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   In Italia esistono circa quattrocento scuole di psicoterapia, che si occupano dell’ individuo (bambino, adolescente, adulto), della famiglia, della coppia, del gruppo. I modelli psicoterapeutici riguardano essenzialmente: psicoanalitico- psicodinamico, gruppo- analitico, cognitivo- comportamentale, sistemico, gestaltico, bioenergetico, ecc. Al di là delle fantasiose sigle, delle immaginifiche costruzioni, delle invenzioni concettuali o di elaborate teorie, c’ è un principio da tener presente: quello secondo cui a determinare il successo o l’insuccesso di  un trattamento  psicoterapeutico sono le qualità e la personalità di chi cura. L’unico strumento curativo è insomma la persona del terapeuta. La sua cura deve essere una combinazione di arte, scienza e cultura. Non è il paziente che deve adeguarsi alle teorie (numerose, divergenti e scientificamente non dimostrabili), alle “etichette” ammannite dallo psicoterapeuta (psicologo o psichiatria che sia) o alla sua personalità. E’ lo psicoterapeuta che deve adattare se stesso e il trattamento alle esigenze e ai disturbi del paziente.

   Una delle recenti applicazioni in materia è la tecnica che va sotto il nome di mindfulness . Si tratta di un metodo basato sulla “consapevolezza” dei propri pensieri, azioni e motivazioni. Secondo la definizione di uno dei padri di questa disciplina, J. Kabat-Zinn, mindfulness significa “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”. Questa tecnica trae la sua origine- come rilevano S. L. Shapiro e L. E. Carlson  nell’ interessante e  acuto  volume “L’ arte e la scienza della Mindfulness” (Piccin, 2013)-  nelle pratiche del  Buddismo, dello Zen, nel metodo Yoga e in molte tradizioni filosofiche e spirituali.

Il concetto di mindfulness indica essenzialmente consapevolezza, attenzione, discernimento e memoria. Prestare attenzione, momento per momento, nell’ hic et nunc , vuol dire tentare di risolvere o prevenire il malessere interiore e raggiungere un’ accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza del proprio vissuto esistenziale, che comprende: pulsioni, emozioni, sensazioni, pensieri, parole, aziuoni e relazioni.  E’ una metodica che aiuta a conoscere ed affinare la mente, un modo di essere nel mondo, una modalità che ci permette di “riappropriarci”, del nostro corpo,  del nostro cervello e delle nostre esperienze, siano esse positive, negative o neutre.

La struttura della mindfulness si articola intorno ai concetti di intenzione, attenzione  e  attitudine.  L’ intenzione è l’elemento teso a definire- scrive J. Kabat-Zinn- 2quello che è possibile”. L’attenzione è invece un percorso che si sposta lungo un continuum che va dall’esplorazione di sé all’autoregolazione e infine all’autoliberazione e all’altruismo. A sua volta, l’ attitudine è un fattore decisivo nell’ atto di porre attenzione, in quanto modalità per entrare in relazione con il soggetto    L’ enunciato di fondo è che la “consapevolezza” rappresenta un elemento centrale in tutte le forme di psicoterapia, potendo poi “aiutare” i terapeuti a “connettersi” con questo tipo di consapevolezza. In questa direzione, la mindfulness si declina lungo queste linee vettoriali: 1) rappresentare un importante aspetto del training clinico, al fine di offrire “una opportunità unica” per incrementare lo sviluppo di abilità cliniche di base quali empatia, attenzione e presenza, 2) porsi come intervento terapeutico per

una vasta gamma di pazienti e di disturbi psichiatrici (ansia, depressione, attacchi di panico, stress), nonché per alleviare sofferenza e afflizioni della vita quotidiana; 3) costituire un “mezzo” e un “luogo” di cura personale per  gli psicoterapeuti; 4) divenire un percorso per “ampliare” il punto di vista professionale oltre la patologia e poter quindi “includere” aspetti quali la crescita positiva, lo sviluppo interiore e la trasformazione personale. Lo scopo è quello di “condurre” il soggetto e lo stesso terapeuta verso un maggior livello di benessere, poiché siamo esseri umani che aspiriamo alla salute, alla felicità e alla libertà dalla sofferenza. In questa direzione, la mindfulness è una pratica specifica, che implica lo sviluppo consapevole di abilità, che si pone come una componente cruciale della relazione terapeutica     e come una modalità utile agli psicoterapeuti per “coltivare” qualità professionali adeguate (Germer, Siegel e Fulton).

Il terapeuta “consapevole” deve dunque affinare l’ abilità di “regolare” le proprie emozioni e di prevenire le “rotture  terapeutiche” causate da comportamenti contro- trasferali,analizzando ciò che è presente dentro di sé prima di incontrare il paziente: tensioni, emozioni, pensieri, aspettative. Egli deve applicare un “ascolto intenzionale”, minuto per minuto, verso se stesso e verso il paziente. E senza giudicare, ma aperto, accudente e con discernimento.

La tecnica prevede una serie di lezioni pratiche di meditazione ( due ore circa una volta la settimana per otto settimane), più i compiti a casa (esercizi da praticare sei giorni su sette per almeno  45 minuti al giorno), oltre a un giorno di ritiro alla sesta settimana del programma.

La ricerca sulla mindfulness è ancora in una fase iniziale, per cui essa richiede approfondimento e la definizione di una più ambia e articolata gamma di impostazioni teoriche e metodologiche, allo scopo di sviluppare ipotesi verificabili  empiricamente, per  rendere la teoria più completa ed  elaborata.

 

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