La Lingua dei Colori

Esempio di influenza culturale nella vita dell’uomo

Erroneamente è possibile pensare che la lingua (definibile come quel codice verbale umano attraverso cui si realizza la facoltà del linguaggio) dei colori sottenda un codice universale, sovraculturale ed immutabile anche attraverso le epoche. In questo articolo verrà dimostrato, presentando anche alcuni casi a supporto, quanto sia complesso questo argomento.

 

Introduzione alla lingua dei colori

Da più di tre secoli dura lo scontro tra coloro i quali cercano di studiare il colore come fenomeno fisico a partire da Newton e chi invece li interpreta piuttosto come del tutto legati alla soggettività e all’emotività individuale, da Goethe in poi. Questo dibattito è nato soprattutto a causa della scarsità dei vocaboli che servono per indicarli a prescindere dalla lingua utilizzata. A tal proposito Sapir e Whorf hanno sostenuto la cosiddetta teoria della “relatività linguistica” secondo cui la nostra lingua madre (quindi la nostra cultura originaria) ed in particolare la sua grammatica influenza le nostre percezioni, pensieri e modi di vedere il mondo limitando pertanto la capacità dei parlanti di esprimere e comprendere concetti. Questo modo di vedere è stato successivamente superato da Jackbson il quale, riprendendo l’intuizione di Boas sostiene che “le lingue differiscono essenzialmente su ciò che devono esprimere, non per ciò che possono esprimere”. Ne consegue che potenzialmente i parlanti possono esprimere tutto ciò che vogliono e che la differenza linguistica consista in realtà nelle informazioni che ciascuna lingua induce obbligatoriamente ai propri parlanti. Queste abitudini linguistiche possono tradursi in abitudini mentali (in quanto lingue diverse prestano attenzione solo a determinate informazioni a discapito di altre) che possono provocare conseguenze sulla memoria, sulla percezione, sulle associazioni e persino sulle abilità pratiche ma che non limitano a priori la comprensione dei parlanti (come invece sostenevano Sapir e Whorf). Infatti il punto è che l’abitudine che ne deriva dalla cultura determina le differenze tra una lingua e l’altra, Edward Tylor definisce la cultura o civiltà “quell’insieme complesso che comprende le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, le leggi, i costumi e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società”. Questa frase include quindi tutti gli aspetti del comportamento di una persona che si sono sviluppati come convenzioni sociali e che vengono trasmessi di generazione in generazione grazie all’apprendimento. Tant’è vero che addirittura è possibile constatare una differente percezione del colore nelle culture, in parte derivanti dalle limitazioni della nostra lingua madre (sono stati effettuati anche degli studi sperimentali al riguardo, alcuni dei quali vengono presentati più avanti).

 

La diversa percezione del colore tra diverse culture

Come fa notare Michael Pastoureau, lo storico più importante su questo argomento, anche il significato semantico legato alle diverse culture per quel determinato colore può essere diverso, ad esempio il bianco in Oriente si usa per il lutto, mentre in Occidente è consuetudine utilizzare il nero  e di conseguenza anche la percezione del colore può essere diversa tra una lingua ed un’altra.

Un caso esemplare ed una prova empirica di ciò, come ci riporta Deutscher, sono i semafori in Giappone in cui il verde, che indica il via libera, presenta una tonalità diversa rispetto a quella delle altre nazioni in quanto ha un’evidente sfumatura di blu e ciò è dovuto ad un episodio bizzarro di storia politico-linguista. Il giapponese moderno chiama il blu ‘ao’ ed il verde ‘midori’ ma originariamente il termine ‘ao’ designava sia il blu che il verde. Negli anni Trenta quando gli Stati Uniti importarono i primi semafori le loro luci verdi erano uguali a qualsiasi altro luogo. In principio, grazie alle associazioni ancora esistenti di ‘ao’ con il verde, non parve così anomalo chiamarlo ‘ao’. Con il tempo, però la divergenza tra il verde ed il blu ed il significato dominante della parola ‘ao’ cominciò ad essere stridente. I giapponesi, popolazione orgogliosa, invece di cambiare il nome ufficiale del via libera con il termine ‘midori’ cambiarono il colore delle luci del via libera dal 1973.

Invece in italiano ed in altre lingue occidentali esiste una discrepanza nel designare il segnale di preavviso all’arresto, il quale pur essendo arancione viene definito giallo sia dall’italiano corrente che dal Codice della Strada.

Per dimostrare sperimentalmente le differenze nella percezione del colore nelle culture che in parte sono derivanti dalle limitazioni della nostra lingua madre è stato condotto un esperimento da un gruppo di studiosi dell’Università di Standford, del MIT e dell’UCLA pubblicato nel 2007. Nello specifico questo consisteva nel verificare se l’esistenza nella lingua madre russa di due termini distinti per indicare il blu -“siniy” che corrisponde al “blu” italiano ed al “dark blue” inglese e “goluboy” che corrisponde all’azzurro italiano ed al “light blue” inglese- potesse influenzare la percezione delle tonalità blu ed azzurre da parte dei russi. I partecipanti venivano posti davanti ad uno schermo di un computer sul quale comparivano gruppi di tre quadrati blu o azzurri, più precisamente un quadrato in alto ed una coppia di quadrati in basso. Uno dei due quadrati inferiori era sempre dello stesso colore del quadrato superiore mentre l’altro presentava una tonalità di blu od azzurro diversa. Il compito consisteva nell’indicare quale dei due quadrati inferiori fosse di colore uguale a quello superiore. I partecipanti non dovevano dire nulla ad alta voce, ma premere il pulsante di destra o di sinistra più velocemente possibile una volta che l’immagine compariva sullo schermo. Tutti coloro che hanno partecipato all’esperimento hanno fornito la risposta corretta, in fondo si trattava di un compito semplice ma il vero scopo che si proponeva il test era quello di misurare il tempo necessario a premere il pulsante corretto. Inoltre, come era del tutto prevedibile, maggiore era la distanza della tonalità di colore del quadrato superiore con quello inferiore più veloce era il tempo di reazione. In questo caso non ci fu nulla di sorprendente ma i risultati interessanti emersero quando si constatò che il tempo di reazione dei madrelingua russi non dipendeva soltanto dalla distanza oggettiva fra le tonalità ma anche dalla linea di confine tra blu ed azzurro. Al contrario quando l’esperimento venne sottoposto a madrelingua inglesi l’unico fattore che influiva era la distanza oggettiva fra le tonalità. Successivamente per verificare i circuiti cerebrali del linguaggio che sono direttamente coinvolti nell’elaborazione dei segnali cromatici i ricercatori aggiunsero all’esperimento un altro elemento in modo tale che i circuiti linguistici svolgessero con maggiore difficoltà la propria funzione normale. In particolare i partecipanti dovevano memorizzare delle sequenze casuali di cifre e continuare a ripeterle mentre osservavano lo schermo e schiacciavano i pulsanti. In questo modo le aree del linguaggio del cervello sarebbero state impegnate e perciò non facilmente sfruttabili per supportare il processo di elaborazione visiva. In questo esperimento i russi non reagirono più alle tonalità situate sui lati opposti del confine tra “siniy” e “goluboy” con velocità maggiore ma come gli inglesi il tempo di reazione risultò dipendere dalla distanza oggettiva delle due tonalità senza l’influenza della sfera linguistica. Per concludere quando le tonalità avevano nomi diversi il riconoscimento delle differenze di colore era più veloce rispetto all’inverso.

 

Colore e linguaggio tra i due diversi emisferi del cervello

Tenendo presente che è stato dimostrato nell’ambito delle neuroscienze che l’emisfero sinistro del cervello è la sede principale della funzione cognitiva e dell’elaborazione delle informazioni di tipo verbale, sintetico ed analogico, ne consegue che è proprio lì che sono principalmente localizzate le funzioni seriali e strutturali dell’elaborazione microlinguistica riguardante gli aspetti fonetico/fonologici, morfosintattici e in parte semantici e l’approccio di informazioni sintetiche ed analitiche. L’emisfero destro, invece, è la sede principale delle funzioni di tipo parallelo come gli aspetti pragmatici, prosodici e parzialmente semantici che sfruttano una vasta attenzione contemporanea di informazioni diverse di tipo visivo e percettivo, ed è proprio questa zona del cervello ad elaborare le informazioni in maniera più globale ed olistica.

Un caso esemplare di ciò, come Betty Edwards nota, si ha in pittura con l’uso del colore il quale necessita il contributo di entrambi gli emisferi. Inizialmente è l’emisfero destro del cervello a consentire che un oggetto venga percepito coinvolgendo principalmente la funzione cognitiva visiva e percettiva ma in un secondo tempo interviene anche l’emisfero sinistro che elabora la parte verbale, lineare, essenziale per poter mescolare i colori. Infatti conoscere il lessico del colore aiuta a mettere in pratica i principi fondamentali della visione e dell’impiego del colore.

A tal proposito è stato ideato un esperimento da quattro ricercatori dell’Università di Berkely e Chicago volto ad esaminare il modo in cui il linguaggio interferisce con l’elaborazione dei segnali visivi cromatici, e che metteva a confronto solo persone madre lingua inglese. A prima vista questa scelta può sembrare un po’ limitativa per poter verificare le differenze percettive nella percezione del colore di chi parla ma in realtà si è rivelato ingegnoso. L’esperimento si basava sull’assunto che ciascun emisfero del cervello umano ha il compito di elaborare i segnali visivi che provengono dalla metà opposta del campo visivo anche se, come abbiamo detto in precedenza, quello sinistro è la principale sede anatomica del linguaggio a differenza di quello destro. Il test consisteva nel creare nei partecipanti una sorta di X visivo tra i due emisferi ed il loro campo visivo. Di conseguenza i segnali visivi del lato destro venivano elaborati dall’emisfero sinistro, mentre ciò che compariva sul lato sinistro veniva elaborato dalla componente dall’emisfero privo della componente linguistica significativa. L’ipotesi era che l’interferenza del linguaggio avrebbe avuto un effetto più marcato sull’elaborazione visiva del colore svolta dall’emisfero sinistro, sicché la percezione del colore sarebbe stata diversa a seconda del lato in cui vedevano i colori. Ciò che i ricercatori ritenevano si rivelò giusto infatti si registrò una significativa differenza fra i colori presentati nel campo visivo destro o sinistro, influenzando la velocità di risposta dei partecipanti. Ovviamente se si presentava nel lato destro e quindi veniva elaborata dall’emisfero sinistro le risposte erano più rapide altrimenti erano più lente. Ciò nonostante per quanto concerne il confine tra i colori verde e blu si presentò la stessa reazione che i russi avevano avuto nei confronti del confine tra siniy e goluboy.

Questa teoria non è del tutto esaustiva e non spiega come noi possiamo percepire il colore, infatti l’impatto con i colori suscita in noi delle sensazioni e delle emozioni che non sono state chiarite. Certo è che le nostre percezioni visive, in particolare nei riguardi della visione dei colori e dei termini cromatici, si mettono in relazione alle nostre esperienze passate ed anche con la nostra cultura ovvero con ciò che ci è stato insegnato nell’ambiente in cui siamo cresciuti.

A tal proposito è stato elaborato un esperimento da un gruppo di ricercatori dell’Università di Hong Kong i cui partecipanti erano di madre lingua cinese mandarino. A questi ultimi venivano mostrati sullo schermo per un breve istante due quadrati e dovevano premere un pulsante per indicare se i due quadrati fossero di identico colore oppure no. L’ipotesi era che il coinvolgimento dei circuiti linguistici nel compito visivo sarebbe stata più probabile nel caso in cui i colori mostrati avessero nomi semplici (nella lingua cinese mandarina) e non viceversa. E così accadde. Quando i colori facevano parte del gruppo facile da nominare si attivavano aree specifiche nell’emisfero sinistro che al contrario rimanevano inattive nell’emisfero destro. Per determinare più precisamente la funzione di queste due aree dell’emisfero sinistro i ricercatori chiesero ai partecipanti di svolgere un secondo compito ovvero di guardare i colori che apparivano nel video e di dirne ad alta voce il nome, il tutto mentre il loro cervello veniva esaminato da uno scanner. Anche questa volta le aree attivate erano solo quelle che, con i nomi semplici, si erano precedentemente illuminate: le aree attive erano dunque le medesime. Di conseguenza gli studiosi ne dedussero che le due aree in questione sono la sede dei circuiti linguistici deputati all’individuazione dei nomi dei colori. Infatti se riesaminiamo i risultati del primo compito meramente visivo tenendo ora presente la funzione di queste due aree ci appare chiaro che i circuiti deputati alla percezione visiva richiedono l’ausilio dei circuiti del linguaggio, anche se il compito non richiede verbalizzazioni.

 

Le espressioni idiomatiche contenenti i colori

È assodato che gli esseri umani percepiscono i colori come dotati di specifiche caratteristiche emozionali e che la nostra reazione a queste caratteristiche può anche variare con il nostro umore, può cambiare tra persone diverse ed anche nello stesso individuo in momenti diversi. Damasio considera le emozioni, -che s’innescano da un perturbamento di un certo stato a causa di uno stimolo esterno, programmi di azione complessi ed in larga misura automatici, messi a punto durante l’evoluzione e che implicano azioni eseguite dal corpo come ad esempio le espressioni facciali- come elaborate soprattutto dall’amigdala che produce una risposta inconscia. Ciò non di meno la lingua è una convenzione e presenta delle espressioni idiomatiche fisse nel tempo, legate a motivazioni storiche, le quali però possono essere diverse tra un idioma ed un altro anche in quelle che contengono i colori. Per esempio in Occidente nel sistema semiotico il temperamento collerico si manifesta con l’irascibilità e con la rabbia che in passato si ritenevano causate da una sovrapproduzione di bile gialla e a questa tipologia di inclinazione caratteriale viene associata l’invidia che le varie lingue correlano anche agli antichi significati concettuali evocati dai colori per cui alcune lingue associano l’invidia al verde, altre al giallo e altre ancora sia al giallo che al verde. Anche se al giorno d’oggi può sembrare strana la relazione tra giallo e verde al sentimento dell’invidia tutto questo faceva parte della dottrina umorale sui colori. Infatti molti modi di dire fanno riferimento all’antico modello culturale della cosiddetta “patologia umorale” elaborata inizialmente da Ippocrate e successivamente ripresa dal fisico Galeno e che è ancora presente nel linguaggio comune. La ‘patologia umorale’ prendeva in esame quattro fluidi corporei ovvero il sangue, il muco, la bile nera e la bile gialla i quali combinandosi fra loro davano forma ai quattro prototipi di temperamento ossia quello sanguigno, calmo, melanconico e collerico. È in epoca medievale che viene elaborato un sistema semiotico di questo schema che ha influenzato molti campi culturali occidentali tra cui il vocabolario delle emozioni di molte lingue europee e che ancora oggi è possibile ritrovare in alcune credenze popolari. La teoria sui colori associava: il colore ‘rosso’ all’allegria e alla vitalità e quindi al temperamento sanguigno, il ‘bianco’ alle persone calme, il ‘nero’ al temperamento melanconico e il ‘giallo/verde’ al temperamento collerico. Dunque è possibile affermare che le metafore concettuali vengono rappresentate tramite il segno linguistico il quale corrisponde al ‘contenitore’ del pensiero figurato mentre la cultura stabilisce ‘quali contenitori’ (come gli organi scelti per descrivere tali emozioni) debbano essere usati per esprimerle. È possibile notare che nonostante i contenuti presenti in questi idioms esprimano concetti che contrastano con la conoscenza scientifica moderna ciò non impedisce la comprensione di questi modi di dire.

Interessante è anche lo studio di Zsuzsanna Bocs la quale nota che nessuno sa quanti siano i nomi di colore in uso nelle diverse lingue del mondo, infatti ogni cultura e comunità ne ha un numero variabile. Altrettanto certo sembra che dappertutto i nomi dei colori siano soggetti al fenomeno della metaforizzazione. In particolare l’uso metaforico dei nomi dei colori, in ogni lingua, non è arbitrario ma è guidato da regole che lo identificano e all’associazione di un certo nome di colore con una certa espressione relativa a determinati valori soprattutto della sfera morale e psicologica della popolazione che utilizza quell’idioma. Chiaramente non tutte le espressioni idiomatiche contenenti i colori sono da considerarsi ugualmente metaforiche. Ad esempio le metafore cromatiche che sono sinestetiche (in retorica le sinestesie vengono viste come modi di dire metaforici in cui le parole hanno un senso traslato, in genere provenienti da due campi sensoriali diversi). non possono essere considerate vere metafore, se non parzialmente, perché l’elemento cromatico in qualche modo ha a che fare con l’esistenza del colore in questione (es. “colletti bianchi”). Per quanto riguarda la lingua italiana la studiosa rileva che i nomi dei colori bianco, nero,  rosso, giallo, verde e azzurro non designano il colore tramite un oggetto di riferimento e dimostrano una maggiore predisposizione alla metaforizzazione rispetto ai colori marrone, viola, rosa ed arancione i quali vengono in genere associati ad un oggetto di riferimento e di conseguenza non coinvolgono nessun senso nello specifico. Questo è dovuto al fatto che il primo gruppo di colori sono i primi ad essere acquisiti durante l’apprendimento.

In linguistica infatti il criterio utilizzato per determinare l’incidenza delle tipologie sensoriali che vengono evocate utilizza il rilevamento del grado di salienza (in termini di frequenza e probabilità di occorrenza) dei lemmi sensoriali quando che si ripetono insieme negli enunciati.

Inoltre è opportuno tenere conto che il carattere ‘collocazionale o idiomatico’ dei sintagmi spesso include anche delle sinestesie. Ne consegue che anche se allo stato attuale non si conoscono le ragioni che consentono ai parlanti di comprendere gli enunciati, gli idioms, le sinestesie, le metafore, le metonimie è certo che i loro contenuti non possono essere analizzati in maniera composizionale perché questa metodologia risulta insufficiente in quanto non tiene conto dell’aspetto pragmatico dell’espressione. Molti studi psicolinguistici hanno consentito alla grammatica cognitiva di rivalutare i rapporti fra il sistema senso-motorio ed il sistema concettuale umano riconsiderandoli sotto la prospettiva della teoria della percezione che prevede la mente embodied o incarnata. Questa nuova ipotesi postula che la comprensione delle espressioni linguistiche avvenga attraverso la percezione degli eventi secondo i domini basici dell’esperienza, intendendo con questi ultimi i cinque sensi umani (vista, udito, tatto, olfatto e gusto) e le percezioni spaziali, emotive e temporali. Questi domini sono descrivibili come processi di strutturazione e di rinforzo dei tratti fissi e convenzionalizzati che fungono da filtro dei tratti occasionali e ciò è possibile grazie al continuo paragone tra le esperienze passate e le categorizzazioni concettuali di strutture astratte e concrete. Esperimenti linguistici hanno rilevato che gli esseri umani prediligono nella comprensione gli enunciati orientati verso una maggiore prototipicità che evocano un’immagine concreta piuttosto che astratta. Inoltre si è constatato che le proprietà rilevate dai sensi esocentrici (tatto e vista) vengono trasferite a quelli endocentrici (gusto, udito ed olfatto) e non il contrario. Questo allora dimostra che esiste una sorta di gerarchia fra i sensi in cui quelli della vista ed del tatto ricoprono una posizione di superiorità rispetto al gusto, all’udito e all’olfatto. Ciò che lega in una sinestesia la mappatura di un certo dominio percettivo di base o monostesia ad un altro dominio percettivo dal valore più astratto è sempre un solo “image schema” che il più delle volte è quello del ‘percorso’. In conclusione le sinestesie linguistiche sono processi cognitivi e concettuali e non solo ornamenti stilistici di un testo tant’è che dietro di loro si nascondono una serie di restrizioni pragmatiche e culturali.

 

Conclusioni sulla lingua dei colori

In conclusione è possibile affermare che la lingua è una convenzione culturale e un bambino apprende quella in cui si trova a nascere. La differenza sostanziale fra le varie lingue consiste principalmente nell’assegnare ai concetti dei nomi, delle etichette in maniera arbitraria le quali hanno ben poco a che vedere con la natura ma ciò non di meno queste convenzioni influenzano la nostra percezione del colore. Per fornire una spiegazione sulle differenze cognitive esistenti fra le diverse lingue ci sono stati sviluppi diversi e più sofisticati nel corso degli ultimi due secoli. Infatti l’argomento era già stato affrontato nel XIX secolo e all’epoca si credeva che esistessero delle diseguaglianze significative mentali ereditate dalle varie etnie umane. Nel XX secolo invece è stata raggiunta la consapevolezza che dal punto di vista della dotazione cognitiva il genere umano è contrassegnato da un’unità di fondo. Oggi invece stiamo andando oltre le mere differenze del patrimonio genetico umano e stiamo cominciando a capire, in parte anche grazie ai nuovi strumenti scientifici e tecnologici attualmente esistenti, che ci sono delle diversità di pensiero prodotte dalle convenzioni culturali ed in particolare dalla nostra lingua madre. Il lessico dei colori è un esempio di tutto ciò e dimostra come le convenzioni della propria società influenzino il nostro modo di pensare molto più di quanto possiamo immaginare.

 

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