra le altre categorie: in altre parole, è più probabile che un padre con un attaccamento sicuro abbia un bambino anch’esso sicuro nell’attaccamento sviluppato con lui a 18 mesi, mentre padri con attaccamento insicuro hanno minori probabilità che il figlio stabilisca un attaccamento dello stesso tipo nei loro confronti. Questi dati da un lato, enfatizzano il ruolo della sicurezza come una caratteristica particolarmente implicata nel processo di trasmissione: sia per la madre, sia per il padre i livelli di accordo nella trasmissione al bambino sono sempre più elevati per la categoria di attaccamento sicuro. C’è anche da ricordare che, in genere, tale categoria è la più numerosa all’interno dei gruppi studiati e quindi quella che ha un peso maggiore nelle analisi dei dati, contribuendo a rinforzare il livello di associazione tra le variabili; inoltre si avvalora l’idea che il modello della continuità lineare tra lo stile di attaccamento del genitore e quello del bambino non è completamente esaustivo nel descrivere e spiegare il meccanismo della trasmissione intergenerazionale che si mostra come un processo assai più complesso e influenzato da molteplici fattori (cfr. van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 2005). La trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento è stata originariamente definita e studiata secondo un modello a causalità lineare, secondo cui le esperienze di attaccamento precoci del genitore determinerebbero, attraverso le rappresentazioni interne, i comportamenti di accudimento (sensibilità e responsività) nei confronti del bambino e, di conseguenza, le esperienze (e quindi la qualità) di attaccamento del piccolo. Le esperienze di attaccamento precoci del genitore costituirebbero perciò la base per la costruzione di rappresentazioni in grado di orientare i suoi comportamenti di accudimento nei confronti del bambino e di strutturare le esperienze di attaccamento del piccolo. Questa visione enfatizza gli aspetti di continuità nel corso della vita, senza tenere sufficientemente conto delle discontinuità provocate nello sviluppo dai cambiamenti evolutivi, esperienziali o ambientali a cui gli individui sono sottoposti (van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 1997). In effetti, la continuità tra le esperienze individuali precoci di attaccamento e i successivi comportamenti genitoriali di accudimento del bambino può venire interrotta da una serie molteplice di fattori. Bowlby stesso (1980) riconosceva il fatto che esperienze positive di attaccamento, anche successive all’infanzia, possono avere una funzione ristrutturante rispetto all’originaria esperienza di attaccamento con i genitori, a volte contribuendo a una trasformazione di attaccamenti insicura, per mezzo dello svolgimento di una funzione di “base sicura” da parte dell’altro relazionale. Il concetto di “base sicura” si riferisce al fatto che la persona si senta sicura di esplorare l’ambiente circostante o di intraprendere esperienze e relazioni nuove, ma faccia ricorso alla figura di attaccamento utilizzandola come una forma di “rifornimento” affettivo nelle situazioni di difficoltà, pericolo o insicurezza: il ricorso a una fonte di protezione e rassicurazione consentirà all’individuo di ripartire dalla propria base per una nuova esplorazione. Inoltre, il modello prevede una presunta corrispondenza diretta tra la qualità di attaccamento delle rappresentazioni dell’adulto (soprattutto la madre) e la qualità dei comportamenti di cura, in particolare la sensibilità e la responsività, attuati con il bambino. In realtà, come abbiamo già evidenziato in precedenza, i risultati di alcuni lavori di meta-analisi di comparazione tra la valutazione delle rappresentazioni dell’attaccamento materno tramite l’AAI (George e al., 1985) e le misure di valutazione della sensibilità materna, mettono in evidenza una corrispondenza assai limitata (van IJzendoorn, 1995; DeWolff, van IJzendoorn, 1997). Tali risultati suggeriscono l’esistenza di un territorio ancora sconosciuto nell’ambito della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento che van IJzendoorn (1995) definisce the transmission gap, indicando come solo una parte della corrispondenza tra lo stile di attaccamento materno e quello del bambino sia spiegabile in base agli aspetti rappresentativi e ai comportamenti di accudimento messi in atto dal caregiver, e come il processo completo della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento rimanga in gran parte non spiegato (van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 2005). Un tentativo di superamento di tale impasse teorica ed empirica viene proposto da van IJzendoorn e Bakermans-Kranenburg (1997) attraverso una prospettiva contestuale della trasmissione intergenerazionale al cui interno s’inseriscono dei fattori che potrebbero funzionare da mediatori nel processo di trasmissione tra adulto e bambino. Tra questi osserviamo:  

  • la presenza di esperienze di attaccamento successive e alternative a quelle infantili che possono avere un ruolo nella rielaborazione dei modelli di attaccamento e nella ristrutturazione del proprio passato relazionale;
  • il supporto familiare e sociale reale e/o percepito dal genitore, il quale può avere una importante influenza sulle modalità con cui l’adulto si prende cura del bambino;
  • la qualità della relazione di coppia, come fattore di mediazione rispetto alla qualità delle cure e al benessere percepito dai partner come individui e come genitori;
  • le condizioni più generali entro le quali si verifica l’accudimento dei bambini;
  • infine, ma non ultime, le caratteristiche del bambino, sia in termini fisici, sia per ciò che concerne il temperamento e il suo sviluppo nel tempo.

 

Conclusioni

La teoria dell’attaccamento è chiamata ad assumere una prospettiva multifattoriale entro la quale collocare la valutazione dei modelli rappresentazionali dell’attaccamento adulto, l’osservazione delle modalità con cui il genitore si prende cura e protegge il bambino nelle prime fasi della vita e la qualità dell’attaccamento sviluppato a sua volta dal piccolo: a questo proposito, il modello proposto da Belsky (1984) sulla complessità dei fattori di influenza nello svolgimento del parenting appare una visione quanto mai attuale per lo studio e la comprensione dei processi connessi alla genitorialità, l’attaccamento e lo sviluppo. L’idea proposta dall’autore sposta l’approccio da una visione lineare a una circolare entro la quale i vari fattori di influenza vengono considerati e studiati nel loro ruolo diretto di mediatori e, infine, per ciò che concerne la retro-azione che ognuno di essi può avere nel modificare il funzionamento di ognuno degli altri. Di qui l’interessante proposta di considerare la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento come un processo composito.

 

 

Bibliografia

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Emanuela Laquidara

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