Come il cervello trasforma le vibrazioni in suono
Il cervello è un sofisticato sistema di apprendimento: a partire dalle vibrazioni esterne elabora i suoni veri e propri. Questo vale allo stesso modo per la parola, per un rumore e per la musica prodotta dagli strumenti. Un punto spesso trascurato è che, fuori di noi, suoni e rumori non esistono come tali: sono una risposta cerebrale a determinate vibrazioni del mondo esterno.
Le dinamiche di interazione tra le vibrazioni esterne e il cervello passano attraverso processi di integrazione di aree cerebrali specifiche. Sono queste aree a correlare le emozioni e i significati alle complesse strutture che producono le sensazioni sonore. In altre parole, ascoltare non è un atto passivo: è una costruzione attiva che il cervello compie momento per momento.
Cosa ci dice la PET sull’ascolto
La Tomografia a Emissione di Positroni (PET) permette di misurare e registrare l’attività di un cervello umano in risposta a uno stimolo. La tecnica consente di osservare piccole variazioni del flusso di sangue nelle diverse aree cerebrali: a un aumento del flusso sanguigno in una zona specifica corrisponde un aumento dell’attività di quella zona.
Da queste informazioni si osserva che, a partire dalle aree temporali di ricezione delle vibrazioni sonore, esiste un punto di snodo essenziale tra l’informazione generata dalle diverse tipologie di vibrazione e le zone talamiche responsabili dell’attivazione degli stati emotivi. Questo snodo è situato nella zona immediatamente sottostante al lobo frontale. Un diverso smistamento dell’informazione avviene invece tramite i processi di integrazione che raggiungono l’area di Wernicke, collocata circa al centro dell’emisfero superiore sinistro e deputata all’interpretazione cognitiva dei suoni.
Due emisferi, due ruoli diversi
Gli studi sulla neurologia della musica, del rumore e della parola, così come quelli sulle soglie dell’udito, hanno avuto uno sviluppo recente. Da questa conoscenza emerge un punto importante: le note e le scale musicali vengono mediate primariamente dall’emisfero sinistro, attraverso l’area di Wernicke, mentre le melodie sono elaborate soprattutto dall’emisfero destro. Ascoltare davvero la musica significa quindi coinvolgere globalmente il sistema nervoso cognitivo e le funzioni emotive a esso connesse.
Perché chi suona impara meglio
Dato che le vibrazioni esterne passano debolmente anche attraverso il corpo, persino il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica. Allo stesso modo il bambino, ancora nella pancia materna, inizia ad apprendere come trasformare le vibrazioni esterne nella sensazione interiore del suono, riconoscendone timbro, tono e frequenza.
È quindi comprensibile che l’esercizio musicale sviluppi aree di integrazione specifiche del cervello: una relativa all'”udire per interpretare”, cioè al distinguere i suoni come fenomeno cognitivo, l’altra relativa al “sentire percettivo”, che si colloca soprattutto nell’attivazione delle funzioni emotive. Per questo motivo l’esercizio musicale può essere utilizzato per migliorare anche le capacità cognitive generali: chi si dedica alla musica realizza nelle aree corticali uditive e sensoriali uno sviluppo di apprendimento maggiore rispetto a chi non se ne occupa.
Il doppio volto della musica: condizionamento e terapia
La musica può esasperare comportamenti di socializzazione di massa, interagendo direttamente con i complessi fenomeni biochimici che collegano il corpo alle zone talamiche del cervello, alla base delle emozioni. Queste ultime, diversamente dalle attività cognitive, sono meno regolabili dalla ragione e quindi meno coscienti.
Ognuno può sperimentare come l’aggressività e la forza aumentino durante l’ascolto della “Cavalleria Rusticana” rispetto a quando si ascolta una “Ninna Nanna”. Si capisce così come gli effetti subliminali agiscano indipendentemente dalla nostra volontà cosciente e come, nella ripetizione, possano diventare condizionanti per effetto di un ascolto prolungato e insistente.
Viceversa, la musica può avere un vero e proprio effetto terapeutico. Le differenze tra i due emisferi nell’elaborazione dei suoni possono generare particolari ricadute positive in soggetti con difficoltà di comunicazione, a condizione di esercitare in modo opportuno i processi di integrazione cerebrale che correlano le emozioni sonore all’attenzione per il significato dei suoni, favorendo così un buon ascolto della musica.
Domande frequenti
I suoni esistono fuori da noi?
No, non come li percepiamo. Fuori di noi esistono solo vibrazioni del mondo esterno: suoni e rumori sono la risposta che il cervello costruisce a partire da quelle vibrazioni.
Quali aree del cervello elaborano la musica?
Le note e le scale musicali sono mediate soprattutto dall’emisfero sinistro, in particolare dall’area di Wernicke, deputata all’interpretazione cognitiva dei suoni. Le melodie sono elaborate prevalentemente dall’emisfero destro. Le zone talamiche, invece, gestiscono la componente emotiva.
Suonare uno strumento migliora le capacità cognitive?
Sì. L’esercizio musicale sviluppa aree di integrazione specifiche e favorisce uno sviluppo maggiore delle aree corticali uditive e sensoriali, con ricadute positive sull’apprendimento generale.
Anche chi non sente può percepire la musica?
In parte sì. Poiché le vibrazioni esterne attraversano debolmente anche il corpo, il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica attraverso questa via, in modo analogo a come il feto inizia a riconoscere timbro, tono e frequenza già nel grembo materno.
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