Coscienza, Consapevolezza, Sogno e Simulazione


In questi anni ho pensato molto alla questione della consapevolezza e dunque della coscienza. Ho letto un articolo di Federico Faggin su Mondo Digitale dal titolo “Sarà possibile fare un computer consapevole?”,  il quale mi ha spronato a scrivere questo mio di articolo. Invito tutti a cercare in rete l’articolo di Faggin, noto personaggio del mondo dell’informatica, inventore del microprocessore e nostro connazionale.

L’ultimo libro che ho letto è stato “Mind Time”, di Benjamin Libet e anche lui, come Faggin, mette l’accento sulla consapevolezza. Riporto quanto scritto a pag.17 dell’edizione italiana edita da Raffaello Cortina:

“Mi sembra, quindi, che non ci sia nessuna necessità di inventare diversi tipi o categorie di coscienza o di esperienze coscienti per spiegare i vari tipi di esperienza. La caratteristica comune in tutti i casi è la consapevolezza; la differenza sta nei diversi contenuti della consapevolezza”.

Giustamente la questione come sottolineano entrambi è il sentire, inteso non come l’udire ma come la capacità di provare qualcosa, di esperire.

Noi, non reagiamo in maniera asettica agli input del mondo esterno, non calcoliamo freddamente strategie di ragionamento, noi sentiamo. A noi fa un certo effetto, come direbbe Nagel, esser quel che siamo, essere nel mondo; siamo immersi e coinvolti in prima persona. Siamo degli esseri senzienti.

Perciò, nel mistero della coscienza, il sentire è centrale.

Allora cos’è questo sentire? E chi è che sente? C’è forse un omuncolo, un fantasma nella macchina che sente? È il nostro Sé che sente? C’è un nucleo della persona dentro la mente dell’individuo che di lavoro fa quello che sente, che esperisce qualcosa?

A ben guardare, sostanzialmente, il sentire è qualcosa che esiste solo dal punto di vista dell’osservatore interno. Dall’esterno, non c’è modo di dimostrare che noi, od un organismo qualunque, o un computer, sente, prova qualcosa e non sia viceversa solo un automa, un’accozzaglia di circuiti al silicio o biologici, programmato per dar l’idea che provi qualcosa.

L’autenticità del sentire può essere sentita, vissuta, provata solo in prima persona, ossia internamente all’organismo stesso che la prova. È questa la caratteristica fondamentale del sentire; è una proprietà ricorsiva, definita cioè in termini di istanze di sé stessa.

Si potrebbe scrivere un programma per computer talmente sofisticato da dar l’idea, ad un osservatore esterno, che comunichi con esso, che in realtà stia comunicando con un essere senziente, consapevole di ciò che dice. Un programma del genere potrebbe anche passare il test di Turing ingannando un essere cosciente circa il fatto di aver davanti un altro essere cosciente ma a mio avviso ciò non è una prova che quell’essere sia davvero cosciente e che provi qualcosa.

Daniel Dennett afferma che un computer programmato in maniera sufficientemente accorta e dettagliata riuscirà senz’altro a fare tutto questo, perché in fondo, per lui, la coscienza non è quel gran mistero che noi pensiamo che sia; si tratta solo di programmare le macchine molto meglio e molto meno superficialmente di come facciamo oggi.

Ad ogni modo essendo la consapevolezza una faccenda interna dell’individuo non so in che maniera potrebbe essere dimostrata la sua esistenza o meno.

Il superamento del test di Turing mi sembra alquanto debole come prova in quanto sappiamo quanto sia facile attribuire coscienza alle entità più disparate. Ad esempio a dei personaggi dei cartoni animati attribuiamo facilmente intenzioni e azioni guidate da uno scopo; immagino che i bambini credano pure che questi personaggi dei cartoni esistano ed abbiano una mente. Questo perché sono stati disegnati per dare esattamente quell’idea lì.

Perciò anche noi potremmo essere un’accozzaglia di zombie stupidi che fanno un sacco di lavoro a livello cognitivo, che eseguono un sacco di computazioni classiche e che ingannano così gli occhi degli osservatori esterni. E non solo, potrebbe essere pure che questo inganno sia perpetrato anche nei confronti di noi stessi, nel qual caso probabilmente ci attribuiremmo la consapevolezza e la coscienza di cui stiamo parlando.

Se così fosse, la coscienza sarebbe una illusione, un inganno posto in essere sia per ingannare gli altri che noi stessi, sarebbe l’analogo di un racconto che ci piace raccontare e che ci piace raccontarci; forse perché ha avuto un qualche vantaggio evolutivo.

Attribuirci intenzionalità e libero arbitrio ci potrebbe consentire di modificare i nostri comportamenti, se non quelli immediati qui et ora, almeno quelli del futuro prossimo; ci potrebbe cioè far percepire l’urgenza di una pianificazione, di una progettazione a medio-lungo termine riguardo a ciò che immaginiamo vorremmo essere.

Sappiamo quanto sia difficile reagire in modo non automatico nell’immediato (vedasi Libet) ma forse la consapevolezza come racconto di noi stessi a noi stessi potrebbe averci dato una scappatoia dalla trappola degli automatismi inconsci. Se ci raccontiamo quanto siamo stati poco adeguati in una certa situazione, c’è una buona probabilità che possiamo essere più adeguati nella stessa situazione ove si ripresentasse in futuro.

La consapevolezza potrebbe averci dato un barlume di libero arbitrio, sotto forma di azioni e comportamenti pensati sufficientemente prima nel tempo per essere proiettati ed attuati nel futuro, più o meno prossimo, in modo automatico. Come se ci stessimo autoprogrammando per l’avvenire.

Ma se la coscienza è un racconto che facciamo agli altri (agli altri Sé) e a noi stessi (al nostro Sé) allora cosa è, come è fatto questo Sé che crede di sentire qualcosa?

Un Sé che inganna Sé stesso rimarrebbe chiuso in un loop e forse si creerebbe una realtà interna dotata di profondità, di una terza dimensione, quella del sentito; quel mondo interno privato dentro cui il Sé, essendosi auto-intrappolato, potrebbe forse esperire qualcosa.

Dobbiamo infatti tener conto che a ben vedere, in realtà, noi non possiamo essere certi di sentirci dentro al mondo reale, molto più probabilmente ci troviamo dentro ad una simulazione. Quello che sentiamo proverrebbe da una simulazione del mondo costruita dal nostro cervello.

Per cui quando diciamo di esperire qualche qualità del mondo esterno, in realtà esperiamo le qualità delle entità che abitano la simulazione.

Ecco che quindi quando ci chiediamo cosa significhi essere coscienti e sentirsi esistere qui e ora in realtà dovremmo chiederci: qui dove? ora quando? in un luogo ed in un tempo della realtà reale?    A mio avviso no, assolutamente no.

La consapevolezza di esistere e di vedere un mondo attorno a noi sarebbe all’interno di un tempo e di un luogo immaginari, quelli costruiti dal cervello stesso; ossia dentro la nostra mente.

La coscienza va considerata relativamente alla realtà simulata, creata dal cervello.

Non possiamo parlare di coscienza della realtà ma di coscienza nel modello di realtà simulato.

Ma ogni teoria che sia valida deve poter fare delle previsioni.

Dunque se ciò che affermo relativamente alla coscienza è vero, allora in linea di principio si dovrebbe poter rendere cosciente un personaggio di un videogioco, in quanto sarebbe possibile renderlo senziente nel mondo simulato del videogioco stesso in cui possiamo pensarlo esser calato.

Allora se il personaggio simulato dentro un videogioco prova qualcosa come farei ad accorgermene? E se non può provare nulla cosa potrebbe mancare nella simulazione affinché possa provare qualcosa? Pacman, ad esempio, potrebbe provare una reale, autentica paura, provata in prima persona, mentre viene inseguito dai fantasmini? Cosa dobbiamo mettere nella simulazione di Pac Man affinché ciò avvenga?

Come possiamo rendere consapevole un robot di avere un braccio meccanico e di poterlo usare per fare alcune cose nel suo mondo immaginario? Possiamo rendere un calcolatore consapevole delle proprie risorse di calcolo e delle sue possibilità di agire nel mondo simulato in cui esso viene calato? Cosa manca alla macchina perché possa fare questo?

Una volta creato un mondo simulato, sarebbe possibile farlo percepire come reale dagli attori, anch’essi simulati, che lo abitano? Si potrebbe far loro percepire il sogno che essi sognano compresi loro stessi?

Coscienza, consapevolezza, sogno e simulazione di mondi potrebbero essere legati molto più di quanto si pensi. Certo è che la simulazione, quanto è più aderente agli aspetti della realtà reale che ci toccano da vicino, quanto meglio è; l’aderenza alla realtà è sempre qualcosa di positivo però forse, a ben vedere, noi non abitiamo la realtà ma una sua simulazione, viviamo in un sogno sognato ad occhi aperti.

 

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Massimiliano Cosmelli

Laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche ottenuta presso l’Università degli Studi di Genova e Laurea Specialistica in Psicologia in corso. Lavoro come programmatore in una ditta di IT genovese. Mi interesso di scienza in generale,
nel tempo libero scrivo alcuni articoli sulla mente e la coscienza.
Sono appassionato di retro-calcolatori e retro-programmazione.

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