L’offerta del dolore

Prevenzione della trasmissione intergenerazionale di modelli disfunzionali

di Dario Sepe, Adriana Onorati, Fortunata Folino, Maria Sole Gulinelli

“…quando sono debole, è allora che sono forte”
(San Paolo, 2, Coreuti 12,9.10)

Premesse

Culturalmente, il termine “fragilità” è associato a debolezza ed è considerato come un indicatore di uno stato di malessere e di disagio: in questo senso, il concetto di fragilità, spesso, viene rivestito da un alone di negatività e considerato come qualcosa da evitare, da allontanare il prima possibile e, sicuramente, da temere, in quanto potrebbe evolvere in difficoltà e squilibrio dell’individuo.

La parola “Fragile” deriva dal latino Frag-ilem, che proviene da Frang-ere, rompere e Frag-mentum, frammento: quindi, la Fragilità riguarda un elemento debole, facile a rompersi, che va protetto.

Il contrario di fragile è resistente, indistruttibile. Pertanto, mentre, nel primo caso, si pensa al vetro, ad elementi fragili, come un fiore; nel secondo caso, si fa riferimento ad oggetti in acciaio o alle rocce di una montagna.

Comunemente, si intende l’educazione come il processo che consente di rendere un bambino forte, un uomo di coraggio che affronta le battaglie e le vince. Al contrario, la timidezza, invece, viene curata e prima ancora nascosta; la paura va dimenticata e sostituita con l’apparente sicurezza, come espressione di forza.

In questo senso, i termini “fragilità” e “forza” vengono considerati come opposti.

In realtà, la fragilità appartiene, in modo profondo, all’origine della nostra stessa vita.

La psicoanalista Marie Balmary, infatti, evidenzia come in realtà, fin dalla nostra nascita, siamo fragili e lo siamo molto più a lungo di qualsiasi altro essere vivente, abbiamo bisogno di ricevere moltissime cure. Anche se a livello consapevole, spesso il divenire adulti viene associato ad uno stato di forza e di sicurezza, che permette di superare lo stato precedente. Tuttavia, chiunque siamo diventati, qualsiasi lavoro o funzione svolgiamo all’interno della società, conserviamo una certa fragilità, una condizione di vulnerabilità.

Inoltre, la Balmary sottolinea come sia proprio la fragilità, che nutre la nostra attitudine alla relazione: se non fossimo fragili, non svilupperemmo la capacità di “fare insieme”.

Al contrario, credere e vivere come se potessimo contare solo su noi stessi, comporta relazioni fondate sulla lotta di potere, la competizione e la performance.

D’altronde, la qualità delle nostre relazioni punta al riconoscimento delle nostre differenze, come altrettante zone di fragilità.

“Sin dall’infanzia, ci è vietato all’accesso alla fragilità: che si tratti di quando cadiamo, della separazione da un genitore o della perdita di un animale domestico, spesso ci vengono negati i sentimenti di fragilità che proviamo di fronte a queste situazioni. Per riappropriarci della nostra vulnerabilità è necessario saperla nuovamente riconoscere. Una volta divenuti adulti, dobbiamo imparare di nuovo a sentirci più deboli, ovvero meno forti in caso di rottura sentimentale, di un lutto o di una malattia, qualora si conclami. Negare l’impatto di alcuni avvenimenti può indebolirci pesantemente, mentre condividerli contribuisce a creare un legame, ovvero a stimolare l’altro a sostenerci e, quindi, ad aiutarci a recuperare le nostre forze” (Balmary, 2008).

In questo senso, la fragilità è insita nella nostra condizione umana ed il punto di passaggio è l’accettazione di tale fragilità, in cui risiede la vera forza.

Anche Assagioli ricorda “D’altra parte come pensare di essere “speciali” se nel corso della vita inesorabilmente e con frequenza si è a contatto della propria fragilità, dei propri conflitti, dei propri limiti?”

Inoltre, il concetto di fragilità è strettamente collegato a quello di resilienza. resilienza. Essa rappresenta “il potere o l’abilità di ritornare alla forma o posizione originale dopo essere stati piegati, schiacciati, o sottoposti a tensione (streched), come pure la capacità di superare le avversità, sopravvivere allo stress, e riprendersi dopo un momento di difficoltà” (Valentine e Feinauer, 1993, p. 222).

Infatti, la resilienza rappresenta l’abilità di mantenere un senso d’integrazione individuale e un sentimento di competenza anche di fronte alle avversità, mediante l’attivazione di una serie di strategie utili alla soluzione del problema, senza utilizzare strategie di fuga o evitamento.

A ciò si aggiunge anche l’importanza di attribuzione di senso ad eventi della vita difficili e dolorosi: infatti, Taylor (1983) sottolinea come le persone riescono ad affrontare difficoltà o situazioni critiche, soprattutto quando ne considerano le implicazioni positive o i benefici e ne mitigano le implicazioni negative. Un adattamento positivo implica, dunque, prima il cercare di darsi una spiegazione dell’evento e, poi, il tentare di individuare quale può essere l’arricchimento o il valore dell’esperienza, in riferimento alla qualità della propria esistenza.

A seguito di un trauma vi è spesso una revisione delle priorità e una modifica rispetto a quelli che sono ritenuti gli scopi principali della propria vita; questo fa sì che l’evento possa essere vissuto anche come un’occasione di crescita, piuttosto che solo come una perdita.

L’accettazione della fragilità

Alla luce della premessa, possiamo considerare la Fragilità come una zona di crisi (passata, o in corso), una linea di scissione, rispetto ad una vecchia forma, un punto di dolore emotivo e mentale, che segna il passaggio da un equilibrio conosciuto ad un altro, sconosciuto.

In questo senso, utilizziamo il concetto di crisi, in termini evolutivi, ossia come “la comparsa di un momento cruciale nel percorso evolutivo di un uomo o di un sistema, che a partire da un “pericolo” e da una sofferenza, può riconoscere l’opportunità di un cambiamento” (Sepe, Onorati, Folino, Rubino, 2014).

Infatti, sappiamo che “la crisi si profila laddove una precedente forma (modalità di pensiero, gestione emotiva, gestione relazionale, ecc.) inizia ad essere smossa dalla sua cristallizzazione, o inizia a spostarsi dal punto più stabile, dove si era precedentemente assestata. In quel momento, la prima fase della crisi ha inizio: la forma precedente non è più l’unica possibilità, non è pienamente soddisfacente, oppure, ha esaurito la sua funzione necessaria e si appresta ad una trasformazione” (Sepe, Onorati, Folino, Rubino, 2014).

In una visione materialista, è naturale incapsulare il dolore e renderlo intoccabile, attraverso un filo spinato, mentre, in una visione evolutiva, ricca della “Speranza delle cose non viste”, la fragilità può essere intesa come un punto di sensibilità, che apre al rapporto con gli altri, in modo più autentico, e nutre una visione della vita, collegata all’essenza.

Quindi, la fragilità può essere gestita in due modi opposti:

  • Con la paura e la visione negativa
  • Con il Coraggio e la visione evolutiva.

Nel primo caso, laddove si apre in noi una fragilità, connessa ad un dolore, la mente comincia a partorire pensieri influenzati dalla paura, che il dolore dilaghi e l’angoscia divenga insopportabile: è la cosiddetta “mente negativa”, utile solo se attivata consapevolmente e per uno scopo preciso.

La mente negativa si nutre delle paure e genera una sequenza immaginaria di eventi disastrosi, dove il copione è sempre lo stesso: “andrà a finire male, se mi apro”: la personalità, così attivata, avvia una chiusura attorno alla zona di fragilità, in modo da salvaguardare la sua integrità.

In questo modo, si genera una zona di intoccabilità, irta di filo spinato e guardie armate, che … sorvegliano la soglia: in questo modo, diventa impossibile utilizzare la fragilità in modo evolutivo.

Nel secondo caso, attraverso il Coraggio di affrontare la paura che, automaticamente, la nostra natura umana fa scattare, in presenza di un dolore, noi accettiamo la fragilità e cominciamo a conoscerla ed a condividerla.

La fragilità condivisa diventa una ferita rimarginata, come una ferita esposta alla luce del sole e diventa “trattabile” (si può toccare).

La vera Donazione, in termini evolutivi, è possibile solo in presenza di fragilità accettata, vuol dire donare ciò che abbiamo di più caro e di più intimo: è questo tipo di Donazione che tocca ed apre il Cuore e crea una profonda ed intima vicinanza con l’altro.

La rappresentazione grafica successiva evidenzia il processo descritto:

L’accettazione ed il dono della fragilità attraverso la lettura dei Miti

Possiamo collegare il dono della fragilità al mito de “Il vaso di Pandora”, che nella mitologia greca, simboleggia la nascita della prima donna.

Secondo il mito greco, Zeus, non contento della punizione che aveva inflitto a Prometeo, che aveva rubato il fuoco per donarlo agli uomini (dono della mente) decise di punire anche la stirpe umana.

Dato che nel mondo non esisteva ancora la donna, Zeus diede incarico ad Efesto di modellare un’immagine umana, servendosi di acqua e di argilla, in modo che la nuova forma femminile non avesse nulla da invidiare alla bellezza delle dee.

Efesto fu tanto bravo nel modellarla che la donna che ne ebbe origine era superiore ad ogni elogio e ad ogni possibile immaginazione. Tutti gli dei furono incaricati da Zeus di riporre in lei dei doni.

A questa creatura fu dato nome Pandora (dal greco “pan doron” = “tutto dono”) perché ogni divinità dell’Olimpo le aveva fatto un regalo.

Mancava solo il regalo di Zeus, che fu superiore a tutti gli altri doni. Egli infatti, donò alla fanciulla un vaso (il vaso di Pandora), con il divieto di aprirlo, contenente tutti i mali che l’umanità ancora non conosceva: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia, il vizio, la passione, il sospetto, la fame e così via.

Quindi Zeus affidò la fanciulla ad Ermes perché la portasse in dono a Prometeo che però, pensando ad un inganno, rifiutò il dono. Allora Zeus ordinò ad Ermes di portarla a Epimeteo, fratello di Prometeo, che appena la vide si innamorò di lei e l’accetto come sua sposa, nonostante i moniti del fratello che gli aveva raccomandato di non accettare alcun dono dagli dei.

Dopo poco che Pandora era sulla terra, presa dalla curiosità, aprì il vaso. Da esso veloci corsero come fulmini sulla terra tutti i castighi che Zeus vi aveva riposto: la malattia, la morte, il dolore, e tanti altri, fino ad allora sconosciuti. L’unico dono buono che Zeus aveva posto nel vaso rimase incastrato sotto il coperchio, che subito Pandora aveva chiuso: era l’Elpis, la speranza.

Questo mito può essere collegato alla funzione femminile, legata proprio al dono del contatto con il dolore e con la fragilità: infatti, così come Prometeo rappresenta colui che ha donato la mente agli uomini, così la donna permette agli uomini di scorgere nell’oscurità e della profondità del vaso, ossia di se stessi, per vedere parti buie, dolori, e quanto altro è stato nascosto, mantenendo sempre viva la speranza, ossia il contatto con la Luce.

L’accettazione e l’offerta del dolore come interruzione di una catena intergenerazionale

Come sappiamo, la famiglia viene considerata il sistema relazionale primario nel processo di individuazione, crescita e cambiamento dell’individuo.

Secondo Malagoli Togliatti e Cotugno (1996), la famiglia è un sistema vivente, aperto sia all’esterno che all’interno, con funzioni di integrazione e mediazione tra i due livelli di organizzazione sistemica: quello sovraindividuale e quello dei suoi componenti individuali.

Allo stesso tempo, l’esperienza di ogni famiglia è strettamente legata a quella delle diverse generazioni che l’hanno preceduta. Infatti, Bowen (1990) afferma “Nell’arco di soli centocinquanta-duecento anni un individuo è discendente di sessantaquattrocentoventotto famiglie, ciascuna delle quali gli ha dato un contributo. Con tutti i miti, le mistificazioni, i ricordi e le opinioni influenzate dall’emotività è difficile conoscere il Sé nel presente o nel passato recente.”

Questo concetto viene ripreso dai teorici dell’attaccamento, che evidenziano la tendenza alla ripetizione dei pattern di attaccamento tra le generazioni: tale trasmissione da una generazione alla successiva è legata al fatto che le relazioni con le principali figure di attaccamento, interiorizzate dal bambino, si pongono come modello di riferimento privilegiato per il futuro ruolo genitoriale. Infatti, secondo Bowlby (1989), le esperienze di attaccamento sono codificate in sistemi di rappresentazione definiti “modelli operativi interni”, mediante i quali i vissuti infantili influenzano le successive relazioni, durante l’età adulta e nella funzione genitoriale. Tali modelli operativi interni (MOI) costituiscono l’esito dei processi d’interiorizzazione delle prime interazioni con la figura d’accudimento, nei tre aspetti: l’immagine di sé, l’immagine dei genitori, e l’immagine della relazione. Nel corso della vita, ogni qualvolta il bambino dovrà confrontarsi con esperienze di relazione e con l’attivazione di emozioni di legame quali l’affetto, la paura di perdere la persona, il dolore per la perdita e la gioia di un legame, confronterà i nuovi dati con le precedenti esperienze e tenderà ad attribuire ad essi un significato coerente alle proprie strutture di significato, o più semplicemente, interpreterà le situazioni nuove alla luce delle precedenti esperienze.

In particolare, Grossmann, Grossmann e Zimmermann (1999) evidenziano l’influenza dei modelli operativi interni su tre livelli di codifica dell’esperienza: la percezione, l’interpretazione degli eventi e la predizione attraverso il confronto con i dati immagazzinati in memoria. Quindi, attraverso tali modelli operativi, l’individuo, in base alle rappresentazioni del passato, si configura le rappresentazioni del presente e formula le previsioni sul futuro.

Infatti, alcuni autori (Hesse e Main, 2000) evidenziano che, se il genitore non è in grado di gestire il proprio mondo emotivo a causa di esperienze traumatiche subite o di lutti non elaborati, non potrà svolgere adeguatamente tale funzione. Anzi, possiamo aggiungere, riproporrà, in modo inconsapevole il suo dolore sull’altro, nel tentativo inconscio di elaborarlo.

Tale processo viene descritto da van IJzendoorn, Bakermans-Kranenburg, 1997, nella figura successiva:

legame di attaccamento

Da quanto riportato risulta evidente come la difficoltà di accettare un dolore, legato ad un’esperienza traumatica o di perdita, abbia un effetto, non solo sulla vita della persone, ma anche nella trasmissione di modelli relazionali disfunzionali nelle generazioni successive.

Infatti, la non accettazione del dolore porta ad un inasprimento del dolore stesso e ad un circolo vizioso che aumenta il dolore, conducendo a sensi di colpa, errori, accuse e proiezioni. Il timore di rivivere nuovamente esperienze dolorose porta la mente a ritornare costantemente sul dolore, ad identificarsi con quelle esperienze dolorose, giungendo anche a proiettare su altri rapporti tali vissuti. A lungo andare, queste forme-pensiero, alimentate da un’attenzione continua, tendono ad attirare proprio l’evento negativo che si cerca di evitare, sviluppando la famosa “profezia che si autodetermina”.

Le credenze che in genere si utilizzano sono:

  • “se toccassi pienamente questo dolore, mi scoppierebbe il cuore”; “se dicessi questa cosa a mio padre, gli verrebbe un infarto”
  • “non puoi comprendere il mio dolore, perché non hai passato quello che ho passato io”; “è insopportabile quello che sto vivendo”
  • “non è giusto soffrire così”

Al contrario, l’accettazione porta ad uno stato di serenità crescente, di radicata forza interiore e di pace profonda: così facendo, possiamo scoprire di riuscire a sopportare dolori che ritenevamo insopportabili e di poter adattarci ad essi, stabilendo anche una buona qualità di vita ed un effetto sui rapporti con gli altri, interrompendo la trasmissione intergenerazionale di modelli familiari disfunzionali.

Per evidenziare quanto descritto sul piano teorico, viene descritto, di seguito, il caso di Luca, che mediante un processo di consapevolezza, riesce a comprendere come la non accettazione di un dolore per la perdita ha attivato modalità relazionale disfunzionali e la riproposizione del dramma vissuto anche nelle relazioni successive a quelle dell’infanzia.

Il Caso di Luca

Luca è un uomo di 46 anni che decide di iniziare il percorso terapeutico nel Febbraio 2013.

È un uomo della provincia di Lecco che lavora come Responsabile Tecnico in un azienda privata.

Inizia il suo percorso terapeutico portando una difficoltà con la sua compagna di allora dicendo che si sente come “un contenitore che sta per esplodere ed al limite della sopportazione”; durante il primo incontro riporta anche di aver compreso come questa difficoltà è legata alla morte, molti anni prima, del compagno della mamma per suicidio, ma di questo non si vuole occupare perché l’urgenza è il rapporto con la compagna che è in crisi.

Nel momento dell’inizio dell’intervento Luca vive con la compagna, mentre in precedenza è stato sposato ed ha due figlie: una ragazza di 15 anni Serena, una di 12 Alice.

Il matrimonio è finito a causa del fatto che Luca si è infatuato di un’altra donna, la compagna al momento dell’avvio del percorso.

Da subito, la storia familiare di Luca appare molto inerente a quanto Luca stava vivendo nel momento dell’inizio della terapia.

Infatti, Luca a 10 anni, ha perso il padre, per incidente stradale. Tale incidente è avvenuto in piena notte, mentre il padre rientrava dal pub dopo aver bevuto.

Dopo questo incidente, Luca, la mamma e la sua sorellina piccola di circa 6 anni, devono rimpostare la loro vita. La mamma, che prima si occupava della casa, inizia a lavorare e Luca e la sorella devono imparare a farcela da soli.

Viene descritta un’infanzia legata al senso di colpa ed alla solitudine, in cui il dolore per la morte è stato taciuto.

Luca racconta che spesso, da bambino, si diceva che lui non era abbastanza per il padre, visto che questo aveva preferito uscire piuttosto che stare con lui

Ad aggravare il senso di solitudine arriva il nuovo compagno della mamma che si stabilizza in casa. La presenza di quest’uomo, molto più giovane della mamma e di soli 10 anni più grande di Luca, viene imposta dalla mamma che lo presenta in modo ambiguo, come un amico, che dovrà condividere la stanza con Luca stesso.

Luca cresce con un senso di rabbia molto forte e sviluppando un senso di protezione altrettanto radicato nei confronti della mamma e la sorella, visto che il nuovo compagno presenta spesso momenti di instabilità e di aggressività.

Luca cresce e all’età di 19 anni ha una forte discussione con il compagno della mamma, mentre giocavano a calcio: durante la discussione gli dice: “non tornare mai più a casa”.

La sera stessa si viene a scoprire che il compagno della mamma si è suicidato, impiccandosi.

Luca si sente sollevato, ma allo stesso tempo il suo senso di colpa, già attivo per la morte del padre, aumenta e si fa sempre più forte.

Luca si sposa e insieme alla moglie hanno due figlie, ma come detto precedentemente, il matrimonio finisce a causa di una sua infatuazione per un’altra donna.

Ripercorrendo con Luca la sua storia, attraverso la ricostruzione del genogramma, l’anamnesi fotografica e il racconto globale della sua storia, emerge la presenza di un rapporto simbiotico stabilito con la mamma che appare sempre al primo posto, anche prima della moglie, un senso di colpa forte, un vuoto, un dolore, mai contattato in profondità, per la morte del padre, ed una necessità di trasgredire, per sentirsi vivo.

Dopo i primi incontri terapeutici, Luca lascia anche l’attuale compagna, riportando che è molto simile all’ex compagno della mamma.

La relazione con la compagna è stata instaurata sull’attrazione sessuale ed il sesso viene usato come uno sfogo.

Fin dai primi incontri, emerge una molteplicità di sensi di colpa:

–    lascia la moglie
–    trascura i bambini
–    lascia anche la compagna.

Fin dall’inizio, appare chiaro come Luca stia cercando di curarsi ferendo gli altri.

Inoltre, riporta spesso un senso di agitazione, un formicolio sotto la pelle, la mancanza di sonno e un’angoscia forte.

Sono presenti tutti i sintomi del disturbo di ansia generalizzata e una somatizzazione molto forte delle emozioni.

La terapia continua accompagnando Luca ed esplorare il dolore per la morte del padre; per descrivere la sua situazione viene utilizzata la metafora in una stanza buia dove nessuno è mai entrato.

Ripercorre in fase di terapia tutti i momenti dell’incidente e diviene consapevole di come il senso di colpa sia nato e si sia sviluppato da quel momento.

 Comprende come abbia impiegato tutte le sue forze per reprimere il dolore per la perdita del padre e come questo sia stato compensato da momenti, in cui cercava la trasgressione, con uscite con amici, droghe leggere e sesso.

La rottura del matrimonio con la moglie, con cui Luca ha una relazione da quanto aveva 18 anni implica anche il tradimento verso le figlie, che non hanno più voluto il padre in casa.

Nei tre anni di separazione con la moglie, Luca, infatti, trascura i bambini e li espone anche a momenti di attrito con la nuova compagna.

Il rapporto con le figlie, soprattutto con la figlia maggiore, risulta molto compromesso e Luca è molto addolorato e pieno di sensi di colpa per questo.

Il percorso continua e progressivamente Luca prende consapevolezza che nella sua vita sta riproponendo le stesse cose dolorose che lui stesso ha subito.

Infatti, per non ascoltare il dolore si chiude sempre di più a questo, nascondendosi dietro un muro di durezza e superficialità, che lo rendono inavvicinabile e che nello stesso tempo lo fanno sentire come una pentola a pressione.

Inoltre, lascia la moglie per una donna che presenta dei disturbi importanti di personalità, che spesso lo minaccia di uccidersi quando discutono.

Utilizza la valvola di sfogo del sesso per non sentire il vuoto ed il dolore e trascura le sue figlie. Luca comincia a prendere consapevolezza di aver scelto una compagna che gli ricorda molto il compagno della mamma e viene accompagnato a capire come sia stato un tentativo inconsapevole per occuparsi del dolore e di riviverlo per elaborarlo, anche se in modo maldestro.

I rapporti con la famiglia sono inclinati, ha lasciato anche la compagna ed ha paura che questa si possa fare del male.

Diviene sempre più evidente come Luca, non accettando il dolore che si porta dietro da quando è bambino, lo fa vivere agli altri; la presa di consapevolezza di questo meccanismo automatico è molto dolorosa per Luca, ma segna l’inizio di un cambiamento importante.

Da quanto questo processo, si attua, dopo circa un anno dalla separazione dalla compagna, Luca inizia a frequentare nuovamente l’ex moglie e progressivamente si riavvicina alle figlie.

Emerge come il dolore di Luca e la mancanza di accettazione di questo, abbiano creato dei meccanismi automatici di difesa che non gli permettevano di vivere a pieno i rapporti più intimi, in cui venivano proiettati il suo dolore e la sua difficoltà.

Tornato a casa, dopo tre anni, la famiglia lo riaccoglie, ma ci sono tutti i rapporti da ricostruire, Luca deve nuovamente conquistare la fiducia della moglie e delle sue due figlie.

Il lavoro con Luca si focalizza sulla possibilità di avere una simbiosi terapeutica sana, in cui accettare profondamente il suo dolore, in modo da riuscire a tenerlo tra le mani per poi offrirlo nei rapporti come punto di forza.

Nei mesi, si apre molto e acquisisce fiducia in se stesso e comprende come istaurando un rapporto autentico, dove è possibile dire tutto ed essere accettati per come si è, è l’unico modo per uscire da quella solitudine, che da anni lo ha tenuto prigioniero. Da questo momento in poi, i sintomi scompaiono.

Affronta il percorso terapeutico con forte volontà ed impara progressivamente a mettersi in discussione, a riconoscere le proprie emozioni, a condividerle e a dare il giusto valore ai rapporti.

Durante una seduta, arriva dicendo di aver compreso come andando via da casa ed abbandonando le figlie abbia fatto la stessa cosa che ha fatto suo padre uscendo per andare al pub e non tornando più.

Piangendo, dice di aver rivisto, negli occhi dei suoi bambini, il suo stesso dolore.

È stata una fase molto delicata, dove Luca, prendendo consapevolezza del dolore arrecato ai suoi bambini è riuscito, attraverso i loro occhi ad entrare nel suo dolore ed a sciogliere dentro nodi custoditi in segreto, in anni di silenzio.

Ha riconosciuto una serie di forme pensiero che incapsulavano il suo dolore tra le quali:

“L’uomo è forte se non piange mai”

“Non posso far vedere la mia fragilità”

“Si deve camminare sempre un passo davanti alla propria moglie”

“E’ meglio tenersi il più lontano possibile dal dolore”

“Ci sono cose che non si possono dire”

La scoperta di queste forme pensiero “restrittive”, che progressivamente nel lavoro terapeutico venivano sgretolate, ha permesso a Luca di intravedere una nuova strada fatta di Speranza.

Si individua sempre di più come uomo, accettando l’idea che il dolore può essere attraversato ed inizia un processo di Restituzione al padre, attraverso la stesura di una lettera.

Il processo di stesura della lettera è come la gestazione, in cui piano piano si prepara un processo di nascita, verso un futuro completamente diverso.

Nella lettera, Luca descrive al papà come si è sentito nel momento della sua morte, il dolore provato, il senso di solitudine e di vuoto. Descrive anche il senso di abbandono sperimentato: lui era solo un bambino ed il papà non era al suo fianco, per aver dato precedenza ad un’uscita con gli amici, che è stata fatale.

Si apre al padre così come non ha potuto mai fare e descrive come anche come lui ha agito egoismo verso i suoi bambini:

“Continuando a reprimere emozioni ero diventato come una pentola a pressione che ogni tanto aveva bisogno di aprire la valvola di sfogo e i modi che ho utilizzato sono stati molto simili ai tuoi, alcool, droghe (leggere per fortuna), uscite notturne, discoteche, amici, momenti di eccessiva rabbia…fino ad arrivare a far saltare la mia famiglia.

Proprio la crisi famigliare mi ha portato a dare una svolta, a capire che era giunto il momento di guardarmi dentro per risolvere i miei problemi.

Mi sono reso conto che stavo ricreando quella stessa situazione che avevo dovuto subire, cioè un padre che se ne va abbandonando la famiglia, i propri figli, per puro egoismo e senza una spiegazione.

Ho rivisto nei occhi delle mie figlie quello smarrimento che avevo provato anche io ed ho capito che dovevo usare tutte le mie forze per cambiare le cose, perché solo affrontando la rabbia ed il dolore che avevo dentro, potevo spezzare questa catena ed imparare ad amare”.

Nella lettera, Luca restituisce al padre la sua irresponsabilità ed il suo egoismo, riconoscendo anche come questi aspetti gli appartengono e decide consapevolmente di rinunciarci, scegliendo di accettare il dolore e di lasciarlo andare.

Completata la lettera, Luca riporta di sentirsi più leggero e di avere la sensazione di essere rinato; il cambiamento diviene evidente grazie anche alla trasformazione del suo sguardo, che appare più ampio e luminoso.

Sceglie, poi, di leggere la lettera a sua moglie per spiegarle il senso più ampio che ha avuto il suo tradimento e l’effetto è subito visibile.

Luca e la moglie piangono insieme e la moglie restituisce a Luca di sentire come il percorso da lui fatto lo ha cambiato molto, restituendole un uomo nuovo, sensibile e in grado di mettersi in discussione e di farsi vedere nelle sue fragilità.

Il loro rapporto migliora, ma il lavoro ancora non è finito: infatti Luca sente che le figlie sono ancora diffidenti nei suoi confronti e che a volte non si fidano, lui continua a sentire, in alcuni momenti, dei sensi di colpa.

E’ in questo momento che si decide di coinvolgere anche le figlie in questo processo di rinascita e si decide di leggere la lettera che ha scritto Luca alla figlia più grande.

Scelto il momento giusto, Luca, dopo delle premesse, legge la lettera alla figlia, mentre la legge piange e con le lacrime si scioglie piano piano il senso di colpa, Luca riesce a farsi vedere integro nelle sue fragilità.

Anche la figlia si commuove, riesce ad esprimente anche lei attraverso le lacrime il dolore sentito per l’abbandono del padre.

Alla fine della lettura rimangono in silenzio a guardarsi e poi si abbracciano. La figlia da quel momento in poi cambia completamente comportamento nei confronti del padre, diviene maggiormente affettuosa e non ha più scatti di rabbia.

Una cosa simile succede anche all’altra figlia e Luca riporta di non avere più difficoltà con loro.

E’ stato da subito evidente come il dire tutto ed il raccontarsi con sincerità ha sostenuto molto le figlie a comprendere il padre ed a dare un senso evolutivo a quanto accaduto negli anni precedenti.

Luca, oltre ad aver risolto tutti i suoi sintomi, è riuscito a tornare in famiglia, a lasciare andare il senso di colpa, ad accettare i suoi limiti oltre a vedersi come un uomo nuovo, più forte per aver attraversato il suo dolore.

Inoltre, e questo crediamo sia l’aspetto più importante, è riuscito ad offrire il suo dolore alle figlie, offrendo loro un esempio profondamente umano, attraverso il quale loro hanno compreso come è possibile sbagliare, ma solo accettando il dolore e comprendendo la causa, è possibile riparare e acquisire una forza nuova.

A 8 mesi di distanza dalla restituzione al padre e a quella con i familiari, Luca descrive come i rapporti sono molto migliorati e continuano ad evolvere aggiungendo che i sintomi non sono più tornati.

Conclusioni

La descrizione del caso di Luca evidenzia come la possibilità di poter riflettere ed accettare la propria fragilità sia un elemento di passaggio fondamentale nella vita di un individuo, che ha una ricaduta importante sul piano delle relazioni.

Infatti, la capacità di perdonare e di perdonarsi, rispetto agli errori compiuti, permettere a Luca di accettare non solo la sua fragilità, ma anche quella del padre e di utilizzare la sua esperienza, per donarla agli altri, modificando la sua relazione con i suoi familiari.

Bibliografia

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Grossmann K.E., Grossmann K., Zimmermann P. (1999): “Una visione più ampia dell’attaccamento e dell’esplorazione. Stabilità e cambiamento durante l’età dello sviluppo.” In CassidyJ., Shaver P.R.(1999), pp.859-889

Hesse E, Main M (2000), Disorganized infant, child and adult attachment: Collapse in behavioral and attentional strategies. Journal of the American Psychoanalytic Association, 48, 1097-1127.

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