Le sensazioni, le emozioni, le oscillazioni del sé, gli stili relazionali e il mood dello sfondo intersoggettivo acquistano senso e valenza clinica soprattutto se considerate nel qui ed ora, in questo frammento temporale piccolissimo e nello stesso tempo infinito.
Ciò che si genera, nel qui ed ora della relazione terapeutica, è il fenomeno; questa particella, co-costruita nel rapporto con l’altro, rappresenta l’atomo intersoggettivo in cui è contenuto tutto ciò che occorre per comprendere l’individuo e il suo vissuto.
La corporeità, il linguaggio verbale e non verbale, le sensazioni, sia percepite che espresse, sono le manifestazioni del nucleo vitale dell’individuo, del suo dna relazionale, a cui il terapeuta accede grazie all’osservazione fenomenologica. Tale osservazione, che dal dettaglio giunge fino alle dimensioni più ampie del campo relazionale, anche se potrebbe sembrare un atto semplice ed immediato, presenta, invece, molteplici complessità. Il terapeuta per restare in connessione con le diverse dinamiche relazionali che di volta in volta si attivano, deve fidarsi e affidarsi alla sua sensibilità nel percepire le espressioni dell’intero campo psico-reale condiviso, sospendendo il contatto con le proprie categorie di giudizio.
Infatti, il rischio maggiore per lo psicoterapeuta è quello di affidarsi alle proprie convinzioni e certezze, perdendo di vista ciò che la persona sta esprimendo in quel momento e in quel preciso contesto. Avere la capacità di sospendere ogni convinzione, giudizio e rappresentazione costituisce una delle competenze fondanti del terapeuta gestaltista.
Il fluire costante tra istante ed istante, sostenuto dal sentimento di fiducia, traccia un percorso ideale che non appartiene né all’uno né all’altro degli interlocutori, ma è il prodotto originalissimo di entrambi.
Senza dubbio è la maggiore consapevolezza e la competenza relazione del terapeuta a riconoscere il ritmare di tale successione temporale, offrendo al paziente lo spazio necessario per avviare il suo sentire e i suoi pensieri, focalizzando l’attenzione sui micro movimenti e sulle nuances emotive. Questo processo diviene sempre più spontaneo grazie al grado di consapevolezza sviluppato nella relazione. Le sequenze così modulate divengono contemporaneamente percorso e guida durante la terapia, traducendosi in metodo terapeutico e clinico. Con questo approccio, l’individuo percepisce la direzionalità data dalla congiunzione dell’attimo con l’attimo, riorganizzando i sui pensieri in una concatenazione esperienziale. Attraverso questo lavoro, lentamente, si giunge ad una fluidità della narrazione della relazionale che diviene più ampia, comprendendo un numero sempre più grande di episodi narrativi. Eppure, anche se il racconto tra paziente e terapeuta si dilaterà, fino a divenire una storia, sarà sempre e solo l’attimo a rappresentare il perno intorno a cui ruota l’intervento terapeutico.
Quello che intendo affermare e che se un qualsiasi evento acquista di significato soltanto se narrato nella sua completezza, per quanto riguarda le sensazioni e gli stati emotivi, si possono comprendere soltanto se osservate singolarmente. Sappiamo che il tutto determina le parti, ma è altrettanto vero che nella parte è contenuto il tutto.
Possiamo renderci conto di tale affermazione, quando, ad esempio, il bambino inizia a costruire il suo linguaggio, parala dopo parola. Essa non rappresenta soltanto un simbolo che veicola un significato condiviso, ma è soprattutto un attrattore, un «complesso» unico, che racchiude un’esperienza relazionale complessa. Il bambino mentre apprende il linguaggio, non introietta soltanto la parola (es. il bicchiere) arricchendo il suo “vocabolario”, ma lega ad essa l’insieme di sensazioni, emozioni e immagini legate a quell’esperienza, come ad esempio il desiderio di afferrare l’oggetto, il volto della madre, la sua voce il senso di frustrazione, il suo protendersi, le tensioni corporee, gli odori, il piacere del contatto con l’oggetto, ecc. (Vigotskij, 1934). Nella prospettiva psicoterapeutica, sembra quindi fondamentale riconsiderare una fenomenologia della parola (Husserl, 1952) oltre a quella corporea, ovvero come le parole prendono forma, quale ritmo dialogico si va delineando durante l’incontro, la densità dei silenzi, le pause e la ripresa del discorso, il tono, il volume ecc. (Minotti, 2015).
Nella dinamica figura/sfondo, tanto cara alla metodologia gestaltica, oltre all’osservazione del fenomeno ovvero ciò che ci è dato o l’apparenza (Sartre, 1943) va inserita la capacità di zoomare dal particolare al generale, dall’attimo all’evento, dalla parola alla narrazione, dalla voce al silenzio, dalla sensazione all’emozione (Minotti, 2016).
Questo tipo di competenza fa parte del metodo della Gestalt Dialogica (Minotti, 2016), che tende ad inserire nella sua prassi tutto ciò che possa facilitare i link relazionali.
Questo approccio, infatti, non considera le resistenze al contatto come limiti al rapporto con l’altro e con noi stessi, ma risorse relazionali in grado di svelare le nostre strutture profonde attraverso l’espressività delle parti che ci costituiscono.
Il bisogno (anche biologico) di dare una forma coerente a ciò che esperiamo, ben si coniuga con le modalità espressive che la narrazione di qualsiasi tipo può rappresentare. Le singole parole che divengono frasi e poi narrazioni possono avere una funzione terapeutica soprattutto se rapportate al dolore. Molto spesso quando facciamo un’esperienza carica di sofferenza, la nostra mente automaticamente per difendersi si concentra su quell’evento escludendo tutto il resto. Le storie, il racconto di quegli avvenimenti, possono in qualche modo allargare la prospettiva, la visuale di chi in quel momento è troppo concentrato a focalizzare i suoi aspetti negativi. In questo modo, la persona lentamente diviene consapevole dalla sua capacità di cogliere in determinate esperienze, anche dolorosissime, quegli elementi positivi in grado di ristrutturare l’intera esperienza.
BIBLIOGRAFIA
Heidegger M., (1970), Essere e Tempo, Milano, Longanesi, 2003.
Husserl E., (1952), Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologia, Torino, Einaudi.
Jonas H., (1997), Tecnica, medicina ed etica, Torino, Einaudi.
Kohut H., Introspezione ed Empatia, a cura di A. Carusi, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.
Minotti R. (2017), la Gestalt Dialogica, <http://www.stateofmind.it/2017/02/terapia-della-gestalt-contatto-relazione/>
Minotti R. (2017), le strutture relazionali, <http://www.stateofmind.it/2017/02/strutture-dinamiche-relazionali-gestalt/>
Orazio, Odi e Epodi, Milano, Bur, 1985.
Polster E. (2007), Psicoterapia del quotidiano. Migliorare la vita della persona e della comunità. Ed Erickson, Trento.
Prigogine I., (1978), La nascita del tempo, Milano, RCS Libri, 1994.
Sartre J. P., (1943), Essere e Nulla, Milano, Net, 2002.
Vygotskij L. S., (1934), Pensiero e Linguaggio, Firenze, Giunti – Barbera, 1980.