Neuropsicologia Clinica

Il basket come opportunità di Integrazione nell’Autismo

Uno sport di squadra può diventare molto più di un allenamento. Il basket, con le sue occasioni di contatto, scambio e relazione, offre alle persone autistiche uno spazio prezioso di integrazione tra pari. È l’esperienza del progetto Il Filo dal Canestro, che dal 2003 unisce ragazzi con e senza disabilità sullo stesso campo, dove la […]

Il basket come opportunità di Integrazione nell’Autismo
Uno sport di squadra può diventare molto più di un allenamento. Il basket, con le sue occasioni di contatto, scambio e relazione, offre alle persone autistiche uno spazio prezioso di integrazione tra pari. È l’esperienza del progetto Il Filo dal Canestro, che dal 2003 unisce ragazzi con e senza disabilità sullo stesso campo, dove la diversità sfuma nella gioia di un gioco condiviso.

Le difficoltà relazionali nell’autismo

Nei Disturbi dello Spettro Autistico è frequente la presenza di difficoltà, spesso importanti, nella modulazione dell’affettività. Queste difficoltà si manifestano con comportamenti che possono risultare inappropriati alle diverse situazioni sociali e ambientali. Alcune persone autistiche possono mostrare reazioni intense di paura o di rabbia di fronte a situazioni ordinarie: spesso gli episodi di collera o le reazioni di ansia sono legati a interruzioni o intrusioni nelle loro routine, oppure a cambiamenti nell’ambiente.

Nell’area dei rapporti interpersonali, si possono osservare atteggiamenti molto diversi tra loro. Da un lato momenti di forte isolamento, chiusura o indifferenza di fronte alle interazioni; dall’altro atteggiamenti che faticano a riconoscere il confine con l’altro, come avvicinarsi in modo troppo diretto a persone poco conosciute.

In letteratura sono state descritte tre tipologie di comportamento sociale nella popolazione autistica (Wing e Attwood, 1987):

  • Ritirato, caratterizzato da un atteggiamento di isolamento ed evitamento del contatto: è il caso di quei bambini che tendono a non rispondere alle proposte di gioco o di interazione e si limitano a osservare gli altri;
  • Passivo, caratterizzato da una mancata ricerca dell’interazione, pur nell’accoglienza delle proposte che arrivano dall’esterno: sono bambini che desiderano il rapporto con l’altro e lo vivono con piacere, ma non dispongono ancora delle abilità necessarie ad avviare spontaneamente un gioco o un contatto;
  • Attivo ma peculiare, caratterizzato dalla ricerca dell’approccio con l’altro in modalità non sempre adeguate al contesto: sono bambini molto attivi nei rapporti, che tuttavia faticano a rispettare le regole implicite della distanza interpersonale.

Il basket come opportunità di integrazione

L’integrazione è, prima di tutto, un momento di crescita personale. È un’apertura verso l’altro, che consente uno scambio tra persone che si trovano in situazioni differenti, con un bagaglio culturale ed esperienziale diverso. Il processo richiede un’apertura reciproca e cambiamenti continui, sia da parte della persona sia da parte del contesto in cui desidera inserirsi e di tutte le persone che ne fanno parte.

Integrare non significa semplicemente inserire, porre accanto o dentro. È un processo fatto di passi intenzionali e consapevoli, perché ogni parte si integri e si modifichi per facilitare il funzionamento di tutte le altre e dell’organismo più ampio. Per realizzarla servono modifiche profonde e continuative di tutti coloro che fanno parte del sistema: organizzazione, rapporti tra i soggetti, aspettative, modi di guardare e di valutare.

Per rispondere a questa esigenza, una grande opportunità arriva dal gioco del basket, uno sport che unisce, mette in relazione, crea occasioni di contatto e stimola nuove conoscenze. Proprio per questo può rappresentare una risorsa preziosa per far incontrare persone con e senza disabilità: attraverso la palla, i ragazzi possono scambiare, elevarsi, evolvere e guardare verso l’alto.

La condivisione anche di un semplice allenamento permette di lavorare sulla relazione tra pari, di scoprire funzioni e talenti diversi e di incontrare dei coetanei su un campo differente da quello scolastico: un campo dove la diversità sfuma nella gioia di un gioco comune.

Perché uno sport di squadra funziona

Il basket mette in gioco competenze che vanno ben oltre il gesto tecnico. Richiede di attendere il proprio turno, di leggere i movimenti dei compagni, di coordinare l’azione con quella degli altri e di gestire l’attesa e l’imprevisto. Sono tutte abilità che intrecciano dimensione motoria e dimensione relazionale, e che possono essere allenate in un contesto strutturato, prevedibile e allo stesso tempo vivo. Per una persona autistica, ritrovare regole chiare dentro un gioco appassionante può rendere più accessibile l’esperienza della relazione.

Il progetto Il Filo dal Canestro

È questa l’esperienza del progetto Basket e Autismo, Il Filo dal Canestro, nato nel 2003 con l’obiettivo di offrire a persone autistiche la possibilità di vivere, in un gruppo di coetanei, un’esperienza sportiva attraverso il basket, grazie alle metodiche previste dall’approccio PEIAD (Progetto Evolutivo Integrato Autismo e Disabilità).

Nel corso degli anni il progetto ha compreso non solo sessioni di allenamento all’interno del gruppo dei partecipanti, ma anche esperienze di integrazione con squadre giovanili under 14, 17 e 19. L’assunto di base è offrire ai ragazzi autistici, e con diagnosi affini, la possibilità di praticare uno sport di gruppo che li accompagni prima ad armonizzare i propri movimenti e a migliorare le capacità di relazione, e poi a integrarsi in contesti di gioco con altri atleti.

Scegliere di creare esperienze di integrazione significa andare incontro a un’esigenza profonda di ogni ragazzo in difficoltà: quella di avere occasione di giocare con un coetaneo. E il valore di queste esperienze non è a senso unico. Anche gli altri atleti vivono una parte importante della propria crescita sportiva a contatto con un mondo troppo spesso ignorato: aprirsi all’incontro con la disabilità significa sviluppare qualità come l’empatia e l’accettazione, che aiutano a giocare in una squadra e, più in generale, a stare con gli altri.

Domande frequenti

Perché proprio il basket per l’integrazione nell’autismo?

Perché è uno sport che mette naturalmente in relazione: crea occasioni di contatto, richiede coordinazione con i compagni e offre regole chiare dentro un gioco coinvolgente. Questa combinazione di struttura e socialità lo rende un terreno favorevole per lavorare sulle abilità relazionali.

Che cos’è il progetto Il Filo dal Canestro?

È un progetto di Basket e Autismo nato nel 2003, che offre a persone autistiche un’esperienza sportiva di gruppo basata sull’approccio PEIAD. Prevede allenamenti nel gruppo dei partecipanti ed esperienze di integrazione con squadre giovanili under 14, 17 e 19.

L’integrazione fa bene solo ai ragazzi autistici?

No. È un’esperienza di crescita reciproca. Anche gli altri atleti sviluppano qualità come l’empatia e l’accettazione, imparando a conoscere una realtà spesso poco frequentata e portando questo bagaglio dentro e fuori dal campo.

Quali difficoltà relazionali possono presentarsi nell’autismo?

Possono comparire difficoltà nella modulazione delle emozioni e nei rapporti interpersonali, con atteggiamenti che vanno dall’isolamento alla ricerca del contatto in modi non sempre adeguati al contesto. La letteratura descrive profili ritirati, passivi e attivi ma peculiari.

Il basket, in un contesto pensato con cura, diventa uno strumento di integrazione e di crescita per tutti i partecipanti. Non si tratta solo di praticare uno sport, ma di costruire relazioni tra pari, riconoscere talenti diversi e trasformare la diversità in un’occasione di incontro. L’esperienza del Filo dal Canestro mostra che, quando lo spazio è accogliente e strutturato, il gioco può aprire porte che sembravano chiuse.
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