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Essere e divenire in relazione: le radici del noi

  • Roberto Minotti
  • Dicembre 4, 2017
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Nella prima parte di questo saggio, è stato affrontato il tema del qui ed ora nella relazione terapeutica, ciò che ho definito l’atomo intersoggettivo. Tale argomento verrà ripreso in modo più approfondito nei capitoli successivi, in cui verranno descritti alcuni casi clinici esplicativi. Nel presente capitolo sarà esaminata, invece, la dimensione del noi.

Per la terapia della Gestalt, il confine di contatto è uno spazio psicologico, esistenziale, definito dall’incontro tra l’individuo e il suo ambiente. Attraverso il contatto, l’individuo oltre a soddisfare i propri bisogni, contatta se stesso e accresce la sua consapevolezza identificandosi con i propri desideri e le proprie emozioni. Questa esperienza, così vitale, lo porterà ad individuarsi e a definirsi come persona. Quanto appena descritto anche se può apparire un processo spontaneo e naturale, rappresenta qualcosa di molto complesso per l’individuo. Infatti, comprendere le nostre sensazioni per tradurle in emozioni che orienteranno il nostro comportamento è spesso il limite esistenziale più difficile per l’individuo ed è uno degli aspetti principali trattati durante la psicoterapia. Le ragioni per cui la persona si sia disabituata ad ascoltare ciò che l’ambiente gli trasmette senza comprendere fino in fondo quali emozioni si attivano da quel contatto, è un uno degli argomenti fondanti per la psicologia e per le altre discipline umanistiche. Le pressioni ambientali e culturali determinano fortemente il modo in cui l’individuo vive e si sviluppa nel suo contesto di riferimento. Molto spesso, durante le terapie le emozioni spiacevoli che maggiormente emergono sono quelle dell’angoscia, della vergogna, dell’impotenza e dell’ingiustizia, vissuti così carichi di sofferenza e giudizio e così poveri di amore che ci fanno tornare alla mente le numerose e attualissime riflessioni di Sigmund Freud nel disagio della civiltà moderna del 1930. La civiltà costringe l’individualità in spazi così angusti da non permettergli di ricercare autonomamente la sua felicità, che rappresenta proprio uno degli ambiti in cui l’indole del soggetto ha facoltà di manifestarsi nella sua particolarità.

Una delle realtà a cui il terapeuta ben presto perviene nelle terapie è proprio quella legata al senso di difficoltà da parte dell’individuo di comprendere ciò che sente, sogna e vuole. Le problematiche connesse al senso di abbandono e all’affettività sono in forte aumento, così come gli attacchi di panico e la depressione, che colpisce sempre di più gli adolescenti; questo può farci intuire che la persona del terzo millennio, nonostante lo sviluppo di tecnologie e applicazioni virtuali orientate al social, sia ancora più sola e più infelice, poiché incapace di regolare attraverso la corporeità una distanza relazionale accettabile. Quando questo malessere viene portato in terapia, sarebbe un errore sia epistemologico che clinico attribuirlo soltanto paziente. Nell’osservazione terapeutica, ho potuto comprendere che più del sollievo dalla sofferenza o dal disagio, ciò a cui la persona maggiormente tende è alla propria dimensione dialogica, ovvero la possibilità di esprimere ciò che sente nel confronto con l’altro. Nel momento in cui l’individuo sceglie di condividere ciò che lo angoscia o lo rende felice, tale potenzialità diviene consapevolezza relazionale; è questo il passaggio che in cui la funzione di contatto dell’io si trasforma in tensione relazionale del noi.

Le radici del noi si fondano nel rapporto duale madre-figlio, una dimensione particolarissima in cui la confluenza corporea, emotiva e cognitiva, contemporaneamente fonde e separa due vite. L’individuo materialmente si percepisce come inseparabile ed unico, ma la sua struttura profonda e la sua essenza sono le risultanti dell’esperienza diadica.

Moltissime ricerche hanno mostrato come nella fase R.E.M. (rapid-eyes-movement) le onde cerebrali della madre e del feto hanno lo stesso andamento, comunicando in perfetta sintonia. Nel sogno, la mente della madre trasmette al bambino blocchi d’informazioni come fossero pacchetti di esperienze. La costante comunicazione diadica di tipo biochimico, ormonale, sensoriale e tattile, che fa sviluppare le sinapsi e i collegamenti neurali del bambino, ha lo scopo di far accrescere la sua interazione con l’ambiente e, soprattutto, la coscienza relazione. Le nostre primissime rappresentazioni sono costituite da memorie, immagini e forme provenienti da un’altra mente che insieme ai contenuti ci tramette l’idea dell’altro da noi.

Per tale ragione, alcune sofferenze psicopatologiche come il lutto, la depressione e i disturbi d’ansia, hanno maggiori possibilità di trovare un senso alla sofferenza, se la persona può ricordare e raccontare tali esperienze insieme all’altro; questa dimensione di appartenenza e inclusione è così nutriente poiché riproduce il campo relazionale di base, in cui la dinamica confluente/dialogica, tra persona e persona, attraverso le competenze relazionali dei singoli, crea e struttura il campo complessivo. Qualsiasi esperienza, emozione, stato d’animo o sentimento, se espresso in un ambito condiviso, da vissuto personale diviene esperienza sociale. Per questa ragione, secondo la mia prospettiva, il disagio, la sintomatologia, le difese o le resistenze attuate dall’individuo sono sempre tensioni al rapporto con l’altro, in quanto la nostra dimensione psicologica è una dimensione dialogica.

 

Bibliografia

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