L’origine della vita

…e l’emergenza della mente

Una visione che sembra confermare come l’emergenza della coscienza di sé e di quello che definiamo libero arbitrio, lungi da essere il portato di cause-effetti di tipo meccanicistico unidirezionale, sia dovuta in effetti alla continua ricerca dell’equilibrio tra le necessità attuative del livello biofisico cerebrale e di quelle psichiche che sono in grado di influenzarsi vicendevolmente.

In questo momento storico in cui la Scienza sembra finalmente in grado di autoemendarsi dagli errori indotti dal riduzionismo esasperato che l’ha caratterizzata specialmente nell’ultimo secolo, e in una fase culturale in cui troppi “intellettuali” mettono il cappello della complessità su visoni olistiche new age e spiritualiste che nulla hanno a che fare con il rigore e l’impegno che sono necessari per interpretare le relazioni che intercorrono tra le infinite variabili che determinano i fenomeni che ancora definiamo materiali e spirituali, gli umanisti più avveduti che hanno preso coscienza dei dati scientifici che oggi hanno a disposizione per cercare di dar loro un senso e gli scienziati attenti alle ricadute della ricerca sperimentale e alle sue connessioni con il piano filosofico e umanistico in un’ottica interdisciplinare, stanno tentando di spiegare come un sottile filo rosso leghi le loro rispettive discipline al fenomeno dell’emergenza della mente, e come questo filo possa giustificare le ipotesi che oggi siamo in grado di fare sulle infinite causalità che determinano il portato razionale e emozionale che la caratterizza.

Si tratta di un lavoro di frontiera che vede impegnati i massimi esponenti del pensiero sistemico applicato alle più disparate attività della ricerca umanistica e scientifica, e che vede nel tentativo di individuare nel finalismo locale e temporaneo dei fenomeni presi in esame, la possibilità di identificare le infinite relazioni che li legano in funzione della spiegazione del funzionamento dei contenitori che li determinano e che ne sono determinati.

Non c’è dubbio che, per quello che ne sappiamo, il più complesso di questi contenitori sia il cervello umano. Prova ne sia che da millenni tentiamo di scandagliarlo, sia nella sua fisiologia che nella psicologia che produce, senza riuscire ad approdare a interpretazioni univoche del suo funzionamento; ma oggi, grazie ai dati provenienti dalle neuroscienze e dalle tecniche di brain imaging e alle possibilità di modellizzazione consentite dalle tecniche informatiche, siamo in grado di elaborare teorie supportate da fatti che solo fino a qualche decennio addietro potevamo solo intuire. Se aggiungiamo a tutto questo anche lo sviluppo delle reti informatiche che consentono la connessione dei più avanzati laboratori e gruppi di studio del mondo, è facile comprendere come finalmente sia possibile l’approccio alla complessità sistemica del cervello umano e delle sue relazioni con l’ambiente da cui emerge. Approccio che è il solo che possa darci una visione almeno tendenzialmente coerente sui molteplici rapporti che intercorrono tra le sue caratteristiche fisiologiche e le prestazioni della mente.

Una visione che sembra confermare come l’emergenza della coscienza di sé e di quello che definiamo libero arbitrio, lungi da essere il portato di cause-effetti di tipo meccanicistico unidirezionale, sia dovuta in effetti alla continua ricerca dell’equilibrio tra le necessità attuative del livello biofisico cerebrale e di quelle psichiche che sono in grado di influenzarsi vicendevolmente.

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