Le ombre della pandemia da COVID-19

  1. Introduzione

La privazione di un elemento fondamentale per la crescita personale di ogni individuo porta questo, inevitabilmente, verso la continua ricerca di un altro pezzo importante per la sua maturazione, o almeno così dovrebbe essere.

Ciò di cui ha avuto sempre bisogno l’uomo è proprio la relazione sociale per sbagliare, imparare e, quindi, formarsi e forse maturare.

Un tassello evoluzionistico, mi azzarderei a dire, imprescindibile quello della connessione sociale, ma, nonostante la sua rilevanza, è ciò che manca attualmente.

È indubbio che l’umanità è stata colpita da un potente fardello che corrode l’elemento fondamentale del contatto sociale.

Un contatto sociale che è stato, per forza di cose, surrogato da un canale di comunicazione potentissimo, ovvero il social media che a poco a poco sta spostando il rapporto umano sociale con quello virtuale; soprattutto nel periodo dell’emergenza sanitaria da COVID-19 che sta enfatizzando tanti aspetti della personalità umana.

In questo periodo, non sono poche le ricerche di settore che hanno dimostrato un incremento dei livelli di depressione, di insonnia, di disturbi alimentari e delle emozioni della paura, della rabbia dettate queste ultime principalmente dall’anomia sociale in cui ci troviamo a vivere.

Tra gli effetti devastanti, connessi a questo momento storico, troviamo un incremento del quadro delle dipendenze tout court considerate, come si è rilevato in altre occasioni.[1]

2. La pandemia e le dipendenze

Ebbene, non sono pochi gli studi che stanno rilevando l’incremento delle dipendenze comportamentale e da sostanze nei periodi di lockdown.[2]

Uno studio recente, ad esempio, ha rilevato che durante la pandemia potrebbe essere aumentato il consumo dell’uso delle sigarette, a causa dell’aumento dello stress e della noia.[3]

Una recente ricerca italiana[4] ha evidenziato inoltre che tra le dipendenze in aumento, causati dalla pandemia da COVID-19, v’è quella da alcol, del consumo di cibi calorici e da social media.

Più nello specifico, l’uso eccessivo e smisurato di uno strumento, come i social network, non sta facendo altro che consumare l’identità dell’utilizzatore, le sue capacità psico-emotive e, quindi, la sua personalità.

È bene rammentare però che questo effetto devastante, per l’utente del social network, è solo cresciuto in modo esponenziale nel periodo pandemico, date le restrizioni che cerchiamo di rispettare e che ci impongono principalmente di relazionarci con l’intelligenza artificiale.

Ed invero i risultati dell’indagine pilota, di carattere neuro-sociocriminologica[5] condotta dallo scrivente e dal dr. Mirko Avesani prima del primo lockdown, hanno confermato la nostra idea di partenza secondo la quale l’uso eccessivo dei social media, ma soprattutto dei video games, “…pregiudicano le componenti più belle della personalità della futura generazione, come lo sviluppo dell’attività empatica, dell’intelligenza emotiva, lo sviluppo delle capacità cognitivi superiori. Così aumentando stati di paura, di ansia e inficiando anche la qualità e la quantità dei disturbi del sonno che possono spianare condotto socialmente devianti e criminali (es. cyberbullismo, bullismo)…”[6].

Dalle risposte fornite dal campione ristretto di utenti, che ha partecipato al nostro studio socio-criminologico, si è potuto rilevare invece che la maggioranza di loro considera il social network facebook e i video games come dispositivi per superare la monotonia, l’apatia e sfuggire dallo stress della vita quotidiana.

Questi strumenti sono per i partecipanti dello studio, quindi, un modo per migliorare la loro vita sociale e, parallelamente, possono disegnare le cause e/o concause di alcuni fenomeni devianti e criminali, come il fenomeno delle baby gang, omicidi di massa commessi da infra-diciottenni e del cyberbullismo.

Sulla scorta di questi piccoli risultati ho scritto un progetto di riforma e una bozza di proposta di legge che mette in luce le ombre di questo topic, al fine disciplinare il fenomeno in questione.[7]

3. La nuova socialità (virtuale)

 Il vento del cambiamento in relazione al tema che stiamo esaminando è in atto.

Vari centri accademici e di ricerca stanno mobilitando le loro forze per indagare sempre più la connessione tra dipendenza, criminalità e devianza anche durante il periodo dell’emergenza sanitaria in itinere.

Un recente studio[8] condotto dall’Università della Georgia, su un campione di 428 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 19 anni, ha evidenziato ancora una volta il nesso tra dipendenza da social media e un fenomeno socio-criminale allarmante che coinvolge anche i giovani, ovvero il cyberbullismo.

Più specificatamente, questa ricerca ha rilevato che gli adolescenti, principalmente maschi- trascorrendo gran parte del loro tempo sulle principali piattaforme di social media (Istagram, Snapchat, TikTok, Facebook)-, hanno maggiori probabilità di manifestare condotte di cyberbullismo.

Dall’analisi dei dati è emerso che questi ragazzi passano “…in media oltre sette ore online al giorno e le ore massime medie riportate trascorse online in un giorno sono state oltre 12 ore”, in linea con i dati del nostro studio.[9]

C’è una connessione tra dipendenza da social media, nel pieno sviluppo cognitivo dell’adolescente, senso di onnipotenza che ne deriva dall’anonimia e dal presupposto che non ci possano essere rivalse.

È proprio questo anonimato che gonfia la condotta antisociale, aggressiva, diffamatoria e poco empatica dell’adolescente, rispetto a quello che potrebbe fare già nella realtà non virtuale, dato che i cyberbulli sono impossibilitati a comprendere quanto sia dannoso la loro condotta e quali effetti negativi produce a livello psicofisico.

Tra le conseguenze negative, che abbiamo constatato anche dalla nostra indagine, c’è la frequente stanchezza, disturbi del sonno che seminano il terreno dell’iperattività, dell’aggressività e della depressione, ma, nonostante ciò, si continua senza sosta ad utilizzare il social network.

Questo perché i social media, conferma lo studio, sono architettati per fornire all’ individuo colpi “…di dopamina” che porta questo ad avvalersi dello schermo del cyberbullismo per “… ottenere Mi piace, condivisioni, commenti e retweet“.

Ecco che il filo della matassa si ricongiunge: l’individuo si affida al comportamento gratificante come strumento per farlo sentire bene, soprattutto quando sperimentano emozioni negative.

Allora è necessario, come detto in più di una occasione, intervenire con progetti di restorative justice fondati sulla cultura dell’altruismo e dell’empatia. Creare cioè programmi di intervento che hanno come ninfa vitale l’educazione del digitale, dell’empatia, della conoscenza del sé, delle proprie e altrui emozioni. Ad esempio, introducendo una formazione specializzata per tutti gli operatori dell’area educativa in relazione ai temi trattati fin qui e altri connessi[10], coinvolgere gli stessi studenti anche con il metodo del circle time[11], le pratiche della meditazione, della conoscenza del linguaggio non verbale, come si sta cercando di attuare in alcuni istituti penitenziari e scolastici. Sicché innumerevoli studi di neurocriminologia stanno mostrando risultati strabilianti in termini di riduzione della recidiva, di condotte criminali e devianti sulla base dell’attuazione dei programmi indicati.

Se attualmente possiamo prevenire, oltre che solo gestire, i fenomeni criminali e devianti, perché non farlo con i modi che le evidenze neuroscientifiche ci stanno suggerendo?


[1] Cfr. D. Piccininno, “LA GENERAZIONE ALFA E ZERO E GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA DA COVID-19: QUAL È LO STATO DELL’ARTE E LA PROSPETTIVA FUTURA?”, in The Global Reviw, 2021

[3] Yingst, J.M.; Krebs, N.M.; Bordner, C.R.; Hobkirk, A.L.; Allen, S.I.; Foulds, J. Tobacco Use Changes and Perceived Health Risks among Current Tobacco Users during the COVID-19 Pandemic. Int. J. Environ. Res. Public Health 2021, 18, 1795. https://doi.org/10.3390/ijerph18041795

[4] Cfr. Panno Angelo, Carbone Giuseppe Alessio, Massullo Chiara, Farina Benedetto, Imperatori Claudio, COVID-19 Related Distress Is Associated With Alcohol Problems, Social Media and Food Addiction Symptoms: Insights From the Italian Experience During the Lockdown, Frontiers in Psychiatry, pages 1314, Vol. 11, 2020; https://www.frontiersin.org/article/10.3389/fpsyt.2020.577135     

[5] Cfr. M. AVESANI, D. PICCININNO, Microcriminalità e videogames ai tempi della neurocriminologia. Ricerca neuro-sociocriminologica Spunti di riflessione e di riforma, Ed. Primiceri, 2020. Oppure la recensione del nostro studio: “Il rapporto tra microcriminalità e videogiochi”, in Leggere tutti, Febbraio 2021

[6]  Cfr. D. Piccininno, in “Il condizionamento dei video games e dei social networks sull’adolescente”, Marzo 2021, in The Global Review

[7] Cfr. D. Piccininno, in “Il condizionamento dei video games e dei social networks sull’adolescente”, Marzo 2021, in The Global Review

[8] Cfr. Amanda L. Giordano, Elizabeth A. Prosek & Joshua, C. Watson, Understanding Adolescent Cyberbullies: Exploring Social Media Addiction and Psychological Factors, Pages 42-55, 03 Feb 2021; https://doi.org/10.1080/23727810.2020.1835420

[9] Cfr. M. AVESANI, D. PICCININNO, Microcriminalità e videogames ai tempi della neurocriminologia. Ricerca neuro-sociocriminologica Spunti di riflessione e di riforma, Ed. Primiceri, 2020, pag. 97 ss

[10] Come hanno rilevato gli autori di questo studio e noi nel nostro progetto di riforma.

[11] Cfr. D. Piccininno, in “Appunti di criminologia ragionata, Neurocriminologia emotiva della devianza e rimedi di reparative justice”, Ed. Diritto Più, (SA), 2021, pag. 120 ss.

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