Siamo figli della Natura o di Dio?

Il senso dell’esistenza, l’origine e il destino del mondo, il nostro posto nell’universo, l’esistenza di Dio, il rapporto tra scienza e fede: sono questi i grandi problemi al centro dell’interesse dell’uomo fin dall’antichità. Su tutto aleggia la considerazione che la vita – come rileva uno dei grandi poeti e pensatori, Giacomo Leopardi- è uno spazio delimitato dal continuo avvicendarsi della vita e della morte e che tutto appare “vano” e caratterizzato da un senso di caducità, infelicità e malessere. Non bastano la poesia e la scienza, che pure rappresentano elementi di “consolazione” a superare questo stato d’animo. 

Queste riflessioni sono state sviluppate anche da Nietzsche, Wittgenstein e Heidegger nella considerazione del tempo della “morte di Dio”. In questo senso, Leopardi è l’antesignano del nichilismo, della filosofia dell’età moderna e l’artefice della critica alla civiltà contemporanea.

I successi poi della scienza stanno relegando il trascendente, l’anima, il sacro, Dio nel “dimenticatoio” della storia. Uno dei più autorevoli scienziati, Richard Dawkins, esponente del neo-ateismo, afferma, insieme con materialisti, post-religiosi e atei, che noi non abbiamo più alcun bisogno del pensiero religioso, perché quello scientifico lo ha reso “obsoleto e inutile”.

In realtà, come mostra l’importante saggio di Sergio Givone “Quant’è vero Dio. Perché non possiamo fare a meno della religione”, il bisogno di Dio “sembra tornare alla ribalta ovunque nel mondo” Il ritorno a Dio è “necessario”, al fine di “contrastare il totalitarismo in tutte le sue forme”. La religione riguarda “la nostra libertà, perché della libertà è l’ultima difesa e non la soppressione”.

Sta di fatto, che quella scientifica e quella religiosa sono due grandi, profonde e diversificate visioni del mondo che dovrebbero collaborare e convivere, traendo dal confronto reciproco un sicuro “vantaggio” (McGrath).

Ma che cosa resta di Dio- si chiede Givone- se Dio per la scienza è solo “una ipotesi non necessaria” o se, come tutti ripetono con Nietzsche, “Dio è morto”? Senza Dio, il mondo è una landa deserta sdivinizzata, desacralizzata, disertata dal divino, secolarizzata. Un mondo che si allontana da principi, usi e costumi tradizionali e da posizioni dogmatiche.

Viviamo in un’epoca che vorrebbe fare a meno del sacro, ma senza riuscirci. Il nostro è un Occidente secolarizzato, caratterizzato dal relativismo e dal determinismo. La secolarizzazione, per Carl Schmitt, è un fenomeno di radicale discontinuità e di rottura con il passato. Essa è figlia della dissoluzione dell’ordo christianus, una condizione nella quale la forma dello Stato non potrà essere che una potestas sdivinizzata.

La post-modernità è l’epoca in cui il mondo appare totalmente rimesso all’apparato tecnologico. Oggi del sacro non ne è più nulla perché è stato tolto qualsiasi limite imposto all’agire umano secondo il principio: quello che l’uomo è in grado di fare, prima o poi lo farà.

Ma davvero possiamo fare a meno del trascendente e della religione, che hanno il mandato di indicarci la verità sull’uomo e sul mondo? C’è la verità della scienza, in particolare quella di Darwin, la quale ci dice che siamo il risultato della selezione naturale e non di una mente superiore. Siamo cioè figli della natura e non di Dio. Ma c’è anche un’altra verità, la verità che potrebbe essere. E se fosse vero che siamo figli di Dio? E se fosse vero che Dio esiste, che l’anima esiste? Vita, come concorda Givone, è vita, in quanto è vita dello spirito.

Ci troviamo di fronte a un bivio: cristianesimo e nichilismo. Il mondo è un campo governato da principi privi di finalità, e quindi “insensate e brutali”. E tuttavia, siamo immersi in un altro mondo, che rinvia al di là di sé, rinvia all’universale, a nuove realtà e a nuove categorie, che ci offrono elementi per decifrare il destino dell’uomo e svelarci qualcosa di trascendentale, l’anima come realtà spirituale, luogo dello spirito. È lo spirito a trattenerci dal “baratro” nella disperata insensatezza della nostra condizione umana ed esistenziale. Sono solo la filosofia e la religione in grado di rispondere sul senso della vita e del mondo, sulle verità dell’uomo e dell’universo.

Per il nichilismo, Dio è morto, Dio non esiste. Ma se Dio non esiste- dice Dostoevskij- “tutto è permesso, anche l’antropofagia”. Il male non c’è più. Negato il male, negato Dio.

Invero, il male esiste realmente, sia sul piano individuale, dove ciascuno, come afferma Solov’ev- appare preda di passioni “animali e belluine”; sia sul piano sociale, dove la grande massa di coloro che sono asserviti agli istinti peggiori sovrastano coloro che resistono e si ribellano alla deriva. Esiste infine sul destino di morte che accomuna tutti, buoni e cattivi. Perciò, di fronte alla realtà del male, non resta altro che guardare ad una prospettiva di trascendenza.

La società post-secolare, benché fondamentalmente “irreligiosa”, ha tutto da guadagnare- precisa Habermas- dall’apporto che può dare “una visione spirituale e trascendente della vita”. L’esperienza religiosa, per Dostoevskij, è esperienza di trascendenza del mondo a se stesso. Il dramma umano della sofferenza- il male- è l’avversione a Dio, è l’opposizione alla sua volontà. Che è volontà di bene. Dio, pertanto, esiste, perché esiste il male. L’esistenza del male e del dolore del mondo è “una prova dell’esistenza di Dio” (Berdjaev). La tragedia dell’umanità in preda al dolore e al male è anche la tragedia di Dio. La tragedia di Cristo morto in croce.

 

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