Fiducia e cooperazione umana

L’essere umano è un animale sociale

Come affermava Aristotele (nel IV secolo a. C.) “l’uomo è un animale sociale”, infatti gli esseri umani hanno la necessità di vivere in gruppo per garantire la propria conservazione e di conseguenza devono vivere in un ambiente sociale. Per questo motivo gli uomini hanno sviluppato una predisposizione alla fiducia e alla cooperazione e dimostrazioni neuroscientifiche lo supportano. A tal proposito in questo articolo vengono presentati comportamenti riferibili ad alcune specie animali oltre all’essere umano, su cui ci si soffermerà maggiormente, e vengono riportati anche alcuni esempi sperimentali a sostegno.

Introduzione sulla fiducia e la cooperazione

Come fa presente Lee Alan Dugatkin (2007) molte specie animali, tra cui l’uomo, per assicurarsi la propria conservazione vivono in gruppo. Ne consegue che per queste specie tali condizioni hanno avuto la funzione di selezionatore della specie. Questo concetto era stato già in parte ipotizzato da Charles Darwin ma fu formalizzato più di un secolo dopo da William D. Hamilton.

In particolare William D. Hamilton (1964) ha sottolineato l’importanza del comportamento sociale e le sue modalità definendolo come : “The social behaviour of a species evolves in such a way that in each distinct behaviour-evoking situation the individual will seem to value his neighbours’ fitness against his own according to the coefficients relationship appropriate to that situation.”Traducibile come: “Il comportamento sociale di una specie si evolve in modo tale che in ogni distinta situazione evocativa di un comportamento sembrerà che l’individuo valuti la forma fisica del suo vicino rispetto alla propria secondo la relazione dei coefficienti appropriata a quella situazione”.

Di conseguenza ogni individuo animale cerca d’interpretare le intenzioni dei membri della propria comunità decidendo quindi se dare fiducia e cooperare con gli altri.

Giovanni Jervis (2002) definisce la “fiducia” un’opzione di ragionevole ottimismo in quanto significa accettare i rischi inerenti la cooperazione, ritenendola fruttuosa malgrado gli eventuali rischi. Inoltre Gabriele Schino e Filippo Aureli (2017) sostengono a proposito del tema sulla cooperazione che l’aspetto della reciprocità, o meglio degli scambi reciproci tra gruppi di animali è l’argomento più dibattuto dell’evoluzione. Ciò nonostante è importante tenere presente che una tipologia di scambio reciproco è quella dell’altruismo.

Già nel 1964 William D. Hamilton e successivamente Robert L. Trivers parlano di una “selezione di sangue”, quindi di una selezione genetica in cui i geni che inducono ad essere altruisti, sono stati e sono tramandati di generazione in generazione per far sì che questo beneficio continui ad essere preservato.

Nella consapevolezza della complessità della materia nei prossimi paragrafi verranno sinteticamente affrontate tali tematiche presentando anche esempi sull’argomento.

Gli animali non umani

Giovanni Jervis (2002) distingue tre livelli di cooperazione nelle specie animali umane e non umane: la prima, la più semplice, è quella di carattere estemporaneo. Su questo livello di cooperazione se ne inserisce un secondo che ha aspetti più stabilmente strumentali che riguardano la riproduzione biologica. Qui si hanno le forme di cooperazione legate alla collaborazione sessuale e alle cure genitoriali, che comprendono l’emergere di forme particolari di altruismo, regolate dalle strategie darwiniane dell’inclusive fitness. In questo caso si hanno sporadiche disponibilità di mobilitare modalità “genitoriali” di soccorso altruistico in risposta a richieste dei cuccioli non imparentati che si trovano in difficoltà (ad esempio esistono degli animali che si dividono nella cura della prole per cui, mentre un esemplare adulto controlla un gruppo di piccoli della sua comunità, gli altri adulti vanno a cercare del cibo, facendo quindi una sorta di babysitteraggio). Il terzo livello è quello che lo studioso definisce d’“altruismo reciproco”, inteso in questo caso come “altruismo di aspettativa” che secondo lui presenta delle peculiarità tipicamente umane. Lo studioso ammette che esistono animali non umani che presentano comportamenti di altruismo reciproco molto simile a quelli umani come ad esempio gli scimpanzé, come mostrato da molti studi applicati su questi animali tra cui quelli effettuati dai ricercatori Gabriele Schino e Filippo Aureli (2014),

In particolare per “altruismo reciproco” si definisce il comportamento di un soggetto o di un organismo che rinuncia ad una parte delle proprie risorse, tempo, energie o si assume un determinato rischio per fornire un beneficio ad un altro soggetto od organismo con cui non è strettamente legato dal punto di vista genetico, nell’aspettativa che il suo gesto venga ricambiato. Questo termine venne coniato nel 1971 da Robert L. Trivers in un suo articolo per descrivere alcune strategie di cooperazione presenti in natura sia all’interno della stessa specie che tra specie differenti e non spiegabili attraverso il meccanismo della selezione parentale. Quando è presente tra specie differenti questi comportamenti risultano talvolta sovrapponibili alla cosiddetta “simbiosi mutualistica”. Lo studioso sostiene che le precondizioni dell’evoluzione che hanno condotto all’altruismo reciproco e che sono simili a quelle della selezione di sangue sono: beneficio di una lunga durata del tempo di vita, bassa percentuale di dispersione di energia, risorse e tempo fornite al prossimo senza nessuna restituzione del favore, mutua dipendenza che s’instaura tra i membri della specie, migliore cura genitoriale, dominanza gerarchica ed aiuto nei combattimenti con i rivali.

Ci sono molti casi in cui gli animali assumono comportamenti cooperativi e di fiducia che sono molto simili a quelli umani.

Comportamenti cooperativi sono presenti in molte specie non umane con azioni come offerte di cibo, alleanze, chiamate di allarme, collaborazioni e salvataggi, seppure spesso presentano caratteristiche diverse da quelle umane,.

In particolare è dimostrato che gli animali possiedono un innato “altruismo reciproco” per il quale sono state stabilite tre condizioni. La prima è che ci siano piccoli costi da sostenere e grandi benefici da ricevere. La seconda è che sia trascorso un periodo di tempo tra l’atto iniziale del dare e quello della restituzione del favore; tale “ritardo” tra il dare ed il restituire è ciò che lo distingue da un rapporto mutualistico ed è possibile soltanto nelle specie che sono in grado di riconoscere e ricordare gli altri soggetti come individui definiti. La terza è che esistano molteplici opportunità per interagire, con il dare che dipende dal ricevere.

Inoltre è importante sottolineare che il tipo di ricompensa dell’atto altruistico è solitamente speculare quando avviene all’interno della stessa specie, mentre usualmente è di carattere diverso quando si verifica tra specie differenti. Soprattutto tra gli animali sociali appartenenti alle specie di uccelli e di mammiferi il vivere in gruppo porta notevoli vantaggi reciproci come il ridurre la probabilità di essere predati, aumentare le possibilità di trovare un partner riproduttivo, nutrirsi del cibo cacciato o trovato da altri individui del gruppo.

Di seguito, a titolo esemplificativo vengono riportati alcuni casi di cooperazione e più nello specifico d’altruismo reciproco tra animali non umani.

Un primo esempio di comportamento cooperativo tra i mammiferi è quello comune a molti primati ovvero lo “spulciarsi reciprocamente” detto anche “grooming”. Un comportamento che ha un valore adattativo particolarmente importante, tant’è che oltre a servire per ridurre il numero di parassiti, serve anche a stabilire le gerarchie di dominanza e i rapporti sociali. Infatti, in contrasto con altre teorie precedenti, l’atto del groominge quindi dello scambio reciproco sembra essere molto più considerevole rispetto al grado di parentela tra gli individui.

I ratti presentano una forte componente altruistica, simile a quella umana. In uno studio effettuato su questi animali pubblicato sulla rivista Science, i ricercatori Inbal Ben-Ami Bartal, Jean Decety e Peggy Mason (2011) hanno rilevato il seguente comportamento nel corso dell’esperimento da loro ideato. Un ratto condivideva per giorni la sua gabbia con un compagno e quando veniva liberato lasciando però dentro il compagno gli veniva data la possibilità di scegliere tra salvare il suo compagno oppure mangiare un pezzo di cioccolato, alimento a lui gradito. Il ratto preferiva o prima salvare il compagno e poi dividere con lui il cibo oppure mangiare un po’ di cioccolato prima, liberare il compagno e lasciare che questo mangiasse il resto. I ricercatori analizzando il risultato ottenuto da questo studio hanno sostenuto che ciò che induce l’animale a questo comportamento pro-sociale sia l’empatia ma questo non è ancora stato chiarito e ci sono molti scettici al riguardo.

I pipistrelli ematofagi, che è possibile chiamare “vampiri” in quanto si cibano del sangue di altri animali, non sopravvivono per più di tre o quattro giorni se rimangono digiuni. Fra i soggetti di questa specie di mammiferi, anche se non sono imparentati, è d’uso che nel caso un individuo sia rimasto a stomaco vuoto solletica chi ha invece lo stomaco pieno e quest’ultimo rigurgita una parte del sangue ingerito a beneficio dell’altro. Se qualche giorno dopo sarà il vampiro generoso ad essere digiuno il suo debitore gli restituirà il favore. Questa particolare forma di cooperazione è possibile chiamarla “dono sulla fiducia”. I pipistrelli creano amicizie e vincoli duraturi di solidarietà.

Molte specie di piccoli uccelli (ma anche altre specie animali come le scimmie) emettono specifiche grida di allarme quando avvistano predatori in caccia. Questo permette ad altri individui della stessa specie presenti in zona di mettersi in allarme e di allontanarsi, ma allo stesso tempo attira l’attenzione del predatore e l’individuo sentinella rischia fortemente di essere attaccato. Per spiegare questo comportamento esistono diverse ipotesi alternative che valutano questo atteggiamento come un atto di convenienza e tali teorie fanno riferimento sia alla selezione parentale, che al semplice vantaggio individuale.

Questi meccanismi cooperativi, seppure attuati in modo diverso, sono riscontrabili anche negli esseri umani.

Gli animali umani

Come ci riportano Estanislao Bachrach (2018), José Ramón Alonso Peña ed Irene Alonso Esquisábel (2018) a partire dalla comparsa dell’Homo sapienssi è imposta la necessità generale di cooperare e di sostenere il gruppo in cui si abitava per poter sopravvivere all’ambiente esterno ostile ed adattarsi. Così il cervello umano ha cominciato ad ingrandirsi ed a svilupparsi soprattutto a livello della regione della corteccia prefrontale, regione situata nella parte anteriore del lobo frontale del cervello. Tale zona cerebrale, come suggerisce il nome, localizzata appunto sulla fronte consuma più energia delle altre regioni cerebrali ed è implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nell’espressione della personalità, nella presa delle decisioni e nella moderazione della condotta sociale. L’attività basilare di questa regione è considerata la guida dei pensieri e delle azioni in accordo ai propri obiettivi.

Tra queste caratteristiche quella sulla quale si focalizza questo articolo è la particolarità che consente alle persone di socializzare e di lavorare in squadra per un fine comune oltre che per interessi individuali e per quelli degli alleati. Per far ciò è diventato indispensabile interpretare le espressioni facciali, gli sguardi ed altri aspetti non verbali e verbali (taluni sono universali altri peculiari di una determinata cultura) e si è sviluppata nella mente umana la cosiddetta “teoria della mente” ovvero la capacità di attribuire pensieri ed intenzioni ad altre persone, il che permette d’interpretare le intenzioni degli altri. Tale complesso processo ha fatto sì che già nei primati e poi nell’uomo fosse importante avere cervelli di maggiore dimensione in maniera da dare loro maggiore capacità nell’abilità di procurarsi il cibo e di stabilire contatti sociali. Inoltre le dinamiche di gruppo e la conseguente necessità di trovare un equilibrio fra competenza e cooperazione hanno stabilito lo sviluppo della cosiddetta “intelligenza machiavellica” ovvero la capacità d’ingannare e di manipolare consapevolmente gli altri. Anche per questo motivo è diventato essenziale avere un cervello più sviluppato al fine di comprendere le cattive intenzioni del prossimo attraverso il meccanismo della “teoria della mente”. Nello specifico le intenzioni, o meglio il processo d’intenzionalità si organizza in una struttura gerarchica: quella di primo grado è la rappresentazione della coscienza di sé stessi, mentre quella di secondo grado è la rappresentazione della mente dell’altro, che a sua volta implica una “lettura della mente” , che come già affermato in precedenza è essenziale nella comunicazione sociale. Ovviamente la teoria della mente degli altri implica la deduzione del significato degli stati mentali interni a partire dai suoi segnali esterni. Attualmente si crede che la cooperazione tra i membri della società umana è ciò che ha permesso agli esseri umani di espandersi in tutto il Pianeta e che questo sia stato possibile principalmente grazie al “cervello sociale” che nel corso dell’evoluzione cerebrale a partire dai primati e poi dell’uomo ha rappresentato il primo fattore di selezione naturale che ha favorito la capacità di adattamento dell’intera specie umana. Tale ipotesi parte dalla constatazione dell’esistenza di una forte correlazione tra il volume relativo della neocorteccia e la grandezza media del gruppo sociale tanto dei primati che dell’uomo. Inoltre si comincia a ritenere che anche lo sviluppo della coscienza umana abbia contribuito alla socialità.

Memoria sociale

La memoria sociale, come nota Sánchez Andres (2018), fa parte della memoria a breve termine (che per alcuni studiosi è sinonimo di memoria di lavoro). Quest’ultima è un sistema di mantenimento e manipolazione temporanea delle informazioni, in quanto le informazioni si cancellano nel giro di un breve lasso di tempo, necessario per realizzare attività cognitive complesse come quella di apprendere. Inoltre questo tipo di memoria implica interazioni con diversi processi mentali come l’attenzione, la percezione e la motivazione. Ciò nonostante, attualmente, gli scienziati non hanno ancora chiaro se la memoria a breve termine sia costituita da un sistema autonomo di memoria o se, invece, rappresenti una prima tappa dell’archiviazione a lungo termine che avrà poi luogo solo se si verificheranno le condizioni necessarie per il consolidamento.

Esiste poi un tipo di apprendimento innato, il cosiddetto “apprendimento sociale”, inteso come quello che risulta dall’osservazione e dall’imitazione dei comportamenti collettivi. L’apprendimento sociale è stato individuato per la prima volta agli inizi del Novecento sulla scia degli studi sulla memoria di quel periodo. Nel corso dell’evoluzione umana si sono aggiunti altri elementi (oltre a quelli ottenuti dall’apprendimento sociale) che si sono sviluppati nell’apprendimento personale, come il ruolo del rinforzo, che quando è positivo spinge l’individuo a ripetere un determinato comportamento per ripeterne la piacevole esperienza. Dagli anni Sessanta del Novecento lo psicologo Albert Bandura ha approfondito il concetto descrivendo un modello d’apprendimento in cui la combinazione di fattori ambientali, cioè sociali e psicologici, influisce sul comportamento. Secondo questa teoria ci sono tre requisiti necessari affinché una persona apprenda e modelli il proprio comportamento: la ritenzione, cioè il ricordare quello che ha osservato, la riproduzione, ovvero l’abilità di riprodurre il comportamento e la motivazione che spinge ad adottare quello specifico comportamento. Un vero passo in avanti in questo ambito di ricerca è la scoperta dei “neuroni specchio” che si attivano osservando le azioni altrui e che si ritiene siano alla base dell’empatia e della capacità imitativa, oltre ad essere i precursori del linguaggio. Questa caratteristica è fondamentale nell’apprendimento sociale quando sono coinvolti altri meccanismi di apprendimento. L’apprendimento sociale ha un’ampia gamma di diramazioni di modo che ogni stimolo od esperienza esterna che induca un condizionamento di qualunque tipo deriva dal contesto che è di tipo sociale. Nell’apprendimento sociale gli stimoli sono aggregati, per esempio nei membri di una confessione religiosa che prevede il riposo un giorno alla settimana, lo stimolo è un aggregato formato dal comportamento del gruppo e la risposta è un altro aggregato che include l’astenersi dall’eseguire determinate attività in quel giorno, chiaramente tramite diversi rinforzi, premi e castighi.

Senso di giustizia e di equità

È interessante notare, come fa presente Mariano Sigman (2017), che da esperimenti neuroscientifici si rileva che già i bambini in età preverbale possiedono delle nozioni morali e altri pilastri fondamentali della trama sociale umana, seppure ancora in maniera immatura.

Trovare un’impronta genetica nella predisposizione a confidare e cooperare sta spingendo a studiare quali stati chimici, ormonali e neuronali rendono una persona più predisposta ad avere fiducia negli altri. A tal proposito si sta attualmente studiando il punto di partenza naturale per la chimica della cooperazione e per il momento sembra che abbia a che fare con l’ossitocina, ormone presente in misura maggiore nelle donne ma in parte anche negli uomini, che modula l’attività celebrale e svolge un ruolo chiave nella predisposizione ad intrecciare vincoli sociali.

Prove che dimostrano l’innata predisposizione umana alla giustizia, alla fiducia e alla cooperazione

sono forniti dalla cosiddetta “teoria dei giochi”, disciplina che studia ed analizza le decisioni di soggetti che nei test o giochi di laboratorio vengono detti giocatori i quali posti in situazioni di conflitto o d’interazione strategica con gli altri rivali devono riuscire ad ottenere il massimo guadagno possibile dalla situazione. L’obiettivo di questo ramo di studi, a metà fra l’economia e la psicologia e che talvolta coinvolge anche la sociologia, è di determinare la strategia ottimale di ogni giocatore ovvero la strategia che massimizza l’utilità attesa, detta anche payoffatteso e che è possibile ottenere scegliendo sempre l’alternativa migliore fra quelle disponibili.

Tra tutti i giochi di laboratorio realizzati fino ad ora ne vengono qui di seguito presentati alcuni che indagano l’ambito della fiducia umana sia quando si ha la possibilità di vedere il viso degli altri giocatori sia quando questo non è possibile.

Un primo esempio è quello fornito dal cosiddetto “gioco del dittatore”, come ci riporta Mariano Siegman, (2017) il quale propone però una variante rispetto all’originale che era stata ideata per la prima volta nel 1986 dai ricercatori Thaler, Knetsch e Kahneman pur fornendo gli stessi risultati, in cui ci sono due bambini (una femminuccia ed un maschietto), che non si conoscono e che giocano tra loro non scambiandosi nemmeno una parola. L’organizzatrice dell’esperimento spiega loro le regole del gioco: alla bambina viene data una somma di denaro in regalo e lei deciderà come suddividere il denaro con l’altro bambino il quale non saprà nulla della sua decisone.

Lo spettro delle scelte è ampio, infatti ci possono essere individui più altruisti che dividono equamente la somma oppure individui più egoisti che tengono per sé l’intera somma di denaro. Il punto è che la maggioranza non sceglie di massimizzare tutto il denaro per sé, come ci si aspetterebbe, ma lo ripartisce con una certa generosità anche quando il gioco avviene in una stanza buia senza quindi la possibilità che i giocatori si vedano in viso. La motivazione sembrerebbe essere la percezione, l’autopercezione, il sentirsi una brutta persona se non si divide il denaro equamente, il che nell’individuo costituisce un costo (mentale). Quanto esattamente della somma di denaro ricevuta la bambina offrirà al bambino dipende da molte variabili che includono inclinazioni irrazionali ed ingiuste, dominate dal cosiddetto “effetto alone” che conduce inconsciamente a valutare un aspetto di una persona sotto l’influenza della percezione delle altre sue caratteristiche.

Sulla stessa linea del precedente è il cosiddetto “gioco della fiducia” nel quale ci sono due partecipanti, in genere adulti, uno dei quali riceve in regalo una somma di denaro che può condividere come vuole con una persona a lui sconosciuta, ma della cifra di denaro che verrà offerta all’altro giocatore gli organizzatori ne triplicheranno la somma. A sua volta quando la seconda persona riceve la sua parte deve decidere come condividerla con la prima persona. Se i due giocatori potessero mettersi d’accordo, la strategia ottimale sarebbe che la prima persona passasse l’intera somma alla seconda e che poi la seconda la dividesse equamente. Il problema è che non si conoscono e non avendo l’opportunità di fare un negoziato sono di fronte ad un vero e proprio atto di fiducia. La maggior parte dei giocatori trova un equilibrio ragionevole tra confidare e non esporsi completamente ed opta solitamente per proporre all’incirca la metà della somma.

Un ulteriore caso, sempre della stessa tipologia dei due precedentemente descritti, è quella del “gioco dell’ultimatum” in cui i due giocatori sono per lo più studenti universitari di società industrializzate. Il primo riceve in dono una cifra di denaro e deve decidere come ripartirla. Il secondo può accettare o rifiutare la proposta ma se la rifiuta nessuno guadagna nulla. Questo fa sì che chi offre deve trovare un giusto punto d’equilibrio.

L’offerta più comune variava fra il 15 ed il 50 per cento della somma e le controparti non rifiutavano quasi mai, ma quando si verificava il rifiuto la percentuale era compresa tra il 50 e l’80 per cento della somma.

In generale, ovviamente, se per varie ragioni si percepisce che l’altro non è onesto e ci vuole ingannare siamo meno predisposti a dare fiducia. Più nello specifico per quanto riguarda le dinamiche dell’ultimatum game si ha minore propensione a fare offerte alte nei confronti di chi diffidiamo. A tal proposito è interessante tenere presente la scoperta dell’antropologo Joseph Henrich sulla potenza delle influenze e delle forze culturali di una popolazione, le quali stabiliscono norme abbastanza precise in questi tipi di decisioni, o per meglio dire quanto si è predisposti a fidarsi degli altri. Esiste infatti una certa variazione interculturale legata alle norme sociali interne ad ogni comunità. Per esempio, l’antropologo sopracitato applicando il gioco dell’ultimatum nei villaggi di Au e Gnau in Papua Nuova Guinea ha constatato che gli individui offrivano la stessa percentuale della somma a loro disposizione rispetto alle persone delle società industrializzate (circa il 40 per cento) ma differivano da questi ultimi in quanto rifiutavano le percentuali più elevate (50-100 per cento). La spiegazione è dovuta al fatto che tra queste due popolazioni il dono ha un ruolo centrale nella società. Per loro accettare un dono, anche non richiesto, stabilisce l’obbligo di contraccambio nel futuro. Di conseguenza questo genererebbe ansia tra queste persone in caso di accettazione della proposta e di conseguenza la percentuale dei rifiuti è alta. La popolazione degli Ache in Paraguay ha fatto emergere invece la loro tendenza ad accettare offerte basse e quando invece erano loro a dover offrire parte della somma agli altri giocatori in genere proponevano più del 40 per cento della cifra a disposizione. Questo si verifica in quanto nella loro società condividono costantemente e cooperano molto e quindi sono più propensi alla generosità. Al contrario tra la popolazione Machiguenga in Perù e gli Hadza della Tanzania si è rilevato che proponevano offerte più inique (circa il 26 per cento della somma) rispetto alla media degli Occidentali ma rifiutavano con meno frequenza le offerte non eque (20 per cento dell’importo totale).

Da questi studi emerge che a seconda di come è organizzata la struttura sociale si osserva un maggiore o minore grado di cooperazione con i non appartenenti al gruppo. Ad esempio se una specifica struttura sociale presenta un alto od un basso livello d’integrazione di mercato, ovvero se il sostentamento di quella popolazione si basa o meno sugli scambi commerciali oppure se la loro vita cambierebbe poco se i mercati scomparissero. Da questo ne consegue una maggiore o minore propensione a cooperare con gli altri. Quindi da un alto grado di cooperazione e un altrettanto alto livello di mercato corrisponde una maggiore predisposizione ad offrire di più nell’ultimatum game. Di conseguenza è possibile concludere che i modelli di scambio sono altamente influenzati dalle pratiche culturali locali. Seppure gli individui non agiscono sulla base di uno scherma fisso universalmente concordato di equità certo è che nessuno presenta una condotta da “uomo economico egoista” tenendosi la completa somma, fornitagli dallo sperimentatore, per sé.

Anche il premio Nobel per l’economia 2017, Richard H. Thaler, che si è soprattutto dedicato a studiare il campo dell’economia comportamentale analizzando ed esaminando lui stesso l’ambito della teoria dei giochi sulla cooperazione, ha preso in esame i due modelli sperimentali presentati di seguito (il “dilemma del prigioniero” e il “gioco dei beni pubblici”) traendone delle conclusioni che più avanti verranno riportate.

Nel classico “dilemma del prigioniero” ideato da Melvin Dresher e Merrill Flood nel 1950 e formalizzato da Albert W. Tucker ci sono due prigionieri arrestati perché hanno commesso un delitto e vengono interrogati separatamente. Ognuno ha la possibilità di confessare o tacere. Se entrambi rifiutano di parlare la polizia può dimostrare la loro colpevolezza solo per un reato minore con un pena detentiva di un anno. Se invece entrambi confessano, ognuno di loro sarà condannato a cinque anni di carcere. Se uno confessa e l’altro tace, il primo sarà messo immediatamente in libertà, mentre l’altro dovrà scontare dieci anni di carcere. A questo punto ci sono due strategie: o cooperare, cioè tacere, o defezionare, ovvero confessare. La predizione teorica del gioco è che entrambi i giocatori defezioneranno in quanto indipendentemente da quello che farà l’altro giocatore tale comportamento corrisponderebbe all’interesse egoistico di ciascun giocatore. In realtà invece quando si svolge il gioco in laboratorio il 40-50% dei giocatori coopera. Thaler ritiene che dal momento che circa la metà dei giocatori coopera le motivazioni possono essere ricondotte o ad una mancata comprensione della logica del gioco oppure alla percezione che cooperare è la cosa migliore da fare, ipotesi a suo avviso più probabile.

Successivamente sono state create delle alternative sperimentali del dilemma del prigioniero, più associate alla vita quotidiana. Tra queste varianti c’è il cosiddetto “gioco dei beni pubblici”, intendendo per “bene pubblico” un bene che chiunque può consumare senza diminuire il consumo di qualcun altro, e nel gioco è impossibile escludere qualcuno dal consumarlo.

Si può fare un esempio ipotizzando di dare a ciascun giocatore appartenente ad un gruppo di cinque individui estranei tra loro cinque biglietti da un dollaro. Ogni soggetto può decidere se ed in che misura cedere biglietti da un dollaro per contribuire al “bene pubblico” ponendo anonimamente quel denaro in una busta nera. Le regole del gioco prevedono che il totale dei contributi alla busta del bene pubblico sarà raddoppiato e diviso in parti uguali tra tutti i giocatori.

La strategia egoistica e razionale nel gioco dei beni pubblici consiste nel non contribuire affatto in alcun modo. In questo caso però il gruppo finisce con metà del denaro che avrebbe avuto se ognuno avesse contribuito con la sua intera somma ed infatti se ognuno avesse contribuito con cinque dollari la somma sarebbe raddoppiata ed ognuno sarebbe tornato a casa con 10 dollari. Anche in questo caso la predizione della teoria economica tradizionale secondo la quale nessuno coopererebbe nel gioco dei beni pubblici risulta falsa. Infatti in media i soggetti contribuiscono al bene pubblico con circa il 50 per cento della somma.

Richard H. Thaler osserva che da questi due esperimenti emerge la realtà che in media i soggetti contribuiscono al bene pubblico con circa metà della posta.

È stato dimostrato che gli economisti sono più inclini degli altri a comportarsi da “free riders”, come si dice in economia, ovvero a non partecipare al costo di un bene pubblico perché si prevede di poterne beneficiare gratuitamente.

Ulteriori ricerche hanno rilevato che far eseguire più volte il “gioco dei beni pubblici”, al contrario di quello che si può pensare, non insegna alle persone ad essere opportuniste ma la ripetizione provoca in loro il convincimento che stanno giocando con degli opportunisti con la conclusione che nessuno vuole essere ingannato. In particolare una ricerca di Ernst Fehr e colleghi ha mostrato che le persone sono per la maggior parte caratterizzabili come cooperatori condizionali, nel senso che sono disposti a cooperare se lo fa anche un numero significativo di altri soggetti. Si inizia a giocare disposti a riconoscere ai compagni il beneficio del dubbio, ma se i tassi di cooperazione sono bassi questi cooperatori condizionali si tramutano in free riders. Tuttavia la cooperazione può essere mantenuta anche in giochi ripetuti se ai giocatori si dà l’opportunità di punire coloro che non cooperano. Le persone sono disposte a spendere un po’ più di denaro per dare una lezione a coloro che si comportano scorrettamente e questa disponibilità a punire disciplina i potenziali freeriderse contribuisce a mantenere stabilmente tassi di cooperazione elevati.

Tutto ciò è riscontrabile anche in situazioni di vita quotidiana come fa notare Jervis (2002). Infatti, come già accennato prima, è molto importante per gli esseri umani, anche in maniera inconsapevole, punire i soggetti che defezionano talvolta addirittura anche a costo di perdere dei vantaggi. In questi casi si osserva che una defezione iniziale non inaugura un rapporto, come accade nei comportamenti detti “tit for tat” ovvero “colpo su colpo” in cui se un soggetto defeziona anche l’altro risponde facendo altrettanto o se al contrario coopera anche l’avversario coopera. In questi casi invece una defezione iniziale innesca una catena di altre defezioni, che è possibile definire come “defezione generalizzata”. A titolo esemplificativo Jervis fa il seguente esempio: bastano poche persone che cominciano a gettare rifiuti sulla spiaggia pulita (per varie ragioni come pigrizia, maleducazione e quant’altro) ad indurre automaticamente anche la maggior parte degli altri ad imitarli, quando il cestino è lontano da raggiungere, dal momento che la spiaggia è comunque già sporca. In casi come questo infatti l’eventuale iniziativa del cooperare può sembrare inutile perché non premiante.

Tornando alla teoria dei giochi i ricercatori Mario Testa e Antonio D’Amato (2012) sottolineano che l’uso di questa disciplina a metà tra l’economia e la psicologia, anche grazie al supporto delle neuroscienze ed a tecniche come la risonanza magnetica funzionale effettuata durante lo svolgimento degli esperimenti, ha fatto emergere che l’ultimatum game evoca motivazioni strategiche non cooperative mentre il gioco del dittatore manifesta l’imprescindibile dipendenza da preferenze socialmente condizionate. Entrambe queste motivazioni si vanno poi ad intrecciare con altre due componenti motivazionali “il sincero altruismo” e “la mera tutela della propria immagine”. Come gli esperimenti condotti dai due ricercatori per indagare la filantropia delle persone ha evidenziato, quando si sottopongono i soggetti ai giochi dell’ultimatum e del prigioniero risulta essere rilevante se il fatto che l’identità dell’altro giocatore sia o meno manifesta. Infatti in caso di anonimato le offerte erano più basse mentre in caso di non anonimato erano più alte. In questi casi ciò che spinge a tale risultato è la “tutela della propria immagine” (cioè non voler fare brutta figura con gli altri) piuttosto che quella di un “sincero altruismo”, atteggiamento più frequente negli uomini. Infatti questi ricercatori hanno ulteriormente confermato quanto già rilevato in altri studi e cioè che in media le donne sono più generose, più cooperative, hanno un maggiore senso di equità e presentano una minore propensione al rischio rispetto agli uomini sia in caso di anonimato che di non anonimato. Infine i due ricercatori considerano che tutti i comportamenti umani apparentemente “irrazionali” non sono né insensati né casuali ma sistematici e, considerando il fatto che si ripetono, risultano anche essere prevedibili. Per questo si stanno ampliando le applicazioni sperimentali derivate dalla teoria dei giochi comportamentali per gli studi manageriali, di marketing, di strategie d’impresa e di responsabilità sociale d’impresa. Inoltre i risultati che si ottengono stanno riformando la teoria economica classica dell’homo oeconomicusorientata verso fini egoistici ma che al contrario sembra piuttosto dimostrare che gli esseri umani siano più propensi ad avere comportamenti sociali.

Nonostante le teorie dei giochi vengano criticate sia perché il numero dei partecipanti sono soltanto due, sia perché questi esperimenti non rendono effettivamente liberi di scegliere in quanto la valutazione viene parzialmente indotta e condizionata dallo sperimentatore e di conseguenza non mostrano una situazione assolutamente realistica, rimangono comunque una valida base per dimostrare il comportamento decisionale umano.

Corruzione, fiducia e ottimismo umani

Le ricerche condotte da Stephen Mark Rosenbaum, Stephan Bellinger e Nils Stieglitz (2014) hanno dimostrato sperimentalmente che l’onestà umana è alla base di ogni società e che è, a sua volta, legata alla fiducia altrui. Inoltre, come fa presente Mariano Sigman (2017), ci sono stati test elaborati all’interno della teorie dei giochi che hanno indagato il seme della corruzione umana usando giochi simili a quelli descritti precedentemente e che hanno evidenziato l’importanza derivante da una condizione d’ambiguità la cui conseguenza è la riduzione della fiducia. In altre parole si è ostili nei confronti di coloro che si ritiene possano tradirci. Pertanto l’ambiguità nelle credenze degli altri, che in questo caso pensiamo siano corrotti, ci fa essere egoisti ed aggressivi e per rimediare a tutto ciò è necessario rendersi credibili e seminare certezze e fiducia. Comunque anche in questi casi si è rilevata una differenza di percezione alla fiducia tra diverse popolazioni. La percezione del rischio di defezione è legato soprattutto alla cultura (anche se non solo) quindi alle conseguenze sociali in cui incorrerebbero le persone disoneste appartenenti ad una specifica  popolazione e ciò influenza la predisposizione dei loro interlocutori nel dare loro più o meno fiducia.

Studi di massa condotti in Svezia e negli Stati Uniti sui gemelli mostrano che le differenze di generosità nel gioco della fiducia dipendono da una predisposizione genetica. Se un gemello tende a ripartire molto generosamente, nella maggior parte dei casi anche il suo gemello omozigote farà altrettanto e viceversa. Questa relazione si verifica in maniera molto minore tra i gemelli eterozigoti, il che consente di scartare il fatto che questa somiglianza risulti semplicemente dall’essere cresciuti insieme nella stessa casa. L’influenza culturale infatti non è l’unica forza che governa le predisposizioni di un individuo.

Quando si prende una decisione fiduciosa, cooperativa ed altruista nel gioco della fiducia si attivano regioni nel cervello del soggetto coinvolto che codificano i circuiti dopominergici del piacere e della ricompensa. Anche compiere un’azione solidale suscita qualcosa di piacevole. Ciò riflette le intuizioni sul capitale sociale in quanto essere buoni ha un valore e spiega il motivo per cui nei giochi economici è raro trovare decisioni che massimizzano soltanto il denaro trascurando il fattore sociale. Infatti è dimostrato che per gli esseri umani soddisfare l’elemento sociale risulta essere appagante e produce benessere. Quando si partecipa ripetutamente al gioco della fiducia, i giocatori apprendono e convergono su un modello: se un giocatore distribuisce con generosità, l’altro diventa progressivamente più generoso e viceversa. Di conseguenza il gioco alla lunga può giungere ad essere perfettamente cooperativo oppure egoistico, seppure in questo ultimo caso non completamente.

Una persona prima di giocare, come nella vita reale, ha già un’aspettativa sul suo compagno se coopererà o meno. Quando ci si trova davanti ad una discrepanza rispetto a quanto ci si aspettava il nucleo caudato del cervello libera l’ormone dopamina. Questo produce un segnale di errore di predisposizione che a sua volta ci stimola a calcolare più precisamente se l’altro in futuro coopererà o meno. Mano a mano che questo calcolo si fa più esatto, impariamo a conoscere meglio le altre persone ed il livello di segnale dopaminergico diminuisce. Così le persone più generose sviluppano un processo d’apprendimento nel quale ci si autocorregge via via che si genera fiducia. Questo è il circuito neuronale della reputazione sociale. Talune volte però succede che la fiducia sociale si mantenga nonostante si abbiano avute brutte esperienze. La ragione è data dal fatto che chi ha consolidato l’opinione che l’altro agirà bene non cambia questa credenza per una semplice eccezione (ad esempio se qualcuno su cui si ha una buona opinione consiglia un film a noi non gradito ciò non è considerato sufficiente a farci cambiare l’opinione generale che abbiamo su quella persona). Infatti il seme della fiducia è strettamente legato all’ottimismo. Tant’è che quest’ultimo si è instaurato come un meccanismo per ignorare certi aspetti negativi sulla bilancia del futuro che tutti noi abbiamo indipendentemente poi da quella che è la componente individuale.

In particolare ogni volta che si scopre un qualcosa che si ritiene desiderabile o benefico si attiva un gruppo di neuroni in una piccola regione della corteccia prefrontale sinistra chiamata giro frontale inferiore. Quando, invece, riceviamo evidenze non desiderabili, si attiva un altro gruppo di regioni omologo nell’emisfero destro. Fra queste regioni cerebrali si stabilisce una sorta di bilanciamento tra le buone e le cattive notizie. Questo bilanciamento, però, presenta due tranelli: il primo è che si dà più peso alle buone notizie piuttosto che alle cattive e ciò in media crea una tendenza all’ottimismo mentre il secondo è che l’inclinazione del bilanciamento è diversa in ogni individuo e rivela il meccanismo dell’ottimismo. Quindi l’attivazione dei neuroni del giro frontale dell’emisfero sinistro è simile in tutte le persone quando si scopre che il mondo è migliore di quanto potessimo pensare. Al contrario l’attivazione del giro frontale dell’emisfero destro varia in un ampio intervallo da individuo ad individuo nei casi in cui veniamo a sapere che il mondo è peggiore di quanto potessimo pensare.

L’ottimismo è una sorta di piccola “follia” che ci spinge a fare cose che altrimenti non faremmo.

Perciò l’ottimismo è un sentimento che è comune a tutti gli esseri umani ma ovviamente esistono delle differenze individuali per cui ci sono persone maggiormente ottimiste ed altre che lo sono meno. I pessimisti, dunque, presentano l’attivazione del giro frontale dell’emisfero destro amplificato e accentuato; questo fatto quindi aumenta e moltiplica l’impatto dell’informazione negativa rispetto alle persone ottimiste.

Conclusioni

In conclusione, si può affermare che in ogni essere umano c’è una componente neuronale comune ad ogni persona che in sostanza media tutte le sue decisioni. È altrettanto chiaro però, che in ciascun essere umano è presente un’oscillazione innata tra una parte intrepida ed edonistica, che ignora i rischi e le conseguenze future fornite dall’ottimismo ed un’altra parte razionale che li soppesa. Questa dinamica può essere esarcerbata in particolari situazioni come patologie psichiatriche e neurologiche oltre che nell’adolescenza -in quest’ultimo caso infatti si ha un’immaturità della corteccia prefrontale che è una struttura che valuta le conseguenze future, coordina ed inibisce gli impulsi (oltre, come detto inizialmente, a consentire di essere sociali). Dall’altro canto, le modalità che regolano i processi decisionali sono marcatamente personali, anche se in parte sono influenzate dalla cultura e dalla società in cui si è abituati a vivere, il che distingue le persone maggiormente ottimiste da quelle che lo sono meno (rendendo le persone più o meno propense a dare fiducia e a cooperare tra loro), nonostante sia indubbia la predisposizione umana alla fiducia ed alla cooperazione con gli altri individui. Da un punto di vista evolutivo i risultati delle prove sperimentali sembrano dimostrare che la maggior parte dei comportamenti cooperativi umani siano di tipo altruistico e più precisamente di tipo altruistico reciproco, quasi mai totalmente disinteressati e conseguenti ad un tentativo opportunistico di evitare la punizione che segue la messa in atto di un atteggiamento egoistico. In alcuni casi però è anche possibile riscontrare che è legato a ricompense ed allo status sociale che si vuole mantenere all’interno della società a cui la persona appartiene. Queste caratteristiche si sono sviluppate nell’uomo perché per poter garantire il proprio mantenimento deve vivere in gruppo e ciò l’ha inevitabilmente portato a diventare un essere umano. Molti scienziati parlano di una selezione genetica che ha portato all’altruismo e tra questi c’è addirittura Robert Dawkins autore del libro pubblicato nel 1976 “Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente” (già il titolo è indicativo del suo pensiero) nella cui prefazione afferma: “Gli esseri umani sono macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per conservare quelle molecole egoiste note come geni”. Inoltre gli scienziati ritengono che affinché tutto ciò sia possibile il cervello umano, a partire dal Pleistocene, ha cominciato ad ingrandirsi fino ad arrivare alle attuali dimensioni che si sono raggiunte sostanzialmente con l’Homo sapiens.

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