Il Virtuosismo Estetico

Neuroscienze.netDall’ascolto di una composizione originale spesso ci soffermiamo su particolari frammenti e passaggi musicali che ci colpiscono, vuoi per l’aspetto puramente estetico, vuoi per il significato che ad esso attribuiamo. Chi ha competenze musicali sa bene cosa si intende per abbellimento e virtuosismo. Proprio di questo vorrei trattare. Quando possiamo definire un passaggio musicale un virtuosismo e quando invece una ripetizione continua e forse anche assuefante? L’Enciclopedia della Musica edita dalle Garzatine definisce “virtuoso” un interprete che ha raggiunto una grande perfezione tecnica. Se prendiamo per buona questa definizione ci accorgiamo allora che vengono a mancare le caratteristiche proprie dell’estetica: ovvero la bellezza, il gusto, il fine. Allora cosa è virtuoso? Un passaggio, un momento musicale eseguito materialmente in maniera egregia, o una singola nota in levare che trasmette da sola tutto l’impianto espressivo dell’opera di cui fa parte? Chi ha trascorsi di studi didattici al pianoforte avrà senz’altro incontrato il metodo Hanon, definito in copertina come “Pianista virtuoso”. Eppure, se facciamo passare velocemente gli esercizi proposti, notiamo che altro non si tratta che una serie di scale, ascendenti e discendenti, passaggi del pollice, ed esercizi per lo snellimento delle mani. Non possono neanche essere definiti studi. Non voglio con questo denigrare un metodo di studio (inteso come lavoro ed impegno, mi si perdoni la ripetizione anche ricercata) senza dubbio importante e formativo, ma anche in questo caso non si ha traccia di qualità artistiche. Dobbiamo quindi pensare che il virtuosismo è l’aspetto quantitativo della musica, mentre il tocco estetico è l’aspetto più qualitativo? Forse, ma non vuole essere questa una risposta inequivocabile. Certo è che in generi più contemporanei si ascoltano spesso assoli fatti di continui moti di scale che vogliono per lo più dimostrare le capacità tecniche dell’interprete, ma senza attribuire un significato maggiore al discorso musicale. Deve essere proprio questo il punto fondamentale: capire quando si parla di sostanza della musica. Questa è l’impalpabile, il difficile da scrivere con segni convenzionali, dai ricchi significati. Dietro il simbolo di un pedale, di un trillo o di un mordente, può esserci molto più virtuosismo sentimentale, che dietro una scala cromatica per moti contrari a 120 battiti di metronomo. Molto dipende dal contesto, dal momento dell’esecuzione, dal significato globale e particolare del brano a cui ci si riferisce e dal perché in quel punto dovrebbe esserci quel determinato passaggio. Non ci siamo mai chiesti, ad esempio, se quella frase musicale che siamo soliti suonare è proprio necessaria o se il brano in questione avrebbe medesimo significato artistico ed estetico anche se priva del passaggio in questione? Il Devoto – Oli definisce il virtuosismo come “abilità tecnica, in quanto sia fatta oggetto di dimostrazione, talvolta a prezzo di sacrificare l’aspetto espressivo e artistico”. Ritengo che in questa semplice definizione da dizionario sia raccolto il centro di tutto il mio pensiero. Notiamo inoltre come la ricerca della prestazione tecnica può portarci a sacrificare ciò che più di artistico è racchiuso nell’opera. Virtuosismo è il lato materiale e forse oggettivo dell’arte. Virtuosismo può essere però anche sensibile quando, nello svilupparsi del suo sali e scendi sulle note, è capace di trasmettere qualità espressive uniche, umane, sensibili. Penso allora ad una terzina suonata dolcemente, magari con il pedale sinistro del pianoforte e con un leggero puntato della prima nota. Questo è virtuosismo qualitativo. Ora gli esteti più precisi mi chiederanno se è l’interpretazione di quella terzina a renderla qualitativa o è il solo segno grafico sul pentagramma. Chiaramente è l’interpretazione che dà un significato estrinseco al materiale grafico. Ma non potrebbe essere altrimenti, se pensiamo che il segno di espressione “piano” letto sul medesimo spartito da due diversi pianisti non sarà mai identico. Questa è l’arte, dare calore al virtuosismo e renderlo vivo e coerente. In caso contrario si rischierebbe solo di confondere una partitura musicale con una mostra delle capacità compositive ed esecutive, quasi a voler acclamare un’opera per il numero di note che la compongono. La musica è ben altro. È un passaggio inaspettato sulla tastiera, è il soffio dell’aria nel flauto traverso, è il pizzico delle dita sulle corde dell’arpa. La musica è virtuosismo perché è una virtù, una “disposizione d’animo volta al bene al di fuori di ogni considerazione di un eventuale premio o castigo: amare, praticare, esercitare la virtù”. Un momento virtuoso sarà quindi il tocco dei polpastrelli di Jiri Reinberger all’organo durante il Preludio, Fuga e Ciaccona di Pachlbel. Questa breve disamine ha voluto definire, seppur semplicemente, il bello del musicale, senza però dimenticare che anche la scala cromatica per moti contrari a 120 battiti di metronomo a cui mi riferivo prima può essere estetica se fatta col tocco e l’intensità giusta. Analogo discorso lo vorrò trasportare anche sulla musica leggera contemporanea e sulle scelte degli arrangiamenti.

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