Imperatore dell’Io, cioè… del Nulla


Pensieri psicoanalitici sparsi, ascoltando Grieg e leggendo Ibsen

 

Allora saresti veramente un imperatore, Peer. Ma una differenza rimarrà comunque sempre: presso di voi, uomini del regno della luce, ci si dice l’un l’altro, come se fosse la sapienza più segreta, “Sii uomo”. Ma per noi Troll il motto è “Ti basti essere come sei!” Figlio mio, questo d’ora in avanti sarà il tuo il tuo credo e la tua parola guida.

Ibsen

 

La realtà umana è ciò che Marcuse definì un sistema “aperto”, per il quale forse nessuna teoria può imporre una soluzione: perché “L’uomo è la nullità di un pulviscolo nell’universo infinito, ed egli è al tempo stesso la profondità di un essere che può conoscere l’universo e che può chiuderlo in sé come conosciuto. Egli è l’uno e l’altro, è fra l’uno e l’altro; il suo essere oscillante non è una realtà che resista e che si possa definire” (K. Jaspers).

Ma mi piace dire, come Mme De Staël, Ce que l’homme a fait de plus grand, il le doit au sentiment douleureux de l’incomplet de sa destinée

Nata dalla condizione primaria del nostro io bambino, dalla sua Hilflosigkeit, la traccia delle nostre perdite ci accompagnerà sempre: Fata volentem ducunt, nolentem trahunt.

“Nella crescita-dice Rohein- noi sostituiamo l’amore oggettuale attivo con quello passivo. Troviamo elementi sostitutivi per gli oggetti d’amore dell’infanzia, ma anche quando diamo amore rimane sempre vivo il desiderio di ricevere amore, e gli amori e i trionfi della vita adulta sono veramente il “Paradiso riconquistato”, il ritrovamento della situazione infantile a un altro livello”.

Per Schopenhauer il rapporto tra il soggetto e l’oggetto, fra l’Io e il mondo, è un rapporto di rappresentazione che si ferma solo al “fenomeno”: l’uomo si rappresenta la realtà, ma non coglie la profonda entità, il “noumeno”. L’uomo, però, non è solo un oggetto conoscente, che ha come unica attività il rappresentarsi il reale, ma è, nella sua più vera essenza, volontà. La volontà di vivere lo travolge in un perenne e inesorabile meccanismo di autoaffermazione che per la sua stessa natura non può mai dare una vera gioia, poiché “è un perenne tendere senza una meta ultima e ogni meta raggiunta è a sua volta principio di un nuovo percorso, e così all’infinito”.

Ma se la storia diventa destino e l’uomo strumento della volontà universale, all’uomo di Schopenhauer è data la liberazione attraverso l’arte e l’ascesi: nell’esperienza estetica infatti il rapporto con le cose non è di volontà di possesso e di fruizione, ma di disinteressata contemplazione, potere di squarciare il “velo di Maia” che nasconde il vero volto delle cose e di arrivare al fondo della realtà.

“Questo è “vivere”: al diavolo tutte le sciocche ipocrisie!”

H.Ibsen -Peer Gynt-Atto II

Perché Peer Gynt? Perché è uno di noi, uno dei tanti che si incontrano per via.
È figlio di un padre megalomane e di una madre debole, aspira a grandi orizzonti, ma è povero, e il suo mondo lo emargina. Egli si rifugia nel sogno, come la madre: “Io sarò re, imperatore… posso volare nell’aria su cavalli sfrenati…tutto il paese mi cadrà ai piedi”. Ma nessuno può indugiare a lungo nel mondo dei sogni e Peer ritorna nella realtà, purtroppo senza accorgersi che diventare se stesso non è possibile abbandonandosi al solo piacere selvaggio e alla cinica ricerca della ricchezza e del potere. Inizia a viaggiare e incontra, tra gli altri personaggi, i Troll, mitici folletti del bosco, che rappresentano la personificazione della falsa umanità e gli vorrebbero sfregiare gli occhi per costringerlo a vedere le cose nel loro modo distorto e rovesciato.

Mentre “sotto i raggi del sole gli uomini si dicono l’un l’altro: “Sii te stesso. Invece qua fra i Troll, il motto è: “Ti basti essere come sei”. La domanda è: “Che cosa dev’essere un uomo? Se stesso, rispondo io. Un uomo deve vivere per sé e per ciò che è suo. Ma come lo può se è un cammello da carico che porta venture e sventure altrui?”.

Di fronte al dilemma, Peer allora preferisce difendersi evitando di impegnarsi troppo: “il segreto dell’arte di vivere sta nel chiudere con cura l’orecchi all’accesso di un serpente pericoloso”.

Viaggia, a lungo, diventa ricco, viene derubato, ma quando le cose sembrano mettersi male per lui, ecco che un mattino, nel deserto dell’Arabia, trova ricchi abiti, gioielli e il cavallo bianco dell’imperatore, che un ladro e un ricettatore hanno abbandonato fuggendo; e si incorona imperatore turco. Poi diventa Profeta ma, grave e meditabondo, torna se stesso perché si accorge che in fondo la parte del Profeta non gli si addiceva.

“Meglio vivere da cristiani, rinunziare alle penne di pavone, fondare le proprie azioni sulla legge e sulla morale, essere se stessi, e alla fine avere corone sulla bara e discorsi sulla tomba. Essere se stessi? L’Io gyntiano? È la moltitudine di fantasie, desideri e passioni… L’Io gyntiano è il mare di capricci, voglie, esigenze, insomma tutto ciò che gonfia il petto e fa ch’uno, Peer Gynt, viva. Sta scritto, o fu detto, che se uno conquista tutta la terra ma perde “se stesso”, cinge di corona una testa rotta. “Che tu avanzi o tu arretri, la via è ¨ ugualmente lunga”; che tu vada o tu venga, la via è¨ ugualmente stretta”.

“Peer vuol tentare qualcosa di nuovo; un’impresa più nobile; uno scopo che valga la spesa. Decide di rimettersi in cammino: esplorerà il passato, studierà le grandi epoche del mondo, continuerà da scienziato il suo viaggio alla conquista di se stesso. In Egitto, davanti alla statua di Memnone eretta nella sabbia gli sembra di udire uno strano mormorio, un canto enigmatico, come se fosse quella… la musica del passato”.

Peer capita infine in un ospedale di pazzi e dice al direttore, anche lui pazzo: “Ma qui, se ben comprendo, si tratta di essere fuori di se stesso” e costui gli risponde: ”Fuori di se stesso? No, lei si sbaglia di grosso! Qui ciascuno è assolutamente se stesso; se stesso e non un briciolo d’altro; si naviga, in quanto se stessi, a vele spiegate. Ciascuno si chiude nella botte dell’Io…sta immerso completamente nel fermento dell’Io…si richiude ben bene col cocchiume dell’Io, e nel fonte dell’Io fa gonfiare le doghe. Nessuno ha lacrime per i dolori altrui; nessuno ha comprensione per le idee del prossimo. Anche noi…nei pensieri e nelle parole siamo noi stessi fino all’orlo del trampolino…”

“L’una ricorda… e l’altro ha dimenticato. Egli ha tutto perduto … ed ella ha tutto custodito”

H.Ibsen -Peer Gynt -Atto V

Gli anni passano. Peer diventa vecchio, ormai, ha barba e capelli grigi, un volto un po’ indurito. È venuto per lui il tempo di tornare a casa. Tra i fiordi, a bordo di una nave nel Mare del Nord, presso la costa norvegese contempla i luoghi familiari, mentre il mare è in burrasca e la nave in pericolo.

Quando il fallimento totale riporta Peer indietro, a vivere cercando cipolle selvatiche nella foresta, anche la sua vita gli pare come una cipolla: “Che quantità prodigiosa di pellicole! Non apparirà finalmente il nocciolo? Niente affatto, perdio! Fino al centro non sono che strati e strati…solo sempre più piccoli”. Ormai tutto quello che gli accade non farà che sottolineare la nullità della sua vita: pensieri non pensati, parole non dettate, canzoni non cantate, lacrime non versate, opere non compiute. Ma non è ancora la fine.

Anche se d’improvviso incontra la Morte, nell’inquietante “fonditore di bottoni di stagno”, che gli recita la sua condanna: Peer non ha veramente vissuto perché, gli dice, “tu dovevi essere un lucente bottone sul vestito del mondo; ma ti manca il picciolo; perciò devi finire nella cassa degli scarti per rientrare, come si suol dire, nella massa”. E il fonditore di bottoni rivela il segreto più sconvolgente: “Essere se stessi è uccidere se stessi”.

Peer, disperato, non vuole rassegnarsi ed arrendersi, e cerca testimoni della consistenza della sua identità, le prove che egli abbia veramente vissuto. Ma, quando tutto sembra perduto, l’unica salvezza verrà dalla dolce Solveig, che lo ha sempre aspettato in tutti quegli anni, e dalle sue parole liberatrici: “Sai dove sia stato Peer Gynt in tutti questi anni?… “Nella mia fede, nella mia speranza e nel mio amore”.

Mi ricorda Peer Gynt il Riccardo III di Shakespeare, che sembra voler dire soltanto: “Questa vita odiosa mi annoia e voglio divertirmi. Poiché però non posso fare l’innamorato a causa della mia deformità, farò la parte del cattivo, dell’intrigante, dell’assassino, e qualunque altra cosa mi vada a genio”. Ma se questo sembra un discorso puerile, il senso è ben più profondo. Il soliloquio significa: “la natura mi ha fatto un grande torto nel momento i cui mi ha negato la bellezza esteriore capace di attirare l’amore umano. La vita per questo mi deve un risarcimento, che io farò in modo di ottenere. Ho perciò diritto di essere una eccezione e di ignorare gli scrupoli da cui altri individui si lasciano ostacolare. Posso arrecare torti perché io stesso ne ho ricevuti”.

“… un lucente bottone sul vestito del mondo”

H.Ibsen -Peer Gynt-Atto V

Come non trovare qualcosa di noi stessi in queste pagine. E dobbiamo renderci conto che anche noi potremmo diventare come Riccardo, e forse in qualche misura lo siamo già. Riccardo è lo smisurato ingrandimento di qualcosa che abbiamo in noi. Forse che non crediamo tutti di avere qualche motivo di rancore verso natura e destino perché ci sentiamo delle menomazioni congenite e infantili: pensiamo che il nostro amore per noi stessi, il nostro narcisismo, hanno subito dei torti per i quali pretendiamo una riparazione…

Chi non vuole possedere, conoscere, raggiungere, comandare, godere? Tutti sono mossi dal desiderio o dal denaro, dall’ambizione, dalla curiosità, dalle pulsioni sessuali, ma la scena di questo grande piccolo mondo ne rimane più o meno indifferente, o perfino ostile; e così si comprende che ciò che si desidera si deve conquistarlo con fatica, e non sempre si può ottenere. La coscienza subisce l’ambiente adattandovisi con degli aggiustamenti, cercando di sottometterlo o sfuggendogli; oppure non si adatta affatto.

Lucifero era uno degli angeli di Dio, il “portatore di luce”, fu la luce della coscienza e dell’intelligenza finché non osò sfidare Dio nel suo potere. I nostri demoni non sono all’esterno, essi fanno parte della nostra interiorità.

Ich bin Ende oder Anfangha detto Kafka, “sono fine, e anche principio”. I limiti si possono spostare, non sopprimere.

“Erano tutti lì, riuniti, fianco a fianco, gli uni non si riconobbero, gli altri non si erano mai conosciuti. Certe vie del destino restano nascoste per sempre, altre per rivelarsi dovevano attendere una nuova occasione, un nuovo incontro” (B. Pasternak).

“Roquentin ascoltando un disco suonare, in un bar, rimugina: “adesso c’è questo canto di sassofono. Ed ho vergogna. È appena nata una gloriosa, piccola sofferenza, una sofferenza-modello. Quattro note di sassofono. Vanno e vengono e sembra che dicano: bisogna fare come noi, soffrire a tempo” (J.P. Sartre)

Roheim ci ricorda che la strada che porta alla liberazione è stretta; le pulsioni aggressive che sono nel fondo di tutti noi, in effetti, rischiano di provocare una rottura.

“Passeranno forse la primavera e l’inverno, / la prossima estate e l’anno intero, / ma sicuramente tu tornerai da me, ne sono certa. / Ed io ti aspetterò, come promesso”

Ibsen- Peer Gynt,”Canzone di Solveig”

Una immagine che ritorna spesso nelle rappresentazioni più o meno poetiche della vita la raffigura come un mare, grande ed imprevedibile, sfuggente, capace di evocare un senso di calma ma anche profonda inquietudine; e sempre mistero, come lo è la nostra esistenza, il nostro fato.

Si dice che il mare abbia una voce, un linguaggio suo particolare con il quale riesce a parlare al cuore di chi sappia ascoltarlo. Come la natura, le piante, gli animali. Senza frasi, senza parole, senza limiti. Io non posso guardare il mare senza provare una sensazione di sgomento difficile da definire, come se un segreto si muovesse in quelle onde e fosse sempre sul punto di svelarsi ma per essere nuovamente risucchiato, ad ogni flutto, nell’oblio. Ed in questo mare della vita penso a noi, mi chiedo se siamo marinai o piuttosto naufraghi, se cerchiamo di sopportare le tempeste manovrando con forza le nostre vele o se solo ci lasciamo trascinare dalla corrente, alla deriva, aspettando che qualcuno, più forte o magari solo fortunato, venga a salvarci. L’ambivalenza è forte, è una parte di noi stessi come la nostra ambiguità.

Ognuno ricerca disperatamente la propria identità, come il Medardo de “Gli elisir del diavolo” di Hoffmann, e il modello di una ragione che possa sostituirla; ed ogni certezza, se esiste, si costituisce in un gioco di rapporti, avvenimenti e assunzioni, e consapevolezza. “Gli elisir del diavolo” è il romanzo dei movimenti che continuamente assestano, turbano e ricompongono l’arcipelago dell’Io; è una analisi affine all’analisi “interminabile”, fondata su di un’unità del soggetto non statica ma mobile ed in fieri: “Il mio io, confuso con una personalità estranea, vagava alla deriva in balia degli eventi imperversanti su di me come marosi infuriati, sono colui che sembravo, e non sembravo colui che ero. In quella duplice personalità non riuscivo più a comprendere, a ritrovare me stesso”. Medardo è un individuo che lotta, ma paradossalmente la vittoria, la serenità, sembra esistere solo per chi è- e sa tranquillamente di essere- fuori posto, per chi non cerca di superare le contraddizioni, bensì di vivere in esse e di esse. Medardo è avvolto da un groviglio di amore, odio, devozione e bestialità. Ma proprio nel fare del male gli eroi di Hoffmann sono delle vittime perché l’aggressività non può che ritorcersi su loro stessi. E Leonardo-terapeuta chiede al frate peccatore l’ultima penitenza, che sarà la via per la redenzione: Medardo scriverà la sua storia e questo “farà rivivere le sue ore di gioia, di terrore, gli episodi terrificanti, le scene grottesche”, e, attraverso la rievocazione, la salvezza, la catarsi finale diventa il presupposto per la moderna analisi, apertura verso la virtualità liberatoria dell’interpretazione. In chiave psicoanalitica.

Gli “Studi sull’isteria di Freud si concludono con una indicazione significativa circa il compito terapeutico della psicanalisi: trasformazione della “miseria isterica in una infelicità comune” verso la quale il paziente sia messo in condizione di meglio difendersi.

L’identità professionale dello psichiatra, afferma Carloni, deve “riassumere le nostre vicende, sedimentare gli influssi della nostra cultura, comportare il minimo di mutilazioni e il massimo di lutti”. È un rapporto di comunicazione, quello dell’analisi, ha il senso di una responsabilità che non può essere condivisa con nessuno, e non nega la solitudine dell’analista verso il paziente, del paziente verso l’analista e della coppia analitica verso il mondo. Ed è ancora di solitudine la percezione, alla fine della terapia, dell’analista come figura sperata e umana con i suoi pregi e i suoi difetti, delusione di un ideale su cui si era proiettata la volontà di onniscienza e onnipotenza quale rimedio della propria debolezza. Ma proprio dalle macerie dell’ultima catastrofe, la “morte dell’immagine”, si pongono le fondamenta del “redi in te ipsum”..

 

Bibliografia

  • Carloni, L’identità dello psichiatra, Roma, 1982
  • me de Staël, della letteratura,1967
  • Freud, Studi sull’isteria, Torino, 1967
  • T.A. Hoffmann, Gli elisir del diavolo, Torino,1969
  • Ibsen, I Drammi (trad.it.di A. Rho), Torino, 1959
  • Jaspers, La filosofia dell’esistenza, Milano,1964
  • Kafka, Lettere, Milano, 1979
  • Pasternak, Il dottor Zivago, Milano, 1974
  • Rohein- Origine e funzione della cultura, Milano, 1968
  • P. Sartre, La nausea, Milano, 1966
  • Shakespeare, Riccardo III, Milano, 1966
  • Shopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione”,1819

 

 

Share

Monica Bock

medico chirurgo, specialista in Chirurgia d'urgenza, dottore magistrale in Giurisprudenza

Iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter e riceverai tutte le novità e gli aggiornamenti di Neuroscienze.net, direttamente nella tua casella di posta

(Ah... gratis!)

Missione compiuta! Eccellente!

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

E rimani sempre aggiornato sulle nostre pubblicazioni e su tutte le novità

Grazie! Ti sei appena iscritto!