EMDR: funziona davvero?


Questo articolo riprende e rielabora articoli accademici apparsi su riviste specialistiche anglosassoni e cerca di fornire uno sguardo critico sul trattamento psicoterapeutico detto “EMDR”. Il lettore che vorrà approfondire quanto segue è invitato a consultare gli articoli originali e soprattutto le fonti bibliografiche dalle quali questo scritto prende le mosse.

EMDR: un’affascinante prospettiva terapeutica

Quando ho sentito parlare per la prima volta dellìEMDR mi è stato dipinto come la nuova frontiera dei trattamenti psicoterapici, un metodo dalle solide basi scientifiche e dai promettenti risultati riabilitativi. Così, incuriosito dalla sfavillante ma vaga presentazione fatta dalla mia collega di formazione, ho deciso di effettuare una ricerca per vederci chiaro.

Una delle prime cose che mi ha colpito è stata una scarsa quantità di fonti attendibili e consultabili sui siti italiani in materia, senza contare l’ovvio conflitto d’interesse di quelle fonti che con una certa ambiguità ne parlavano in forma promozionale ed accattivante. Nulla che soddisfacesse il mio desiderio di vederci chiaro. Così ho deciso di consultare ben più rigorose fonti del mondo accademico anglosassone e, dopo varie letture, ho trovato dei risultati molto interessanti. Anzitutto che cos’è questo EMDR? Per i non addetti ai lavori, la sigla è l’acronimo di “Eye Movement Desensitization and Re-processing”, in italiano “Desensibilizzazione del Movimento Oculare e Ri-processamento”. Questo metodo psicoterapico è usato in primis per il trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS), per i disturbi d’ansia correlati e, in un secondo momento negli USA, ha cominciato ad essere usato anche per disturbi di altra natura [1]. In buona sostanza, funziona in questo modo: il terapeuta entro un percorso suddiviso in otto step, durante la seduta si pone di fronte o al lato del paziente chiedendo a questi di rievocare l’immagine- evento traumatico foriero di stati ansiosi e pensieri disturbanti. Nel mentre avviene la rievocazione, viene chiesto al paziente di seguire le dita del terapeuta che si muovono a cadenza regolare e continua avanti e indietro (quindi a destra e sinistra se posti frontalmente) come fossero il pendolo di un orologio. 

Le ricerche: luci e ombre 

Per il lettore più impaziente, arrivo subito al punto: L’EMDR funziona davvero? La risposta breve è sì, più o meno, ma non per i motivi addotti dai sui sostenitori. Come tutte le psicoterapie si può guardare a questa domanda da prospettive diverse. Desta comunque un certo scetticismo il modo in cui questo metodo è nato. Colei che l’ha “inventato”, la psicologa americana Francine Shapiro, del tutto casualmente mentre si trovava nei boschi per una passeggiata, cominciò ad eseguire questo movimento oculare osservando l’ambiente circostante mentre era sopraffatta da pensieri disturbanti, trovando in tale “manovra” un certo calo del livello di tensione. Sorpresa da quello stato di apparente beneficio cominciò a sperimentare anche sui pazienti questa tecnica dallìinattesa efficacia. Dalla sua ufficiale presentazione del 1989 l’EMDR è stato al centro di un grande interesse e un gran numero di ricerche sulla sua validità. I suoi sostenitori nel tempo hanno addotto una variegata lista di argomentazioni sulla causa ed efficacia del movimento oculare: dalla simulazione del sonno Rem alla sincronizzazione dei due emisferi cerebrali, dalla distrazione al rilassamento cui questo conduce. Va citata qui una ricerca importante che mostra l’efficacia nel ridurre significativamente i sintomi del DPTS in più del 78% dei pazienti. [2]

Guardare oltre l’apparenza

Ma questo risultato non toglie dubbi sulla validità di questo trattamento. Perché? Semplice: ciò che di efficace c’è nell’EMDR non è l’EMDR stesso, quindi il movimento oculare condotto su istruzioni del terapeuta, bensì il processo cognitivo che ne è alla base. Che significa questo? Chi pratica terapie CBT (dallìinglese Cognitive Behavioral Therapy), e con le dovute distinzioni metodologiche gli stessi psicoanalisti, sa ciò di cui sto parlando. La maggior parte delle terapie comportamentali e cognitivo- comportamentali poggia su un princìpio cardine del cambiamento: l’esposizione. Questi trattamenti funzionano con l’esposizione dei clienti a ripetuti stimoli- attivanti l’ansia, sia nella loro immaginazione (esposizione “immaginativa”) sia nella vita reale (esposizione “in vivo”). Quando l’esposizione a entrambe le tipologie è sufficientemente prolungata, l’ansia del cliente si dissipa entro e attraverso le sedute, generando un miglioramento. Gli accademici Hal Arkovitz, professore emerito di Psicologia dell’università dell’Arizona, nonché membro del prestigioso “Scientific American” e Scott O. Lilienfeld, docente di Psicologia presso l’Emory College di Atlanta, sono andati al cuore della questione: “Quando gli scienziati hanno confrontato l’EMDR con l’esposizione immaginativa, non hanno trovato differenze. Neppure hanno trovato che l’EMDR funziona più rapidamente dell’esposizione immaginativa. La maggior parte dei ricercatori hanno preso questi risultati per mostrare che i risultati dell’EMDR derivano dall’esposizione perché questo trattamento richiede ai clienti di visualizzare le immagini traumatiche ripetutamente. In ultimo, i ricercatori hanno trovato scarsa evidenza che i movimenti oculari dell’EMDR siano alcunché contributivi della sua efficacia” [3]E in maniera ancora più incisiva“ quando gli studiosi hanno confrontato l’EMDR con una condizione di assenza di movimento oculare (condizione standard) – in cui i clienti mantengono lo sguardo fisso di fronte – non hanno trovato differenze tra le due condizioni”[4].E dunque eliminando la componente del movimento oculare, rimane una terapia in cui il paziente rievoca la narrativa del trauma ripetutamente durante le sessioni, un trattamento identico alla esposizione prolungata. 

Conclusione 

La buona notizia è che poiché la ricerca mostra che l’EMDR funziona similmente alla esposizione prolungata, è pur sempre efficace per i pazienti che la ricevono. L’aspetto problematico di ciò, è la perpetrazione di questo trattamento nonostante l’identificazione delle componenti superflue. E dunque alla domanda “ l’EMDR funziona?” Si può dire che migliora i sintomi dell’ansia traumatica meglio che non far nulla e probabilmente meglio del “classico” ascolto empatico- supportivo. Tuttavia, “non esiste un brandello di evidenza che l’EMDR sia superiore ai trattamenti basati sull’esposizione che i terapeuti comportamentali e cognitivo comportamentali hanno adoperato abitualmente per decenni”[5]. Si può quindi chiudere la questione riprendendo Richard McNally professore ordinario e direttore del dipartimento di Psicologia di Harvard che ha liquidato con un’ironica citazione la “faccenda EMDR” parafrasando così lo scrittore Samuel Johnson: “ Ciò che è efficace dell’EMDR non è nuovo, e ciò che è nuovo non è efficace”.

Note

  • [1]http://cogbtherapy.com“Does EMDR really work?” – 2014
  • [2]Hal Arkovitz, Scott O. Lilienfeld www.scientificamerican.com –“ EMDR Taking a Close look”, 2012
  • [3]Hal Arkovitz, Scott O. Lilienfeld www.scientificamerican.com –“ EMDR Taking a Close look”, 2012
  • [4]Davidson, P.R., & Parker, K.C.H. (2001). Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR): A meta-analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 69, 305-316.
  • [5]Carlson, J., Chemtob, C.M., Rusnak, K., Hedlund, N.L, & Muraoka, M.Y. (1998). Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR): Treatment for combat-related post-traumatic stress disorder. Journal of Traumatic Stress, 11, 3-24. 
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