Neuroetica, Storia e Personaggi

Leggere la Mente dell’Altro

Cercare nella comunicazione una conferma di ciò che l’altro pensa non è solo una conquista relazionale: è l’idea di dipingere la traccia mentale dei nostri interlocutori, di renderla tangibile, quale centro di gravità della comunicazione stessa. Una necessità. Nella mia tesi (“La teoria della mente nell’interazione uomo-robot in una prospettiva evoluzionistica e in relazione alla […]

Leggere la Mente dell’Altro
Cercare nella comunicazione una conferma di ciò che l’altro pensa non è solo una conquista relazionale: è l’idea di dipingere la traccia mentale dei nostri interlocutori, di renderla tangibile, quale centro di gravità della comunicazione stessa. Una necessità. Nella mia tesi (“La teoria della mente nell’interazione uomo-robot in una prospettiva evoluzionistica e in relazione alla teoria della complessità”) vengono messi in evidenza i punti in comune tra l’Interazione Uomo-Robot (HRI) e l’Interazione Uomo-Uomo (HHI), che conducono a una domanda: “Come pensiamo ai robot?”.

Leggere la mente dell’altro è una necessità evoluzionistica. Ma se l’altro fosse un robot?

Un individuo può pensare ciò che gli altri hanno in mente, pur senza vederli.

Premack e Woodruff (1978)

Leggere la mente dell’altro: la Teoria della Mente (ToM)

La Teoria della Mente (“Theory of Mind”, ToM) o Mentalizing (Frith, Frith, 1999) è la capacità di capire noi stessi e gli altri, dal punto di vista sia implicito che esplicito, in termini di stati soggettivi e di processi mentali (Fonagy, Bateman, 2006; 2008).
Quando un individuo è in grado di comprendere che un determinato comportamento è guidato da credenze personali, e che tali credenze non sono un preciso riflesso della realtà, si afferma che quell’individuo possiede una ToM: la capacità di vedere il mondo dal punto di vista degli altri, la presa in carico di una prospettiva differente, non propria, appunto altrui.
È possibile caratterizzare la ToM sul piano relazionale come il risultato di una routine di simulazioni, per mezzo della quale possiamo immaginare di metterci nei “panni” degli altri e usare la nostra mente come un modello per comprendere la mente altrui (Gordon, 1986; Harris, 1989; Goldman 1989, 1992, 1993, 2000).

Una questione di sopravvivenza

La sopravvivenza dell’individuo all’interno di un gruppo sociale sembra strettamente correlata allo sviluppo di una sensibilità acuta verso informazioni sociali quasi impercettibili (Humphrey, 1976).
Gli esseri umani sono costantemente coinvolti in interazioni complesse di varia natura: cooperano e competono tra di loro, comunicano per scambiarsi informazioni, acquisiscono nuove competenze osservando e imitando gli altri. Un’idea emergente nell’ambito delle neuroscienze cognitive è che, per gestire in modo adeguato questa complessità, gli esseri umani hanno evoluto meccanismi neurocognitivi specificamente deputati (Adolphs, 2001).
Tra il settimo e il nono mese il cucciolo della nostra specie fa la scoperta, estremamente rilevante, di poter condividere con un altro uno stato mentale come l’intenzione. In altre parole, il bambino piccolo sviluppa una “teoria delle menti interfacciabile”.
Esistono forti necessità evolutive di modellare e prevedere il comportamento futuro degli altri (Biocca, Harms, 2002), di sviluppare quindi una ToM: la sopravvivenza può dipendere dalla capacità di cambiare il corso attuale delle azioni per rispondere a stimoli potenzialmente vantaggiosi o minacciosi.
La sopravvivenza, la riproduzione, la massima trasmissione delle proprie caratteristiche genetiche, fin dalle origini venivano progressivamente affidate a una serie di abilità che erano cognitive e sociali allo stesso tempo: la possibilità di procacciarsi cibo attraverso la caccia, di radunarsi in gruppo per difendersi dai predatori o da gruppi rivali poggiava sulla capacità dei maschi umani di formare alleanze, così che si rivelasse cruciale saper fare previsioni e prendere il punto di vista degli altri, saperli manipolare. La cura dei piccoli da parte delle madri umane necessitava di saper porre attenzione ai loro bisogni, di saperne prevedere le reazioni, prendere il punto di vista, essere in grado di decentrarsi e vedere il mondo con gli occhi del figlio (Attili, 2015).
Allo scopo di mantenere il gruppo coeso ed evitare di rimanere isolati, essere cooperativi al fine di trovare alleati, aiutare i propri consanguinei era indispensabile, poiché tramite essi si aumentava il proprio successo riproduttivo: manipolare gli altri sia al fine di perseguire i propri scopi di sopravvivenza (imbrogliare sulla localizzazione delle risorse, per esempio, facendo credere che esse si trovassero in un luogo piuttosto che in un altro; allearsi con un individuo a scapito di un altro) sia quelli riproduttivi (indurre nelle femmine la disponibilità alla copula attraverso il corteggiamento), sia al fine di far sì che i propri figli seguissero le indicazioni dei genitori in modo da portarli all’età adulta e farli divenire a loro volta genitori, richiedeva una vera e propria intelligenza machiavellica, e in particolare la capacità di spiegare e predire i comportamenti altrui sulla base di stati mentali che non necessariamente dovessero coincidere con i propri (Byrne, Whiten, 1988; Humphrey, 1976; Whiten, Byrne, 1997). La scoperta della mente propria e altrui sarebbe dunque una progressiva conquista evolutiva (Camaioni, 1998).

La teoria della mente nell’Interazione Uomo-Robot (HRI)

Le ricerche, per quanto concerne la ToM nell’HRI, suggeriscono che, dal punto di vista dell’utente, l’interazione con un’entità artificiale è simile all’interazione con gli altri umani (Krämer et al., 2012), anche se l’intera ricerca che gravita attorno all’HRI mira a superare l’ipotesi dell’uncanny valley, ovvero quel senso di spiacevolezza e inquietudine nel momento in cui il robot raggiunge un livello di somiglianza paritetica all’uomo.
Non indagata nelle attuali ricerche la radice di tale ipotesi, tra le righe di questo articolo l’uncanny valley è riconducibile ad aspetti prettamente evoluzionistici e a letture freudiane, ovvero a uno stato di categorizzazione percettiva di incertezza “vivo o morto”, da cui scaturiscono giudizi percettivi necessari a produrre reazioni perturbanti come nel caso di statue, bambole e automi simili a umani.
Rendere più “vivi” i robot umanoidi può alleviare o sopperire ai sintomi dell’uncanny valley?

Complessità degli umanoidi artificiali interattivi, ToM e HRI: conclusioni

In altri termini, l’implementazione della complessità dei meccanismi cibernetici degli umanoidi artificiali interattivi, con la coesistenza di una ToM artificiale che possa consegnare quella “coerenza” dell’interazione tra uomo e robot, potrà permettere di superare l’uncanny valley, ovvero quella “dissonanza cognitiva” che proviene da un’incongruenza tra le prestazioni dell’hardware e il software (la perfezione estetica non rispecchia le competenze che gli si potrebbero attribuire, con una conseguente uncanny valley). Una dissonanza calcolata in base al livello di trust delle persone in relazione alle skills dimostrate dal robot (Freedy, Amos et al., 2007; Yagoda, Gillan, 2012; Salem et al., 2015).

Domande frequenti

Che cos’è la Teoria della Mente?

La Teoria della Mente, o Mentalizing, è la capacità di comprendere sé stessi e gli altri in termini di stati mentali: credenze, intenzioni, desideri ed emozioni. Possiede una ToM chi riconosce che il comportamento altrui è guidato da credenze personali che non coincidono necessariamente con la realtà, e riesce quindi ad assumere una prospettiva diversa dalla propria.

Perché leggere la mente dell’altro è una necessità evolutiva?

Perché la sopravvivenza all’interno di un gruppo dipendeva dalla capacità di prevedere il comportamento altrui, formare alleanze, cooperare e, quando necessario, manipolare. Prendere il punto di vista degli altri, anticiparne le reazioni e proteggere i propri piccoli erano abilità cognitive e sociali cruciali per riprodursi e trasmettere il proprio patrimonio genetico.

Che cos’è l’uncanny valley nell’interazione uomo-robot?

È il senso di spiacevolezza e inquietudine che proviamo quando un robot raggiunge un livello di somiglianza quasi indistinguibile dall’uomo. Nell’articolo viene ricondotto a uno stato percettivo di incertezza tra “vivo o morto”, lo stesso che scatta di fronte a statue, bambole e automi troppo simili a noi.

Possiamo attribuire una Teoria della Mente ai robot?

Dal punto di vista dell’utente, l’interazione con un’entità artificiale può assomigliare a quella con un altro essere umano. L’ipotesi discussa è che dotare gli umanoidi di una ToM artificiale, capace di rendere coerente l’interazione, potrebbe aiutare a superare l’uncanny valley, riducendo la dissonanza tra aspetto e competenze effettive del robot.

Leggere la mente dell’altro non è un lusso intellettuale ma un adattamento evolutivo: senza la capacità di attribuire stati mentali agli altri non avremmo potuto cooperare, competere e sopravvivere in gruppo. Oggi la stessa competenza viene interrogata di fronte ai robot umanoidi: solo dotandoli di una Teoria della Mente artificiale, coerente con il loro aspetto, potremo forse superare quel disagio percettivo noto come uncanny valley.

Riferimenti bibliografici

  1. Premack D. e Woodruff G. (1978), Does the chimpanzee have theory of mind?, in “Behavioral and Brain Sciences”.
  2. Frith C.D., Frith U. (1999). Interacting minds: A biological basis. Science, 286, 1692-1695.
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  4. Bateman Anthony W., Fonagy Peter (2008). “Mentalization-based treatment for BPD.” Social Work in Mental Health 6.1-2. Pag. 187-201.
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  9. Goldman A. (1993a), “The psychology of folk psychology”, Behavioral Brain Sciences, 16. Pag. 15-28. Goldman A. (1993b), Philosophical Applications of Cognitive Science, Boulder, Colo., Westview Press.
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  15. Humphrey Nicholas. A History of the Mind: Evolution and the Birth of Consciousness. Springer Science and Business Media, 1999.
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  17. Freedy Amos et al. “Measurement of trust in human-robot collaboration.” Collaborative Technologies and Systems, 2007. CTS 2007. International Symposium on. IEEE, 2007.
  18. Yagoda Rosemarie E., Gillan Douglas J. “You want me to trust a ROBOT? The development of a human-robot interaction trust scale.” International Journal of Social Robotics 4.3 (2012): 235-248.
  19. Salem Maha et al. “Ti fideresti di un robot (difettoso)? Effetti dell’errore, tipo di compito e personalità sulla cooperazione e sulla fiducia dei robot umani.” Atti della decima conferenza annuale ACM/IEEE sull’interazione uomo-robot.
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