L’emozione del vuoto. La vertigine esistenziale borderline e la prospettiva gestaltica

L’emozione del vuoto.  La vertigine esistenziale borderline e la prospettiva gestaltica

 

L’angoscia è la vertigine della libertà

Søren Kierkegaard

 

Che cos’è l’angoscia?

Secondo una prospettiva dinamica, l’angoscia è l’interruzione di sensazioni corporee che non possono essere soddisfatte. Il bisogno rimane tale e l’individuo prova un senso di blocco.

Anche per la psicoterapia della Gestalt, l’angoscia rappresenta un’interruzione al contatto con l’ambiente, il respiro si arresta e lo sfondo inizia a sgretolarsi divenendo, talvolta, un attacco di panico. Secondo Fritz Perls, infatti, l’attacco di panico è l’espressione sana dell’angoscia.

Ma l’angoscia non è soltanto una risposta o un’interruzione, ma soprattutto l’emozione del vuoto, la paralisi della mente di fronte alla consapevolezza del nulla.

In questo stato d’animo tutto si ferma e niente sembra possa più realizzarsi. Senza dubbio, l’emozione dell’angoscia ha il suo legame più profondo con la consapevolezza della morte, in cui tutto il nostro essere viene messo in discussione e spogliato di ogni certezza. La vertigine della possibilità e l’angoscia del nulla riguardano il nostro complesso rapporto con il mondo e con noi stessi, e tale esperienza a volte diviene difficilmente sostenibile. Questo precipizio esistenziale, un vuoto in cui l’anima rischia di precipitare, è l’abituale vissuto della persona con disturbo borderline di personalità, che percepisce costantemente un sentimento di frammentazione e dissolvimento dei propri confini.

La percezione della propria interiorità è costituita da un’alternanza di spazi vuoti e pieni che determinano l’instabilità emotiva tipica del borderline.

Nella psicoterapia tale emotività può tradursi nell’incapacità di arrivare all’altro perché la sensazione che lo psicoterapeuta avverte è quella di un’oscillazione emotiva così intensa che lo sfondo relazionale stenta a formarsi.

Il vuoto interiore e la paura di essere abbandonato rappresentano per il borderline, con gradi ed intensità diversi, il mood della sua esistenza; le esperienze si colorano così di un’inquietudine che tenta di colmare continuamente quegli spazi e di consolidare in modo insoddisfacente i suoi legami.

Le competenze relazionali della persona borderline sono spesso inadeguate poiché l’impulsività e la rabbia pervadono e condizionano i suoi comportamenti fino a renderli distruttivi.

Molti studi hanno evidenziato che un disturbo dello stile di attaccamento è un fattore di rischio per lo sviluppo della struttura border, e tra questi vi è anche quello di tipo insicuro-disorganizzato.

La dinamica affettiva ed emotiva co-costruita con la figura di riferimento ha contribuito a determinare rappresentazioni mentali frammentate di sé e dell’altro. Ciò che rende più difficile la sua esistenza è il senso di incapacità a sentire, comprendere e gestire le proprie sensazioni ed emozioni. La persona borderline ha difficoltà ad ascoltare le sensazioni fisiologiche poiché ha imparato a non fidarsi del proprio corpo. Molto spesso, infatti, la storia della persona che soffre di questo disturbo è costellata da abusi sia fisici che psicologici subiti nella primissima infanzia. La dissociazione tra la memoria corporea e quella cognitiva causa la confusione che impedisce all’individuo di poter riconoscere e stabilire quali sono le emozioni vissute.

Il disturbo borderline, anche se probabilmente è tra i più gravi tra i disturbi di personalità, è abbastanza diffuso e colpisce circa il 3 per cento della popolazione, di cui il 75 per cento delle persone sono di sesso femminile.

La vita accanto ad una persona borderline è molto difficile in quanto l’instabilità emotiva esercita una continua pressione psicologica a chiunque si rapporti con loro, mantenendo i livelli di stress e di reattività (rabbia, recriminazioni, disperazione) costantemente alti. Il paradosso borderline è insito nell’incapacità a vedere i proprio e i confini dell’altro. Non tollerando le sensazioni si desensibilizza perdendo il perimetro sensoriale tracciato dal suo corpo. Molto spesso per “sentirsi o percepirsi” si provoca delle ferite (sulle braccia, gambe ecc.) e tale autolesionismo ha una correlazione con i fenomeni dissociativi (Zlotnick C., Mattia J. I., Zimmerman M., 1994, 1999). Molti pazienti che si tagliano riferiscono di vivere stati dissociati della coscienza e la vista del sangue può rimandare loro che sono realmente vivi Simonelli B., Fassina S., Scaldaferro M., Guastafierro E., Ferrero A., 2007). Alcuni studi (Kemperman I., Russ M. J., Clark W. C., Kakuma T., Zanine E., Harrison K. 1997) hanno evidenziato che molti pazienti borderline sono meno sensibili al dolore durante queste esperienze, in quanto c’è una maggiore produzione di oppioidi endogeni (Simeon D., Stanley B., Frances A., Mann J. J., Winchel R., Stanley M., 1992). Il lavoro in terapia con questi pazienti è molto complesso in quanto l’impulsività e l’instabilità molto spesso impediscono allo sfondo relazionale di co-costruirsi. Il terapeuta, per tale motivo, deve provare ad offrire la sua capacità di stare in una relazione in cui la rabbia e l’angoscia sono spesso presenti: l’ascolto e l’accettazione di queste emozioni è basilare se si vuole in qualche modo raggiungere la persona borderline. Se il terapeuta riesce a contenere e trasformare queste energie, che a volte divengono distruttive, in qualcosa di nuovo e creativo, la relazione avrà la possibilità di costruirsi e il rapporto divenire un modello di contenimento costante.

Come il camaleonte per potersi vedere realmente si sospende nel vuoto, la persona borderline per non sentirsi svanire ha un forte bisogno dell’altro. Per questo motivo, l’altro rappresenta contemporaneamente sia una protezione che una minaccia, e tale percezione determina sensazioni che scindono la sua realtà (interna ed esterna) in aspetti radicalmente opposti e difficilmente conciliabili. Il pendolo emotivo-esistenziale borderline è continuamente alimentato da polarità che non ammettono vie di mezzo.

In termini gestaltici, la scarsa consapevolezza del border è predominata dalla confusione e dall’immaturità, che lo riporta indietro in un tempo passato e cristallizzato, in cui il suo io ha cominciato a frammentarsi. La sensazione che si percepisce vivendo con una persona borderline è quella che lo spazio ed il tempo possano essere risucchiati da quel grande vuoto che la persona borderline, con gradi ed intensità differenti, percepisce costantemente.

La mobilizzazione dell’energia, vista la tendenza ad amplificare il tono dell’umore, è caratterizzata da una successione, secondo il contesto in cui si trova, di momenti di profonda apatia ad episodi di intensa eccitazione. Ha un’estrema facilità a passare all’azione in maniera impulsiva senza tener conto delle conseguenze. II paziente borderline può avere difficoltà sia a «sganciarsi» dalle situazioni o, viceversa, a resistere ostinatamente ad ogni forma di relazione reale con il mondo, per timore d’essere invaso. Quando vive delle esperienze ha difficoltà a ritirarsi, a causa delle sue sensazioni abbandoniche che possono determinare stati di grande angoscia; a tali vissuti si associano periodi di intenso ritiro regressivo.

La confluenza come modalità relazionale è presente soprattutto nella fase idealizzante, in cui queste persone tendono a uniformarsi acriticamente all’ambiente per timore di essere svalutati e rifiutati. A questi stadi di confluenza fanno però seguito episodi di autosufficienza autoimposta che sono il risultato di comportamenti reattivi alla delusione che l’Io frammentato sperimenta a seguito delle relazioni con le persone inizialmente idealizzate.

II paziente borderline tende a proiettare l’elemento complementare alla sua esperienza, piuttosto che la sua esperienza stessa. Se, per esempio, si sente in difficoltà, egli non proietterà che gli altri si sentono a disagio, ma piuttosto che vogliono metterlo a disagio. La proiezione sembra servire da meccanismo omeostatico la cui funzione sarebbe stabilizzare gli oggetti interiorizzati, per cercare uno pseudo equilibrio.

La persona con disturbo borderline nei periodi di particolare stress e nei momenti di attivazione incontrollata, delimita una grande distanza tra ciò che gli accade intorno, nel qui ed ora, da ciò che sperimenta e si rappresenta. Quando il sentire e l’intensità delle emozioni divengono ingestibili o intollerabili, il borderline può attivare dinamiche dissociative tra cui la derealizzazione e la depersonalizzazione.

 

Bibliografia

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SIMEON, D., STANLEY, B., FRANCES, A., MANN, J. J., WINCHEL, R., STANLEY, M. (1992), Self-Mutilation in Personality Disorder: Psychological and Biological Correlates, Am. J. Psychiatry, 149: 221-226. 55. STANLEY, B.,

http://www.sipi-adler.it/wp-content/uploads/2014/09/062_Barbara-Simonelli_Simona-Fassina_Manuela-Scaldaferro_Ersilia-Guastafierro_Andrea-Ferrero_ITA.pdf

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Roberto Minotti

psicologo – psicoterapeuta

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