prima parte
Abstract: Le neuroscienze studiano il cervello, la psicologia la psiche; le prime usano strumenti ‘oggettivi’ – l’EEG, la TAC, la PET, ecc. –, la seconda strumenti ‘soggettivi’: l’intuito, l’introspezione, l’empatia, ecc. Ma cervello e psiche sono due facce di una stessa medaglia: è quindi ragionevole cercare di gettare un ponte fra le neuroscienze e la psicologia. In questo articolo si presenta un modello di cervello costruito ad hoc, estremamente semplificato, suscettibile di rendere conto di diversi fenomeni psicologici, ivi comprese alcune esperienze comuni di ‘micropsicologia della vita quotidiana’, e di fornire alcune IPOTESI plausibili circa il funzionamento del cervello ‘vero’.
1. Introduzione La psicologia moderna è una disciplina giovane e immatura, che ancora non sa ‘cosa farà da grande’ e, contrariamente alle scienze ‘adulte’, si suddivide in correnti, scuole, concezioni, ciascuna delle quali è impostata a priori su convinzioni spesso cariche di pregiudizi filosofici: il fatto che non si sia ancora del tutto affrancata dalla filosofia denuncia, appunto, la sua immaturità.
Per darsi un contegno, la psicologia tende ad adottare paradigmi di ricerca validi per tutt’altre discipline o a precludersi lo studio di comparti di sua pertinenza, considerati inaccessibili (questo, per esempio, è il ‘difetto’ del comportamentismo), ma con ciò tradisce sé stessa, la propria specificità. Fra tutte le discipline che studiano l’uomo, la psicologia è l’unica che ha l’ambizione di ‘osservarlo’ dall’‘interno’ e, a tal fine, non può fare a meno di usare ‘strumenti’ come l’introspezione e l’empatia e di fondarsi su impressioni, sensazioni, intuizioni. Ciò non significa che essa non possa, in una sorta di graduale messa a fuoco, pervenire a enunciati decidibili, a IPOTESI verificabili. Tenterò proprio questa strada: partendo da premesse ‘impressionistiche’, enunciate in termini intuitivi, condurrò le mie considerazioni verso la formulazione di IPOTESI verificabili, al di fuori di qualsiasi impostazione aprioristica generale, facendomi guidare soltanto dai fenomeni che prenderò in considerazione.
2. Mente e cervello Ecco alcune definizioni del termine ‘mente’: 1. L’insieme delle facoltà intellettive e psichiche che consentono all’uomo di conoscere la realtà, di pensare e di esprimere giudizi; la sede in cui ha luogo l’attività del pensiero (“mille pensieri mi si affollano nella mente”; “mi è venuta un’idea in mente”). 2. L’insieme delle funzioni superiori del cervello e, in particolare, di quelle cui si può avere accesso per via introspettiva, come il pensiero, la memoria, le emozioni, ecc. 3. L’insieme delle funzioni e dei processi psichici consapevoli e inconsci. Queste tre definizioni concordano sul fatto che la mente sia un “insieme”, un “oggetto collettivo”, mentre non concordano circa l’estensione della mente: se, cioè, essa comprenda esclusivamente processi psichici consci oppure abbracci anche processi inconsci. Ma il nodo irrisolto della questione che ha per argomento la mente è il rapporto che essa avrebbe col cervello. Diatribe interminabili sono sorte e continuano ad accendersi intorno a questo (falso) problema: i sostanzialisti (di ispirazione ‘platonica’), ormai in minoranza, sostengono l’autonomia della mente dal cervello, i funzionalisti (di ispirazione ‘aristotelica’) intendono la mente come un insieme di funzioni cerebrali. Quel che è certo è che il cervello è una ‘cosa’ concreta: lo si può vedere, pesare, fare a fettine; la mente, invece, è un concetto e, come tale, dipende dal modo in cui, appunto, è concepita (e definita). Ha, quindi, poco senso chiedersi se abbia o meno un’esistenza autonoma rispetto al cervello: si rischia un circolo vizioso in cui la risposta alla domanda è insita nella definizione. E spesso la definizione è carica di presupposti ideologici. Pertanto, nel seguito, non parlerò di mente, ma di cervello. Mi scuseranno i neurologi, i neurofisiologi, i neuroscienziati: non pretendo di parlare del cervello con le loro competenze e conoscenze. Il mio ‘cervello’ sarà un cervello-ipotesi-di-lavoro, un modello di cervello ad hoc, in vista dei risultati cui pervenire, un cervello semplificato: il cervello minimo indispensabile cui attribuire determinate funzioni.
3. Il cervello come proiettore Gli stimoli sensoriali vengono captati, elaborati e proiettati dal cervello: gli stimoli visivi e auditivi vengono proiettati sulla fonte, gli stimoli tattili – neutri, dolorosi e piacevoli – vengono proiettati sulla parte del corpo interessata, gli stimoli gustativi e olfattivi vengono proiettati, principalmente, sulle papille della lingua, i primi, sulla superficie interna del naso, i secondi.
Chiamo “esterno”, in senso psicologico, il luogo da cui provengono tutti gli stimoli succitati, luogo che non coincide con l’esterno del corpo: in base alla mia definizione, un mal di denti, un mal di pancia provengono dall’esterno. Per poter percepire gli stimoli provenienti dall’esterno, questi devono essere elaborati dal cervello e proiettati. In questo senso, una parte della coscienza coincide con la proiezione: si è coscienti di ciò che viene proiettato Ma esiste una sfera di cui abbiamo perfettamente coscienza, i cui elementi non vengono proiettati (per lo meno, non integralmente), ma “percepiti dentro”, “vissuti”: è la sfera emotiva, che comprende emozioni, sentimenti, affetti. Chiamo “interno”, in senso psicologico, questa sfera. Chiamo “esterno reale” la realtà e il corpo da cui provengono gli stimoli, chiamo “esterno virtuale” lo “schermo” su cui vengono proiettati gli ‘stimoli’ provenienti dal cervello trasmettitore e captati dal cervello ricevitore/proiettore. Su questo schermo virtuale vengono proiettati i pensieri, le fantasie, i sogni, ecc. In particolare, nel caso dei sogni, lo schermo virtuale acquista una sua ‘realtà’: è la scena del sogno. Proprio nel caso del sogno è sostenibile la supposizione che esista un cervello trasmettitore e un cervello ricevitore interagenti: il primo ‘crea’ il sogno, il secondo vi assiste in veste di spettatore e/o personaggio. Ma anche in un’esperienza comune di “psicofisiologia della vita quotidiana” è rinvenibile l’interazione fra cervello trasmettitore e cervello ricevitore. Mi riferisco al dormiveglia e, in particolare, alla fase ipnagogica. In questa zona di confine fra la veglia e il sonno, il cervello ricevitore, semiaddormentato, assiste a un pullulare di immagini e di pensieri che gli vengono trasmessi dal cervello trasmettitore. Si può fare un esperimento mentale: cercare di non influenzare in alcun modo l’attività del cervello trasmettitore, assumendo una posizione passiva di pura ricezione. Allora i pensieri più strani, le immagini più inconsuete affioreranno alla coscienza semiobnubilata. Ho appena introdotto, di soppiatto, un’idea che mi affretto a precisare: parlando di interazione fra cervello trasmettitore e cervello ricevitore, dicendo che si può cercare di non influenzare il cervello trasmettitore col cervello ricevitore, ovvero che si può assumere una posizione passiva di pura ricezione, ho implicitamente ammesso che, viceversa, il cervello ricevitore possa influenzare il cervello trasmettitore. Così è: l’interazione fra i due cervelli pullula di feedback. Il cervello ricevitore può trasmettere ordini e istruzioni al cervello trasmettitore: a tutti sarà capitato di andare a dormire con un problema irrisolto in testa e di risvegliarsi con la soluzione in mente. Persino nel sogno, in cui sembra di essere totalmente passivi, si può verificare un’interazione: molti individui sostengono di essere in grado di orientare i propri sogni. D’altro canto, durante la veglia, quando si ragiona o si segue una serie di pensieri coerenti, si ha proprio l’impressione che l’attività mentale si svolga interamente nella coscienza, donde la presunzione di essere ‘padroni’, a livello cosciente, dei propri pensieri. Invece la coscienza è l’ultima a sapere quel che si agita nel cervello, proprio perché l’atto di coscienza è l’ultimo passo di un processo di ricezione/proiezione.
4. La proiezione semantica (IPOTESI): senso e significato Un’esperienza comune di micropsicologia della vita quotidiana è: avere una certa parola “sulla punta della lingua”. Capita di voler dire qualcosa, si sa esattamente quello che si vuol dire, ma non si riesce a trovare la parola ‘giusta’. Un nostro eventuale volenteroso interlocutore può cercare di aiutarci, suggerendoci la parola che, secondo lui, stiamo cercando. Se la parola suggerita non è esattamente quella ‘giusta’, anche se di significato molto simile, noi ‘sentiamo’ che si tratta di una parola ‘sbagliata’. Se la parola suggerita è esattamente quella che andavamo cercando, noi ‘sentiamo’ che si tratta della parola ‘giusta’:la parola ‘giusta’, come una chiave che entra esattamente nella sua serratura e la apre, si adatta esattamente a quello che intendevamo dire e lo esprime.La parola ‘giusta’ suggerita produce in noi qualcosa: chiamo questo qualcosa senso. Chiamo significato la proiezione (semantica) del senso sulla parola. La distinzione fra senso e significato, sia pure in termini diversi da quelli qui proposti, non è una novità: l’ha introdotta Frederic M. Paulhan (1856-1931), psicologo francese, autore di La double fonction du langage (Alcan, Paris, 1929) e dell’articolo Qu’est-ce le sens des mots, in “Journal de Psychologie, XXV, 1928, pp. 289-329. Riporto quanto dice, al riguardo, L. S. Vygotskij (v., p. 380): “Paulhan ha reso un grande servizio all’analisi psicologica avendo introdotto la differenza fra il senso di una parola e il suo significato. Il senso della parola, come ha mostrato Paulhan, rappresenta l’insieme di tutti i fatti psicologici che compaiono nella nostra coscienza grazie alla parola. Il senso di una parola è così una formazione sempre dinamica, fluttuante, complessa che ha parecchie zone di stabilità differenti. Il significato è soltanto una di queste zone del senso che acquista la parola in un qualche contesto, ma è la zona più stabile, più unificata e più precisa. Come è noto, la parola cambia facilmente il suo senso in contesti diversi. Il significato, al contrario, è quel punto immobile e immutabile che rimane stabile di fronte a tutti i cambiamenti di senso della parola nei diversi contesti. Questo cambiamento del senso della parola abbiamo potuto stabilirlo come il fatto fondamentale nell’analisi semantica del linguaggio. Il significato reale della parola non è costante. In questa operazione la parola ha un significato, in un’altra essa prende un altro significato. Questa dinamicità del significato ci porta al problema di Paulhan, alla questione della relazione tra significato e senso. La parola, presa da sola nel vocabolario, ha un solo significato. Ma questo significato non è niente altro di più che una potenzialità che si realizza nel linguaggio vivente, di cui questo significato è soltanto una pietra nell’edificio del senso”. Il mio punto di vista è del tutto diverso da quello di Paulhan (il quale, fra l’altro, se la traduzione del suo pensiero è corretta, si contraddice: v. le frasi citate che ho evidenziato in grassetto). Io sono partito dalla constatazione che si suole concepire il significato come un elemento costitutivo della parola (si dice che una parola ha un significato), mentre è evidente che, in realtà, la parola, in sé, non è altro che in insieme di suoni o di segni grafici e, senza un interprete che riunisca quei suoni o quei segni in una Gestalt e attribuisca loro un significato, non ha alcun elemento costitutivo. Quindi il significato è attribuito alla parola o, come sostengo io, vi è proiettato. Per quel che riguarda il senso, la mia concezione è più vicina a quella di Paulhan (v. cit.: “Il senso della parola, come ha mostrato Paulhan, rappresenta l’insieme di tutti i fatti psicologici che compaiono nella nostra coscienza grazie alla parola”): il senso è ciò che la parola suscita in noi. Il senso appartiene alla sfera emotiva, è una microemozione, il significato, in quanto risultato di una proiezione, appartiene alla realtà o allo schermo virtuale. I termini senso e significato non si applicano soltanto alla sfera del linguaggio, ma all’intera sfera cognitiva (nonché alla sfera emotiva). Al limite, possiamo dire che noi vediamo rosso un oggetto rosso, perché quell’oggetto suscita in noi un ‘senso di rossezza’ (i colori, peraltro, producono svariati sensi e, quindi, significati soggettivi, fino a influenzare gli stati d’animo), o che vediamo tondo un oggetto tondo, perché quell’oggetto suscita in noi un ‘senso di rotondità’ (non si pensi tanto a una sfera pefetta, quanto, per esempio a un volto paffuto, la cui vista suscita in noi un ‘senso di rotondità’). In particolare, senso e significato si applicano al mondo delle immagini, delle rappresentazioni. Un’altra esperienza comune di micropsicologia della vita quotidiana è: notare le rassomiglianze. Per esempio, abbiamo l’impressione che una certa persona assomigli a un’altra. Spesso non sappiamo precisare i tratti somiglianti, perché ci sfuggono, ma l’impressione è netta: i tratti del viso di quella persona suscitano in noi un senso molto simile a quello che suscita in noi l’altra. Ho accennato al fatto che il senso appartiene alla sfera emotiva, è una microemozione. Io faccio rientrare nella sfera emotiva la vasta gamma delle reazioni, agli stimoli esterni e interni, della sensibilità psicologica (v. cap. 14): dalle più forti – le emozioni – alle più deboli – i sensi –, attraverso i sentimenti, gli affetti, ecc. Esistono, poi, sensi forti (il senso di pericolo, il senso di colpa, il senso di solitudine, il senso di desolazione, il senso di gioia, il senso di euforia, ecc.), sensi di media forza (il senso d’identità o senso di sé, che considero di media forza perché, normalmente, resta in sottofondo, anche se può subire sconvolgimenti di grande impatto emotivo, come negli episodi di depersonalizzazione o nei disturbi di identità) e sensi deboli, appartenenti alla cosiddetta sfera cognitiva, per esempio il senso di rossezza, il senso di rotondità, di cui sopra, ecc. I sensi più forti, così come i sentimenti, gli affetti, le emozioni, non vengono proiettati integralmente, ma contribuiscono a determinare il significato delle relative rappresentazioni: di fronte a un paesaggio desolato, si prova un senso di desolazione. Ma come vanno, in realtà, le cose? Si prova un senso di desolazione perché il paesaggio è desolato o, viceversa, si trova desolato il paesaggio perché si prova un senso di desolazione? Prendiamo in considerazione l’emozione più studiata (nonché una delle più forti): la paura. Di fronte a un oggetto pauroso, si prova paura e le apparenze ci dicono che si prova paura perché l’oggetto è pauroso (così i fobici giustificano la loro paura dell’oggetto fobico e la razionalizzano); io, invece, sostengo, in coerenza col principio di proiezione semantica, che si trova pauroso l’oggetto perché si prova paura, cioè l’emozione ‘precede’ il significato, in quanto il significato è la conseguenza della proiezione semantica dell’emozione (di parte dell’emozione) sulla rappresentazione. È questa un’applicazione di quello che ho chiamato Principio del capovolgimento delle apparenze, in base al quale, in molte esperienze soggettive/introspettive, le cose vanno in maniera opposta a quel che sembra. In molte esperienze soggettive/introspettive, cioè, ci troviamo nella stessa situazione di un ingenuo viaggiatore, che, guardando fuori dal finestrino del treno, pensi che sia il paesaggio a muoversi e non il treno.
5. La comprensione del linguaggio: l’‘apnea’ semantica (IPOTESI) Quando si vuol scrivere un SMS con un moderno cellulare, ci si imbatte in una funzione che dovrebbe facilitare il compito, facendo risparmiare tempo, e, invece, crea fastidiosi contrattempi: come un interlocutore precipitoso, ma poco empatico, il cellulare cerca di indovinare e anticipare la parola che si sta scrivendo e, invariabilmente, sbaglia. Supponiamo che si voglia scrivere la parola cartuccia. Non appena si sono scritte le prime due lettere, ca, il cellulare ‘suggerisce’ cane. Allora si digita anche la r: car. E il cellulare ‘suggerisce’ carota. Avanti: cart. E il cellulare: cartone. Finalmente, digitata anche la u (cartu), il cellulare, se possiede nel suo vocabolario la parola cartuccia, la ‘suggerisce’, altrimenti, rimasto senza risorse, aspetta, buono buono, che si sia scritta l’intera parola. Tutto questo per dire che, per comprendere una parola (lasciamo perdere i cellulari e parliamo di interlocutori umani), è, ovviamente, necessario che la parola sia stata pronunciata integralmente (mi riferisco al linguaggio orale, poiché la comprensione del linguaggio scritto avviene per via ‘olistica’: si legge la parola nel suo insieme, come Gestalt, e non sillabandola). Ciò significa che la proiezione semantica ‘scatta’ alla fine della parola. Chiamo apnea semantica la sospensione della proiezione semantica fino al momento in cui scatta. Immaginiamo il fenomeno al rallentatore: il nostro interlocutore pronuncia la parola cane: c a n e. Non appena ha pronunciato la e, scatta la proiezione semantica, nell’ipotesi che la parola in questione sia cane. Se, invece, l’interlocutore continua, pronunciando, per esempio, le lettere s t r o, la prima proiezione semantica si annulla e ne riscatta un’altra non appena l’interlocutore ha pronunciato la o: la parola è canestro. Tutto ciò, in realtà, avviene nell’arco di microsecondi. Per indicare succintamente quanto detto, scriviamo: canestro]Pr. |Apnea| Il concetto di apnea semantica è più illuminante quando dalla comprensione delle singole parole si passa a trattare la comprensione delle frasi. Prendiamo in considerazione le due frasi seguenti:
1. Marco dice: “Giovanni è stupido”.
2. “Marco – dice Giovanni – è stupido” (nel linguaggio orale, la punteggiatura è sostituita dalla prosodia). La prima frase, nella notazione introdotta, si scrive:
(Marco dice] Pr Giovanni è stupido] Pr)] Pr. |Apnea| |Apnea|
La seconda: (Marco (dice Giovanni)]Pr è stupido)] Pr ] Pr. |Apnea| |A p n e a|
L’apnea semantica, nel caso di un inciso, tiene in sospeso la sottofrase finché non si è proiettato l’inciso; quindi si proietta la sottofrase ‘sospesa’ e poi l’intera frase.
6. L’IPOTESI semantica vs. la grammatica generativa Pinker (v., p. 33), a sostegno della teoria di Chomsky sull’innatismo della logica del linguaggio, a proposito della conversione di un enunciato dichiarativo nella forma interrogativa, fa il seguente esempio. “Prendete ora l’enunciato A unicorn that is eating a flower is in the garden [In giardino c’è un unicorno che sta mangiando un fiore]. Ci sono due is. Quale dei due deve essere spostato? Ovviamente non il primo che si incontra: ciò produrrebbe un enunciato alquanto bizzarro: A unicorn that is eating a flower is in the garden ® Is a unicorn that eating a flower is in the garden? [È un unicorno che mangiando un fiore è in giardino?] Ma perché non possiamo spostare quell’ausiliare? Dov’è che non ha funzionato la procedura semplice? La risposta, secondo Chomsky, viene dall’architettura di base del linguaggio”.
(A unicorn (that is eating a flower)]Pr is in the garden)]Pr]Pr. [Apnea| |A p n e a|
Il primo ‘is’ è ‘bloccato’ nella prima proiezione semantica (that is eating a flower diventa un’unità semantica inscindibile) e non si può spostare passando alla forma interrogativa (d’altronde, il primo ‘is’ si può omettere: A unicorn eating a flower is in the garden). Lo stesso Pinker, peraltro, ammette che, se si spostasse l’‘is’ ‘sbagliato’, si otterrebbe un enunciato alquanto bizzarro. Bizzarro da quale punto di vista? Evidentemente, dal punto di vista semantico, del significato. Ancora: nell’enunciato usato come esempio, la forma interrogativa serve per sapere se l’unicorno si trova in giardino e, quindi, è l’‘is’ che si riferisce al giardino che va spostato. Se, invece, l’enunciato dichiarativo fosse The unicorn that is in the garden is eating a flower [L’unicorno che sta in giardino sta mangiando un fiore], la forma interrogativa servirebbe per sapere se l’unicorno sta mangiando un fiore e, quindi, sarebbe l’‘is’ riferito al fiore che si dovrebbe spostare. Nella notazione qui introdotta l’enunciato dichiarativo si scriverebbe:
(The unicorn (that is in the garden)]Pr is eating a flower)]Pr]Pr [Apnea| |A p n e a|
2) la tendenza a regolamentare;
3) l’influenza della realtà sul linguaggio.
7. Il linguaggio in uscita ‘Distratti’, ovvero ‘abbagliati’, dalla forma finale dell’output linguistico – una serie di suoni, nel caso del linguaggio orale, una serie di simboli grafici, nel caso della parola scritta – linguisti e psicologi tendono a dimenticare che, in realtà, l’output linguistico è una serie di movimenti: dell’apparato fonatorio, nel caso del linguaggio orale, della mano nel caso del linguaggio scritto (per non parlare del linguaggio dei sordomuti, che anche nella sua forma finale è un insieme di gesti). Gli psicofisiologi sanno perfettamente che l’area di Broca, deputata all’emissione del linguaggio, è collegata all’area motoria, ma ciò non basta a far loro concludere che l’output linguistico è, semplicemente, un output motorio. Ciò perché l’output linguistico è portatore di senso: la parola ha un significato e il significato si associa al segno, al simbolo. Per risonanza, anche le aree acustiche e visive possono essere attivate, nell’emissione linguistica, ma la mia IPOTESI è che l’output linguistico sia un output motorio: pronunciare la frase “il cane abbaia” è un’operazione del tutto equivalente a grattarsi il naso che prude. IPOTESI: il cervello trasmettitore/motore ha accesso diretto alla formulazione del linguaggio, scritto e parlato. Si è perfettamente coscienti di quel che si intende dire o scrivere solo dopo (dopo microsecondi) averlo detto o scritto: come il prurito al naso innesca l’azione del grattarsi, il senso (ciò che si vuol dire) innesca l’azione del parlare (dello scrivere). Quando si vuol dire qualcosa, ma non si trovano le parole, si è bloccati al livello del senso. Insomma, per parlare o scrivere, non è necessario rappresentarsi, prima, mentalmente la parola, pronunciata o scritta (nel caso del linguaggio dei sordomuti, poi, è del tutto inverosimile che ci si rappresenti la sequenza dei gesti prima di compierli).Spesso, parlando, specie quando si tratta di un discorso elaborato, accade di sentirsi pronunciare parole che non si sospettava minimamente di essere in punto di pronunciare o, addirittura, di affrontare argomenti diversi da quelli che si avevano ‘in mente’. Ciò capita, in particolar modo, quando si parla da quella specie di confessionale che è il divano psicoanalitico. Ma la stessa cosa succede anche nel caso del linguaggio scritto: le parole vengono vergate sulla carta e sembrache seguano un percorso loro, poi si rilegge quello che si è scritto e si apportano, eventualmente, correzioni (feedback). Un’altra ‘prova’ di quanto vado asserendo è rappresentata dalla ‘scrittura automatica’ eseguita in stato di ipnosi.
Bibliografia
- Freeman, W.J. (2000), Come pensa il cervello, Einaudi, Torino
- Nicoletti, R., Rumiati, R. (2006), I processi cognitivi, il Mulino, Bologna
- Pasetti, A., Il libero arbitrio, inedito.
- Pasetti, A.,Il sogno, inedito.
- Pasetti, A., Scritti, inedito. Pinker, S. (1998), L’istinto del linguaggio, Mondatori, Milano
- Rifflet-Lemaire, A. (1972), Introduzione a Jacques Lacan, Astrolabio, Roma Vygotskij, L.,S. (2004), Pensiero e linguaggio, Laterza, Bari
