Come Imparammo a Parlare

Come Imparammo a Parlare

Quale profondo senso umano può emergere da una ricerca sul linguaggio che si proponga di porre nell’alveo della razionalità e della scienza, secondo un’impostazione darwinista, quegli enti ingannevoli e ambigui che sono le parole? Come far emergere l’uomo dal primate? Lo psicanalista non ha dubbi: grande è il segreto, grande il tabu, grandi sono le forze impiegate dalla rimozione per celare e nascondere; grande, insopportabile il senso di colpa connessa, immenso infine il bisogno di espiare col lutto questa colpa. L’umanità, la specie animale che conosce, non ha forse usato, e talvolta sprecato, le sue più vive ed intense energie psichiche per espiare questa sua colpa di superbia : quella di conoscere e di voler conoscere, usando gli strumenti del linguaggio e della parola? Non è questo forse quel biblico peccato di superbia , il desiderio di conoscere il bene e il male, che definitivamente ci ha esclusi dal paradiso dell’inconsapevolezza animale, e dal benevolo sguardo del creatore dei mondi? Non è proprio per questa capacità misteriosa di possedere le idee e le parole che ci siamo distaccati dal flusso oblivioso dell’ordine primatico naturale, e abbiamo tentato la strada della consapevolezza ? Dunque cercare un meccanismo razionale che fondi le parole, e con esse le Forme universali e la dialettica dello Spirito, è un’operazione tanto altamente emotiva, che in qualche modo, se riuscita, richiede che se ne faccia lutto, come certo affermerebbe Racamier : un lutto espiatorio di questo nostro peccato originale, del sacrificio della nostra istintività, e della nostra animalità a favore delle istanze neo-nate, che sono parole e idee , un lutto per il quale le religioni hanno creato infinite formule sacrificali, e del quale il pensiero laico e illuminista non vuol sentir parlare, sia pure portando, con le sue amnesie, la coscienza degli uomini moderni verso una sorta di perversa disperazione. Il pensiero laico e giacobino non ha infatti antidoti contro questo lutto e si vieta di scavare nel profondo: perfino la necessaria confessione delle colpe, implicita nella pratica della psicanalisi, lo indispone, tanta è l’immotivata superbia, che, come vero peccato originale, circola ovunque. Perciò l’operazione di ricercare le fonti del senso e della razionalità delle parole e la strutturazione delle lingue addirittura nell’istintività animale e primatica dell’uomo è un’operazione sconsigliabile a chi la tenta: ma poiché essa rappresenta la mia vera ricerca da oltre un trentennio, da quando cioè riconobbi nel parlare ripetitivo degli schizofrenici catatonici una sorta di significatività pre-verbale, intensamente istintiva, non rinuncerò a presentarla, pur infrangendo il tabu cui siamo soggetti, in quanto animali parlanti e razionali, ed attirandomi così una già prestabilita vendetta. L’idea che i nostri complicati rapporti di civili moderni si basano unicamente sul riconoscimento delle nostre espressioni facciali-orali, come se non fossimo altro che scimmie, non può certo essere gradita ai più. Ma possa almeno questa operazione di disvelamento dei modi con cui il sensoriale si trasformò in immaginale ed infine in spirituale, possa questa emersione dal profondo archetipico della specie alle realtà dello spirito, ricondurre il nostro inespiato senso di colpa verso una più facile accettazione.

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Tullio Rizzini

neurologo,psichiatra,psicanalista, ricercatore univ. modena, neuroliguista

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