Il rapporto tra psicoanalisi e letteratura


In questi ultimi anni, si è sviluppato un processo di interazione tra cervello, mente, inconscio e arte che ha portato alla nascita di una scuola di pensiero chiamata “neuroetica emotiva”. Una nuova disciplina  che tenta di coniugare l’arte, la letteratura e la psicoanalisi con le neuroscienze.

Invero, nel corso dei secoli molti filosofi hanno esaminato il ruolo dei processi mentali inconsci nella vita psichica. Prima Platone, poi Schopenhauer e Nietzsche hanno scritto sull’inconscio. Da parte sua, Freud, che ha fornito uno straordinario contributo sul rapporto tra psicoanalisi e arte, ha quale obiettivo principale quello di scoprire i contenuti dell’inconscio e interpretare la genesi e la natura dell’attività creativa.

Nello studio su Leonardo da Vinci, Freud approfondisce le questioni riguardanti le pulsioni e la fase edipica, al fine di analizzare la creatività artistica e le relazioni esistenti tra la vita e l’opera dell’artista. E scopre che gli individui non solo “ospitano” sentimenti erotici inconsci, ma anche pulsioni aggressive dirette sia contro se stessi sia contro gli altri. Egli chiamerà “pulsione di morte” (Thanatos) questi impulsi così profondi ed oscuri.

L’indagine sulla creatività richiede studi che procedano in parallelo con una varietà di prospettive diverse, essendo essa qualcosa di estremamente difficile tale da assumere forme differenti che stiamo appena iniziando a comprendere.

L’accento della psicoanalisi è messo, come concorda Ellen Spitz, sul conflitto, sull’analisi delle pulsioni, sulla costellazione edipica e sull’ Io. Punto di partenza è quello di sottolineare che gli aspetti del processo creativo non sono “affatto sotto il controllo cosciente dell’artista”. Il compito principale dunque della psicoanalisi è di scoprire “la struttura inconscia” di un’opera d’arte (Dalton).

L’arte infatti è considerata una “proiezione” dello stato mentale dell’autore, espressione di stati psichici e di “primitive pulsioni psichiche” (Freud). Il romanzo diventa pertanto la mente e il cuore dell’artista. Un artista ipersensibile, fragile, posseduto, secondo il concetto platonico dell’invasamento dell’artista, la cui attività è “ associata” a condizioni di intensa emozione, stati alterati di coscienza, sofferenza, malattia o sentimento. Un’opera d’arte riflette i moti dell’animo del poeta e i suoi conflitti interni, ma anche il mondo esterno (Abrams), attingendo alle sorgenti più profonde e ai segreti più nascosti dell’essere umano, creando, come il gioco infantile, un mondo illusorio e di finzione (Freud).

Sul rapporto tra mente, arte, letteratura e psicoanalisi ci sono innumerevoli contributi nel solco tracciato da Freud e successivi autori. Un prezioso apporto al riguardo è costituito dal libro di Carlo Di Lieto “L’ ‘io diviso’. La letteratura e il piacere dell’analisi” (Marsilio Editori 2017). Molti gli autori trattati, da Dostoevskij a Proust, Kafka e Rimbaud a Tasso, Baudelaire, Joyce, Gongarov e altri. Con alcune, veloci pennellate, cerchiamo di rappresentare il mondo di questi classici della letteratura.

Miguel de Cervantes (1547) descrive nelle sue opere il sentimento tragico del destino umano e la pazzia, fornendo molteplici elementi dell’io diviso, in relazione alla frantumazione della personalità di Don Chisciotte, un personaggio in cui confluiscono le fantasie inconsce dell’autore. Nel “Don Chisciotte” trovano spazio il tema della “lucida pazzia”, il rapporto tra salute e malattia, visionarietà e saggezza. Don Chisciotte e Sancio Panza esprimono due “opposte personalità”: l’utopistico-letterario, con i “connotati della psicopatologia” e il prosaico, piatto comportamento della realtà quotidiana.

Fedor Dostoevskij (1821) è uno scrittore “squisitamente psicologico”, in quanto scava i segreti, i sentimenti e le pulsioni più profonde e oscure dell’animo umano. Emerge un mondo “squallido e senza speranza” in cui convivono un io diviso, il dolore, il rimosso, l’espiazione, la pulsione di morte. L’uomo è un “uomo malato, un essere maligno, depravato”. Visto nel suo mondo interiore, dal di dentro, appaiono la sua malattia e la sua angoscia, insieme con bassezza e grandezza, orgoglio e modestia, sadismo e masochismo, esaltazione e disperazione.

L’analisi, o meglio l’autoanalisi di Dostoevskij, cerca di cogliere i territori misteriosi dell’inconscio, il lato oscuro dell’uomo, nonché le lacerazioni della coscienza moderna. Appare una concezione dell’uomo aperto in direzione dell’io, del sacro, del trascendente. Una ricerca letteraria, psicologica e metafisica che vede nella ontologica finitezza dell’uomo la presenza del divino, di Dio. Una concezione che si pone al centro della riflessione filosofica del Novecento.

Robert L. Stevenson (1850). Nel suo volume “Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hide”, definito un “racconto demoniaco”, l’autore affronta il problema dello sdoppiamento della personalità tra normalità e follia. L’uomo- dice- non è unico, bensì “duplice”, un sistema di entità “multiformi”. L’io ha in sé personalità multiple, che vivono dentro ognuno di noi. Nell’individuo c’è poi il demone del male.

Marcel Proust (1871). Con la sua opera la “Recherche”, egli compie un percorso psicologico scandito dalla magia del ricordo. La sua vita interiore diventa un tempo “perduto” e “ritrovato”, ovvero il disagio esistenziale della sua vita. La sua è un’analisi interminabile alla ricerca dei fantasmi dell’inconscio e dell’io profondo. La felicità, per Proust, è nel ricordo della sua vita e del sua malattia, dove convivono la pulsione di vita (Eros) e la pulsione di morte (Thanatos). La sua opera è il grande affresco di un malato, sollievo e rimedio alle malattie del corpo e dell’anima.

Frans Kafka (1883).  Un’esistenza, quella del “profeta dell’angoscia”, trascorsa in una condizione di impiegato e di malattia, riscattata soltanto con l’attività letteraria concepita come passione totale.

I suoi libri sono la confessione di un’autoanalisi nella quale convivono una molteplicità di sintomi, come il malessere profondo di un io diviso, allucinazione, delirio, vuoto dell’assenza, senso di colpa, crisi metafisica.  Per Kafka, solamente una pulsione di morte può “redimere” il vuoto e il fallimento esistenziale della vita. Il suo è un mondo popolato da “demoni invisibili”, che lottano contro l’uomo per annientarlo.

Torquato Tasso (1544). Una vita  “turbinosa e rocambolesca”, segnata dalla morte di un padre protettivo e rassicurante, che lo porterà a vivere in uno stato abbandonico e in un malessere esistenziale, una condizione che diventerà “cronica” per il resto della sua esistenza.

Un poeta tormentato dal male oscuro della depressione, dall’ipocondria, dalla nevrosi e da una “lucida follia” (Leopardi). Egli percorre un itinerario emotivo, mentale e letterario contrassegnato da un “divino lirismo”, da una poesia introspettiva, ricca di pathos, nuova, classica e diversa, che lo rende un “genio”, un poeta moderno.  Per lui, la poesia diventa uno strumento di autoanalisi e un archetipo della tragica condizione umana, mentre la nevrosi è malattia dell’anima, il sintomo di un io diviso. L’unico sollievo per la sua instabilità mentale e la sua lacerazione interiore e sofferenza è rappresentato dalla religione, che crea in lui speranza e fiducia nella vita e nell’arte.

Alessandro Manzoni (1785). Un animo inquieto e tormentato, afflitto da nevrastenia, epilessia, crisi di panico, svenimenti improvvisi, fobie. Una “follia larvata”. Egli rientra- scrive Andrea Zanzotto- in una “dinastia” di ossessivi e fobici, da Paolo a Torquato Tasso a Pascal.

La sua personalità è dominata dal complesso edipico e dalla fantasia inconscia di unione con la madre. L’eroe della paura, don Abbondio, è lo stesso Manzoni, il quale nutre una particolare predilezione psicologica per Gertrude. Che soffre di narcisismo isterico e di schizofrenia con tracce di “nevrosi demoniaca”.  Egli trova  nella dimensione morale e religiosa il sostegno e il conforto ai suoi mali psichici.

Charles Baudelaire (1821). Un’esistenza tumultuosa, disordinata, ribelle e inquieta. Un “poeta maledetto”, che sprofonda nell’ “alcolica stravaganza”, e in uno stato di  depravazione e perversione. La sua desolante angoscia trova conforto nella poesia, vista come liberazione e purezza primigenia, e nella disperata evasione dei “paradisi artificiali”.

L’attenzione al torbido sottosuolo dell’io  fa emergere il fondo dell’inconscio e il tema della malattia mentale. Nel disgusto assoluto del mondo, c’è la raffigurazione del male, la cui discesa porta all’inferno di se stesso senza alcuna speranza di redenzione. Droga e poesia evocano immagini e sensazioni esaltanti in Baudelaire, il quale riesce a trasformare la vita in non-vita, in morte.

Luigi Pirandello (1867). La sua opera proietta un’esistenza vissuta come un sogno, mentre la realtà assume una dimensione “mitico-simbologica”. Il mito è un elemento di denuncia che ha il mandato di mostrare l’inconoscibilità del mondo. E’ il dramma dell’individuo che vive la sua solitudine in una realtà che gli è estranea. L’immaginazione artistica serve a sfuggire allo spettro della nevrosi ossessiva. L’approdo si risolve in una condizione di nichilismo disperato. Tra l’io e l’altro c’è dissociazione. La crisi dell’io è totale.

Gustave Flaubert (1821). La sua opera, per la critica, rappresenta il paradigma di riferimento della nuova scuola del realismo, mentre la figura di “Madame Bovary” è l’immagine di una donna che, inappagata dall’insopportabile vita quotidiana, cerca con la morte di sottrarsi a un’esistenza avvilente, inutile e mediocre. Per indicare una condizione di frustrazione e di insoddisfazione emotiva ed affettiva fu coniato il termine bovarismo,  nel solco di un atteggiamento che porterà Flaubert a riflettere sulla “incurabilità” della “bestialità umana” e sulle rovine che essa può produrre per il futuro dell’uomo.

La sua vita è segnata dal “male oscuro” della malattia mentale, con fasi alterne di depressione ed esaltazione. “Madame Bovary” è in sostanza, come sottolinea   Thibaudet, “una biografia della vita umana”. E’ la tendenza di tutti a sognare la felicità illusoria.

Ivan A. Gongarov (1812). Autorevoli studiosi hanno scritto che egli è “il solo fra gli scrittori moderni, che si avvicina all’ideale dell’arte pura”. Un poeta-artista la cui opera lo introduce nella storia dei classici della letteratura russa. I suoi personaggi hanno il mal di vivere, sono affetti dalla “malattia della volontà”, una condizione che genera malessere, disagio interiore, inerzia fisica e mentale. Essi vivono una non-vita, una pulsione di morte freudiana. La sindrome dell’inerzia e dell’apatia è l’espressione della malattia della “non-volontà” di Gongarov. E’ la fragilità del suo io a causare apatia, amore di pace, sorriso, inerzia.

Federigo Tozzi (1883). La sua opera anticipa le lacerazioni della coscienza e della crisi dell’uomo del Novecento. Nei suoi personaggi, si riflettono i suoi tormenti interiori, il senso della sua inadeguatezza e inettitudine, e i traumi infantili subiti. Affiorano evidenti sintomi nevrotici e un io-diviso, che esprimono incapacità di vivere e una pulsione autodistruttiva. Chiuso nel recinto della noia e della nevrosi, il suo malessere diventa il rifugio di un essere incapace di rapportarsi con il mondo, le persone, la realtà. La sua condizione di malato lo conduce alla dissociazione dell’io. Tozzi, come Dostoewschij e Proust, racconta le pulsioni che provengono dall’inconscio, in una condizione di angoscia esistenziale che esprime il vissuto di un individuo frustrato, il senso della non-vita.

Arthur Rimbaud (1854). Una personalità complessa e straordinaria, una intelligenza definita “un fenomeno d’ordine sovrumano”. Una vita errabonda, un comportamento ribelle, un uomo senza scrupoli, cinico, avaro, irrequieto, impulsivo. Un genio dissacrante, bello e capriccioso, assassino e stupratore, pederasta e violento. La doppia personalità di un soggetto isterico, che porta con sé la “ferita mortale” che è tra l’arte e la vita.

Rimbaud è un “poeta-veggente” che attraversa, come egli scrive, “un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi”. E’ sempre alla ricerca di un io profondo, che rivela un acuto disagio mentale. Genio e sregolatezza. Un io-diviso, frantumato, un io doppio, una mente dissociata.

Virginia Woolf (1882). In lei, il peso della sfera emotiva ed inconscia diventa particolarmente “acuta e penetrante”. Viene infatti descritta come schizofrenica o soggetto bipolare e sempre alla ricerca del lato oscuro della propria anima e dell’inquieto sentire del suo io profondo. La sua non-vita è attraversata da uno stato di angoscia, uno scompenso psichico  nell’abisso della depressione. Fatto che la porterà al suicidio.

Si tratta di una lacerante sofferenza interiore che  diventa “epifania” del dolore della condizione umana. In una sorta di autoterapia, la Woolf “materializza” la malattia mentale, descrivendola nei suoi libri. La follia diventa così una metafora dell’esistenza umana,il paradigma della pulsione di morte e della sua creazione artistica. Come direbbe Jaspers, è l’angoscia dell’esserci.

James Joyce (1882). La sua opera rappresenta un rilevante contributo alla narrativa del Novecento, aprendosi all’inconscio e alla tecnica del “monologo interiore”. Nel passaggio dalla fiducia nel razionale al “rifugio nell’irrazionale”, la letteratura diventa crisi esistenziale dell’ io-diviso, frammentazione di un io proiettato verso il “nulla” (Scholes). “Ulisse”, definito dalla Woolf un libro che “brilla per la sua indecenza”, è un monologo torrenziale lungo un flusso di coscienza “per nulla trasparente”. Il personaggio è “l’emblema di un mondo in crisi ed è il ritratto di una mediocre vita quotidiana con le sue infinite sconfitte e delusioni e con il rifiuto delle istituzioni, Patria, Famiglia e Chiesa, in cui non si riesce più a porre nessuna speranza, consegnando l’uomo a una storica solitudine esistenziale”.  Nelle avventure di Ulisse si compendia in sostanza il mistero e il senso tragico della condizione umana.

A nostro giudizio, questi autori hanno in comune molteplici elementi, come un io-diviso, lacerato e frantumato, il senso dell’angoscia e della solitudine esistenziale, l’esplorazione dell’inconscio, la nevrosi, l’esistenza di una pulsione di morte, distruttiva ed autodistruttiva, una personalità scissa, e il demone del male presente nel mondo. L’unico conforto è rappresentato dalla scrittura. In alcuni scrittori, pensiamo a Torquato Tasso, Dostoevschij e Manzoni, appare  anche la dimensione del sacro, del trascendente e di Dio. Un bisogno che riesce a creare nel loro animo un senso di fiducia e di speranza sia nella vita e che nell’attività artistica.

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Guido Brunetti

Guido Brunetti vive e lavora a Roma. Ha tenuto lezioni nelle Università di Roma, Lecce e Salerno. Ha esercitato attività sanitaria nella cura delle malattie mentali come libero professionista e presso istituzioni pubbliche e private. Ha svolto altresì attività nel Ministero di Grazia e Giustizia, Tribunale di Roma e Presidenza del Consiglio dei Ministri.
E’ autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche che spaziano nei più diversi campi delle neuroscieze, della psichiatria e della psicoanalisi. Il professor Raffaello Vizioli, neuroscienziato di fama mondiale, ha definito Brunetti un “umanista- scienziato” e uno “scrittore completo”. Un altro scienziato, Edoardo Boncinelli, ha dichiarato che Brunetti “è uno dei pochi autori capaci di scrivere un libro sul cervello, la mente e la coscienza”.
Collabora alla “Rivista di psichiatria” e a “Formazione psichiatrica”.

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