Una questione antica, ancora controversa
Il problema dell’esistenza o meno di sottodivisioni sostanziali della specie umana, chiamate spesso impropriamente “razze”, e’ tra i piu’ controversi del nostro passato e del nostro presente, e costituisce tuttora motivo di scontro ideologico e politico. La storia del Novecento mostra fin troppo bene quali conseguenze possa avere la pretesa di fondare una teoria politica sul presunto dato biologico. Proprio per questo conviene rovesciare l’approccio: invece di partire dalle convinzioni, partire dalle conoscenze scientifiche piu’ recenti e chiedersi se sia lecita, e con quali limiti, la fondazione di una prassi basata sul dato biologico quanto piu’ possibile esatto e senza interferenze di natura ideologica.
L’obiettivo non e’ una speculazione storica sul divenire umano, ma porre alcuni punti fermi per indagare la questione da un punto di vista meramente biologico, e piu’ esattamente delle radici biologiche dei raggruppamenti umani. La conclusione a cui arriva la biologia contemporanea e’ netta: il concetto di “razza” non possiede, applicato all’essere umano, alcuna validita’ scientifica. Capire perche’ richiede di chiarire prima alcuni concetti di base.
Che cos’e’ una specie
In biologia la specie e’ l’unita’ fondamentale della classificazione degli esseri viventi. La definizione piu’ diffusa, detta “concetto biologico di specie”, la descrive come l’insieme delle popolazioni naturali i cui individui possono incrociarsi tra loro e generare prole a sua volta fertile, restando isolati dal punto di vista riproduttivo da altri gruppi simili. Il cavallo e l’asino, per esempio, possono accoppiarsi, ma il loro discendente, il mulo, e’ di norma sterile: appartengono dunque a specie diverse.
Il criterio dell’isolamento riproduttivo
Il cuore di questo criterio e’ l’isolamento riproduttivo. Due popolazioni appartengono alla stessa specie se, incontrandosi, possono mescolare il proprio patrimonio genetico in modo stabile e duraturo. Quando questo flusso di geni si interrompe, per barriere geografiche, comportamentali o biologiche, le popolazioni iniziano a divergere e, nel corso di tempi lunghi, possono dare origine a specie distinte. E’ il meccanismo della speciazione, processo lento e graduale che la teoria dell’evoluzione descrive come risultato della selezione naturale operante sulla variabilita’ degli individui.
Tutti gli esseri umani: un’unica specie
Applicato all’uomo, questo criterio porta a una conclusione priva di ambiguita’: tutti gli esseri umani viventi appartengono a un’unica specie, Homo sapiens. Non esiste alcuna barriera riproduttiva tra popolazioni umane provenienti da continenti diversi: due persone qualsiasi possono avere figli pienamente fertili. Il flusso genetico tra le popolazioni umane non si e’ mai realmente interrotto, e anzi le migrazioni lo hanno mantenuto attivo lungo tutta la storia della nostra specie.
Specie, sottospecie e “razza”
All’interno di una specie i biologi distinguono talvolta livelli inferiori di organizzazione. La sottospecie indica una popolazione geograficamente isolata che ha accumulato differenze ereditarie sufficienti a renderla riconoscibile, pur restando capace di incrociarsi con il resto della specie. Nella zoologia tradizionale il termine “razza” e’ stato usato in modo affine, soprattutto per le popolazioni animali allevate dall’uomo o per varieta’ locali ben caratterizzate.
Il punto decisivo e’ che questi concetti, pensati per descrivere la diversita’ tra popolazioni, richiedono che le differenze siano nette, ereditarie e geograficamente coerenti. E’ proprio questa condizione che, nel caso umano, non si verifica.
Perche’ la “razza” non ha base biologica negli umani
La genetica delle popolazioni ha mostrato, a partire dalla seconda meta’ del Novecento, che la variabilita’ genetica della nostra specie si distribuisce in modo del tutto incompatibile con l’idea di razze distinte. Tre risultati, in particolare, sono diventati pietre angolari del consenso scientifico.
La variabilita’ e’ soprattutto interna ai gruppi
Il primo risultato e’ che la maggior parte della diversita’ genetica umana si trova all’interno delle popolazioni, non tra di esse. In termini semplici: due individui scelti a caso nello stesso villaggio possono differire geneticamente tra loro quanto, o piu’, di due individui presi da continenti diversi. Le presunte “razze” raggrupperebbero dunque persone molto eterogenee, separandone altre molto simili: una classificazione che non descrive la realta’ biologica.
Le differenze sono graduali, non a confini netti
Il secondo risultato riguarda la geografia della variazione. I tratti che storicamente sono stati usati per distinguere le “razze”, come il colore della pelle, variano in modo continuo e graduale lungo il pianeta, senza confini netti. Spostandosi a piccoli passi da una regione all’altra non si incontrano salti improvvisi, ma transizioni morbide. Dove tracciare allora una linea di separazione? Qualunque confine sarebbe arbitrario, dettato da convenzioni e non da discontinuita’ naturali.
I tratti visibili non coincidono tra loro
Il terzo risultato e’ che i diversi caratteri ereditari non si dispongono in modo concorde. Il colore della pelle, la forma del corpo, i gruppi sanguigni, le varianti genetiche legate alla resistenza a certe malattie seguono ciascuno una propria geografia, modellata da pressioni evolutive differenti come il clima o l’esposizione solare. Classificare le persone in base a un tratto produce raggruppamenti diversi da quelli ottenuti con un altro tratto. Non esiste, in altre parole, un insieme coerente di confini che permetta di ritagliare “razze” naturali.
Una specie giovane e profondamente mescolata
A spiegare questo quadro contribuisce la storia evolutiva della nostra specie. Homo sapiens e’, in termini biologici, una specie giovane, originatasi in Africa e poi diffusasi nel resto del mondo in tempi relativamente recenti. Il tempo trascorso e’ stato troppo breve, e il rimescolamento tra popolazioni troppo continuo, perche’ si formassero sottodivisioni biologicamente stabili. La diversita’ umana e’ reale e affascinante, ma e’ diversita’ tra individui e popolazioni interconnesse, non tra compartimenti separati.
Distinguere questo piano biologico da quello culturale e sociale e’ essenziale. Le identita’ etniche, linguistiche e culturali esistono, hanno valore e meritano rispetto, ma sono costruzioni storiche e sociali, non categorie scritte nel genoma. Confondere i due piani e’ precisamente l’errore che ha alimentato, nel passato, le teorie razziali piu’ dannose.
Domande frequenti
Le razze umane esistono dal punto di vista biologico?
No. La genetica delle popolazioni mostra che la variabilita’ umana e’ in gran parte interna ai gruppi, varia in modo graduale lungo la geografia e non presenta confini netti. Tutti gli esseri umani appartengono a un’unica specie, Homo sapiens, senza sottodivisioni biologiche di tipo razziale.
Che differenza c’e’ tra specie e razza?
La specie e’ l’unita’ fondamentale della classificazione: individui che possono incrociarsi generando prole fertile e che restano isolati riproduttivamente da altri gruppi. La “razza”, in zoologia, indicava popolazioni con differenze ereditarie nette. Nell’uomo queste differenze nette non esistono, e quindi il concetto di razza non e’ applicabile.
Se le razze non esistono, perche’ vediamo differenze tra le persone?
Le differenze visibili, come il colore della pelle, sono reali ma riguardano un numero ristretto di tratti, modellati da pressioni evolutive locali come il clima. Variano in modo continuo e non coincidono tra loro: non permettono quindi di raggruppare l’umanita’ in categorie biologiche distinte.
Le identita’ etniche e culturali allora non contano?
Contano eccome, ma su un piano diverso. Lingue, culture e identita’ di gruppo sono costruzioni storiche e sociali, dotate di pieno valore. Non vanno confuse con categorie biologiche: riconoscerne la natura culturale aiuta proprio a evitare gli usi ideologici del presunto dato biologico.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.