Malattia, diagnosi e relazione medico-paziente

La diagnosi è sia un mezzo di conoscenza della malattia che un momento fondamentale della cura.

Nell’antichità, la malattia, così come la salute, aveva un’origine magico-religiosa, considerata un’entità metafisica, fatta risalire ad un ente impersonale, a Dio. Da Dio veniva tutto il bene e anche tutto il male. Ma era lo stesso dio che come puniva con il male, così guariva. Il medico, il cui termine compare nella Bibbia (Geremia, 8,22), era considerato un “uomo di Dio”, in quanto portatore del “sapere divino”. Anche nei miti greci, la malattia ha un’origine metafisica. Il libro primo dell’ Iliade si apre con la descrizione della pestilenza, considerata come l’effetto di una colpa grave. A partire da Ippocrate, IV secolo a.C., le malattie iniziano ad essere considerate come manifestazione del funzionamento del corpo.

Comprendere mitologie e significati delle malattie dell’anima e del corpo- afferma Vittorio Lingiardi in “Diagnosi e destino” (Einaudi, 2018)- “ci aiuta a percorrere i confini incustoditi delle nostre vite, sempre più divise tra corpo, mente e tecnologie”.  Uno strumento per addentrarci nel mondo ancora magico e misterioso del male è la diagnosi. Che si rivela sia un mezzo di conoscenza della malattia, delle nostre difese, paure, angosce e speranze sia un momento fondamentale della relazione medico-paziente.

Con la malattia, il soggetto diventa un essere fragile, indifeso, insicuro, ansioso. Nei confronti del medico assume un ruolo di dipendenza psicologica, di sottomissione e soggezione. Diventa un Io diviso, frammentato. La malattia rompe un equilibrio psichico, scardina certezze e stili di vita. Di qui, l’enorme importanza che rivestono l’atteggiamento e le parole del medico per non accrescere la sofferenza e la solitudine interiore.

Ci sono atteggiamenti e parole che  medici, psichiatri e psicologi non dovrebbero mai esprimere. Oltre ad essere rispettoso, gentile e comprensivo, l’operatore sanitario deve anche “saper comunicare”. E’ necessario “non dire tutte quelle che sono vere. Esprimere soltanto- scrive Pascal- le cose che siano utili manifestare, e non quelle che ferirebbero soltanto senza portare alcun frutto; e perciò come la prima regola è parlare con verità,  così la seconda  è parlare con discrezione; cioè con avvedutezza, saggezza, misura, senso di opportunità, riguardo, tatto. Il medico è chiamato in causa- precisa Jung- “con tutto il suo essere”. Se egli si chiude nell’abito professionale come in una corazza e con molte difese psicologiche, il risultato è deleterio, non ha alcuna efficacia.

Per noi il primo farmaco è il medico stesso. La sua relazione con il cliente è in sé un atto terapeutico. Quando il medico prescrive un farmaco- scrive Balint- “prescrive se stesso”, le sue sicurezze e insicurezze, la sua tranquillità e le sue ansie e paure. Vogliamo dire che la medicina richiede una tecnica speciale perché il suo oggetto non  soltanto un organo o un insieme di organi, ma “tutta la persona”. Il suo oggetto è un “soggetto”:  l’uomo. Quando è insoddisfacente, il rapporto medico-cliente è  causa di infelicità e di ulteriore  sofferenza e  dolore, non soltanto fisico, ma soprattutto psichico ed esistenziale.

C’è sempre uno stato di sofferenza che unisce medico e cliente. Per poter curare bene, il medico, per Lingiardi, “non deve separarsi troppo dal suo aspetto di paziente, così come per farsi curare il paziente “non deve separarsi troppo dal suo aspetto di medico”.

Fare diagnosi, curare, assistere sono situazioni che possono generare nel medico stress, senso di frustrazione o di onnipotenza, fatica fisica e psichica, aggressività, angoscia di morte e “intense risposte difensive”, come l’intellettualizzazione, l’isolamento, una visione fredda e tecnicistica della malattia e tante spiegazioni “pretestuose e fittizie”, proiettando sul paziente i propri stati d’animo, le proprie paure e ansie.

Purtroppo, il “medico di famiglia”, che una volta visitava i pazienti a casa ed era più amato e rispettato dei medici di oggi, non c’è più, così come sta scomparendo la medicina generale soppiantata da quella specialistica, riducendo la persona a parti di un motore. Oggi, il medico ha perso di vista un altro suo compito principale: instaurare una relazione con il paziente, prendere in cura la persona nella sua totalità bio-psichica non solo una parte del corpo. Una medicina “centrata sul paziente” (Balint).

Il timore è quello dell’affermarsi di una medicina “superficiale e disumanizzata”. La difficoltà della relazione medico-paziente- precisa Rugarli- è in parte “colpa dei medici che non sanno o non vogliono parlare adeguatamente con i loro pazienti”. Occorre insegnare ai medici a saper “comunicare”.

Circa la diagnosi in psichiatria e psicologia, il problema diventa ancor più complesso. La psichiatria, come la medicina, non è una scienza esatta. Le cause dei disturbi mentali sono incerte e poco conosciute, non hanno una eziologia certa. La diagnosi è avvolta nelle nebbie, e tutto è affidato all’intuito dello psichiatra. Una diagnosi sbagliata è sempre presente. Spesso, essa assume la funzione di stigma e di etichetta mento.

Se il clinico è “ottuso, burocratico, poco umano. O fa leva esclusivamente sugli aspetti tecnici, ciò avverrà indipendentemente dagli strumenti che adotta”.

Concludendo, la diagnostica ha una importanza fondamentale per la vita delle persone. Negli anni, essa registra un progresso inarrestabile: dal primo trattato sul magnetismo di De Magnete alla scoperta dei Raggi X avvenuta nel 1895 da parte del tedesco Rontgen, dalla scoperta della radioattività di Marie curie a quella della risonanza magnetica di Purcell, dalla Tomografia assiale del 1967 all’uso della Pet del 2001.

Il corpo umano in sostanza viene messo a nudo dalla tecnologia con la possibilità di arrivare a diagnosi ultra sofisticate e sempre più personalizzate. Il pericolo è che il clinico, immerso in questo ingranaggio tecnologico, perda di vista la dimensione umana dell’essere umano.

Certamente, non mancano medici e psichiatri consapevoli, come concorda il grande psichiatra Eugenio Borgna, della “enorme importanza delle parole e dell’ascolto, della partecipazione emozionale nella cura. Sta di fatto che si incontrano sempre più medici “senza amore, con indifferenza ed alterigia, incapaci di attenzione e di gentilezza d’animo, di ascolto e di pazienza, così indispensabili alla cura”.

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