Il sentire al centro del mistero della coscienza
L’ultimo libro che ho letto e’ stato “Mind Time”, di Benjamin Libet e anche lui, come Faggin, mette l’accento sulla consapevolezza. Riporto quanto scritto a pag.17 dell’edizione italiana edita da Raffaello Cortina:
“Mi sembra, quindi, che non ci sia nessuna necessita’ di inventare diversi tipi o categorie di coscienza o di esperienze coscienti per spiegare i vari tipi di esperienza. La caratteristica comune in tutti i casi e’ la consapevolezza; la differenza sta nei diversi contenuti della consapevolezza”.
Giustamente la questione come sottolineano entrambi e’ il sentire, inteso non come l’udire ma come la capacita’ di provare qualcosa, di esperire.
Noi, non reagiamo in maniera asettica agli input del mondo esterno, non calcoliamo freddamente strategie di ragionamento, noi sentiamo. A noi fa un certo effetto, come direbbe Nagel, esser quel che siamo, essere nel mondo; siamo immersi e coinvolti in prima persona. Siamo degli esseri senzienti.
Percio’, nel mistero della coscienza, il sentire e’ centrale.
Allora cos’e’ questo sentire? E chi e’ che sente? C’e’ forse un omuncolo, un fantasma nella macchina che sente? E’ il nostro Se’ che sente? C’e’ un nucleo della persona dentro la mente dell’individuo che di lavoro fa quello che sente, che esperisce qualcosa?
A ben guardare, sostanzialmente, il sentire e’ qualcosa che esiste solo dal punto di vista dell’osservatore interno. Dall’esterno, non c’e’ modo di dimostrare che noi, od un organismo qualunque, o un computer, sente, prova qualcosa e non sia viceversa solo un automa, un’accozzaglia di circuiti al silicio o biologici, programmato per dar l’idea che provi qualcosa.
L’autenticita’ del sentire puo’ essere sentita, vissuta, provata solo in prima persona, ossia internamente all’organismo stesso che la prova. E’ questa la caratteristica fondamentale del sentire; e’ una proprieta’ ricorsiva, definita cioe’ in termini di istanze di se’ stessa.
Il test di Turing basta a provare la coscienza?
Si potrebbe scrivere un programma per computer talmente sofisticato da dar l’idea, ad un osservatore esterno, che comunichi con esso, che in realta’ stia comunicando con un essere senziente, consapevole di cio’ che dice. Un programma del genere potrebbe anche passare il test di Turing ingannando un essere cosciente circa il fatto di aver davanti un altro essere cosciente ma a mio avviso cio’ non e’ una prova che quell’essere sia davvero cosciente e che provi qualcosa.
Daniel Dennett afferma che un computer programmato in maniera sufficientemente accorta e dettagliata riuscira’ senz’altro a fare tutto questo, perche’ in fondo, per lui, la coscienza non e’ quel gran mistero che noi pensiamo che sia; si tratta solo di programmare le macchine molto meglio e molto meno superficialmente di come facciamo oggi.
Ad ogni modo essendo la consapevolezza una faccenda interna dell’individuo non so in che maniera potrebbe essere dimostrata la sua esistenza o meno.
Il superamento del test di Turing mi sembra alquanto debole come prova in quanto sappiamo quanto sia facile attribuire coscienza alle entita’ piu’ disparate. Ad esempio a dei personaggi dei cartoni animati attribuiamo facilmente intenzioni e azioni guidate da uno scopo; immagino che i bambini credano pure che questi personaggi dei cartoni esistano ed abbiano una mente. Questo perche’ sono stati disegnati per dare esattamente quell’idea li’.
E se la coscienza fosse un’illusione utile?
Percio’ anche noi potremmo essere un’accozzaglia di zombie stupidi che fanno un sacco di lavoro a livello cognitivo, che eseguono un sacco di computazioni classiche e che ingannano cosi’ gli occhi degli osservatori esterni. E non solo, potrebbe essere pure che questo inganno sia perpetrato anche nei confronti di noi stessi, nel qual caso probabilmente ci attribuiremmo la consapevolezza e la coscienza di cui stiamo parlando.
Se cosi’ fosse, la coscienza sarebbe una illusione, un inganno posto in essere sia per ingannare gli altri che noi stessi, sarebbe l’analogo di un racconto che ci piace raccontare e che ci piace raccontarci; forse perche’ ha avuto un qualche vantaggio evolutivo.
Attribuirci intenzionalita’ e libero arbitrio ci potrebbe consentire di modificare i nostri comportamenti, se non quelli immediati qui et ora, almeno quelli del futuro prossimo; ci potrebbe cioe’ far percepire l’urgenza di una pianificazione, di una progettazione a medio-lungo termine riguardo a cio’ che immaginiamo vorremmo essere.
Sappiamo quanto sia difficile reagire in modo non automatico nell’immediato (vedasi Libet) ma forse la consapevolezza come racconto di noi stessi a noi stessi potrebbe averci dato una scappatoia dalla trappola degli automatismi inconsci. Se ci raccontiamo quanto siamo stati poco adeguati in una certa situazione, c’e’ una buona probabilita’ che possiamo essere piu’ adeguati nella stessa situazione ove si ripresentasse in futuro.
La consapevolezza potrebbe averci dato un barlume di libero arbitrio, sotto forma di azioni e comportamenti pensati sufficientemente prima nel tempo per essere proiettati ed attuati nel futuro, piu’ o meno prossimo, in modo automatico. Come se ci stessimo autoprogrammando per l’avvenire.
Un Se’ che inganna se stesso
Ma se la coscienza e’ un racconto che facciamo agli altri (agli altri Se’) e a noi stessi (al nostro Se’) allora cosa e’, come e’ fatto questo Se’ che crede di sentire qualcosa?
Un Se’ che inganna Se’ stesso rimarrebbe chiuso in un loop e forse si creerebbe una realta’ interna dotata di profondita’, di una terza dimensione, quella del sentito; quel mondo interno privato dentro cui il Se’, essendosi auto-intrappolato, potrebbe forse esperire qualcosa.
Coscienza, sogno e simulazione
Dobbiamo infatti tener conto che a ben vedere, in realta’, noi non possiamo essere certi di sentirci dentro al mondo reale, molto piu’ probabilmente ci troviamo dentro ad una simulazione. Quello che sentiamo proverrebbe da una simulazione del mondo costruita dal nostro cervello.
Per cui quando diciamo di esperire qualche qualita’ del mondo esterno, in realta’ esperiamo le qualita’ delle entita’ che abitano la simulazione.
Ecco che quindi quando ci chiediamo cosa significhi essere coscienti e sentirsi esistere qui e ora in realta’ dovremmo chiederci: qui dove? ora quando? in un luogo ed in un tempo della realta’ reale? A mio avviso no, assolutamente no.
La consapevolezza di esistere e di vedere un mondo attorno a noi sarebbe all’interno di un tempo e di un luogo immaginari, quelli costruiti dal cervello stesso; ossia dentro la nostra mente.
La coscienza va considerata relativamente alla realta’ simulata, creata dal cervello.
Non possiamo parlare di coscienza della realta’ ma di coscienza nel modello di realta’ simulato.
Rendere cosciente un personaggio simulato
Ma ogni teoria che sia valida deve poter fare delle previsioni.
Dunque se cio’ che affermo relativamente alla coscienza e’ vero, allora in linea di principio si dovrebbe poter rendere cosciente un personaggio di un videogioco, in quanto sarebbe possibile renderlo senziente nel mondo simulato del videogioco stesso in cui possiamo pensarlo esser calato.
Allora se il personaggio simulato dentro un videogioco prova qualcosa come farei ad accorgermene? E se non puo’ provare nulla cosa potrebbe mancare nella simulazione affinche’ possa provare qualcosa? Pacman, ad esempio, potrebbe provare una reale, autentica paura, provata in prima persona, mentre viene inseguito dai fantasmini? Cosa dobbiamo mettere nella simulazione di Pac Man affinche’ cio’ avvenga?
Come possiamo rendere consapevole un robot di avere un braccio meccanico e di poterlo usare per fare alcune cose nel suo mondo immaginario? Possiamo rendere un calcolatore consapevole delle proprie risorse di calcolo e delle sue possibilita’ di agire nel mondo simulato in cui esso viene calato? Cosa manca alla macchina perche’ possa fare questo?
Una volta creato un mondo simulato, sarebbe possibile farlo percepire come reale dagli attori, anch’essi simulati, che lo abitano? Si potrebbe far loro percepire il sogno che essi sognano compresi loro stessi?
Coscienza, consapevolezza, sogno e simulazione di mondi potrebbero essere legati molto piu’ di quanto si pensi. Certo e’ che la simulazione, quanto e’ piu’ aderente agli aspetti della realta’ reale che ci toccano da vicino, quanto meglio e’; l’aderenza alla realta’ e’ sempre qualcosa di positivo pero’ forse, a ben vedere, noi non abitiamo la realta’ ma una sua simulazione, viviamo in un sogno sognato ad occhi aperti.
Domande frequenti
Perche’ il “sentire” e’ considerato il cuore della coscienza?
Perche’ non ci limitiamo a reagire agli stimoli o a calcolare risposte: proviamo qualcosa in prima persona. Il sentire, inteso come capacita’ di esperire, e’ una proprieta’ che esiste solo dal punto di vista dell’osservatore interno e non puo’ essere dimostrata dall’esterno. Per questo, nel mistero della coscienza, e’ il punto centrale.
Superare il test di Turing dimostra che una macchina e’ cosciente?
Secondo l’autore, no. Un programma abbastanza sofisticato potrebbe ingannare un osservatore facendogli credere di dialogare con un essere senziente, ma questo non prova che provi davvero qualcosa. Tendiamo ad attribuire coscienza con estrema facilita’, persino ai personaggi dei cartoni animati, e proprio per questo il test appare una prova debole.
In che senso la coscienza potrebbe essere un’illusione utile?
Nel senso che potrebbe essere un racconto che facciamo agli altri e a noi stessi, forse premiato dall’evoluzione. Raccontarci le nostre azioni ci offrirebbe una scappatoia dagli automatismi inconsci e un barlume di libero arbitrio, permettendoci di pianificare i comportamenti futuri quasi autoprogrammandoci per l’avvenire.
Cosa c’entra la simulazione con la coscienza?
L’idea e’ che non sperimentiamo direttamente il mondo reale, ma un modello di mondo costruito dal cervello. La coscienza andrebbe quindi intesa come coscienza dentro una realta’ simulata. Da qui la domanda provocatoria se, in linea di principio, si potrebbe rendere senziente un personaggio calato in un mondo simulato, come quello di un videogioco.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.