La cornice storica

L’epoca tra l’800 e il ‘900, si caratterizzò per la radicale trasformazione che investì ogni ambito della società occidentale. In questo periodo le invenzioni e i progressi della tecnica e della scienza furono talmente rilevanti e senza precedenti, da rivoluzionare non soltanto il modo di vivere e le abitudini, ma anche il modo di percepire e osservare se stessi. Basti pensare alla scoperta dell’energia elettrica, che trasformò il ritmo della vita e i naturali cicli circadiani, portando la luce in una notte millenaria, o le invenzioni del telefono e della radio, che non soltanto stravolsero lo stile comunicativo globale, ma innescarono un processo irreversibile, annullando spazio e tempo tra popolazioni e reinventando il modo di scrivere la storia. Tra le molteplici, ci sembra ovvio accennare ad altre due grandi scoperte, che fanno la loro comparsa proprio nel primo anno del XX secolo, e che, senza dubbio, condizioneranno l’esistenza umana: la teoria dei quanti, con la costante h da parte di Max Planck, e la psicanalisi, con l’interpretazione sui sogni di Sigmund Freud. E’ sconcertante considerare come, in un brevissimo tempo, tutto questo si è potuto pensare e poi realizzare e, proprio per tale ragione, più di ogni altra cosa, il vero protagonista di quegli anni fu il diffuso stato di ottimismo, la convinzione assoluta nell’uomo e nelle sue sconfinate risorse, la volontà di potenza descritta da Friedrich Nietzsche, che morirà proprio in quell’anno, è il vero spirito guida della prima metà del ‘900. Siamo nella bella epoche, in cui, progressivamente, i contesti sociali, produttivi e scientifici, si plasmano e si adattano ai desideri dell’individuo moderno, divenendo l’unico habitat possibile per lui e per le future generazioni.

Eppure, paradossalmente, proprio in quel periodo, i movimenti filosofico-culturali iniziano a porre in evidenza i limiti del positivismo, il pensiero che aveva sostenuto questa energia collettiva, il dominio della natura attraverso la scienza, considerato troppo schematico ed astratto, distante dalle tematiche umanistiche. Già nel 1911, Hedmund Husserl scrive il manifesto della fenomenologia “La filosofia come scienza rigorosa”, un nuovo modo di fare filosofia, descritta dallo stesso fondatore come pratica filosofica in continuo completamento. Ciò che guida tale programma è proprio il tendere alla realtà, al suo vissuto originario, poiché il mondo precede qualsiasi forma di analisi. L’atteggiamento fenomenologico è quello di descrivere le cose che ci accadono in uno spazio esistenziale e in un tempo continuamente aggiornato da una coscienza unificatrice e non di spiegare o di analizzare il mondo. L’intenzionalità, l’osservazione descrittiva della realtà e l’esperienza nel presente, sposta il focus dall’oggettività alla soggettività, dall’astratto alla corporeità del fenomeno, dalla teoria da comprovare alla datità fenomeno. Misurare e quantificare cosa accade tra noi e il mondo si svuota di senso; ciò che ora si vuole conoscere è il come.

Chiedersi quale sia stato il “sentire” profondo, l’impulso che abbia spinto il pensiero fenomenologico Husserliano a divenire figura in un contesto apparentemente sfavorevole, è difficile da comprendere. Il primo conflitto mondiale, con milioni di morti, l’orrore senza nome, sembra annichilire il pensiero occidentale, mettendo in discussione la stessa logica umana, così misteriosa da potersi trasformare da grande bellezza ad infinità ferocia.

La civiltà moderna, in un’era d’illusorio progresso, annulla così la straordinarietà delle opere prima descritte, rivelando il suo lato ombra; qualche anno dopo la follia inespressa dell’uomo occidentale, si incarnerà, ancora con più prepotenza, in uomini capaci di accoglierla ed agirla.

Tutto questo sarà descritto dall’esistenzialismo ontologico di Martin Heidegger, e quello dell’assurdo di J. P. Sarte e A. Camus, eredi dell’approccio fenomenologico di Husserl.

Intanto, nel 1940, quando Fritz Perls scrive “l’Io la fame e l’aggressività” (che sarà pubblicato due anni più tardi), prima radice della psicoterapia della Gestalt, il secondo conflitto mondiale è in pieno svolgimento, Sigmund Freud è morto da quattro anni, e l’umanità è di nuovo in balia di se stessa.

La psicoterapia della Gestalt nel postmodernismo

La Psicoterapia della Gestalt, come ogni altro modello teorico, è la risposta ad un urgenza che emerge da un contesto socio-culturale ben determinato.

Nel 1951, la Psicoterapia della Gestalt con “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt” pubblica il suo testo fondamentale, in un periodo in cui il modernismo, come atteggiamento di progressivo affrancamento dal passato, dai suoi valori ritenuti obsoleti e dagli errori commessi, rappresenta il pensiero dominante.

È un periodo in cui la creatività e il desiderio di ritrovare la propria soggettività, per troppi anni eclissata, riemerge prepotentemente dallo sfondo, e il paradigma gestaltico sembra poter dare voce ad emozioni come la rabbia e l’aggressività. Rimangono storici i seminari a Big Sur, in California, presso l’Esalen Institute; in cui l’esperienza, l’espressione delle emozioni più represse, la presa di consapevolezza e l’autoaffermazione divennero i nuovi imperativi categorici.

Il cittadino della seconda metà del XX secolo riscopre la propria autonomia, la responsabilità verso la propria libertà, comprendendo che per accrescere la propria personalità, è necessario un rapporto dinamico con l’ambiente. L’individuo e i suoi desideri trovano un pieno soddisfacimento in un contesto storico che sembra finalmente in grado di esaudire tale volontà. Alla fine degli anni ’60 le nuove generazioni si liberano dai legami culturali, mettendo in crisi tutto il sistema normativo e politico. È l’alba dell’era della comunicazione in tempo reale e dell’interconnessione tra popoli e, al contempo, il tramonto del modernismo. Sono i personal computer, i mass-media e l’avvento di Internet, a trasformare la persona in soggetto individuale, rivoluzionando completamente tutto: i confini fisici, lo spazio e il tempo, e poi quelli psicologici si riducono sempre di più, fino a fondersi l’uno con l’atro, sancendo l’epoca della percezione globale. Paradossalmente, in un periodo in cui tutto confluisce in un’unica forma, il ground si sgretola.

I centri di gravità permanente attorno ai quali i valori e i saperi convergevano scrivendo la cultura e la storia, svaniscono; ogni sito, ogni portale o social network diviene una possibile αγορά individuale, da cui esprimere valori e pensieri in solitudine.

“Nella nascita di una società postmoderna un ruolo determinante è esercitato dai mass media; che caratterizzano questa società non come una società più “trasparente”, più consapevole di sé, più “illuminata”, ma come una società più complessa, persino caotica e, infine, che proprio in questo relativo “caos” risiedono le nostre speranze di emancipazione”. Gianni Vattimo confermando la visione multipolare dell’individuo post moderno in una società complessificata, ci dà nuove coordinate per comprendere l’evoluzione culturale per i prossimi decenni. Se la frammentazione dello sfondo collettivo determina uno spaesamento e nuovi malesseri, lo stesso caos può certamente rappresentare una risorsa, se letto con una diversa consapevolezza. Resta da chiederci se un modello teorico come quello gestaltico possa calarsi completamente in una realtà che in qualche modo contraddice la sua stessa definizione, la buona forma, o se tale paradosso non costituisca già un elemento di auto e meta analisi.

Già domandarsi per quale ragione, da noi psicologi, l’instabilità è considerata un deficit e la frammentazione un disagio, vuol dire porsi immediatamente su un ground mutevole, sbaragliando il campo da ogni euristica o introietto, per giungere ad una comprensione più autentica dei vissuti che ci narrano i nostri pazienti. La relazione terapeutica è un viaggio che si fa in due, ed è impensabile credere che sulla stessa barca in cui l’uno soffre il rollio, l’altro si senta strabile come sulla terra ferma.

La Gestalt Therapy, attraverso i concetti come: adattamento creativo, multipolarità del sé, continuum di consapevolezza e ascolto empatico, è certamente in grado di accogliere concretamente la dimensione fluida dell’uomo post-moderno e delle sue forme di contatto istantanee e apparentemente sconnesse.

La fenomenologia dell’Es

Dal punto di vista clinico la consapevolezza è il principale strumento terapeutico. La consapevolezza è l’abilità di concentrarsi su ciò che esiste, ciò che è attuale nel presente, l’essere in contatto con la propria esistenza. Ai nostri pazienti chiediamo di esprimere ciò di cui sono consapevoli in quel momento. Hedmund Husserl direbbe dalla “datità” del mondo, lasciando che il fenomeno riempia il nostro orizzonte. In questo modo, il paziente, impara gradualmente che ciò di cui è consapevole, rappresenta ciò realmente esiste per lui. Non c’è una realtà giusta o sbagliata. Ciò che è, è. Fritz Perls suggerì il concetto di “consapevolezza universale come ipotesi utile che si oppone al trattare noi stessi come cose. Noi siamo consapevolezza piuttosto che avere consapevolezza. La consapevolezza, la coscienza o l’eccitazione sono esperienze simili. Con l’ipotesi di una consapevolezza universale ci apriamo a considerare noi stessi in modo vitale e non a teorizzare intorno ad una mente, un Io, un Super-Io e così via (Perls, 1976).

Alla luce di questi assunti metodologici al terapeuta della Gestalt è richiesto uno “sforzo” in più da compiere nel processo terapeutico.

Partendo dal presupposto che fra terapeuta e paziente esiste una relazione asimmetrica e che il potere trasformativo della psicoterapia si fonda proprio sulle caratteristiche specifiche di questa asimmetria. E’ grazie ad essa che la persona che chiede aiuto si trova di fronte un professionista in grado di regolare il proprio modo di entrare in relazione, sapendo indietreggiare con la propria persona e avanzare con la propria presenza, modulandosi con i bisogni del paziente, con il fine di creare le condizioni più utili a elaborare le modalità e i contenuti portati.

La questione delicata è quindi definire questa asimmetria nel modello gestaltico.

Solo negli ultimi decenni si è affermata in ambito psicologico una concezione del setting come di un campo bipersonale e si è prodotta una descrizione del dialogo clinico che identifica un andamento a spirale. Si è arrivati a considerare i due componenti della coppia terapeutica come entrambi coinvolti nell’ attualità dello stesso processo. Ciò significa che il comportamento di nessuno dei due protagonisti può essere compreso senza prendere contemporaneamente in considerazione il comportamento dell’ altro.

Di conseguenza si è progressivamente affermata la concezione secondo la quale il dialogo clinico può essere descritto da un andamento a spirale, in quanto costituito da sequenze di interazioni comunicative fra loro concatenate, che si susseguono nel tempo e che progressivamente ampliano e approfondiscono i contenuti sui quali paziente e psicoterapeuta dialogano. E’ la singola interazione a orientare quanto accade successivamente e diviene, quindi, anche l’ unità di analisi dell’ intero processo. In questa prospettiva le comunicazioni del paziente non vengono più considerate espressione solo di un mondo interno di significati e le attribuzioni sullo psicoterapeuta solo come esito di una dinamica transferale.

Quello che accade durante il colloquio è qualcosa che prende forma nel presente della relazione, dai significati soggettivamente attribuiti all’andamento delle diverse sequenze, da parte di entrambi i partecipanti. Sequenze che avvengono, naturalmente, all’ interno di un  contesto specifico. Il salto epistemiologico riguardo il fatto che, nonostante l’ assimetria dei ruoli, un’ influenza si verifica in entrambe le direzioni e accompagna ogni intervento di entrambi i componenti della coppia. La fenomenologia che ne emerge non è più il prodotto di una individualità, ma qualcosa che si crea con il contributo di entrambi, di cui né l’ uno né l’ altro è più il solo autore.

Questa diversa concezione dello scambio comunicativo porta necessariamente a ripensare le funzioni dello psicoterapeuta. Egli, ora, è dentro la relazione in modo più pieno e consapevole, gli viene riconosciuta un’assettività e un’ influenza che non possono più permettergli processi di deresponsabilizzazione rispetto a quanto accade, sia rispetto alle caratteristiche del materiale che emerge, così come alla qualità del rapporto, fino ai possibili momenti di regressione e peggioramento sintomatologico del paziente.

Lo sforzo da compiere, a cui prima accennavamo, è quello di discriminare, in ogni momento dato, quale parte delle reazioni del paziente corrisponde a degli “introietti” e quale, invece, esprime un vissuto attuale di fronte ai comportamenti dello psicoterapeuta reale. Ed è, in questo senso, che è stato rivisitato il concetto di neutralità, passato dall’intendere un’ obbiettività certa e garantita all’ idea di creare un posto al paziente dentro di sé, riuscendo a non confondersi con lui.

Il mantenere questa separatezza, implica la capacità di conservare lucidità di fronte alle intuizioni che il mondo interno del paziente suscita, attraverso meccanismi, quali per esempio la proiezione, nella stessa misura concerne la capacità di tener presente quanto sia possibile influenzare il paziente stesso con il proprio modo di sentire e essere e con i propri comportamenti.

Questa maniera di considerare il processo comunicativo entro il setting comporta, dunque, una maggior umiltà da parte del terapeuta che non ha più una posizione di privilegio nel non essere chiamato in causa rispetto all’ andamento del lavoro terapeutico e al quale ora viene richiesto una competenza precisa: la capacità di imparare dalle risposte del paziente.

Una coscienza unificatrice tra Es ed Ego

La filosofia husserliana è attraversata dalle seguenti domande:

  •  Che cosa vediamo effettivamente quando gettiamo il nostro sguardo sulla realtà?
  • Che cosa ci si mostra?
  • Quali evidenze si impongono?
  • Che tipo di esseri riempiono il nostro sguardo?

Husserl intende raggiungere l’evidenza certa di come la realtà si offra alla nostra coscienza – la quale non pone essa stessa la realtà – e per fare ciò ritiene che si debba vedere in modo diverso il rapporto che instauriamo con essa:

Come ciascuno esterno all’altro, e ciascuno successivamente da unire all’altro nel rapporto conoscitivo.

L’analisi di ciò che è soggettivo nella conoscenza, cioè della coscienza, porta con sé lo studio dell’intenzionalità.

La coscienza è da identificarsi con il vissuto intenzionale, cioè quel vissuto che si riferisce ad un oggetto secondo qualche modalità: nei vissuti intenzionali

Un oggetto è inteso – vi è un tendere ad esso nella modalità della rappresentazione. Del giudizio, del desiderio etc.

Non è dato dalla coesistenza di due cose separate (io e oggetto) che poi entrerebbero in relazione.

È un fenomeno unitario: se la coscienza vive il riferimento intenzionale ad un oggetto, CON CIÒ STESSO l’oggetto si rende intenzionalmente presente.

Il problema che si pone è dunque: come entrare in rapporto con questo estraneo senza incorporarlo, annientarlo o espellerlo? La soluzione di Wandelfels introduce il tema della responsività. Il rispondere, sostiene il filosofo, «non significa solo un particolare 31 tipo di comportamento nei confronti degli altri, è piuttosto il modo genuino in cui incontriamo l’estraneo in quanto estraneo» (p. 73). Il punto è che la richiesta estranea e l’evento stesso della risposta non rappresentano una correlazione – come possono esserlo il senso e l’intenzione o la noesi e il noema in Husserl. Il momento dell’intenzionalità – quale è stato introdotto da Brentano e sviluppato da Husserl – non è di per sé capace di dare spazio all’estraneo in quanto estraneo. A partire da essa, infatti, l’estraneo è già sempre pre-compreso in un determinato modo, diventa parte di un «complesso di senso». Il comprendere stesso, secondo Waldenfels, è una «forma di appropriazione» (p. 74). Occorre allora volgersi a un’altra fenomenologia, che rinvia a una responsività nella quale è superata la sfera di un senso costituito in modo intenzionale. «Il superamento – spiega Waldenfels – avviene nel rispondere ad una richiesta estranea, che non ha alcun senso, né segue una regola, ma che al contrario spezza le consuete costellazioni di senso e le regole correnti, attivandone di nuove» (p. 77). L’estraneo in quanto estraneo esige dunque una forma responsiva di fenomenologia, che inizi al di là del senso, della regola, del diritto e della morale, «là dove qualcosa ci provoca e mette in questione le nostre stesse possibilità, prima ancora che ci possiamo calare in un voler sapere e in un voler comprendere interrogante» (p. 78). In questo modo la richiesta estranea finisce per mettere in discussione la distinzione fra proprio ed estraneo – con l’effetto di vanificare lo stesso modello che sta a fondamento delle diverse forme di egocentrismo, etnocentrismo e logocentrismo. Ne emerge la consapevolezza che lo stesso ‘proprio’ si forma nel rapporto reciproco con l’estraneo, in maniera tale che non c’è «alcun ambito proprio e originario, che permetta una completa appropriazione di sé, né una corrispondente appropriazione dell’estraneo» (p. 99).

Sentito e ripetuto convincimento di Waldenfels è che «nessuno è padrone in casa propria». Non cisarebbe infatti alcun mondo «nel quale noi siamo completamente a casa, e non c’è alcun Soggetto, che sia padrone in casa propria». Rilevare che l’estraneità non è solo esterna ma dimora persino nella nostra stessa intimità comporta l’immediata conclusione che nessuno di noi possiede una completa autotrasparenza.

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