La Demenza di Alzheimer

La Demenza di Alzheimer

Quadro clinico e terapie

Abstract:

La malattia di Alzheimer è una tra le più diffuse forme di demenza. A livello anatomo-fisiologico è caratterizzata da una progressiva morte neuronale ed atrofia del sistema nervoso centrale. I sintomi cognitivi mostrano un esordio lento e insidioso: una iniziale perdita di memoria per i fatti recenti e programmi futuri accompagnata da alterazioni del comportamento. Col progredire della malattia il deterioramento si aggrava coinvolgendo altre funzioni cognitive quali l’attenzione, il linguaggio e il ragionamento; le difficoltà sperimentate nella vita quotidiana diventano tali da richiedere un’assistenza continuativa. Nelle fasi più avanzate della malattia insorgono disturbi neurologici ed internistici che portano alla totale perdita di autonomia personale ed infine alla morte. Le terapie per il trattamento della demenza di Alzheimer possono essere suddivise in due grandi categorie. Le terapie farmacologiche, volte a rallentare il decadimento cognitivo e gestire i disturbi comportamentali e psichiatrici, e le terapie non farmacologiche, finalizzate alla stimolazione della abilità cognitive presenti, mantenimento dell’autonomia e accompagnamento nelle diverse fasi della malattia.

 

La demenza di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa caratterizzata da un progressivo  deterioramento cognitivo accompagnato da disturbi comportamentali e alterazioni di personalità. Da un punto di vista anatomo-fisiologico si assiste ad una  atrofia e morte neuronale a livello del sistema nervoso centrale. I segni più evidenti consistono in una riduzione del peso del cervello associata ad un’atrofia corticale che determina un allargamento dei solchi e un appiattimento delle circanvoluzioni cerebrali. Tale atrofia può essere globale oppure localizzata (lobi frontali o regioni temporo-parieto-occipitali). Si evidenziano inoltre depauperamento neuronale, placche senili e degenerazione neurofibrillare. Sul piano della sintomatologia cognitiva  l’esordio  è lento ed insidioso. Nelle prime fasi della malattia si manifestano principalmente deficit a livello di memoria anterograda di tipo episodico e di memoria prospettica accompagnati da alterazioni sonno-veglia, stati depressivi e accentuazione di alcune caratteristiche di personalità. Nella fase intermedia si assiste ad un aggravamento dei deficit di memoria che coinvolgono ora anche quella retrograda e semantica, deficit nell’orientamento spazio-temporale, disturbi del linguaggio (più frequenti sono le anomie), disturbi del gesto, agnosia visiva, aprassia costruttiva ed ideativa, deficit nelle funzioni esecutive, difficoltà attentive e di scrittura. Tali sintomi cognitivi sono spesso accompagnati da disturbi comportamentali e dell’affettività, agitazione, deliri e allucinazioni. In fase avanzata i deficit cognitivi diventano sempre più diffusi e gravi, subentra l’apatia o nei casi più rari disinibizione e irritabilità. Col progredire della malattia si passa da una sintomatologia neuropsicologica-psichiatrica ad una neurologica-internistica caratterizzata da  crisi epilettiche, atassia e difficoltà di deambulazione fino ad arrivare alla completa dipendenza del paziente dall’esterno. I  principali fattori di rischio nell’insorgenza della demenza di Alzheimer sono l’età avanzata, il sesso femminile,  la bassa scolarità, maternità per Sindrome di Down, diabete, la presenza di traumi cranici precedenti e ictus. Rappresentano invece fattori protettivi uno stile di vita attivo, alto livello di istruzione, potus moderato, l’uso di FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) e alte dosi di antiossidanti (vitamina C ed E). L’iter diagnostico prevede una serie di esami ematochimici, neuroimaging morfologico (TC e RMN) e funzionale (SPECT, PET fMR) ed una valutazione neuropsicologica. Per quanto riguarda la cura di tale patologia, la terapia per la malattia di Alzheimer si articola su due livelli. Il primo è di tipo farmacologico e prevede l’utilizzo di farmaci anticolinesterasici, volti a contrastare il decadimento cognitivo, in associazione ad antidepressivi, neurolettici, ansiolitici non benzodiazepinici e  ipnoinducenti che agiscono sui sintomi psichiatrici e i disturbi comportamentali. Accanto alle terapie farmacologiche, si sono sviluppate una serie di terapie non-farmacologiche che rappresentano il secondo livello del trattamento della demenza di Alzheimer. Esse agiscono principalmente sugli aspetti cognitivi e sul tono dell’umore e possono essere classificate in base all’approccio teorico su cui si basano. Tra gli approcci cognitivi e compensatori sempre più diffusa è la stimolazione cognitiva. Tale intervento si basa sulla ri-attivazione delle abilità cognitive e mira al rallentamento del decadimento in associazione all’acquisizione di strategie  di compensazione volte al superamento delle difficoltà e al mantenimento dell’autonomia personale. Fanno invece parte dell’approccio multistrategico la terapia di riorientamento alla realtà, la terapia della reminiscenza e la terapia della validazione. La terapia del riorientamento alla realtà (R.O.T.) è caratterizzata dalla presentazione di informazioni circa l’orientamento (es. nel tempo, nello spazio, personale) al fine di aumentare il senso di controllo e la stima di sè. Le terapie della reminiscenza  e della validazione sono invece derivate dall’approccio psicoanalitico e psicoterapico. La prima è incentrata sulla discussione delle attività ed episodi di vita passati e apporta benefici in termini di autostima e un miglioramento del tono dell’umore. La seconda è  ispirata ai principi della validazione, accettazione della realtà e della verità dell’esperienza personale e supporta le necessità della persona nei differenti stadi della demenza. Infine nell’ambito dell’approccio comportamentale si trovano l’aromaterapia, la musicoterapia e lo snoezelen; si tratta di terapie improntate alla stimolazione sensoriale della persona affetta da demenza e finalizzate a gestire i comportamenti disadattivi e promuovere un tono dell’umore positivo. I trattamenti non-farmacologici sono stati utilizzati con successo in associazione a quelli farmacologici; non sono quindi da considerare come un’alternativa a questi ultimi ma come una valida integrazione ed una nuova possibilità di cura che implementa i risultati positivi ottenuti con il solo trattamento farmacologico. Tutto ciò si pone in linea con gli indirizzi più recenti nella cura della persona affetta da demenza che impongono un’attenzione globale al paziente in tutti i suoi aspetti biologici, psicologici e sociali.

 

Bibliografia

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Nadia Valsecchi

Psicologa esperto in Neuropsicologia

Comments

  1. Sarebbe stato interssante sapere qualcosa sulle strutture nervose vitali più interessate dalla patologia,anche perché non bisogna dimenticare che questa si conclude con la morte di chi ne soffre, magari ne uscirebbe qualche dettaglio utile per capire qualcosa in più sulle origini dell’alzheimer.
    Personalmente sono convinto che l’alzheimer risalendo all’indietro ancora prima che si originino le placche di beta amiloide, sia dovuto al mancato rispetto nel mantenimento delle proporzioni medie dei fasci nervosi che si incrociano e si fondono in parte nei corpi mammillari durante le fasi di assemblamento del cervello.
    Sarei disposto a scommettere che,il progressivo scostamento da queste medie aumenta le probabilità di contrarre la patologia e che una vita mentale attiva serve solo a ritardare questo evento.

  2. L’intento di questo articolo era semplicemente quello di fornire un quadro di presentazione generale della patologia e non di indagare i meccanismi neurali sottostanti, ne le possibili cause o recenti sviluppi nell’ambito della ricerca. Detto ciò, posso ben immaginare che per un addetto ai lavori la semplice descrizione possa risultare “noiosa” ma ho voluto scrivere un articolo che potesse risultare comprensibile anche a chi non ha famigliarità con termini come “placche di beta amiloide” o “corpi mamillari” ma semplicemente vuole farsi un’idea di cosa comporti questa patologia rispetto alla quale le persone comuni si interrogano sempre più. Ovviamente sarei molto interessata nel leggere un Suo articolo in cui approfondisce quanto esposto nel commento in modo da integrare la mera descrizione delle caratteristiche della patologia con aspetti più prettamente legati ai meccanismi neurali in essa coinvolti.
    Due sole righe rispetto alle terapie non farmacologiche. Partendo dal presupposto che le origini di tale patologia sono ad oggi ancora per la maggior parte oscure e che non esistono terapie farmacologiche capaci di arrestarne il decorso, pare logico che un intervento finalizzato a preservare le abilità cognitive e la loro stimolazione si configuri come un intervento di tipo preventivo e un aiuto nell’attenuazione della sintomatologia e che non costituiscano la panacea di tutti i mali. Sono dunque convinta che se tali interventi hanno effetti positivi siano comunque da attuare anche se non sono risolutivi della patologia perchè il termine “curare” nel caso di malattie inguaribili come l’Alzhaimer o l’AIDS non significa eliminare la patologia ma diminuire la sintomatologia per migliorare la qualità della vita della persona.

  3. E’ già la seconda persona che leggendo un mio commento su Neuroscienze.net mi scambia per un addetto ai lavori,sta diventando un vizio,la realtà è che sono un semplice autodidatta curioso della materia,che verso la fine della sua vita cerca di capire come è fatto se stesso e il mondo che lo circonda.
    Ho sfruttato le possibilità che mi dava internet per cercare quelle cose che mi interessava capire,purtroppo non è facile approfondire alcuni argomenti senza mai aver avuto il supporto di qualche spiegazione o qualche consiglio,senza mai aver avuto la possibilità di scambiare qualche idea con un esperto.
    A dire la verità qualche idea un po’ più concreta su come si arriva alla formazione delle placche mature di beta amiloide mi gira nella testa,ma proprio perché non sono un addetto ai lavori non ho il coraggio di scrivere un articolo;senza contare il fatto che oltre ad avere scritto qualche commento su articoli di riviste scientifiche non specializzate non ho mai scritto niente,le ultime esperienze precedenti di scrittura sono i temi di italiano dove,arrivato a mezza pagina con qualche errore di ortografia e sintassi non ero in grado di scrivere altro,sono passati più di quarant’anni.
    Mi sono reso conto che l’intento di questo articolo era mettere in evidenza questa piaga,ma la mia impressione è che in questo modo si resti sempre nel vago.
    Penso che i malati di Alzheimer vadano accompagnati nella loro malattia,e nel fare questo,alla fine quello che conta sia di togliere loro il dolore psichico procurato dalla sensazione di non essere più padroni del proprio cervello
    L’emozione di sentire delle persone vicine potrebbe essere il loro ultimo barlume di coscienza e di reazione verso il mondo esterno.

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