Un bisogno cognitivo innato

L’ idea di anima è un concetto della cultura greca, non un concetto biblico o scientifico.. Nelle neuroscienze non c’è posto perl’anima. L’uomo è unità fisica: un unico corpo, non un corpo e un’anima.

  Storicamente, la riflessione su anima, mente, psiche e corpo attraversa tutta la filosofia. Dal Novecento questi temi sono diventati  oggetto di analisi delle nuove neuroscienze.

   I principali pensatori dell’antica Grecia, a partire da Platone, Democrito, Aristotele, gli stoici e poi i Padri della Chiesa, compiono una “distinzione” tra anima e corpo considerati come due dimensioni costitutive della persona. “Si ammette che la natura umana- scrive Isocrate (436 a.C.)- è composta del corpo e dell’anima”. E’ in Grecia che cominciano a emergere idee riguardanti “una vita nell’aldilà”, essendo l’anima valutata come un attributo divino, immateriale e immortale.

In realtà il “dualismo” di anima e corpo è uno dei più analizzati dalla filosofia antica. Già Empedocle (495 a.C.) attribuisce a ogni individuo uno spirito divino (daimon). Secondo Platone, che pone un “Creatore divino” del mondo (il Demiurgo), l’anima ha una natura divina. Anche Aristotele pensa ad un ente divino che chiama “primo motore immobile”. Anche i filosofi successivi attribuiscono all’intelletto umano un’essenza divina.

Socrate, Platone e i platonici pongono l’accento sul “perfezionamento mentale e morale dell’anima. Il concetto di benessere e della migliore vita umana possibile è espressa da questi filosofi con il termine eudaimonia, che significa felicità. Questa non dipende da circostanze esterne, ma dalle “disposizioni mentali e morali” di una persona. Eraclito (530 a. C.) afferma che per l’uomo “il carattere è il suo demone”. In Platone, il concetto di eudaimonia  indica la cura che l’essere umano deve riservare al proprio spirito divino. Anassagora, contemporaneo di Socrate, attribuisce al nous “il potere creatore dell’universo”.

Nel “Nuovo Testamento”, si parla genericamente di “corpo e anima” e talvolta di “corpo, anima e spirito”. L’idea di anima- scrive il teologo e filosofo A. McGrath- è “un concetto tipico della cultura greca, non un concetto biblico”. Per la Bibbia, l’uomo è “corpo animato, non anima incarnata” (Robinson), cioè un’entità singola. Lo stesso modello troviamo nel “Nuovo Testamento”. San Paolo, ad esempio, usa termini come “anima”, “carne” e “corpo” per esprimere l’idea della persona umana.

Nelle neuroscienze non c’è posto per l’ anima, intesa come parte immateriale e spirituale del corpo. “Non c’è- aggiunge McGrath- nemmeno nella Bibbia cristiana”.

La concezione esatta che ritroviamo sia nelle neuroscienze contemporanee che nella teologia è quella di considerare l’umanità come a “unità fisica: un unico corpo, non un corpo e un’anima” (Brown, Murphy, Malony). Mentre per il dualismo, la mente è “disincarnata” dal corpo e dall’ambiente, per il monismo abbiamo una mente embodied (incarnata) nel corpo. Il quale non è mero oggetto fisico (Korper) guidato dalla mente, ma corpo vissuto (Leib), tutt’uno con la psiche.  In sostanza, sia la filosofia che le neuroscienze hanno abbandonato la nozione di anima, per affermare il principio di un monismo materialista (fisicalismo o naturalismo),il quale non riconosce  realtà  a nulla che non sia fisico, corporeo. Gli atti mentali sono atti  neurali.

Da alcuni anni, le neuroscienze considerano dunque prodotto del cervello ciò che si comprendeva nel concetto di anima e Io (Hagner). E’ la “riduzione” della mente a cervello. Come l’attività elettrochimica dei neuroni produca la mente e la coscienza è una domanda senza risposta.

Questo riduzionismo è guidato dal metodo delle scienze empiriche, l’unico in grado di produrre dati oggettivi.

Invero, il problema mente-corpo (Mind-Body-Problem) è, come osserva il neuro scienziato Raffaello Vizioli, “il problema dei problemi”. Contiene, concordano Eccles e Popper, “grandi misteri”, che forse “non saranno mai risolvibili”. E’ il problema più difficile e profondo della filosofia, il problema centrale della metafisica nell’era moderna. Uno dei più grandi misteri dell’universo.

Come concorda A.Long, comprendere la natura della mente è qualcosa di affascinante, che tuttavia non può essere spiegata “in maniera definitiva con le ricerche empiriche”. Non esistono verifiche scientifiche che possano dimostrare definitivamente se la mente è “parte del corpo” o se invece è “una sostanza spirituale, oppure un epifenomeno del cervello”. Non sappiamo quindi cosa siano la mente e la coscienza.

Il concetto di anima è stato dunque abbandonato dagli  studiosi di neuroscienze, filosofia e teologia in quanto “estraneo e contrario alla concezione scientifica e biblica”, la quale non è “dualistica”, in quanto l’uomo è considerato come “unità vivente”. Di qui, il rigetto nel pensiero odierno del dualismo platonico e di quello cartesiano.

La natura umana tuttavia non è fatta di neuroni e aree cerebrali, ma anche di tante cose. L’ipotesi riduzionista della mente come espressione dell’attività neuronale non “definisce” l’essenza dell’essere umano, ma soltanto quello di cui è fatto. Descrivere gli elementi di un uomo, non equivale a “definirne” l’essenza (C.S.Lewis).

Le scoperte delle neuroscienze in realtà non rivelano l’essenza, la natura dell’essere umano. La mente, l’anima, lo spirito, la coscienza, l’Io non sono spiegabili in base a processi neurofisiologici, sono “irriducibili” a fenomeni cerebrali, biologici. Sono  entità indipendenti  in continua interazione con il corpo. Siamo in presenza di un corpo “spiritualizzato”, una condizione ontologica che abbiamo chiamato dimensione spirituale dell’essere umano. Una dimensione che trascende la materia, il corpo, il cervello. Ed è la più grande meraviglia del creato, un fenomeno al quale dobbiamo accostarci con quella umiltà esercitata  dai più grandi neuro scienziati, come Sherrington, Penfield ed Eccles.

C’è una barriera nell’essenza della natura umana che difficilmente le neuroscienze potranno superare e che resta oggetto del pensiero metafisico, teologico, filosofico, e della fede.

Uno dei concetti che stanno alla base del pensiero umano è che l’idea di Dio o addirittura il bisogno di Dio è “cablato” all’interno della nostra mente. L’idea di un “naturale desiderio di Dio” (Feingold) è stata elaborata dal pensiero cristiano e da C.S. Lewis, il quale parla di una “profonda brama di senso che da Dio origina e che a Dio riconduce”. Il desiderio di Dio, per lo scrittore e filosofo Lewis, rappresenta una forza ancestrale innata nella natura umana.

Il principio di fondo della narrazione cristiana è chiaro: la credenza in Dio è “naturale”. Esiste anche una narrazione scientifica che afferma lo stesso pensiero: “il desiderio di Dio è naturale”. Là dove il razionalismo sosteneva che la religione nasce dal “sonno della ragione”, oggi si rafforza la tesi che il sentimento di Dio è “un fenomeno naturale, un’attività cognitiva innata nell’uomo”, una disposizione, una inclinazione congenita, grazie a “una naturale modalità di pensiero dell’essere umano” (Bloom).

Teologia e scienza sono pertanto concordi nel sostenere l’esistenza di un “desiderio di Dio innato, naturale, biologico”. Di recente, infatti, anche la scienza ha indagato su questo argomento. Lo studioso americano, J.Barret, ha introdotto l’espressione “scienza cognitiva della religione” per qualificare gli approcci allo studio delle credenze religiose. Finora, una delle conclusioni sperimentali in materia è che “il sentimento religioso nasce dai normali processi cognitivi (Bayer). Nasce cioè dalla mente umana, da processi inconsci naturali e “non condizionati” dalla cultura. La religione è dunque “il risultato naturale” di processi mentali innati.

Se si dovesse assistere al crollo della civiltà, la religione, per McCauley, “sopravviverebbe”, mentre la scienza “dovrebbe essere ricostruita dalle fondamenta”. Questo significa che l’idea di Dio è “onnipresente” nella civiltà umana. E’ un fenomeno istintivo, biologico, non un evento sociale o culturale.

Le concezioni umaniste e neo-ateiste di una realtà umana totalmente secolarizzata sono pertanto “semplicemente irrealistiche, in quanto- rileva Smith- la religione tenderà spontaneamente a riemergere anche là dove venga repressa”.

Perché esistono nelle persone questa tendenza innata? Finora, non c’è un parere unanime sulla questione. Nessuno possiede la risposta certa. Darwin ad esempio era propenso non soltanto ad affermare la “concordanza” tra la fede religiosa e la teoria della selezione naturale, ma soprattutto a rimarcarla.

[amazon_link asins=’8867571079,8815266119,8850248571,8845264130′ template=’CopyOf-ProductCarousel’ store=’francioalba-21′ marketplace=’IT’ link_id=’bb87e473-a0ba-45a0-9a71-df79ffb1f9aa’]

Leggi anche

Iscriviti allaNewsletter

Iscriviti allaNewsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere le nostre novità direttamente nella tua casella di posta elettronica.

Ah... gratis!

Fantastico! Ti sei appena iscritto

Pin It on Pinterest

Share This